Riordinare le idee

don chisciotte e i mulini a vento

Don Chisciotte e i mulini a vento: una battaglia persa…

Dunque, forse sì, si tratta di riordinare le idee dopo un mio articolo/post ospitato sul sito degli amici di Semi di scienza, questo, che arriva dopo la Cop26 e dopo un paio di post dell’amico, collega e autore di Lu::Ce edizioni Luca Pardi, su Facebook (in particolare mi riferisco a questo, questo e questo). A rincarare la dose l’altro amico e autore di Lu::Ce, Jacopo Simonetta, che proprio ieri scriveva questo lungo post, da lui stesso definito “incazzato”, sul nostro sito “apocalottimista”, qui.

Insomma: la scontentezza, lo scoramento e l’arrabbiatura è tanta. E, mi pare, a ragione. Ormai sembra che la tv di stato sia il metro con cui si misuri la distanza tra il paese reale e quello che la politica sembra avere in mente* – eccezion fatta per le notizie di cronaca, pure quelle sempre un po’ al limite dell’incredibile.

L’inerzia ci ammazzerà. E non lo dico solo nel senso letterale del termine, visto che si discute ancora e ancora e ancora, di ridurre le emissioni, nessuno lo fa e se anche le mettessimo a zero adesso, per i prossimi 100 anni almeno (tempo medio della persistenza dell’anidride carbonica in atmosfera, come ci ricorda nelle prime righe di questo post Rinaldo Cervellati) le conseguenze continuerebbero a farsi sentire e sarebbero disastrose. Lo dico anche a titolo personale: si arriva a sera un po’ bolliti e per capire se è successo qualcosa nel mondo si accende la tv e si guarda un TG, retaggio familiare duro a morire – ma almeno NON abbiamo la tv in cucina e quindi non mangiamo guardando la tv (che sarebbe davvero troppo… – una tv che, per fortuna, per altro, guardiamo con parsimonia). E talvolta capita che si veda quella specie di appendice di approfondimento, che più che altro somiglia a uno studio di sociologia/antropologia comparata, per il tenore degli ospiti: “TG2 post”.

Nella puntata del 24 novembre, recuperabile sul web a questo indirizzo, sulla “transizione ecologica” che, sui media generalisti, noto, viene sistematicamente confusa con la transizione energetica, sebbene le due transizioni vadano di pari passo e, semmai, volendo essere un po’ precisi, senza transizione energetica non ci sarà nessuna transizione ecologica, ma vabbè, sono errori veniali, per carità.

Ospiti della puntata: Roberto Cingolani (il “cigolante” Cingolani…), Ministro della Transizione Ecologica; Francesco Caio, AD della multinazionale Saipem (che ha “in pancia” come socio di maggioranza ENI – ah, la transizione come la vedo male…) e infine il Rettore dell’Università “Tor Vergata” di Roma, Orazio Schillaci. Non voglio raccontare la puntata, non avrebbe senso: ognuno può vederla da sé. Ma di questo incontro, al limite del surreale, mi ha colpito un aspetto all’apparenza marginale. Se il diavolo sta nei dettagli, allora da un lato ho ascoltato le affermazioni, al limite dell’imbarazzante, di Cingolani che ribadisce il primato della cultura scientifica (assente) in Italia su quella umanistica (“basta con le guerre puniche!”, al minuto 9,56) secondo un cliché che a fatica da più parti, almeno a parole, si cerca di smantellare, a partire dalla “mia” presidente(ssa) del Cnr, Maria Chiara Carrozza, che nei videomessaggi che riserva a noi dipendenti, parla (finalmente!) di competenze interdisciplinari, così come ne parla lo stesso Rettore che però è il primo, mi pare, a non avere cognizione della patria lingua – ah Dante che da 700 anni sei morto… per favore continua a riposare in pace: questo in cui viviamo è il vero medioevo, non quello in cui tu vivevi!

Cito testualmente dal suo intervento, poco prima di quello di Cingolani sulle guerre puniche: “io credo che l’università di oggi si deve adeguare a quelle che sono le richieste… credo che è necessario sviluppare nuovi corsi di laurea che siano transdisciplinari”. La prima si abbuona sempre, la seconda vuol dire che non sai come si parla: mi sono cadute le orecchie. No, scusi Rettore, con tutto il rispetto, ma in italiano si dice “credo che l’università di oggi si debba adeguare” e anche “credo che sia necessario sviluppare nuovi corsi”. Credo, caro Rettore, che lei debba tornare a studiare l’italiano: all’istituto tecnico industriale che ho frequentato diversi decenni or sono il mio professore di Italiano e Storia mi avrebbe messo 2 per molto meno. E questo, al netto di tutto, credo sia inaccettabile.

Ecco questo, senza neppure entrare nella sostanza delle argomentazioni su cui pure moltissimo ci sarebbe da dire – a partire dal fatto che nessuno ha il coraggio di affermare che bisognerebbe TUTTI consumare MENO -, è stato il tenore della discussione. Si continua con il paradigma “crescista”, quando veramente rivoluzionario (e più aderente alla realtà, se si guarda al grafico qui sotto) sarebbe cominciare a parlare di stato stazionario dell’economia

andameno PIL e debito pubblico in Italia nel ventennio 1995-2015

Andameno PIL e debito pubblico in Italia nel ventennio 1995-2015 (fonte ISTAT)

Chiudo con Cingolani che, annovera (ma non è né il primo né l’ultimo) tra le “rinnovabili” il nucleare di ultima generazione, slittando sulla buccia di banana e cercando di riprendersi in extremis, virando verso la fusione (e non la fissione) che, a quanto ne sappiamo, è ancora una specie di miraggio energetico, degno dei migliori deserti.

Insomma: 20 minuti ben spesi, dove la “Transizione Ecologica” in sostanza è ridotto al gas (Saipem) notoriamente rinnovabile (di notte i giacimenti si riempiono per una legge che forse solo l’AD conosce), le parole d’ordine (sempre le stesse) sono “nuovo”, “novità”, “innovazione”, “formazione” e su quest’ultima possiamo pure mettere da parte le discipline umanistiche – quelle che per prime concorrono allo sviluppo dell’individuo, del suo senso critico e del posto che occupa nel mondo (cose notoriamente inutili e anzi d’ostacolo per un buon tecnico) – in favore, appunto, di capacità che devono essere tutte tecniche, secondo il vecchio, ma sempre valido motto, per il quale alla fine nella società contano i “come fare” più dei “perché fare”…

Ragazzi miei, quanto la vedo bigia!

* Tutti questi “sembra” perché mi rifaccio a percezioni del tutto personali, ma che vedo abbastanza condivise dalle persone che ho intorno, a partire dai due amici citati sopra.

Dante e il sonno (speriamo non della ragione…)

statua di Dante

Quest’anno, lo sappiamo, è l’anno dantesco – per l’esattezza quello che celebra i 700 anni dalla morte. Come Lu::Ce edizioni ho deciso di pubblicare un libro che celebri il sommo poeta in alcune rivisitazioni della modernità. Del libro, curato da due professori francesi (cioè, uno italiano trasferitosi in Francia e uno originario di lì), sono contento perché mi sembra tra le cose “meno noiose” che ho letto negli ultimi tempi su Dante. Per chi fosse interessato, naturalmente, il libro è questo.

In queste sere – stanco di una televisione pubblica che non offre (quasi) nulla e di quella a pagamento che invece, proprio perché a pagamento, non offre davvero nulla – ho deciso di provare a seguire la meritoria impresa della RAI che è consistita, anni addietro, nella registrazione della Lectura Dantis compiuta da Vittorio Sermonti dell’intera Commedia. Ho sempre preferito di più il professorale (e professionale) Sermonti al giullaresco Benigni per queste letture, perché quest’ultimo è bravo, ma alla lunga, con tutte le sue moine, mi stanca. Sermonti, più asciutto nell’esposizione ma per questo con uno stile più sobrio, meglio si attaglia al senso intimo e tragico del poema dantesco. Così ci provo e… mi addormento.

E’ blasfemo, lo so e mi rendo conto di urtare forse più di una sensibilità, ma il monocorde Sermonti ha il potere – quasi magico, perché se una cosa mi interessa non mi addormento di certo! – di condurmi per mano tra le braccia di Morfeo… Ci provo una sera, poi un’altra. Ci provo a un’ora più presta, forse ci dovrei provare la mattina appena sveglio! Niente: invariabilmente, a un certo punto della narrazione, mi addormento. Eppure il viaggio è immaginifico, bellissimo, ricco, ricchissimo – come solo il Medioevo ha saputo esserlo – di simbologie, di sovrasensi, di sottotesti, di allegorie, di ricorrenze numerologiche (il 3, il 7…), e ancora: la lingua arcaica e colta che plasmerà il nostro italiano, i tre regni, il contrappasso… insomma gli ingredienti ci sono tutti per stare con orecchie e occhi bene aperti, eppure succede sempre. Direte: beh certo, dopo una giornata magari di lavoro, in cui si è un po’ stanchi, è normale… No, non è così perché vi confesso dell’altro: avevo acquistato qualche anno fa ormai, le stesse letture sermontiane in file audio/podcast ascoltabili da telefono/tablet/computer e il risultato era lo stesso (a qualunque ora ascoltassi): il sonno. Forse qualcuno che pensa io abbia velleità intellettuali rimarrà deluso, ma non posso non ammettere pubblicamente questa nuda verità.

E quindi perché perseverare? E perché perseverare proprio con Dante? Beh è una storia che arriva da lontano, dalle scuole superiori. Avevamo un professore di Italiano e Storia (… e Geografia e Filosofia e Teatro e… e… di vita) che ci faceva leggere la Commedia. Al Classico? No, all’Istituto Tecnico Industriale, con 20 ore di elettronica la settimana e 5 di italiano. E allora, una volta diplomati, tutti abbiamo dimenticato quei momenti, abbiamo fatto e ci siamo dedicati ad altro, alle nostre vite, più o meno riuscite e a “ricorrere i nostri guai”, come recita una celebre canzone di Vasco Rossi dei nostri tempi. Eppure qualcosa deve essere rimasto se questo interesse riemerge e io, per ora, persevero ogni sera, davanti allo sguardo inespressivo del professor Sermonti, per farmi raccontare ora “il terzo (canto) dell’Inferno”, ora il quarto, poi il quinto…

Chissà, forse la Commedia dantesca appartiene al regno dei sogni e per sognare è richiesto di dormire – questa per ora l’unica spiegazione consolatoria che riesco a darmi…

La sensazione di essere in trappola

Chi mi conosce mi sa ottimista. Ho avuto una vita per certi aspetti complicata e “disperante” in certi frangenti del passato, in occasione di cose che mi sono accadute, ma per le quali non è il caso di annoiare il lettore che arriverà a leggere queste righe. Non ho la vita che avrei voluto o che ancora vorrei, per “addrizzare il tiro” quel minimo necessario a uscire di scena dignitosamente ma, se mi guardo intorno un po’ attentamente, mi viene da chiedermi: chi ha la vita che vorrebbe? Non mi pare siano molti – e non parlo della vita che facciamo vedere agli altri, ma di quella che per noi stessi avevamo immaginato, forse sognato.

Da diversi anni mi occupo tra lo “scientifico” e il “divulgativo” di energia e, più in generale, di risorse. Ho letto abbastanza ma, come sempre, moltissimo resta da studiare e leggere e la sensazione, qui come altrove, è quella che una vita non basti a essere minimamente competenti. Diciamo che almeno mi sono fatto le basi. Occuparmi di questi argomenti ha avuto il preciso significato di popolare la mia piccola attività editoriale di libri che di questi argomenti parlino, con un approccio il più possibile scientifico-divulgativo (si cerca di trattare questi argomenti semplificando certi concetti, ma restando aderenti al rigore scientifico con cui devono essere trattati), ma soprattutto sempre con un’occhio a quella che è la natura umana.

Già, la natura umana. Proprio quella che ci ha condotto fino qui, sul baratro del collasso ecosistemico globale. Ieri mattina in una mail raccontavo a un amico della mia partecipazione (come piccolissimo editore) al Pisa Book Festival. Ci sarebbe stato da mettere una webcam dietro il mio banchetto/stand che, pur presentandosi bene e molto colorato, in certi casi, quando la gente si avvicinava per leggere i titoli, prima sbarrava un po’ gli occhi come avesse visto uno scarafaggio sulle copertine e poi, cercando di dissimulare, girava i tacchi verso approdi più tranquilli – magari letterari e magari di evasione. Comprensibile. Già siamo presi dai mille problemi del quotidiano, mica possiamo pensare di metterci a leggere cose impegnative che parlano di energia e risorse e del nostro modo, più o meno “volontario”, di stare su questo pianeta, anche se questo ci riguarda molto molto da vicino! Eppure sento che ha senso (cercare di) informare le persone su questi temi, che arrivano alle luci della ribalta mediatica solo quando la bolletta del gas o della luce rincara. O la benzina alla pompa ha cominciato una ascesa apparentemente inarrestabile, della quale però il mondo che ho intorno sembra continuare a non accorgersi.

Già, la natura umana. Come scrivevo tempo addietro, l’aspetto più lungimirante di quella pietra miliare che ho avuto l’onore di ripubblicare con Lu::Ce edizioni – I limiti alla crescita “ex” I limiti dello sviluppo – è costituto dal primo grafico. In un volume densissimo di grafici e proiezioni il primo, guarda caso, non riguarda nessun dato scientifico, ma ha a che fare proprio con la natura umana e credo non abbia bisogno di commenti. E’ come se gli autori, consapevoli di quello che stavano scrivendo, dicessero anche: “Attenzione! Possiamo fare tutte le proiezioni e gli scenari che vogliamo, ma di una cosa “ingovernabile” dobbiamo senz’altro tenere conto: la natura umana, che è fatta così – pensieri che nello spazio arrivano al quartiere, quando va bene, e nel tempo, alla prossima settimana…”. Il grafico è questo qui di seguito e credo non abbia bisogno di spiegazioni:

primo grafico del libro "I limiti alla crescita"

primo grafico del libro “I limiti alla crescita”

Sui motivi per cui la natura umana si sia storicamente configurata in questo modo, fior di psicologi cognitivisti, evoluzionisti, ecc. hanno tentato delle spiegazioni. Molte delle quali, sufficientemente semplici e convincenti, rimandano a un concetto che sta alla base della questione: il nostro cervello è “cablato” in modo da percepire pericoli immediati e vicini non lontani nello spazio e nel tempo, perché da pericoli immediati e vicini l’uomo si doveva difendere quando era nella savana o nel bush. Tutto il resto poteva aspettare. Questo “cablaggio” – e uso questo termine perché la questione sembra avere a che fare molto più con “l’hardware” del nostro cervello che con il “software” dei nostri pensieri – proprio perché tale, non si smantella nell’arco di un paio di generazioni e questo potrebbe essere in sostanza all’origine della nostra rovina futura. Si tratta di una incapacità strutturale, che dobbiamo fronteggiare e alla quale dobbiamo cercare di sopperire se vogliamo avere qualche chance di restare su questo pianeta in modo decente.

Un articolo che, in tempi recenti, mi ha dato molto da pensare sull’imminenza delle cose che accadono e che più o meno consciamente tendiamo a “rimandare” nel nostro cervello, è questo, sul blog di «Le Monde» che lo stesso autore – che si autodefinisce “Mr. Oil Man” – tiene su quella testata. Un articolo un po’ tecnico, ma sufficientemente comprensibile a chi mastichi un po’ di francese. Gli scenari che Matthieu Auzanneau delinea sono abbastanza inquietanti e non è che le cose vadano meglio a casa nostra, dove il PNRR (Piano Nazionale di ripresa e resilienza), grazie all’avvento del Ministero della transizione ecologica, capeggiato dal cigolante Cingolani, rischia di trasformarsi nel “piatto ricco” (piatto ricco / mi ci ficco – recitava un vecchio adagio dei giocatori di poker, e qui l’azzardo è ben più che una giocata al tavolo verde, visto che si tratta del futuro di tutti noi) delle multinazionali – anzi DELLA multinazionale – “Oil & Gas” nostrana, ENI (accompagnata dalla “sorella” Snam).

Già, la natura delle multinazionali. Se la natura umana è quella che abbiamo brevemente delineato – e per conoscerla, volendo tirare fuori un vecchio classico della filosofia, basta guardare dentro se stessi – sulla natura delle multinazionali si fa presto a delinearne la natura (e lo posso, in questo caso, fare anche con cognizione di causa, visto che ci sono stato dentro per un paio d’anni): sono strutture fatte per fare soldi. Per fare soldi il più possibile, con tutti i mezzi possibili (anche al limite e oltre la legalità, come racconta il libro di Marco Grasso e Stefano Vergine, Tutte le colpe dei petrolieri), tutto il resto piò aspettare e comunque è accessorio e di facciata. Ma anche questo non lo sappiamo? Certo che lo sappiamo. Nessuno di noi è tanto ingenuo da pensare che siano lì per fare beneficienza. E quindi cosa possiamo aspettarci da loro? Che nel piatto ricco dei soldi stanziati per cercare di darci (dare a tutti noi) la remota possibilità di un futuro migliore – soprattutto per chi dopo di noi verrà – ci si buttino a rotta di collo e in tutti i modi possibili, al punto che, come racconta questa infografica qui sotto, tratta da questa pubblicazione scaricabile gratuitamente che invito tutti a leggere (sono poche pagine), le attività di lobbying del colosso energetico italiano ha prodotto qualcosa come 102 incontri tra il Ministero della transizione ecologica di cui sopra e i funzionari di ENI/Snam nei mesi che vanno dal 20 luglio 2020 al giugno 2021.

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L’infografica sul Recovery Plan e le ingerenze dell’industria fossile nell’analisi fatta da ReCommon

Da tutto questo la sensazione di essere in trappola. Una trappola che sta per scattare nel presente, ma soprattutto che non si tenta di disinnescare per il futuro.

L’8% di produttività in più. Morte all’orditoio

Luana D'Orazio

Luana D’Orazio la giovane vittima dell’orditoio

Se ripenso alla mia vita in prospettiva e su un tema così delicato come la sicurezza sul lavoro, la vedo costellata di morti. Bambino, poi adolescente, poi giovane uomo, ho vissuto quella parte della mia vita a Massa, sotto quelle montagne, le Apuane, da cui da sempre si cava il marmo. In tutti quegli anni è stato uno stillicidio continuo sui “bollettini”, quei cavalletti che le edicole-chiosco mettono fuori con i titoli dei giornali locali. Continuo e per questo non ha mai fatto davvero notizia perché la notizia – e l’attenzione mediatica che ne segue e l’indignazione che nelle persone dovrebbe seguirne, spesso senza costrutto ulteriore – è la grande tragedia, è il Vajont, dove in un colpo solo muoiono 1917 persone. Sulle cave di marmo ne sono morti sicuramente di più e soprattutto sono morti sul lavoro, ma per arrivare a 2000 morti magari ci vogliono 4 anni (la media la deduco da questo articolo che offre delle cifre per gli anni 2015 e 2016).

Poi è successo che da giovane uomo vinsi un concorso nelle ferrovie dello stato e per 10 anni feci il macchinista. Anche lì non è che non si morisse. Magari meno, ma qualcuno ogni tanto ci lasciava la pelle: giovani manovratori che sottovalutavano il rischio – o sopravvalutavano la propria prontezza di riflessi – e rimanevano schiacciati tra due respingenti e anche per i macchinisti non è che andasse meglio. Quando ero in servizio, nel 2000, morirono 6 colleghi in uno scontro frontale tra due treni merci, a Solignano (PR): con uno di questi, Piero Ripamonti, avevamo fatto un turno insieme due giorni prima (Repubblica, nel suo archivio, riporta ancora la notizia qui), ma anche gli altri li conoscevo tutti, perché all’epoca non ero in servizio fisso con qualcuno ma cambiavo collega di volta in volta.

Poi ho smesso di fare quel lavoro che è diventato via via sempre più pericoloso e le morti sul lavoro, meno vicine, sono rimaste dolorosamente cronache di giornale, fino ad arrivare all’attenzione mediatica di questi giorni, sulla morte della giovane donna e madre, Luana D’Orazio, operaia “inghiottita” dall’orditoio al quale avevano asportato dei dispositivi di sicurezza per aumentarne la produttività. Già questa cosa, l’aumento della produttività in “catena di montaggio” – anche se quella non era una catena di montaggio – sa tanto di sistema fordista, di “tempi e metodi”. Una roba inizio ‘900 insomma, ma rimasta nella testa del “padrone” per un profitto da conseguire a tutti i costi. Ma adesso arriva la seconda follia, perché l’aumento della produttività della macchina “senza freni” d sicurezza è stata stimata dalla Procura che ha svolto le indagini, in un miserrimo 8%. Premesso che non conosco il volume di affari di una impresa di questo genere, che però non sembra(va) – dalle immagini televisive – essere la megaindustria ma un capannone in una remota zona industriale di un remoto luogo della Toscana, a Montemurlo, in provincia di Pistoia. Allora di quali soldi stiamo parlando? Perché per mettere a rischio la vita di una persona bisognerebbe, nella follia di questa idea di profitto, che i soldi che ne se hanno in cambio siano molti di più di quel che corrisponde a un aumento di produttività di una sola macchina dell’8%, o no? Ma davvero questo vale la vita delle persone?

Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, è stato ospita a TG Post la sera del 7 ottobre. Tra gli ospiti collegati, gli operai di due aziende in attivo e che, prima della chiusura, hanno continuato a produrre fino al giorno prima di essere chiuse (altra follia tutta italiana). Landini si barcamena con i “faremo”, “diremo”, “agiremo” e poi parla della formazione sulla sicurezza, pressoché assente sui luoghi di lavoro. Se penso alla mie esperienze di corsi sulla sicurezza mi sovviene il ricordo di cose barocche e pallosissime, al limite dell’edonismo di chi quei corsi li teneva. Se penso alle recenti esperienze di mia moglie, da poco a tempo indeterminato nella scuola con tutti gli onori e gli oneri che ne conseguono, vedo le ore obbligatorie di corso fatte, per esempio, ieri sera, venerdì, alla fine della settimana con un sabato mattina lavorativo, dalle 17,30 alle 19,30, con un powerpoint letto pedissequamente e in tono monocorde dall’ingegnere preposta a, con un quiz da fare a fine lezione. Questione coercitiva e disperante, la sicurezza del lavoro, viene da dire, se questa è la sua espressione. Ah dimenticavo: siccome le ore obbligatorie da fare sono 10 e pare non ci sia altro orario (e soprattutto altro giorno) possibile, ma alcuni, a fine lezione, hanno sollevato obiezioni, il corso è stato spostato di mezz’ora in avanti: così dalle 18 alle 20 uno è di sicuro più attento a quel che “l’ingegnere preposto a” avrà da leggere sul suo powerpoint…

La scomparsa di Clarabella e il livello della politica italiana

Clarabella

Clarabella, fidanzata di Orazio

Credevo Neri Marcorè scherzasse nel suo (bello) spettacolo di parole e musica, Quello che non ho, – visibile ancora su Ray Play a questo indirizzo. Credevo scherzasse quando citava l’interrogazione parlamentare che noi, popolo italiano, “ci siamo persi”, più di vent’anni fa, prima che il millennio e il secolo finissero così, “in bellezza”, nel trionfalistico segno dell’idiozia umana – e nella fattispecie italica – e della della stronzata. Una interrogazione fatta al Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato che riguardava l’assenza persistente di un gadget legato a una collezione che veniva data acquistando l’acqua Rocchetta. Se sul sito non ci fosse scritto “Camera dei Deputati” davvero non potremmo credere vero quello che riporto qui di seguito (per comodità del lettore), ma che mi sono semplicemente limitato a copia-incollare da questo indirizzo.

Al Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato. – Per sapere – premesso che: da varie parti viene registrata un’anomala situazione relativamente ai gadgets rappresentanti le squadre di Topolinia e Paperopoli distribuiti promozionalmente nelle confezioni di acqua Rocchetta junior; nelle scorse settimane infatti parecchie persone hanno acquistato un rilevante numero di confezioni dell’acqua in questione con la speranza di poter completare la raccolta dei soggetti componenti la squadra di Topolinia; il problema che si è verificato è la mancanza dei gadgets rappresentanti “Clarabella” che ha costretto parecchie persone a continui acquisti di confezioni di acqua con la speranza di poter ultimare la collezione; pertanto essendo difficile reperire Clarabella, risulta pressoché impossibile completare la collezione; gli altri personaggi Orazio, Pluto ed Eta Beta sono al contrario facilmente reperibili; sembra quindi di ravvisare una situazione anomala nella distribuzione dei gadgets in questione -: se intenda intervenire per verificare il rispetto delle normative che vincolano o che dovrebbero vincolare delle “promozioni” che, se mal gestite, a volte incidono onerosamente sui bilanci delle famiglie.

Che il livello della classe politica italiana fosse di una mediocrità (forse sarebbe meglio dire scarsezza) sconcertante lo sapevamo, ma fa sempre un certo effetto vederlo all’opera. Non ho neppure la forza di formulare una critica più argomentata su questo (e chissà su quanti altri!) episodio, a cui segue solo il silenzio e lo sconcerto, come di fronte alla morte. Perché se non fosse tragico, sarebbe ridicolo, ma purtroppo invece è tragico e basta. D’altra parte un altro grande attore comico del nostro tempo, Antonio Albanese, nel parodiare la classe politica con il suo personaggio Cetto La Qualunque, ha spesso confessato – pubblicamente, nei suoi spettacoli a teatro – di non aver aggiunto praticamente nulla a quanto gli è accaduto di ascoltare in alcuni comizi politici in sud Italia.

 

Ho sognato Luca Rastello

Lo scrivo perché non c’è niente di più evanescente dei sogni. E forse questo post è in realtà per psicoanalisti professionisti che si occupano di interpretazione dei sogni. Non so perché ho sognato Luca Rastello, ma così è: eravamo in una situazione come quelle che si creavano a casa sua – nella vita reale e nelle poche (troppo poche…) occasioni in cui sono andato a trovarlo – e, come spesso accadeva anche nella realtà, non eravamo solo noi due. Il luogo era “ameno”, non casa sua, appunto, ma una specie di anfratto naturale, bucolico, ma ottimamente attrezzato, nel quale si stava molto bene sia fisicamente che per il clima che Luca ha sempre saputo creare, di convivialità e di discussione felicemente costruttiva.

Avevamo una specie di progetto, di scrivere qualcosa insieme, ma ancora eravamo alle prime righe di un appunto che avevo preso e dal quale emergeva – questo mi ricordo nel sogno! – la parola “pirla” e il tentativo di farne una traduzione in altre lingue straniere – quelle europee più comuni: francese, inglese, tedesco, spagnolo. Ricordo questo dettaglio e l’idea di una ricostruzione etimologica del termine, passando per queste altre lingue. Non mi chiedete il motivo di questa stramberia: questo è ciò che ricordo del sogno.

Poi lo starnazzare stridulo e scomposto di un gabbiano mi ha svegliato e il sogno (e un po’ anche il sonno) è finito. Ho guardato la sveglia: le 5,40 ed era ancora buio. Quegli uccelli che da ragazzo – dopo aver letto Il gabbiano Jonathan Livingston – idealizzavo e immaginavo “puri” adesso li trovo aggressivi e li associo ai cumuli di spazzatura e alle discariche. Come cambia la nostra opinione…

Da un paio d’anni si sono insediati dove viviamo, in una frazione di Pisa (Oratoio) e hanno fatto il nido sul tetto del piccolo condominio di 3 piani di fronte a casa nostra. Quindi da qualche tempo viviamo al “porto di Oratoio”, nonostante qui si sia a una ventina di chilometri dal mare. Prima del loro avvento qui intorno era una voliera e l’estate un concerto al sorgere del sole. Adesso mi sembra di sentire solo loro.

Questo non c’entra col sogno… o forse sì? Però lo confesso: di Luca sento la mancanza e sento la mancanza anche di figure che se ne sono andate e hanno lasciato un segno duraturo su di me in passato: Luciano Ferrari, Piero Pampaloni e altri.

Qualcuno diceva che non si muore veramente fino a quando qualcuno si ricorderà di noi. L’ho già scritto altrove di sicuro, ma è una cosa che penso veramente e spero davvero che anche questi piccoli ricordi personali e intimi contribuiscano a non far morire per davvero queste persone e Luca, adesso, in particolare.

PS: per chi non lo conoscesse, a questo link, su Wikipedia, trovate qualche scarna notizia su chi era.

“Uno sguardo tagliente”, l’ultimo libro (postumo) di Luca Rastello pubblicato con l’editore Chiarelettere

Afghanistan e i soldi per fare la guerra

Reduce dal “discorso alla nazione” di Joe Biden finito qualche ora fa, e trasmesso in diretta anche alla nostra di nazione, ascolto, basito, la cifra che è costata ai soli Stati Uniti questa guerra ventennale: 300 milioni di dollari al giorno, tutti i giorni, per 20 anni. In un anno sono 109,5 miliardi di dollari che, moltiplicati per 20 anni, fanno 2109 miliardi di dollari o, nell’uso statunitense, 2,1 trilioni di dollari (approssimando per difetto).

Quante altre cose si possono fare con tutti questi soldi, con uno sforzo economico così ingente? Fatico a scegliere, ma essendo diciamo “sensibile” alla questione energetica e quindi alla sua auspicata e auspicabile transizione, per non far bollire noi stessi di effetto serra e per offrire un po’ di giustizia e di equità sociale (che, ce lo dimentichiamo troppo in fretta, passa soprattutto dall’energia – perché le guerre si fanno soprattutto per questo…), scelgo questo: la transizione energetica.

Allora faccio due conti della serva, basandomi sulla mia modesta esperienza personale. Nel 2019 ho installato un impianto fotovoltaico sul tetto di casa mia della potenza (di picco) di 6 kW, con delle batterie (con capacità di accumulo di 7,2 kWh) per essere – a queste latitudini – quasi indipendente dal gestore dei servizi elettrici (GSE) per quasi tutto l’anno (certo: d’inverno, con giornate corte e magari piovose, un po’ di corrente la chiediamo, per carità… ma è proprio poca e le mie bollette in sostanza consistono di fatto in oneri fissi di allaccio alla rete, senza contare quella che in rete ributtiamo e che quasi regaliamo, visto che viene ripagata praticamente nulla).

Da utente finale, grazie agli incentivi che c’erano all’epoca (sostanzialmente fiscali), la detrazione, anziché essere fatta nei 10 anni a venire sulla dichiarazione dei redditi, poteva essere ceduta tutta e subito alla ditta che ha eseguito l’impianto, così per un impianto “chiavi in mano” dal costo nominale di 15mila euro, ne ho spesi esattamente la metà, 7,5 e lo sgravio fiscale che mi sarebbe toccato nei 10 anni successivi l’ho, appunto, ceduto all’azienda (si chiama “cessione del credito”, appunto). Non ho crediti da vantare, ma ho avuto un formidabile sconto subito.

Continuiamo col conto: diciamo quindi, per approssimare e farla semplice, che anziché 7mila e 500 euro ne ho spesi 6mila (magari i costi si sono ulteriormente abbattuti in questi due anni e io sto parlando sempre da utente finale…) e quindi posso fare una equivalenza del tipo mille euro per kW installato, “chiavi in mano” (cioè a impianto funzionante). La ditta inoltre mi garantisce, da contratto a queste latitudini (vale a dire “circa” centro Italia), una produzione annua di 7.200 kWh (per i primi 5 anni, poi ci sarà senz’altro una flessione nel rendimento dei pannelli, ma queste flessioni sono molto contenute). Il cambio euro/dollaro di oggi è 1:1,18 ovvero 1 € = 1,18 $. Compensiamo la stima per difetto di prima (1 kW installato = 1000 € e quindi per installare 1 watt ci vuole 1 €) con quella in eccesso di adesso, dicendo che il dollaro è uguale all’euro, in un rapporto 1:1, così la cifra dei 2,1 trilioni di $ diventa di 2,1 trilioni di €. Ma solo per fare i conti pari e “spannometrici” (e, per carità, teorici: a queste “scale” ovviamente gli investimenti dovrebbero essere strutturali – e i costi si abbasserebbero ulteriormente…).

Insomma con questi soldi la potenza installata potrebbe essere quindi di 2,1 trilioni (2,1 * 10^12) di watt che, ipotizzando Pisa (dove vivo) caput mundi con una produzione annua minima come quella garantitami (7.200 kWh/anno che risulta sicuramente più elevata anche solo spostandosi in sud Italia) significa 2.530.800.000.000.000 (1) (due miliardi e cinquecentotrenta milioni e ottocentomila… miliardi di) Wh, ovvero 2.531 TWh (terawatt/ora – il prefisso “tera” = 10^12) all’anno.

Sapete qual è stata la domanda di elettricità nazionale per il 2019 (il 2020 non l’ho preso in considerazione essendo un anno comunque anomalo per il lockdown pandemico)? 316,6 TWh (a questo link la fonte del dato), ovvero un ottavo di quello che – ipotizzando di poter investire tutti i soldi della ventennale guerra in Afghanistan in qualcosa di utile come la messa in opera massiva di pannelli solari – questa potenza installata avrebbe potuto produrre. L’avremmo fatta la transizione energetica in Italia? No, ne avremmo fatte 8!!!

Ma vediamo questo dato per gli Stati Uniti che, sempre nel 2019, ha avuto un consumo di 3.955 miliardi di kWh (a questo link la fonte del dato), quindi 3.955 di TWh. Ecco, qui non ce l’avremmo fatta a coprire il fabbisogno complessivo, visto che 3.955 è superiore a 2.531, ma una bella mano se la sarebbero data pure loro e stiamo pur sempre parlando di una delle prime potenze mondiali (diciamo la prima insieme alla Cina)!

Questo solo per citare la prima cosa che mi è venuta in mente – ma che sarebbe una cosa di vitale importanza per sfuggire alla trappola energetica nella quale ci siamo cacciati, visto che dipendiamo ancora oggi per oltre l’80% da fonti fossili e atmosfera, mari, oceani e terra non ce la fanno più ad assorbire anidride carbonica.

E tutto questo senza contare le vite umane. Perse. Per sempre. Valore? Non monetizzabile, infinito, fuori scala. Siamo veramente animali di una stupidità formidabile!

(1) per ottenere questo numero ho diviso i 2,1 TW per 6 kW – la dimensione del mio impianto – a cui però equivale la “produzione garantita” di 7.200 kWh/anno.

La nostra Twingo elettrica in ricarica, a casa (in una bella giornata di sole…)

Buttarla in politica (e sdoganare ciò che non si può sdoganare)

In un momento drammatico sulla scena internazionale, come quello che stiamo vivendo – in televisione… – sulla situazione afgana, sembrerà quasi fuori luogo parlare della politica nostrana, anzi della nostra “storia politica”, ma sono reduce dalla lettura de Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi (Mondadori) e immerso nella lettura di Canale Mussolini (sempre suo, sempre Mondadori). Libri ben scritti, scritti “dalla parte” del popolino e quindi con semplificazioni utili a comprendere i meccanismi che stanno dietro le scelte politiche, gli eventi storici e quant’altro. Cose che, chi ha un minimo di letture e di interesse alle spalle, in realtà sa (sa che Mussolini “nasce” socialista, per esempio, ma poi prende la deriva che sappiamo, molto ben motivata in questi libri che sono scritti dalla parte dei fascisti), ma che rischiano di rendere poca giustizia a quel che stare da una parte o dall’altra ha comportato negli anni che vanno dalla nascita, appunto, del fascismo, a tutto il dopoguerra per arrivare a noi. Ne Il fasciocomunista, per esempio, ci sono momenti anche “divertenti”, quando il protagonista, Accio Benassi, da ragazzino convinto fascista, attivo politicamente – e il libro mette ben in evidenza cosa significhi questa espressione per la Destra cui lui appartiene, vale a dire: menare il prossimo di parte avversaria o comunque scontrarsi sul piano fisico, evidentemente non potendolo/riuscendolo a fare su quello verbale/argomentativo – viene attratto in realtà dal Comunismo, o almeno dalle ragazze che fanno attività politica dall’altra parte. Vale la pena riportare il pezzo:

Lui puntava la sorella più grande di Francesca, una battaglia persa. Quella faceva tutta la saputa. lo sono marxiana atea esistenzialista dichiarò al Cordusio (pare che adesso tutti dicano «a» Condusio, ma noi allora dicevamo «al»), all’angolo della banca dove c’era il fioraio, sopra il marciapiede. Me lo ricordo come fosse adesso, poiché per poco non cado per terra. È una frase che m’ha estasiato. M’ha cambiato la vita e per un attimo mi sono innamorato, anch’io, più di lei che di Francesca.

Erano mesi oramai che leggevo “Urania” – tutti quelli di Serse, che li comprava settimana per settimana – ed ero diventato un patito di fantascienza. Li ho letti tutti quanti e quando quella ha detto «marxiana» – che io non lo avevo mai sentito prima in vita mia; solo «marxista», anche da Violetta e il marito – quella lo ha declamato in milanese, con la «x» che sembrava una «s»: «marsiana». Ma loro anche la «z» la pronunciano come la «s» e io ho quindi capito «marziana», cittadina di Marte, ed era tutta seria – convinta – e avevo pensato: «Questa è meglio di noi», perché pure noi credevamo agli extraterrestri, ma solo tra di noi, non è che fossimo così convinti da farne un manifesto politico. E invece questa che arriva e dice seria seria: «Io sono filo-marziana, li sto ad aspettare e sto dalla parte loro» a me m’era sembrata meglio di Anita Garibaldi.

Poi s’era capito l’equivoco e io non ho nemmeno insistito, per non fare la figura dell’allocco. Serse invece era scoppiato a ridere – ma per «atea esistenzialista» – e aveva fatto la faccia: «Mi sa che non è aria». A me invece quel «marsiano» m’è rimasto impresso in mente e anche adesso, che è caduto il muro di Berlino, io continuo a dichiarare irriducibile: «Sono marxiano»; ma sempre più per Marte che per Marx. Ateo-esistenzialista no, viene da ridere anche a me.

Ecco, oggi si sorride insieme al protagonista dei sofismi legati alle definizioni (soprattutto di una certa sinistra intellettualoide anni ’70) e alle appartenenze delle mille correnti indecifrabili che furono, ma quella sinistra a me personalmente ha “regalato” persone come il mio ex professore di Italiano, Luciano Ferrari verso cui il debito per la mia formazione umana, personale (e perché no, anche di orientamento politico) è inestinguibile. La sua vicenda è narrata qui, dal genero Luca Soldati, in un libro per me toccante, perché ho conosciuto Luciano anche fuori dall’ambito strettamente scolastico.

Il rischio è quindi quello di far finire – come spesso accade in questo paese – tutto a “tarallucci e vino”: fascisti e comunisti alla fin fine erano “uguali” perché volevano le stesse cose ma con mezzi diversi e hanno quindi scelto strade diverse (tesi dei romanzi di Pennacchi) e altre amenità di questo genere.

Nell’ambito di questa voluta confusione – volta sempre un po’ a una forma sottile e subdola di revisionismo storico – entra anche l’episodio narratomi dall’amica Maria Del Giudice, figlia del Comandante partigiano Pietro Del Giudice, intervenuta pubblicamente, in polemica con l’amministrazione di Massa (nel 2019), per un monumento da realizzare per Ubaldo Bellugi (di cui scopro esistere anche un profilo Wikipedia nel quale si tessono le lodi del buon amministratore oltre che del poeta dialettale, originario per altro della frazione, Borgo del Ponte, di cui mio padre è originario e io stesso ho vissuto gran parte della mia adolescenza e gioventù). L’intervento di Maria, con la replica di Franco Frediani – lo storico che fu promotore di questo monumento commemorativo – si può leggere ancora qui e l’aspetto che ho trovato più interessante non è tanto l’intervento di Maria, di cui conosco il pensiero, quanto quello dell’altro che, colto nella flagranza dello sdoganamento del fascista che Bellugi fu, devia l’attenzione sui suoi meriti poetici: insomma, non si celebra il Bellugi podestà, ma il poeta, tacciando Maria di essere, in tal senso, scarsamente democratica (“La poesia viene regolarmente studiata in molte scuole cittadine e che a lei piaccia o no, è nel cuore di tanti massesi. Ma lei è liberissima di non apprezzarla, lasci però, visto che siamo in democrazia, che possano apprezzarla chi come lei non la pensa“). Insomma la tecnica è consolidata: io provo a sdoganare la qualunque facendo attenzione che la qualunque abbia in ogni caso un merito che non sia attacabile politicamente: se nessuno dice niente ho vinto – un punto a me – e se qualcuno dice qualcosa allora mi appello alla democrazia, agli inalienabili diritti della cultura e suono la fanfara dell’oscurantismo (di sinistra). Fin troppo facile, ma la domanda resta: ma, mi scusi, signor Frediani, ma il Bellugi fascista convinto e poeta non erano una sola persona o siamo davanti a un caso di conclamata schizofrenia?

Allora, mi si dirà, non si deve più studiare Heidegger perché era colluso o quanto meno simpatizzante del nazismo? Non ho detto questo: studiare sì – per carità, altrimenti non sarebbe democrazia (forse il discorso di Frediani è da intendere in questo senso, per salvarlo in extremis) – ma magari cercare di fargli dei monumenti no, forse, per favore, se possibile. Ma il monumento, la stele o quel che è, è alla poesia. Ah! Ma l’autore della poesia è sempre quello di cui sopra, o no? E, come dicono a Roma, “stiamo da capo a dodici”.

Chiudo: la damnatio memoriae è sempre sbagliata – perché la memoria è un “esercizio” che va coltivato sempre – ma elogiare complessivamente un personaggio di dubbia fama che questi meriti li ha avuti solo “parzialmente” – e magari in un ambito culturale, lontano dalla prassi quotidiana – sarebbe quanto meno da evitare e da evitare soprattutto nello “spirito del tempo”, nello zeitgeist, che ci è proprio: quello della facile dimenticanza di ciò che fu.

Il Comandante Pietro Del Giudice, primo prefetto di Massa, nel dopoguerra in abiti civili

Il Comandante Pietro Del Giudice, primo prefetto di Massa, nel dopoguerra in abiti civili

 

Andarsene

Scrivo da questo ferragosto rovente, in “auto-confino” (e i motivi del confinamento autoimposto sono sempre gli stessi: la non voglia di prendere ulteriori caldi; la non voglia di condividere spazi sempre più angusti perché sempre più affollati – come spiagge e altro – con i miei consimili e via, giù da questa china…), dopo un breve giro di mattina presto, sul Monte Serra.

Motivo di questa scrittura è la dipartita di persone la cui assenza peggiora la qualità del mondo in cui viviamo: penso a Gino Strada ma, più da vicino, alla scomparsa improvvisa di una collega di lavoro del CNR, Laura, pochi giorni fa. Una di quelle persone che migliorano la qualità di un gruppo – insieme facevamo parte di quello che si occupa delle iniziative di divulgazione scientifica all’interno dell’Area della ricerca di Pisa – che mediano, che smussano, che cercano soluzioni, che si “sbattono” per dare qualità alle cose.

Ecco Laura se n’è andata, senza dire niente a nessuno. Complice la maledetta pandemia, che ha diradato i rapporti di tutti con tutti, ci eravamo persi un po’ di vista e le conferenze che organizzavamo, che pure si erano fatte online, avevano un altro sapore e un’altra natura. Scopro, dalla chat che con lei avevo su WhatsApp, che il nostro ultimo dialogo risale al 10 marzo. Non so se già a quell’epoca ci fossero avvisaglie di ciò che ce l’avrebbe portata via, ma il suo messaggio esordisce con un: “Ciao Luciano. E’ da tanto che non ci sentiamo. Ma vedo dai tuoi messaggi che stai bene e che hai in corso progetti interessanti.”

Sarà una suggestione, ma col senno di poi questo esordio suona tanto come un addio dissimulato (nel seguito del messaggio parla della sua impossibilità a partecipare a una riunione online). E allora vengono i dubbi che sempre ci attanagliano in questi frangenti: e se fossi stato più “attento”? E se fossi stato capace di leggere meno superficialmente quelle parole? E se… se… se…

L’amica (Antonella) di una mia antica fidanzata, Isabella, decise di darsi la morte – i due casi ovviamente non sono neppure confrontabili, ma la sensazione che “l’ultimo messaggio” lascia invece un po’ sì – e decise di salutare un’ultima volta tutti gli amici e le amiche. Sapevamo che in passato aveva sofferto periodi di depressione, ma nessuno sembrava capace di immaginare una cosa simile: Antonella aveva salutato tutti perché aveva deciso di lasciarci. E nessuno capì, purtroppo, nessuno fu capace di percepire quello che invece percepì il figlio del contadino protagonista di uno dei più bei racconti di Beppe Fenoglio, Il gorgo (che potete ascoltare dalla voce di Giovanni Lindo Ferretti, a questo link).

Così quello che mi rimane in questa giornata agostana, in un mondo arroventato e appiattito da questo sole implacabile, è la sensazione di non aver capito. Mi si dirà: ma non potevi capirlo, nessuno avrebbe potuto. Certo: ma la sensazione rimane. E se anche avessi potuto capire, cosa avrei potuto fare? Forse niente. Le sensazioni, le percezioni però non rispondono al cervello ma al cuore e nessun argomento razionale vale ad attenuare questa sensazione. Tutto questo passerà, certo. Ma il messaggio di Laura del 10 marzo rimane lì, nella chat, ultimo contatto, ultima battuta di un dialogo, ultimo contatto.

Vaccinarsi

Vorrei spendere due parole su alcuni fatti di cronaca che periodicamente tornano alla ribalta e riguardano la spinosa questione dei cosiddetti “no vax”, una galassia in realtà molto eterogenea, fatta di molte “anime” (molte delle quali diremmo insospettabili…) che vanno da quella moderata dello scettico impenitente, fino al complottista con il quale viene difficile instaurare un qualsiasi tipo di discorso, perché di sicuro ne usciremmo perdenti (e questo accade invariabilmente perché il confronto è impari: il tuo interlocutore ha verità “in tasca”, rivelate, che tu di sicuro non hai e quindi hai perso).

Sulle vaccinazioni si è sentito di tutto e di più: in “tempi non sospetti” mi accadde di avere a che fare con un avvocato (… se dico insospettabili …) che aveva preso a cuore la (inesistente) relazione tra vaccini e autismo e a spada tratta, per quanto la scienza avesse a più riprese confermato che non c’è nessun tipo di legame tra le due, nelle aule dei tribunali andava difendendo le famiglie che si sono ritrovate ad avere un figlio (o una figlia) autistico/a dopo la somministrazione di un vaccino di quelli che normalmente si fanno (il Covid aveva ancora da venire).

Lo stigma dei vaccini è dunque precedente al Covid e non è bastato né bastano le morti di medici e infermieri che si sommano ai degenti per raggiungere la ragguardevole cifra di quasi 130mila individui nell’anno e mezzo pandemico che abbiamo vissuto. Non basta che questa cura sia gratuita, così come nel nostro Paese lo è, in generale, la sanità. Non bastano queste “fortune” invisibili ai più, sempre disposti a criticare il sistema (in questo noi italiani siamo dei campioni), ma mai capaci di fare una fila ordinata e sempre pronti a vedere lesa la propria libertà individuale anche se il bene in gioco è in primis la salute propria e dei propri cari.

Sono cose che si vedono e si sentono: basta accendere la tv, una tv pietosamente costretta a dirigere l’informazione sui casi esemplari, come quello del ragazzo a cui è morto il padre, medico di medicina generale, e trovandosi in mezzo a un corteo di “no vax”, ha tentato di difenderlo, a cercare di raccontare la sua storia tra i fischi e gli sberleffi di questi idioti patentati, convinti di avere la verità in tasca perché l’han letta su internet (qui la notizia). Questo fa il paio con una notizia che sempre mi stupisce, ma che alla fine è sempre un po’ la stessa: in questo Paese, nell’anno domini 2021 (non nel 1861) su 10 italiani 4 NON leggono MAI neanche un libro (uno, uno qualunque) in un anno – e questo pare essere vero, anno dopo anno.

Ora, un dato interessante sembra emergere da questa ultima ondata che dobbiamo principalmente dalla “variante delta”: secondo l’Istituto Superiore di Sanità, ovvero: «Quasi 99 deceduti per Covid su 100 dallo scorso febbraio non avevano terminato il ciclo vaccinale, e fra quelli che invece lo avevano completato si riscontra un’età media più alta e un numero medio di patologie pregresse maggiori rispetto alla media». (cito letteralmente da qui)

La premessa è che in democrazia c’è posto per tutti (magari in certi casi non ci dovrebbe essere, ma di fatto c’è e questa alla fine vediamola come una conquista): per quelli che si vaccinano, per quelli che non si vaccinano, per quelli che… ecc. ecc. La parte con risvolto socio-politico più interessante sta nel fatto che, alla luce del dato appena enunciato se fossi – come dico sempre tra il faceto e il faceto – “eletto democraticamente dittatore” emetterei una legge con valore immediato per la quale le persone che decidono (per motivi che alla fine non voglio sindacare e getterebbero quasi invariabilmente ai miei occhi loro stessi in grande discredito) di NON vaccinarsi MA si ammalano e vanno a finire in terapia intensiva, PAGANO di tasca propria le cure mediche.

Diversi anni fa – parliamo della prima decade degli anni 2000 – sapevo abbastanza esattamente quanto costava un posto letto in terapia intensiva (comprensivo di farmaci, personale, strutture, strumentazioni…): 3.500 euro al giorno. Una cara amica che si occupa di Health Technology Assessment (questa roba qui) per la Regione Piemonte, mi diceva che oggi siamo sui 4.500/5.000 (dipende poi anche dalle politiche regionali).

Bene, bene tutto, anche l’irresponsabilità di non vaccinarsi perché ti sei – nel mia modestissima opinione – fatto riempire il cervello di cazzate complottiste/negazioniste, ma fino a un certo punto: ogni pazienza ha un limite e questo limite dovrebbe essere, guarda caso, economico. Decidi pure di non vaccinarti ma augurati che ti vada sempre bene, perché se all’ospedale ci finisci – e “io Stato” sono comunque costretto a curarti – beh, allora davvero paghi. Paghi perché il vaccino è gratis e perché la sanità nazionale (finché c’è e tiene duro) è gratis e (mediamente) funziona, ma “nessun pasto è (veramente) gratis” e io contribuente alla fine mi sarei anche un po’ rotto le scatole di pagare anche per i cretini che non si vaccinano. Questo, alla fine quello che penso e che decido, come sempre, di scrivere in questo mio piccolo spazio personale.