Sirat: caso, paradiso, inferno

Ho visto Sirat, un film dalla trama semplice, ma dagli esiti e dagli avvenimenti che hanno – come il titolo dice – un che di escatologico. Partiamo proprio dal titolo: la ṣirāṭ (in arabo: الصراط) è il ponte escatologico dell’Islam, sottile come un capello e affilato come una lama, che ogni essere umano dovrà attraversare nel Giorno del Giudizio per raggiungere il Paradiso. Chi non riesce a superarlo cade nell’Inferno.

Nel Qurʾān (Corano) il termine ṣirāṭ compare molte volte, ma quasi sempre nel senso generale di “via”, “sentiero”, “retta via” (ṣirāṭ al-mustaqīm). Non c’è una descrizione dettagliata del ponte escatologico come struttura fisica sospesa sull’Inferno. Tuttavia, alcuni versetti sono stati interpretati in chiave escatologica, in particolare nella Sura 19 (Maryam), 71–72: «Non c’è nessuno di voi che non passerà su di esso (l’Inferno)…
Poi salveremo i timorati e lasceremo lì gli ingiusti in ginocchio». Qui non si parla esplicitamente di un “ponte”, ma la tradizione ha letto questo passaggio come riferimento all’attraversamento della ṣirāṭ.

La descrizione dettagliata della ṣirāṭ si trova soprattutto nei ḥadīth (tradizione profetica), cioè nei racconti attribuiti a Maometto e raccolti in opere canoniche come:
• Sahih al-Bukhari
• Sahih Muslim.

Qui il ponte è descritto come: più sottile di un capello, più affilato di una spada, teso sopra l’Inferno e attraversato con velocità diversa a seconda delle opere compiute (alcuni come un lampo, altri strisciando). Qui compaiono anche immagini vivide: uncini che afferrano i peccatori, cadute, intercessione dei profeti. C’è da dire che l’idea del ponte escatologico non nasce nel vuoto. C’è un parallelo molto evidente con il ponte Činvat dello zoroastrismo, che separa giusti e malvagi nell’aldilà. Considerando il contesto culturale dell’Arabia tardoantica, il confronto è quasi inevitabile.

Un po’ come per tradizioni più vicine a noi – sebbene in qualche modo più “laiche” (penso al “solito” Dante) – abbiamo a che fare con un’immagine potente perché unisce giudizio morale e precarietà fisica: la “retta via” vissuta in vita diventa un attraversamento reale dopo la morte.

Sirat, la locandina del film

Sirat, la locandina del film

Ma veniamo al film: un uomo europeo (spagnolo) attraversa il Marocco alla ricerca della figlia scomparsa, forse finita dentro una comunità di rave itineranti nel deserto. Si unisce a un gruppo di giovani nomadi, outsider, che vivono ai margini – tra musica elettronica, spostamenti continui e una libertà che è anche precarietà.

Il viaggio si fa sempre più estremo: il paesaggio si svuota, i punti di riferimento spariscono, gli incontri diventano ambigui. La ricerca iniziale perde centralità e si trasforma in un attraversamento quasi iniziatico, dove contano meno le motivazioni individuali e più la resistenza – fisica e mentale – al limite. Accadono cose impreviste e stranianti: l’eterogeneo gruppo sostanzialmente si dimezza.

Se si tenta di leggere il film alla luce della ṣirāṭ, il cortocircuito diventa in una qualche misura evidente perché nella tradizione islamica l’attraversamento è moralmente ordinato (i giusti passano, gli altri cadono), mentre nel film è radicalmente contingente: non c’è nessun segno che i tre sopravvissuti a questa odissea siano più puri, abbiano capito qualcosa di più o abbiano fatto scelte migliori. Anzi: il film sembra costruito proprio per negare qualsiasi teleologia morale leggibile.

Se vogliamo tentare di forzare (senza esagerare) il parallelismo tra il titolo (che richiama alla tradizione che abbiamo accennato) e quel che accade, possiamo vedere nel deserto lo spazio dell’aldilà (svuotato, assoluto, senza appigli), nel viaggio l’attraversamento della ṣirāṭ e nelle perdite che si susseguono, le cadute nel vuoto, ma anche così manca l’elemento centrale della tradizione religiosa: un criterio di giustizia che sia riconoscibile.

Alla fine nel film (come nella realtà, verrebbe da dire) non c’è Dio che giudica, non c’è bilancia delle azioni e non c’è proporzione tra colpa e destino e quel che emerge è qualcosa di più duro: la sopravvivenza come fatto opaco, quasi arbitrario.

Ci troviamo in sostanza di fronte a due possibili letture: la prima, “negativa” e disincantata, secondo cui il film svuota il simbolo: prende l’immagine potente della ṣirāṭ e la mostra senza fondamento morale. Il mondo non è giusto, non c’è corrispondenza tra vita e destino. Attraversare è una questione di caso, resistenza, fortuna. La seconda lettura è più “radicale” e sottile: il giudizio non è abolito, ma piuttosto è reso illeggibile dall’esterno. Non sappiamo davvero cosa “vale” per quei personaggi, perché come spettatori non li conosciamo fino in fondo e il film ci nega l’accesso a una scala etica chiara.

In questa chiave, il disagio che lo spettatore prova è voluto: viene messo nella posizione di chi cerca un senso morale… e non lo trova (come del resto è nella vita vera).

In ogni caso ci troviamo di fronte a un bel film.

“The Place”, un film da vedere

Ieri sera ho visto un film italiano “insospettabile”: The Place. L’idea originaria non è italiana, ma la sua declinazione in salsa nostrana non è così male – al netto di un paio di attori per i quali ho una avversione idiosincratica, come la Ferillona nazionale che nel ruolo che le hanno dato non ce la vedo proprio (per la verità non la vedo in nessun ruolo, ma è un problema mio).

Insomma la trama è presto raccontata: un uomo – all’apparenza una sorta di psicoterapeuta che sembra fare consulenza al tavolo di un bar – propone patti (verrebbe da dire “faustiani”, se l’aggettivo non fosse eccessivo… ma forse è solo una questione di gradazione alla fine): chi arriva al suo tavolo di solito chiede qualcosa, vorrebbe veder esaudito un desiderio, ma per arrivare a questo deve stare alla proposta di costui (Valerio Mastandrea) che rimarrà senza nome per tutto il film.

E i desideri ovviamente possono essere i più vari: da quelli (per noi spettatori) apparentemente più fatui (Rocco Papaleo che vuole fare sesso per una notte con una delle donne discinte che compaiono in un calendario della sua officina meccanica) a cose serissime: la remissione di un tumore per il proprio figlio o la regressione da una malattia degenerativa del proprio marito. Tutto ha un contrappasso: Mastandrea compulsa la sua grande agenda, tutta scritta rigorosamente a mano, e la consulta come fosse un oracolo: «Se vuoi ottenere X devi fare Y». E sempre alla enormità della richiesta è commisurata l’enormità del compito a cui assolvere.

I protagonisti si alternano al tavolo del solito bar: si capisce che le loro storie, più o meno volontariamente, si intrecciano – mentre il film si sviluppa si capisce che in effetti Mastandrea è l’artefice di questo intreccio e, dietro a una apparente normalità, quasi banalità (lo vediamo spesso mangiare mentre dà consulto ai propri “clienti”), a tratti sembra avere qualche dote divinatoria sovrannaturale, mescolata sempre a una buona dose di cinismo e alla capacità di prevedere con una certa precisione i comportamenti (prevedibili) dei clienti – doti, queste, che invece richiedono più semplicemente un grande acume e una notevole capacità di osservare (a un certo punto, interrogato da uno dei suoi interlocutori, su qualcosa che lo riguarda dice qualcosa del tipo: «sono un amante dei dettagli» – nei quali, completiamo mentalmente noi spettatori, sappiamo nascondersi il diavolo).

Il film ha diversi aspetti interessanti. Ne elencherò due che mi sembrano i più rilevanti. Il primo è quello di prestare attenzione a quello che Mastandrea dice: il patto è sempre in forma condizionale (“se vuoi X… allora devi fare Y…”) e quindi c’è sempre il libero arbitrio, anche se i clienti – in preda alla esasperazione per la voglia/necessità di realizzare il proprio desiderio – non lo vedono, non vedono la possibilità di scegliere che però esiste sempre e la cui prima realizzazione è recedere dal patto e lasciare tutto così com’è.

Mastandrea è quindi, da questo punto di vista, niente più (mi si perdonerà l’espressione, ma rispetto ad avere capacità divinatorie, lo scarto è comunque ampio) che un buon maieuta: vuoi “veramente” questo? Quanto lo vuoi “veramente”? Le cose da fare per ottenere ciò che si desidera sono spesso così terribili (uccidere a sangue freddo e “arbitrariamente” una bambina, per esempio) che le persone, pur tentennando e tornando più volte da Mastandrea, recedono, alla fine, dai loro propositi, accettando la realtà per come è e modificando le proprie aspettative – il proprio “sguardo sul mondo”. Forse banale detto così, ma utile, quasi sempre. L’essere maieuta del Mastandrea nazionale poi si svela anche in un secondo aspetto, connesso a quanto appena detto, per il quale spesso le persone che vanno da lui credendo di avere un desiderio – soddisfatto il quale sono convinte raggiungeranno il loro scopo: un obiettivo, la felicità, l’aver pareggiato i conti col mondo – in realtà ne hanno, di fatto, un altro. E solo accettare il patto proposto le metterà in contatto con l’autentico desiderio che avevano. Quindi: recedere ma anche per fare un “lavoro su di sé”, guardare dentro se stessi e capire cosa “davvero” si vuole.

Il film ha afflati biblici quando uno dei clienti – quello che chiede la remissione del tumore del proprio figlio – pur non essendo riuscito a mantenere il patto (uccidere un’altra bimba per vedere guarito il proprio) ugualmente è testimone del miracolo che si compie: non possiamo quindi non pensare al Sacrificio di Isacco.

Il secondo aspetto interessante, legato a doppio filo al primo (condizionale che implica sempre libero arbitrio, ecc.) e quasi “corollario” di questo, è il “far da specchio” di Mastandrea ai propri clienti: questi ultimi lo accusano a più riprese di essere un mostro e di essere orribile, dimenticando il condizionale del patto e il loro libero arbitrio: le persone vanno da lui volontariamente e volontariamente si sottopongono al patto – mostruoso quanto la richiesta… (riavere la vista, riavere il marito malato di Alzheimer, ecc.): non vi è nessuna coercizione e nessun obbligo. Gli viene detto di essere senza pietà, mentre i primi a non averla sono proprio i clienti e via discorrendo. Questo è interessante perché, pur gettando una luce non nuova sull’animo umano, mostra quanto sia facile per tutti scaricare su altri le proprie “caratteristiche” – magari contingenti, magari dettate dalla disperazione, ma ben presenti («la gente sottovaluta quanto è capace di fare», commenta a un certo punto il satanico demiurgo). A chi gli dà del mostro confessa: «No, non sono un mostro. Diciamo che do da mangiare ai mostri».

Insomma, se non si sconfinasse nella fantascienza – e in una delle sue più intriganti declinazioni, quella dei viaggi nel tempo – questa faccenda della determinazione di se stessi attraverso le proprie scelte (perché alla fine c’è sempre e solo una scelta possibile – in un senso o nell’altro), potremmo parlare di principio di autoconsistenza di Novikov, di paradosso del Comma 22, ma qui dovremmo parlar d’altro…

The_Place_film

Bart Ryker – trailer ufficiale, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=6571525