La chimera

Dunque, dopo aver visto anche La chimera su Mubi, direi che questa piattaforma di streaming è quella più giusta per me (giuro che non mi pagano…).

La chimera (2023) di Alice Rohrwacher racconta la storia di Arthur (Josh O’Connor), un inglese dotato di una sorta di sensibilità quasi medianica che aiuta una banda di tombaroli a trovare tombe etrusche. Ma questa è solo una prima lettura – la trama superficiale – del racconto. Se si scava – e il termine pare appropriato, visto il tema – il film parla della ricerca di qualcosa che non può essere recuperato: un amore perduto, un passato che continua a chiamarci, un mondo che sembra sepolto ma non smette di esercitare il suo fascino.

La Rohrwacher tesse una narrazione che riesce a tenere insieme elementi molto distanti tra loro: il realismo della provincia italiana degli anni Ottanta, la favola, l’archeologia, il lutto, l’umorismo, il mito. Non c’è mai un confine netto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra storia e leggenda, tra ciò che è reale e ciò che appartiene all’immaginazione.

L’aspetto che mi è sembrato tra i più riusciti è il modo in cui la pellicola parla del patrimonio culturale: i tombaroli rubano oggetti antichi per venderli sul mercato nero, ma il vero saccheggio, sembra dirci Rohrwacher, è quello di chi considera il passato solo una merce. Gli Etruschi non sono un fondale esotico: rappresentano un tempo che continua a vivere sotto i nostri piedi, e che l’Italia spesso sfrutta senza davvero ascoltarlo.

C’è poi una interessante “licenza poetico-geografica”: Rohrwacher non costruisce uno spazio realistico, ma uno spazio della memoria. Come accade nei sogni, luoghi distanti vengono accostati senza che questo produca alcuna stonatura. È un’Italia centrale immaginaria, fatta di Maremma, Tuscia, Val di Cecina, costa tirrenica… un territorio che esiste emotivamente prima ancora che geograficamente. Lo dico per aver distintamente riconosciuto la centrale di Montalto di Castro e la finta stazione (abbandonata?) di Riparbella (che però si trova in Val di Cecina – nella realtà anche questo luogo è “inventato”, trattandosi della stazione di Gallese-Bassanello): si tratta di luoghi che mi sono familiari grazie al mio passato ferroviario, ma sembra che il film non voglia ingannare lo spettatore facendogli credere che quei luoghi siano contigui. Semplicemente li mette in relazione, come se appartenessero allo stesso paesaggio interiore e questo alla fine è coerente con il tema del film. L’archeologia nel film, in fondo, non riguarda soltanto gli Etruschi, ma ha a che fare anche i luoghi marginali, le stazioni quasi dimenticate, le case mezze diroccate (quella in cui vive la madre di Beniamina, Flora, interpretata da Isabella Rossellini), la campagna attraversata da un traliccio o da una centrale nucleare mai entrata in funzione. È un’archeologia del presente.

La centrale di Montalto è, in questo senso, quasi un controcanto perfetto alle tombe etrusche: da una parte una civiltà di duemilacinquecento anni fa che continua a parlare; dall’altra un monumento del futuro immaginato negli anni Settanta, rimasto incompiuto – o meglio: riconvertito con altro combustibile per un breve intervallo di tempo prima del definitivo smantellamento. Due rovine di epoche diverse che convivono nello stesso paesaggio.

Le musiche sono belle, appropriate e usate con ottimo gusto. La fotografia di Hélène Louvart è poi un altro punto di forza: cambia persino formato e grana a seconda dei momenti del racconto, come se anche la pellicola scavasse negli strati del tempo. Non è un esercizio di stile: serve a dare la sensazione che il passato possa irrompere nel presente in qualsiasi momento.

Negli “ingredienti” ci vedo i grandi maestri del passato: Fellini, per il gusto del meraviglioso e del carnevale umano; Pasolini, per il rapporto quasi sacrale con la terra; Ermanno Olmi, per l’attenzione agli umili e forse un pizzico dell’eco del mito di Orfeo: la discesa nel sottosuolo è anche una discesa dentro il desiderio di riportare indietro chi non c’è più.

Mi fermo qui perché altrimenti rischio lo spoiler. Questo blog alla fine non è che un quaderno di appunti digitale in cui cerco di tenere traccia delle cose (soprattutto quelle belle) che ho visto, nelle quali mi sono imbattuto, prima che l’oblio (quello “piccolo”, quindi quotidiano, ma anche quello “medio” che si estende lungo i decenni, fino ad arrivare al “grande” per il quale semplicemente non ci saremo più per ricordare alcunché…) fagociti tutto. Non ho molti lettori – credo pochi amici che guardano per affetto, ma se tra quei pochi qualcuno volesse guardare il film mi dispiacerebbe anticipargli delle cose…

Locandina del film

Locandina del film

 

“Piccolo corpo”: un viaggio attraverso il dolore, la fede e il confine

Ci sono film che finiscono con i titoli di coda e altri che lasciano un’impronta e continuano a lavorare dentro di noi per giorni. Piccolo corpo (2021), opera prima di Laura Samani, appartiene decisamente alla seconda categoria.

La storia prende spunto da una tradizione realmente esistita nelle regioni alpine: quella dei cosiddetti “santuari del respiro”. Erano luoghi in cui venivano portati i neonati nati morti nella speranza che dessero un unico, fugace segno di vita, sufficiente a ricevere il battesimo e a non morire nel “limbo dei bambini“. Oggi questa credenza può apparire incomprensibile, ma non in quell’universo.

La protagonista, Agata, interpretata da Celeste Cescutti, affronta un viaggio che diventa ben presto qualcosa di più di uno spostamento nello spazio. Si parte dal mare e, passo dopo passo, ci si dirige verso la montagna. È difficile non pensare a una sorta di anabasi: un’ascesa che è insieme fisica e interiore. Non una ricerca di redenzione in senso moderno, ma il tentativo di dare un significato a un dolore che altrimenti rimarrebbe insopportabile.

Lungo il cammino compare Lince, uno dei personaggi più interessanti del film. È una figura sospesa, che sembra appartenere a più mondi senza essere davvero accolta da nessuno. Vive ai margini della comunità e proprio per questo conosce i sentieri, le regole non scritte e le ambiguità necessarie per attraversare un territorio difficile. Più che una semplice compagna di viaggio, diventa una presenza indispensabile, quasi una guida attraverso una serie di confini: geografici, sociali ed esistenziali.

L’aspetto che dà concretezza al film è la rappresentazione del mondo contadino. È un ambiente duro, dove la solidarietà esiste ma raramente è gratuita. Chi aiuta Agata spesso chiede qualcosa in cambio. Non è cattiveria: è il riflesso di una società povera, nella quale ogni gesto ha un costo e ogni dono crea un debito. È un dettaglio che contribuisce a rendere la narrazione molto credibile.

Anche il paesaggio ha un ruolo fondamentale. Il mare, le paludi, i boschi e infine la montagna non fanno semplicemente da sfondo alla vicenda: sembrano partecipare al racconto. La natura non è idealizzata e non consola. È bella, ma può essere ostile; offre un passaggio, ma può anche negarlo. Nel film i protagonisti devono scegliere se scalare una montagna o, attraverso una miniera, passarci attraverso. Passando al suo interno risparmierebbero tempo e fatica. I minatori mettono sull’avviso – forse anche per non prendersi delle responsabilità: la montagna “mangia” le donne (quindi loro in quanto uomini possono entrare e uscire, ma le donne no…) e pare nessuna sia uscita viva dal ventre della montagna. Agata, dopo un breve conciliabolo con Lince, si fa coraggio e affronta il labirinto della miniera nella quale i due rischiano ad ogni momento di perdersi.

Dal punto di vista cinematografico, Laura Samani dimostra grande sicurezza, evitando spiegazioni inutili, lasciando spazio ai silenzi, affidandosi ai volti, ai corpi e ai paesaggi. Anche la scelta di utilizzare i dialetti locali contribuisce a creare un senso di autenticità che difficilmente si dimentica.

Piccolo corpo è un film che permette di osservare un mondo lontano senza trasformarlo in un semplice documento etnografico o in una curiosità storica.

È un film che colpisce lo spettatore e che, una volta terminato, continua a far riflettere. Davvero una bella sorpresa.

Locandina del film

Locandina del film

Nel cuore del gatto. La letteratura come antidoto

Forse dire “letteratura” è troppo, ma certamente parliamo di buona – se non ottima – narrativa. Non annoio, chi leggerà, con i dettagli che mi hanno portato (a) questo libro: basti sapere che la moglie di un caro amico l’ha tradotto e l’amico me ne ha voluto fare dono – e questo mi tiene sempre un passo indietro (l’ultimo dei molti di cui sono indietro) nella tacita “gara” di generosità nei confronti di costoro. Ovviamente non parlo di generosità solo in senso strettamente economico: quella è la meno rilevante, anche se pure quella c’è!

Ieri sera l’ho “attaccato” e, forse un po’ sensibile a certe questioni – che riguardano (1) in generale, ma anche nello specifico, il nostro modo di vivere e (2) la fatale attrazione che da qualche anno subisco per questo “Oriente caucasico” così mescolato, così ricco… – ne sono rimasto impressionato, per una serie di motivi che di fatto costituiscono – o dovrebbero auspicabilmente costituire – quell’antidoto alle orribili notizie che dai media (i nostri e solo i nostri) arrivano.

Il romanzo, evidentemente autobiografico, narrato in prima persona, parla di una giovane donna, Jina, nata in Germania da genitori iraniani che per la prima volta, intorno al 2000 (quindi tra i 25 e i 30 anni di età) si reca nel “suo” Paese, l’Iran. Arriva a Teheran e ne viene travolta per sensazioni ed emozioni. Il “sangue” le parla. A un certo punto sul cibo dice: «Cucinare persiano per una persona sola è triste, nessuno lo fa, anche cucinare persiano per due è triste, a meno che la seconda persona non resti a mangiare per sempre, si cucina persiano per almeno quattro persone, con quantità di cibo inferiori non si può farlo» (p. 83). Già da qui si intuiscono delle cose. Il senso di struggimento per un luogo passa non solo dal suo cibo – e noi italiani sappiamo quanto questo ha senso – ma anche per la modalità (l’abbondanza) “necessaria” di cui questo cibo ha bisogno per poter essere realmente gustato. Da soli non vale. Vale poco per due, a meno che l’altra persona non sia “per sempre”, almeno idealmente. Minimo quattro, ecco. Il grado di felicità minimo passa da quel numero, arbitrario quanto vogliamo, ma necessario a comprendere che la vita, la nostra esistenza ha senso in interazione con gli altri. Come recitava un vecchio album dei Placebo: Without you I’m nothing (anche se il video più bello, magnetico ancora oggi, insieme alla canzone, resta quello di Pure Morning, sempre nello stesso LP). O come recita una delle interpretazioni di quello strano mondo subatomico della Meccanica Quantistica, le particelle (noi quindi?) esistono solo se (e quando) interagiscono tra loro, altrimenti è come se non esistessero (l’interpretazione è quella fondata, almeno in parte, dal fisico teorico italiano Carlo Rovelli e il suo nome è Meccanica Quantistica Relazionale). Ci torneremo.

Il viaggio, l’interazione con la sorella più grande che in Iran è tornata a vivere nonostante tutto, è il pretesto per narrare la storia, l’evoluzione del Paese, molto “occidentale” prima di tornare a essere una teocrazia feroce. Lo zampino è sempre quello del maledetto Occidente, di noi, non noi noi, ma noi occidentali che davvero siamo un flagello. Il flagello si chiama Inghilterra che approfttò di una monarchia debole per impossessarsi delle risorse petrolifere del Paese. La sorella della protagonista lo racconta così: «[…] Poi si intromisero gli inglesi, volevano il nostro petrolio e proposero a Reza, il soldato, di diventare imperatore, gli dissero che era ancor meglio che fare il presidente, l’imperatore della Persia, loro lo avrebbero aiutato, ma in cambio lui avrebbe dovuto fornire loro il petrolio, e così Reza il soldato si autoincoronò imperatore» (p. 99). La destabilizzazione dell’area fu voluta e decisa dagli anglo-americani: Reza fu costretto a fuggire e la situazione si complicò con l’arrivo sulla scena di Mohammad Mossadeq. La storia ha vari colpi di scena – che si possono facilmente leggere anche solo sulle pagine Wikipedia dedicate a questi personaggi o alla storia recente dell’Iran. Sia come sia, nel 1979 i mullah riprendono il poter facendo tornare indietro le lancette dell’orologio. L’Iran che aveva goduto di diritti civili, di una emancipazione femminile pari a quella occidentale, ripiombò nella follia della teocrazia: sempre la sorella della protagonista a un certo punto dice: «Nessuno commette il male in modo così efferato e deciso come chi è mosso da convinzioni religiose» (pp. 108-109). Anche su questo torneremo.

L’Iran è (è diventato?) un Paese feroce. Le donne – di famiglia e non – che Jina, la protagonista, incontra hanno tutte subito qualche lutto: mariti, compagni scomparsi o brutalmente uccisi perché di idee meno ortodosse dell’ultraortodossia vigente. Una delle zie, la più “saggia”. le dice a un certo punto: «Nessuna domanda è indiscreta […] ma devi essere preparata a sentire la risposta. Qui non avrai risposte discrete, o non ne avrai per niente o saranno così atroci che ti pentirai di aver voluto sapere. In Iran ci sono solo due possibilità, o ti mordi la lingua o ti piazzi di fronte alla morte e gliela mostri» (p. 124).

Ma le persone resistono, la gente resiste. Resiste e tiene in vita tradizioni nobilissime e forse secolari che lasciano intuire a noi, ai nostri occhi occidentali, come si può vivere, come si può stare al mondo in una modalità alternativa alla nostra. Jina e la sorella Roya partono per un viaggio nel Paese – in quel Paese d’origine che Jina non ha mai visto. Uscendo da Teheran con l’auto Jina è attratta da una curiosa scena: «[…] sul ciglio della strada vedo un uomo in uno scintillante abito grigio-azzurro che offre medaglioni di pane alle auto di passaggio, pescandoli uno a uno da una borsa di plastica ai suoi piedi. […] “Perché quell’uomo distribuisce pane?” chiedo. “Nazri“, risponde Iman. “Che cosa vuol dire nazri?”. “Quando ti succede qualcosa di bello, per esempio se qualcuno che ami era gravemente malato e guarisce, e tu ringrazi dai pesci alla luna e distribuisci dei doni. Questo è nazri. Qui i soldi non hanno valore, è il nutrimento che vale più di ogni altra cosa, se prepari del cibo con le tue stesse mani la sorte sarà ancora più generosa. Ma il nazri non porta fortuna solo a chi lo dispensa, anche a chi lo riceve”. Guardo Roya commossa. Vorrei dirle che la poesia quotidiana delle persone di qui mi sconvolge, in una città di venti milioni di abitanti c’è gente sul ciglio della strada che distribuisce pane fatto in casa per ringraziare di quel che le ha riservato la sorte» (pp. 137-138, grassetto mio).

Chiudo con le citazioni (questa è l’ultima, ma sono a circa metà del libro). Le due sorelle, insieme alla loro accompagnatrice Iman, parlano e tornano a dire della socialità che trova forme tutte sue. Per trovare un minimo di libertà ed evitare il controllo statale della “polizia morale” – se non fosse realtà sarebbe una distopia fantascientifica… – ci si ingegna, si inventano “ristoranti” che sono le case delle persone: «[…] i ristoranti qui sono tutti privati, per così dire, ma non ci andiamo in due o in quattro, ci andiamo almeno in venti, con la famiglia al completo, ognuno porta qualcosa, antipasti, dolci, distillati fatti in casa, e poi si balla, metà degli invitati si addormentano (sic!) sul divano, chi ce la fa torna a casa, e la sera dopo ci si incontra tutti fa qualcun altro, e si fa il giro. Questa vicinanza mi rende felice. Qui la solitudine non esiste»  (pp. 152-153, grassetto mio).

Il cuore del gatto, copertina del libro

«Nel cuore del gatto», copertina del libro

Non ho molto altro da dire. Cioè vorrei dire molto, ma mi sembra tutto estremamente spiegato da sé. Più sopra ho scritto “ci torneremo” e adesso mi sembra di non dover tornare proprio su nulla. L’impressione – ma forse è una suggestione legata alla lettura – è che gli anglo-americani (e noi occidentali al seguito) provino una forte invidia per i modi di vivere alternativi al loro, al nostro. Forse avidità, forse invidia, non so. Mi sembra che a un certo punto le ragioni politiche, economiche quasi vengano meno rispetto a questa umanità che conserva cose, modi di essere, modi di compartarsi, modi di interagire con gli altri, che noi abbiamo dimenticato nella stragrande maggioranza dei casi. Forse il motivo delle guerre, di questa guerra, va al di là delle ragioni contingenti, va al di là del petrolio e c’è questa sorta di ostinata pertinacia, questa ostinata volontà prevaricatrice – amplificata dai nostri media mainstream – che non ha senso e non si spiega con l’accaparramento delle risorse, del petrolio o di altro. O almeno: non solo con questo. Sembra che si sia alla ricerca di altre ricchezze, impalpabili (la solidarietà umana, la gioia di stare insieme e condividere), e che, non potendole più avere, le si voglia quindi sottrarre agli altri, a quei popoli che ancora le conservano.

Infine: quanto potrà mai essere malvagio un Paese (gli abitanti di quel Paese intendo, non chi li governa) che dedica mausolei ai suoi poeti (Firdusi, Hafez)?

Ah, dimenticavo la cosa più importante: il titolo. Perché “nel cuore del gatto”? Beh… non mi sembra giusto fare spoiler e… dovrete leggere il libro per saperlo 😉

 

Zeitgeist

Ecco se penso allo «spirito del tempo», allo zeitgeist, devo dire che questo breve scambio con un conoscente del quale non rivelerò l’identità, sia illuminante e (mi) faccia capire come io sia fuori dal mondo pensando ancora come concetti quali dignità e decoro possano avere un valore… non c’è molto da commentare.

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Potenza degli ibridi (e di altro ancora)

Una delle cose che mi fa più sorridere ultimamente è il «machismo motociclistico». I motociclisti “duri e puri” vedono chi ha uno scooter al meglio come uno sfigato, al peggio come un “handicappato” (si può ancora dire senza offendere nessuno? Perché di questi tempi bisogna fare molta attenzione a cosa e a come si scrive…).

Nella mia abbastanza lunga vita sono partito dal “ciao”, poi la “vespa”, poi la “moto” (quella dei motociclisti: una Kawasaki Z750S, per chi fosse interessato), poi – visto che con quella mi hanno quasi ammazzato (letteralmente) – l’ho usata ancora un po’ (poco) in favore di uno scooter (più utilizzabile e più utilizzato), cambiato con un altro… scooter? moto? E qui viene il bello. Perché si chiama “Forza” e a me pare ancora l’ottimo punto di congiunzione tra i due che il mercato può offrire. Eppure c’è chi, su quella pubblica piazza chiamata Facebook, ancora se la smena con una tassonomia che nasconde acrimonie, non detti, “vorrei ma non posso”, “posso ma non vorrei”, orgoglio motociclistico, leoni da tastiera e quant’altro vi pare. E, nel mondo in cui viviamo, questo mi pare di una idiozia formidabile.

Sia come sia: io ho un Forza “1a serie” (2021) col quale ho fatto quasi 50mila goduriosissimi km. Ah, poi ho ancora un’altra moto, quella che io chiamo “la mia crisi di mezz’età”, quella per la quale si vorrebbe avere la testa che si ha adesso (colma di giudizio e sufficiente buon senso – anche se sulle strade a volte non bastan neppure quello), ma fisicamente vent’anni meno per reggerla come si deve… ma di questa parlerò magari un’altra volta…

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Sirat: caso, paradiso, inferno

Ho visto Sirat, un film dalla trama semplice, ma dagli esiti e dagli avvenimenti che hanno – come il titolo dice – un che di escatologico. Partiamo proprio dal titolo: la ṣirāṭ (in arabo: الصراط) è il ponte escatologico dell’Islam, sottile come un capello e affilato come una lama, che ogni essere umano dovrà attraversare nel Giorno del Giudizio per raggiungere il Paradiso. Chi non riesce a superarlo cade nell’Inferno.

Nel Qurʾān (Corano) il termine ṣirāṭ compare molte volte, ma quasi sempre nel senso generale di “via”, “sentiero”, “retta via” (ṣirāṭ al-mustaqīm). Non c’è una descrizione dettagliata del ponte escatologico come struttura fisica sospesa sull’Inferno. Tuttavia, alcuni versetti sono stati interpretati in chiave escatologica, in particolare nella Sura 19 (Maryam), 71–72: «Non c’è nessuno di voi che non passerà su di esso (l’Inferno)…
Poi salveremo i timorati e lasceremo lì gli ingiusti in ginocchio». Qui non si parla esplicitamente di un “ponte”, ma la tradizione ha letto questo passaggio come riferimento all’attraversamento della ṣirāṭ.

La descrizione dettagliata della ṣirāṭ si trova soprattutto nei ḥadīth (tradizione profetica), cioè nei racconti attribuiti a Maometto e raccolti in opere canoniche come:
• Sahih al-Bukhari
• Sahih Muslim.

Qui il ponte è descritto come: più sottile di un capello, più affilato di una spada, teso sopra l’Inferno e attraversato con velocità diversa a seconda delle opere compiute (alcuni come un lampo, altri strisciando). Qui compaiono anche immagini vivide: uncini che afferrano i peccatori, cadute, intercessione dei profeti. C’è da dire che l’idea del ponte escatologico non nasce nel vuoto. C’è un parallelo molto evidente con il ponte Činvat dello zoroastrismo, che separa giusti e malvagi nell’aldilà. Considerando il contesto culturale dell’Arabia tardoantica, il confronto è quasi inevitabile.

Un po’ come per tradizioni più vicine a noi – sebbene in qualche modo più “laiche” (penso al “solito” Dante) – abbiamo a che fare con un’immagine potente perché unisce giudizio morale e precarietà fisica: la “retta via” vissuta in vita diventa un attraversamento reale dopo la morte.

Sirat, la locandina del film

Sirat, la locandina del film

Ma veniamo al film: un uomo europeo (spagnolo) attraversa il Marocco alla ricerca della figlia scomparsa, forse finita dentro una comunità di rave itineranti nel deserto. Si unisce a un gruppo di giovani nomadi, outsider, che vivono ai margini – tra musica elettronica, spostamenti continui e una libertà che è anche precarietà.

Il viaggio si fa sempre più estremo: il paesaggio si svuota, i punti di riferimento spariscono, gli incontri diventano ambigui. La ricerca iniziale perde centralità e si trasforma in un attraversamento quasi iniziatico, dove contano meno le motivazioni individuali e più la resistenza – fisica e mentale – al limite. Accadono cose impreviste e stranianti: l’eterogeneo gruppo sostanzialmente si dimezza.

Se si tenta di leggere il film alla luce della ṣirāṭ, il cortocircuito diventa in una qualche misura evidente perché nella tradizione islamica l’attraversamento è moralmente ordinato (i giusti passano, gli altri cadono), mentre nel film è radicalmente contingente: non c’è nessun segno che i tre sopravvissuti a questa odissea siano più puri, abbiano capito qualcosa di più o abbiano fatto scelte migliori. Anzi: il film sembra costruito proprio per negare qualsiasi teleologia morale leggibile.

Se vogliamo tentare di forzare (senza esagerare) il parallelismo tra il titolo (che richiama alla tradizione che abbiamo accennato) e quel che accade, possiamo vedere nel deserto lo spazio dell’aldilà (svuotato, assoluto, senza appigli), nel viaggio l’attraversamento della ṣirāṭ e nelle perdite che si susseguono, le cadute nel vuoto, ma anche così manca l’elemento centrale della tradizione religiosa: un criterio di giustizia che sia riconoscibile.

Alla fine nel film (come nella realtà, verrebbe da dire) non c’è Dio che giudica, non c’è bilancia delle azioni e non c’è proporzione tra colpa e destino e quel che emerge è qualcosa di più duro: la sopravvivenza come fatto opaco, quasi arbitrario.

Ci troviamo in sostanza di fronte a due possibili letture: la prima, “negativa” e disincantata, secondo cui il film svuota il simbolo: prende l’immagine potente della ṣirāṭ e la mostra senza fondamento morale. Il mondo non è giusto, non c’è corrispondenza tra vita e destino. Attraversare è una questione di caso, resistenza, fortuna. La seconda lettura è più “radicale” e sottile: il giudizio non è abolito, ma piuttosto è reso illeggibile dall’esterno. Non sappiamo davvero cosa “vale” per quei personaggi, perché come spettatori non li conosciamo fino in fondo e il film ci nega l’accesso a una scala etica chiara.

In questa chiave, il disagio che lo spettatore prova è voluto: viene messo nella posizione di chi cerca un senso morale… e non lo trova (come del resto è nella vita vera).

In ogni caso ci troviamo di fronte a un bel film.

La scrittura perduta. Viaggiare, smarrire, riscrivere

C’è una strana maledizione che accompagna gli scrittori (in viaggio ma non solo) — una maledizione lieve o tremenda, a seconda dei casi, ma sempre significativa: quella della perdita.
Non del bagaglio o del denaro, ma della scrittura stessa: degli appunti, del dattiloscritto, del taccuino dove il mondo si stava già trasformando in racconto.

Nicolas Bouvier la conosce bene. In La polvere del mondo, dopo mesi di fatiche e di polvere vera, racconta l’episodio quasi di passaggio, ma con il tono dolente di chi ha visto dissolversi una parte di sé: il suo dattiloscritto — il cuore del viaggio — finito tra le mani distratte di un inserviente, sparito per sempre. È una scena che suona come un ammonimento: il mondo restituisce al viaggiatore tutto ciò che vuole, tranne la possibilità di fissarlo davvero. Scrivere, per Bouvier, è un modo di viaggiare ancora; perderne la traccia è quasi un ritorno all’essenza del cammino, dove nulla resta.

A distanza di decenni, un episodio simile accade a Marco Paolini (che si cela fino a metà libro con lo pseudonimo di “740”, storica locomotiva delle ferrovie italiane): in viaggio con Paolo Rumiz, in “seconda classe“, gli rubano lo zaino. Dentro c’erano anche gli appunti, i pensieri nati dal tragitto — quella minuta sedimentazione di sguardi e parole che fa di ogni tappa una piccola storia. Ma anche qui la perdita diventa parte del racconto: ciò che scompare obbliga a reinventare, a riattraversare il percorso con la memoria, a fidarsi di un’altra forma di scrittura, più orale, più fragile e forse più vera.

copertina de "La polvere del mondo"

La copertina del libro

Ma la “maledizione” può assumere toni ben più crudeli. Nel 1913, Dino Campana affida a Soffici e Papini il manoscritto del suo Il più lungo giorno. Chiede solo di leggerlo, di aiutarlo a pubblicarlo. Lo perdono — o peggio, lo dimenticano. Campana, furioso e disperato, lo riscrive a memoria: nasce così Canti Orfici, un libro che vibra di follia e di genio, ma anche del trauma della riscrittura, della ferita che diventa forma. Quasi sessant’anni dopo, il manoscritto originale riaffiora fra le carte di Soffici, come un fantasma tardivo, inutile e beffardo. In Campana, la perdita si fa creazione: non è più l’incidente del destino, ma il motore segreto della poesia.

Anche Hemingway, nel 1922, conobbe il medesimo colpo. Una valigia contenente tutti i suoi manoscritti giovanili sparì a Parigi. Non si riprese mai del tutto, ma da quella frattura nacque una nuova voce, asciutta, essenziale: “bisogna ricominciare sempre da capo”, scriverà più tardi, come se la distruzione fosse una forma di purificazione letteraria.

E poi ci sono i viaggiatori cronici, come Bruce Chatwin, che vivevano nella perdita come in una seconda natura. I suoi taccuini Moleskine — strumenti e simboli insieme — erano un modo di trattenere l’effimero, ma anche di accettare che tutto, prima o poi, svanisce. Per lui, come per Bouvier, il viaggio è già scrittura che si disfa, impronta sulla sabbia, traccia che il vento cancella.

Da Campana a Bouvier, da Hemingway a Paolini, da Chatwin a chissà quanti altri, si delinea una genealogia del perduto: scrittori per i quali il vuoto non è un accidente, ma una condizione. Il manoscritto smarrito, l’appunto sottratto, la pagina bruciata sono figure di una verità più profonda: ogni scrittura nasce da un atto di perdita. Si scrive per salvare, ma anche per constatare che nulla si salva davvero.

Forse è questo, in fondo, il segreto comune di chi viaggia e di chi scrive: camminare sapendo che il mondo, e ciò che si scrive di esso, non ci appartiene.
E che la bellezza — come la polvere del mondo — resta solo a chi accetta di perderla.

“Lettera aperta” agli Stati Uniti d’America

La presente “lettera aperta”, che credo pochissimi leggeranno e, nell’economia delle cose del mondo, avrà un valore pari a zero (1), scaturisce in primo luogo dalla recente “ascesa al trono” di Mr. Donald Trump e in secondo luogo dalla lettura di un vecchio romanzo di Frédéric Beigbeder, Windows on the world, scritto all’indomani della tragedia delle torri gemelle.C’è una pagina di questo romanzo che mi colpisce perché sembra scritta oggi:

“Finestre sul Mondo”. La mia prima impressione consiste nel trovare tale nome abbastanza pretenzioso. Un po’ megalomane, soprattutto per il ristorante di un grattacielo in cui sono raggruppati mercati finanziari, banche e società di mediazione. Si può vedere questo nome come una prova supplementare dell’arroganza americana: “Il nostro locale sovrasta il centro nevralgico del capitalismo mondiale e vi disprezza cordialmente”. In realtà si trattava di un gioco di parole sul World Trade Center. “Finestre sul World”. Come al solito, con la mia acidità tipicamente francese, vedo della sufficienza là dove c’era solo della lucidità ironica. Come avrei battezzato il ristorante situato all’ultimo piano del World Trade Center? “Roof of the World”? “Top of the World”? Sarebbe stato ancora peggio. Totalmente cafone. Perché non “King of the World” come Leonardo Di Caprio in Titanic, già che ci siamo? (“Il World Trade Center è il nostro Titanic, ha dichiarato il sindaco di New York, Rudolph Giuliani, all’indomani dell’attacco.) Certo, a posteriori, come ex creativo pubblicitario provo un tuffo al cuore: ci sarebbe stato un nome magnifico per questo posto, un marchio sublime. umile e poetico. “END OF THE WORLD”. In inglese, end non significa soltanto “fine”, ma anche “”estremità”. Dato che il ristorante si trovava sotto il tetto, *End of the World” voleva dire “a un’estremità della torre”. Ma gli americani non amano questo tipo di spirito; sono molto superstiziosi. Per cui non c’è mai il tredicesimo piano nei loro building. In fin dei conti, Windows on the World era un nome molto azzeccato. E poi commerciale, altrimenti perché Bill Gates avrebbe scelto di battezzare anche lui “Windows” il suo celebre software, alcuni anni dopo? Non era certo la vista più alta del mondo:il World Trade Center culminava a 420 metri, mentre le Torri Petronas a Kuala Lumpur misurano 452 metri e le Sears Towers di Chicago 442. I cinesi stanno costruendo la torre più alta del mondo (460 metri) a Shanghai: il Shanghai World Financial Center. Spero che questo nome non porti loro sfortuna.

(op. cit., Bompiani, Milano, 2004, pp. 16-17)

Questo ovviamente perché il libro è stato scritto diversi anni fa, mentre sappiamo che nella “corsa al cielo” ormai siamo ad altezze quasi raddoppiate…

Diagramma con la skyline degli edifici più alti del mondo.

Diagramma con la skyline degli edifici più alti del mondo: le Petronas Towers, tanto per dire, non vengono neppure più prese in considerazione. Da “Wikipedia”: di Phoenix CZE (Opera propria, CC BY-SA 4.0)

Da sempre leggo una certa aggressività che trabocca dalla sponda opposta dell’Oceano e arriva fino a noi, passando da quella primigenea servitù culturale da cui siamo da almeno 80 anni (diciamo dalla fine del secondo dopoguerra) ammorbati: film, telefilm e storie che sono sempre le stesse e si risolvono, sorpattutto, sempre nello stesso modo: a colpi di arma da fuoco. Generalizzare è ingiusto – gli “americani” (che poi sono, per una sineddoche, gli statunitensi) sono davvero tanti e di fatto costituiscono un mezzo continente, ma tant’è: sono rappresentati da quel signore lì e con quel signore lì e il suo establishment bisogna che il mondo si confronti.

Promesse di dazi, rivoluzioni, guerre economiche, guerre digitali, uscita da trattati internazionali per la mitigazione dell’impatto sul clima (noti come “Accordi di Parigi”), uscita addirittura dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (così se avviene un fenomeno pandemico analogo a quello del Covid, le cose non potranno che peggiorare…), guerre vere ma, mi sembra, nessuna pace – anche se pare che gli osservatori internazionali siano concordi nel sostenere che la guerra russo-ucraina finirà grazie a lui (se ci si pensa, un potere immenso…). A me pare però che non ci sia davvero nulla di nuovo sotto il sole. Alla fine – e qui mi rivolgo direttamente a loro – voi statunitensi e i vostri “cugini” inglesi avete fatto il bello e il cattivo tempo in giro per il mondo come, quando e quanto avete voluto da almeno 400 anni (malcontati) a questa parte. Avete “esportato democrazia” per importare materie prime. Avete fatto e disfatto, distrutto e poi ricostruito ovunque perché questo è connaturato al capitalismo che, saturati tutti i mercati possibili, deve artificialmente crearne di nuovi, azzerando, con una bella guerra da qualche parte, tutto.

Mio padre, cari statunitensi, mi ricordava che la modestissima casa nella quale ho trascorso tanta parte della mia infanzia e giovinezza fu ricostruita grazie a voi, ma solo in tempi relativamente recenti mi raccontò l’altra metà della storia: la casa è rimasta in piedi per tutta la guerra e venne distrutta da una bomba lanciata da un vostro aereo, proprio poco prima che la guerra terminasse. Il celebre “fuoco amico” e i classici due piccioni con una fava: si svuotano i magazzini di armi e si fa in modo che un paese (perdente e servo come il nostro) fruisse del piano Marshall, per fare in modo che vi fosse eterna riconoscenza, oltre alla ovvia concessione di suolo patrio per impiantare le vostre basi militari, ai tempi della guerra fredda. Riconoscenza che ancora oggi si riverbera con le frequenti visite della nostra (beneamata?) premier.

Siete stati e forse siete ancora i “padroni del mondo”. Tra un po’ grazie a quell’altro signore, quello che flirta con la nostra premier, Mr. Elon Musk, diventerete anche i padroni di Marte (come recitava un vecchio film satirico di Corrado Guzzanti, “rosso, bolscevico e traditor”…) e quindi la vera domanda è: ma noi, resto del mondo, cosa vi abbiamo fatto per meritarci tutto ciò? Perché tanta aggressività e acrimonia? Perché tutta questa follia e questa isteria? “Zappando” sul web mi è tornato fuori questo vecchio cartoon che in tre minuti spiega la vostra storia. Forse una pretesa semplicistica, di eccessiva semplificazione, ma forse è anche la moneta con la quale meritate di essere ripagati, visto che (iper)semplificate tutto e il mondo è, in ultima istanza, o “con voi” o “contro di voi” – mentre io, per esempio, non sono né con voi, né contro di voi:

(1) Ma le cose si fanno per sé, in primo luogo, poi anche perché in un angolo della propria coscienza si spera davvero che contribuiscano per un epsilon piccolo a piacere a cambiare qualcosa del mondo…

Scoiattoli, politica e linee del tempo

Ai miei genitori, fuggiti, in questo 2024, verso altre linee del tempo.

Talvolta, e per taluni, la sproporzione tra le possibilità che si affacciano nel mondo cui viviamo sono tali da indurre giustificazioni a quel che accade, che stanno nella twilight zone, quella zona crepuscolare dove tutto sembra possibile e soprattutto dove ogni cosa sta tra il vero, il verosimile, il possibile e magari l’assurdo – perché in certe occasioni assurda, alle persone di buon senso, sembra essere la realtà stessa.

C’è un antesignano a questa sorta di “commistione” tra realtà e fantascienza che è, per me che scrivo, illustre ed è una sorta di piccolo best seller nel suo genere: Piove all’insù di Luca Rastello, giornalista torinese che ebbi modo di conoscere prima che anche lui, qualche anno fa, migrasse verso altre linee temporali. Luca scrisse e descrisse con occhio sensibile e acuto la realtà degli anni ’70 del secolo scorso, in quel fremito di “realizzabilità dei sogni” di una società (italiana) più equa e più giusta che lo connotò, ma che poi le vicende – note e a lungo analizzate – e quel che accadde, di fatto negarono. I suoi “inserti” fantascientifici, frutto di quelle letture post-adolescenziali e psichedeliche, hanno inizialmente un effetto straniante sulla trama del libro stesso, ma poi, come per magia (magia di cui sono capaci i grandi scrittori, e Luca lo era), tutto sembra tornare, tutto sembra avere un suo equilibrio narrativo.
La spassosa genesi di quello che invece qui voglio segnalare è legata a un recente articolo comparso sul magazine online “Rivista Studio”, in cui, nel 2016, «Donald Trump diventa Presidente degli Stati Uniti, e la sensazione di essere in un punto sbagliato dello spazio-tempo si diffonde velocissima». Insomma: si “dà la colpa” di quel che accade a qualcosa che va storto nella realtà attuale. Un tema caro a chi, come il sottoscritto, è cresciuto a pane e “Ritorno al futuro”. Ma partiamo dall’inizio, che è anche l’inizio dell’articolo di “Rivista Studio”: «Le persone chronically online conoscono bene la cosiddetta Darkest Timeline, nota anche come Weasel Timeline. Breve riassunto: nell’aprile del 2016 una donnola si mette a masticare i cavi elettrici che portano energie al Large Hadron Collider del Cern di Ginevra. La donnola muore, bruciata viva dalle scosse elettriche. Il Large Hadron Collider smette di funzionare per un po’ […]. Nel corso di quell’anno, si verificheranno eventi che lo faranno passare alla storia come uno dei peggiori mai vissuti dall’umanità».

Peanut lo scoiattolo e Frank Longo che lo ha adottato

Peanut lo scoiattolo e Frank Longo che lo ha adottato, divenuto poi rocambolescamente simbolo/mascotte della campagna alle elezioni presidenziali di Trump

Questo l’incipit dal sapore apocalittico dell’articolo che prosegue in una apparente fuga verso una sfrenata fantasia: il legame tra la donnola a Ginevra e la morte violenta di altri piccoli mammiferi “esotici” ma in qualche modo da compagnia a New York, sembra essere legata dal tenue e invisibile filo di questa Darkest Timeline, questa linea del tempo sotterranea e nascosta che mette in relazione eventi apparentemente del tutto sconnessi tra loro. Per l’esattezza a morire a New York sono lo scoiattolo Peanut e il procione Fred.
Nella strampalata logica di questa fantasmagoria – volta, ricordiamolo, a dare una giustificazione (im)plausibile del perché il mondo va come va – la morte di questi due animaletti è di nuovo foriera di sciagure e, in particolare, del dejà vu legato alle elezioni statunitensi, quelle appena avvenute in questo 2024: «questo potrebbe essere l’evento che decide – vogliamo essere ottimisti: contribuisce a decidere – chi vincerà le elezioni negli Stati Uniti. Uno scoiattolo è morto a New York, ucciso dal personale specializzato del Department of Environmental Conservation (DEC) dello Stato di New York. Essendo questi gli Stati Uniti, lo scoiattolo è morto di una morte violenta: gli animalisti dicono che questa è la versione animale della police brutality». Inciso: quando il mondo animale diventa non solo protagonista, ma determinante per la sorte dell’umanità tutta, non può non riaffiorare alla mente la celebre Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. Fine dell’inciso.
Fatto sta che, per tornare alla realtà, Peanut lo scoiattolo esiste(va) per davvero e ha ancora un profilo Instagram con 700mila followers – ma che, andandolo a vedere, nel frattempo sono diventati oltre 900mila. La realtà assume subito una coloritura che sarebbe comica se non fosse realmente tragica: «L’intervento del DEC, come spesso accade negli Stati Uniti quando la pubblica autorità esercita la sua forza sui privati cittadini, è degenerato subito: Peanut ha morso una delle persone incaricate di portare via lui e Fred, fatto che ha reso inevitabile la soppressione sua e del procione. Il motivo è sempre lo stesso: potrebbero avere la rabbia, l’infezione si può appurare solo con un’autopsia, in attesa dei risultati tutte le persone entrate in contatto con gli animali sono caldamente invitate a parlare con il loro medico di base», racconta ancora “Rivista Studio”. L’umano, tal Frank Longo, che ha adottato Peanut e Fred, dopo aver mandato all’inferno il delatore che ha indicato al DEC i due animaletti, ha messo su una raccolta fondi (per cosa, si chiede “Rivista Studio”, non è chiaro) che però ha già raggiunto i 160mila dollari. Segno, anche questo, che viviamo comunque in realtà parallele.
La storia dovrebbe finire qui e dovrebbe avere poco o nulla di interessante, se non come caso di routine riguardante la salute pubblica in uno stato americano, qualcosa che normalmente riguarderebbe solo i residenti locali. Tuttavia, la morte di uno scoiattolo, Peanut, ha scatenato una controversia di portata nazionale e un dibattito politico durante la campagna elettorale americana. In particolare, il tema è stato ripreso dai repubblicani, che hanno iniziato a vedere lo scoiattolo come simbolo della propria battaglia, mettendo in secondo piano animali “totemici” come l’elefante e l’aquila.
In particolare, Elon Musk ha contribuito a trasformare questa vicenda in un’arma retorica – quella che in inglese si dice weaponization: prendi una cosa che non è intesa per far del male a nessuno e la trasformi in un’arma – accostandola a discorsi familiari anche altrove, come la paura che la sinistra voglia limitare le libertà personali e sottrarre beni e animali domestici. I repubblicani hanno inoltre legato la storia a temi quali il possesso di armi e l’immigrazione, descrivendo un governo intenzionato a limitare le loro libertà.
Donald Trump è diventato il “protettore” di Peanut – potremmo dire quasi obtorto collo, visto che inizialmente pare non fosse molto d’accordo – con immagini satiriche che lo ritraggono in compagnia dello spirito dello scoiattolo. Nonostante il silenzio ufficiale di Trump sull’episodio, alcuni suoi sostenitori hanno espresso rabbia verso il governo per questa vicenda, mentre politici come J.D. Vance hanno cercato di sfruttare la storia per guadagnare consensi.
Sia come sia quello che scriviamo, lo scriviamo adesso che Trump è, con largo consenso, il 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Evento inequivocabile che sembra altrettanto inequivocabilmente corroborare la Darkest Timeline Theory.

La via oscura – qualche riflessione

Ho finito di leggere ieri sera La via oscura, di Ma Jian, consigliatomi tempo fa da un amico. Sembra lontano dai temi su cui lavoro negli ultimi anni (la questione energetica), ma non lo è così tanto. E non lo è perché banalmente di risorse – in generale – ce ne sono di più o di meno se a consumarle siamo di più o di meno. L’annosa (e soggetta a enormi tabù) questione demografica – sempre poco sviscerata almeno nel nostro paese in cui si parla di “inverno demografico” (che vale per il nostro paese, ma appena fuori dai confini l’inverno è di nuovo primavera o estate piena…) – ha avuto almeno un maldestrissimo tentativo di azione, non qui ma nella popolosa Cina, con la celebre “politica del figlio unico“. Un tentativo (ripeto: decisamente maldestro), calato dall’alto, di contenere l’esplosione demografica dagli anni che vanno dal 1979 in poi, fino almeno al 2013, anno di ufficiale abolizione di quella che è stata a tutti gli effetti una sorta di follia.

Manifesto pubblicitario sulla politica del figlio unico

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Follia ben narrata nel romanzo crudo, a tratti cruento, di Ma Jian, in cui si racconta la vicenda di una coppia che in sostanza si dà alla macchia, per sfuggire alla “polizia di pianificazione familiare” (una roba a dir poco orwelliana) e accetta lavori e compromessi di sempre più basso livello, pur di rimanere “liberi”. Libertà a cui vanno messe le virgolette perché, tragedia nella tragedia, come accadeva in una Italia di decenni fa (neppure troppi se ci si pensa), la libertà è quella maschile di disporre della propria consorte in sostanza come “fattrice”. La protagonista resta incinta dopo la prima figlia, ma la coppia viene scoperta e… vabbè, non faccio troppo spoiler. In ogni caso si ha l’impressione di una discesa nell’inferno perché al degrado morale, diciamo così, si accompagna il degrado degli ambienti nei quali la famigliola protagonista della narrazione è costretta ad agire: discariche (del mondo occidentale) in cui questi “migranti interni” disgraziati sono costretti a lavorare e a vivere, in mezzo a rifiuti di ogni genere, inizialmente vari (oggetti rotti, tipicamente di plastica) e poi in un distretto specializzato nel recupero dei dispositivi elettronici (del primo mondo). Reietta e costretta all’inferno più degli altri che compongono il terzetto (padre, madre, figlia), la protagonista femminile. Non entro in dettagli e non dico nulla sull’epilogo, ma è un romanzo terribile, che getta una luce davvero sinistra su una nazione enorme, la maggiore potenza mondiale insieme agli USA, che ha grandi se non grandissimi problemi di diritti civili.

Si dirà: sì ma è un romanzo. Già, ma per questo romanzo in sostanza Ma Jian è stato costretto all’esilio, prima a Hong Kong e, dopo che questa è tornata cinese, in Europa (prima in Germania e poi a Londra, recita il risvolto di copertina sulla nota biografica). Da leggere, ma da prepararsi a prendere cazzotti nello stomaco…