“Piccolo corpo”: un viaggio attraverso il dolore, la fede e il confine

Ci sono film che finiscono con i titoli di coda e altri che lasciano un’impronta e continuano a lavorare dentro di noi per giorni. Piccolo corpo (2021), opera prima di Laura Samani, appartiene decisamente alla seconda categoria.

La storia prende spunto da una tradizione realmente esistita nelle regioni alpine: quella dei cosiddetti “santuari del respiro”. Erano luoghi in cui venivano portati i neonati nati morti nella speranza che dessero un unico, fugace segno di vita, sufficiente a ricevere il battesimo e a non morire nel “limbo dei bambini“. Oggi questa credenza può apparire incomprensibile, ma non in quell’universo.

La protagonista, Agata, interpretata da Celeste Cescutti, affronta un viaggio che diventa ben presto qualcosa di più di uno spostamento nello spazio. Si parte dal mare e, passo dopo passo, ci si dirige verso la montagna. È difficile non pensare a una sorta di anabasi: un’ascesa che è insieme fisica e interiore. Non una ricerca di redenzione in senso moderno, ma il tentativo di dare un significato a un dolore che altrimenti rimarrebbe insopportabile.

Lungo il cammino compare Lince, uno dei personaggi più interessanti del film. È una figura sospesa, che sembra appartenere a più mondi senza essere davvero accolta da nessuno. Vive ai margini della comunità e proprio per questo conosce i sentieri, le regole non scritte e le ambiguità necessarie per attraversare un territorio difficile. Più che una semplice compagna di viaggio, diventa una presenza indispensabile, quasi una guida attraverso una serie di confini: geografici, sociali ed esistenziali.

L’aspetto che dà concretezza al film è la rappresentazione del mondo contadino. È un ambiente duro, dove la solidarietà esiste ma raramente è gratuita. Chi aiuta Agata spesso chiede qualcosa in cambio. Non è cattiveria: è il riflesso di una società povera, nella quale ogni gesto ha un costo e ogni dono crea un debito. È un dettaglio che contribuisce a rendere la narrazione molto credibile.

Anche il paesaggio ha un ruolo fondamentale. Il mare, le paludi, i boschi e infine la montagna non fanno semplicemente da sfondo alla vicenda: sembrano partecipare al racconto. La natura non è idealizzata e non consola. È bella, ma può essere ostile; offre un passaggio, ma può anche negarlo. Nel film i protagonisti devono scegliere se scalare una montagna o, attraverso una miniera, passarci attraverso. Passando al suo interno risparmierebbero tempo e fatica. I minatori mettono sull’avviso – forse anche per non prendersi delle responsabilità: la montagna “mangia” le donne (quindi loro in quanto uomini possono entrare e uscire, ma le donne no…) e pare nessuna sia uscita viva dal ventre della montagna. Agata, dopo un breve conciliabolo con Lince, si fa coraggio e affronta il labirinto della miniera nella quale i due rischiano ad ogni momento di perdersi.

Dal punto di vista cinematografico, Laura Samani dimostra grande sicurezza, evitando spiegazioni inutili, lasciando spazio ai silenzi, affidandosi ai volti, ai corpi e ai paesaggi. Anche la scelta di utilizzare i dialetti locali contribuisce a creare un senso di autenticità che difficilmente si dimentica.

Piccolo corpo è un film che permette di osservare un mondo lontano senza trasformarlo in un semplice documento etnografico o in una curiosità storica.

È un film che colpisce lo spettatore e che, una volta terminato, continua a far riflettere. Davvero una bella sorpresa.

Locandina del film

Locandina del film