La chimera

Dunque, dopo aver visto anche La chimera su Mubi, direi che questa piattaforma di streaming è quella più giusta per me (giuro che non mi pagano…).

La chimera (2023) di Alice Rohrwacher racconta la storia di Arthur (Josh O’Connor), un inglese dotato di una sorta di sensibilità quasi medianica che aiuta una banda di tombaroli a trovare tombe etrusche. Ma questa è solo una prima lettura – la trama superficiale – del racconto. Se si scava – e il termine pare appropriato, visto il tema – il film parla della ricerca di qualcosa che non può essere recuperato: un amore perduto, un passato che continua a chiamarci, un mondo che sembra sepolto ma non smette di esercitare il suo fascino.

La Rohrwacher tesse una narrazione che riesce a tenere insieme elementi molto distanti tra loro: il realismo della provincia italiana degli anni Ottanta, la favola, l’archeologia, il lutto, l’umorismo, il mito. Non c’è mai un confine netto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra storia e leggenda, tra ciò che è reale e ciò che appartiene all’immaginazione.

L’aspetto che mi è sembrato tra i più riusciti è il modo in cui la pellicola parla del patrimonio culturale: i tombaroli rubano oggetti antichi per venderli sul mercato nero, ma il vero saccheggio, sembra dirci Rohrwacher, è quello di chi considera il passato solo una merce. Gli Etruschi non sono un fondale esotico: rappresentano un tempo che continua a vivere sotto i nostri piedi, e che l’Italia spesso sfrutta senza davvero ascoltarlo.

C’è poi una interessante “licenza poetico-geografica”: Rohrwacher non costruisce uno spazio realistico, ma uno spazio della memoria. Come accade nei sogni, luoghi distanti vengono accostati senza che questo produca alcuna stonatura. È un’Italia centrale immaginaria, fatta di Maremma, Tuscia, Val di Cecina, costa tirrenica… un territorio che esiste emotivamente prima ancora che geograficamente. Lo dico per aver distintamente riconosciuto la centrale di Montalto di Castro e la finta stazione (abbandonata?) di Riparbella (che però si trova in Val di Cecina – nella realtà anche questo luogo è “inventato”, trattandosi della stazione di Gallese-Bassanello): si tratta di luoghi che mi sono familiari grazie al mio passato ferroviario, ma sembra che il film non voglia ingannare lo spettatore facendogli credere che quei luoghi siano contigui. Semplicemente li mette in relazione, come se appartenessero allo stesso paesaggio interiore e questo alla fine è coerente con il tema del film. L’archeologia nel film, in fondo, non riguarda soltanto gli Etruschi, ma ha a che fare anche i luoghi marginali, le stazioni quasi dimenticate, le case mezze diroccate (quella in cui vive la madre di Beniamina, Flora, interpretata da Isabella Rossellini), la campagna attraversata da un traliccio o da una centrale nucleare mai entrata in funzione. È un’archeologia del presente.

La centrale di Montalto è, in questo senso, quasi un controcanto perfetto alle tombe etrusche: da una parte una civiltà di duemilacinquecento anni fa che continua a parlare; dall’altra un monumento del futuro immaginato negli anni Settanta, rimasto incompiuto – o meglio: riconvertito con altro combustibile per un breve intervallo di tempo prima del definitivo smantellamento. Due rovine di epoche diverse che convivono nello stesso paesaggio.

Le musiche sono belle, appropriate e usate con ottimo gusto. La fotografia di Hélène Louvart è poi un altro punto di forza: cambia persino formato e grana a seconda dei momenti del racconto, come se anche la pellicola scavasse negli strati del tempo. Non è un esercizio di stile: serve a dare la sensazione che il passato possa irrompere nel presente in qualsiasi momento.

Negli “ingredienti” ci vedo i grandi maestri del passato: Fellini, per il gusto del meraviglioso e del carnevale umano; Pasolini, per il rapporto quasi sacrale con la terra; Ermanno Olmi, per l’attenzione agli umili e forse un pizzico dell’eco del mito di Orfeo: la discesa nel sottosuolo è anche una discesa dentro il desiderio di riportare indietro chi non c’è più.

Mi fermo qui perché altrimenti rischio lo spoiler. Questo blog alla fine non è che un quaderno di appunti digitale in cui cerco di tenere traccia delle cose (soprattutto quelle belle) che ho visto, nelle quali mi sono imbattuto, prima che l’oblio (quello “piccolo”, quindi quotidiano, ma anche quello “medio” che si estende lungo i decenni, fino ad arrivare al “grande” per il quale semplicemente non ci saremo più per ricordare alcunché…) fagociti tutto. Non ho molti lettori – credo pochi amici che guardano per affetto, ma se tra quei pochi qualcuno volesse guardare il film mi dispiacerebbe anticipargli delle cose…

Locandina del film

Locandina del film