Golden Globe: la coppia Sorrentino Servillo

Lo dichiaro subito: sono di parte.
Voglio dire: nella classifica “assoluta” dei miei film preferiti, due svettano sopra tutti. Il primo è tedesco, del regista Wim Wenders e ha per titolo Il cielo sopra Berlino. Quando uscì si era a pochi mesi prima di uno degli eventi epocali per l’Occidente: la caduta del muro. Il film poi affonda le proprie radici nei dialoghi di Peter Handke, in quella bella poesia iniziale Lied vom Kindsein:

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande.
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male e gente veramente cattiva?

e risente degli afflati poetici di Rainer Maria Rilke. Il film è denso di metafore: il mondo “cristallizzato” e senza tempo degli angeli che vivono ma non vivono mai veramente come è sembrata a lungo, all’occhio occidentale, la vita al di là della cortina di ferro; Damiel – interpretato da un altro attore che amo moltissimo: Bruno Ganz – che diventa uomo e rinuncia alla sua immortalità per amore di una donna, sembra essere – mutatis mutandis – la metafora cristiana per eccellenza con Gesù che si fa uomo per amore dell’umanità intera. Il sapiente gioco di pellicola a colori e in bianco e nero, le ambientazioni in una Berlino malinconica e introversa il cui centro di gravità sembra essere l’oro di Siegessäule, la colonna della vittoria. E’ il mio film perché è il film che ho visto nel periodo della bildung, il periodo della formazione, quello delle domande capitali e senza risposta. Ma se le domande non hanno risposta non le fa essere meno importanti, anzi.
Il secondo è un film italiano. Un film che per molti aspetti potremmo definire d’esordio. Me lo segnalò un amico di Massa che non sento da tempo, Stefano. Ero nel periodo del management farmaceutico e ne avvertivo – per parafrasare un giallo di Vázquez Montalbán – tutta la solitudine. L’essere imbrigliato dalle invisibili e solidissime catene della responsabilità per la quale si perde il conto di quanto si lavora, di qual è il tempo dedicato all’azienda e di quante briciole di giornata tocchino per se stessi. Non un bel periodo, insomma. E proprio in quei rari momenti in cui capitavo a Massa, Stefano mi disse: «perché non affitti in videoteca Le conseguenze dell’amore? E’ un film bellissimo».
Aveva ragione: il titolo – all’apparenza melenso – nascondeva in realtà una storia durissima e, manco a dirlo, di solitudine. La sinossi è raccontata qui, ma l’aspetto geniale del film sta nella sua costruzione: solo alla fine si capisce l’intera storia di Titta Di Girolamo, interpretato, ancora una volta, da un ottimo Toni Servillo. Uomo che arriva dal teatro e che sa usare bene i muscoli della faccia e che adesso – dopo intensa attività teatrale e cinematografica (per quest’ultima quasi sempre in coppia con Sorrentino) – si trova, insieme al “suo” regista, alla ribalta internazionale con Golden Globe, anticamera auspicata di qualche Oscar.
La cosa, in tutta franchezza, non mi stupisce: loro sono bravi e se lo meritano.
PS (del 6 fabbraio): sono andato a vedere il film, ieri sera. E’ un film “strano”, che non capisco ancora se e quanto mi sia piaciuto in realtà. E, nel frattempo ho anche scoperto che qualcuno – senz’altro più autorevole e con più cultura cinematografica di me – l’ha stroncato. Esattamente qui: http://www.linkiesta.it/la-grande-bellezza. Buona lettura…