Zeitgeist

Ecco se penso allo «spirito del tempo», allo zeitgeist, devo dire che questo breve scambio con un conoscente del quale non rivelerò l’identità, sia illuminante e (mi) faccia capire come io sia fuori dal mondo pensando ancora come concetti quali dignità e decoro possano avere un valore… non c’è molto da commentare.

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Potenza degli ibridi (e di altro ancora)

Una delle cose che mi fa più sorridere ultimamente è il «machismo motociclistico». I motociclisti “duri e puri” vedono chi ha uno scooter al meglio come uno sfigato, al peggio come un “handicappato” (si può ancora dire senza offendere nessuno? Perché di questi tempi bisogna fare molta attenzione a cosa e a come si scrive…).

Nella mia abbastanza lunga vita sono partito dal “ciao”, poi la “vespa”, poi la “moto” (quella dei motociclisti: una Kawasaki Z750S, per chi fosse interessato), poi – visto che con quella mi hanno quasi ammazzato (letteralmente) – l’ho usata ancora un po’ (poco) in favore di uno scooter (più utilizzabile e più utilizzato), cambiato con un altro… scooter? moto? E qui viene il bello. Perché si chiama “Forza” e a me pare ancora l’ottimo punto di congiunzione tra i due che il mercato può offrire. Eppure c’è chi, su quella pubblica piazza chiamata Facebook, ancora se la smena con una tassonomia che nasconde acrimonie, non detti, “vorrei ma non posso”, “posso ma non vorrei”, orgoglio motociclistico, leoni da tastiera e quant’altro vi pare. E, nel mondo in cui viviamo, questo mi pare di una idiozia formidabile.

Sia come sia: io ho un Forza “1a serie” (2021) col quale ho fatto quasi 50mila goduriosissimi km. Ah, poi ho ancora un’altra moto, quella che io chiamo “la mia crisi di mezz’età”, quella per la quale si vorrebbe avere la testa che si ha adesso (colma di giudizio e sufficiente buon senso – anche se sulle strade a volte non bastan neppure quello), ma fisicamente vent’anni meno per reggerla come si deve… ma di questa parlerò magari un’altra volta…

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Sirat: caso, paradiso, inferno

Ho visto Sirat, un film dalla trama semplice, ma dagli esiti e dagli avvenimenti che hanno – come il titolo dice – un che di escatologico. Partiamo proprio dal titolo: la ṣirāṭ (in arabo: الصراط) è il ponte escatologico dell’Islam, sottile come un capello e affilato come una lama, che ogni essere umano dovrà attraversare nel Giorno del Giudizio per raggiungere il Paradiso. Chi non riesce a superarlo cade nell’Inferno.

Nel Qurʾān (Corano) il termine ṣirāṭ compare molte volte, ma quasi sempre nel senso generale di “via”, “sentiero”, “retta via” (ṣirāṭ al-mustaqīm). Non c’è una descrizione dettagliata del ponte escatologico come struttura fisica sospesa sull’Inferno. Tuttavia, alcuni versetti sono stati interpretati in chiave escatologica, in particolare nella Sura 19 (Maryam), 71–72: «Non c’è nessuno di voi che non passerà su di esso (l’Inferno)…
Poi salveremo i timorati e lasceremo lì gli ingiusti in ginocchio». Qui non si parla esplicitamente di un “ponte”, ma la tradizione ha letto questo passaggio come riferimento all’attraversamento della ṣirāṭ.

La descrizione dettagliata della ṣirāṭ si trova soprattutto nei ḥadīth (tradizione profetica), cioè nei racconti attribuiti a Maometto e raccolti in opere canoniche come:
• Sahih al-Bukhari
• Sahih Muslim.

Qui il ponte è descritto come: più sottile di un capello, più affilato di una spada, teso sopra l’Inferno e attraversato con velocità diversa a seconda delle opere compiute (alcuni come un lampo, altri strisciando). Qui compaiono anche immagini vivide: uncini che afferrano i peccatori, cadute, intercessione dei profeti. C’è da dire che l’idea del ponte escatologico non nasce nel vuoto. C’è un parallelo molto evidente con il ponte Činvat dello zoroastrismo, che separa giusti e malvagi nell’aldilà. Considerando il contesto culturale dell’Arabia tardoantica, il confronto è quasi inevitabile.

Un po’ come per tradizioni più vicine a noi – sebbene in qualche modo più “laiche” (penso al “solito” Dante) – abbiamo a che fare con un’immagine potente perché unisce giudizio morale e precarietà fisica: la “retta via” vissuta in vita diventa un attraversamento reale dopo la morte.

Sirat, la locandina del film

Sirat, la locandina del film

Ma veniamo al film: un uomo europeo (spagnolo) attraversa il Marocco alla ricerca della figlia scomparsa, forse finita dentro una comunità di rave itineranti nel deserto. Si unisce a un gruppo di giovani nomadi, outsider, che vivono ai margini – tra musica elettronica, spostamenti continui e una libertà che è anche precarietà.

Il viaggio si fa sempre più estremo: il paesaggio si svuota, i punti di riferimento spariscono, gli incontri diventano ambigui. La ricerca iniziale perde centralità e si trasforma in un attraversamento quasi iniziatico, dove contano meno le motivazioni individuali e più la resistenza – fisica e mentale – al limite. Accadono cose impreviste e stranianti: l’eterogeneo gruppo sostanzialmente si dimezza.

Se si tenta di leggere il film alla luce della ṣirāṭ, il cortocircuito diventa in una qualche misura evidente perché nella tradizione islamica l’attraversamento è moralmente ordinato (i giusti passano, gli altri cadono), mentre nel film è radicalmente contingente: non c’è nessun segno che i tre sopravvissuti a questa odissea siano più puri, abbiano capito qualcosa di più o abbiano fatto scelte migliori. Anzi: il film sembra costruito proprio per negare qualsiasi teleologia morale leggibile.

Se vogliamo tentare di forzare (senza esagerare) il parallelismo tra il titolo (che richiama alla tradizione che abbiamo accennato) e quel che accade, possiamo vedere nel deserto lo spazio dell’aldilà (svuotato, assoluto, senza appigli), nel viaggio l’attraversamento della ṣirāṭ e nelle perdite che si susseguono, le cadute nel vuoto, ma anche così manca l’elemento centrale della tradizione religiosa: un criterio di giustizia che sia riconoscibile.

Alla fine nel film (come nella realtà, verrebbe da dire) non c’è Dio che giudica, non c’è bilancia delle azioni e non c’è proporzione tra colpa e destino e quel che emerge è qualcosa di più duro: la sopravvivenza come fatto opaco, quasi arbitrario.

Ci troviamo in sostanza di fronte a due possibili letture: la prima, “negativa” e disincantata, secondo cui il film svuota il simbolo: prende l’immagine potente della ṣirāṭ e la mostra senza fondamento morale. Il mondo non è giusto, non c’è corrispondenza tra vita e destino. Attraversare è una questione di caso, resistenza, fortuna. La seconda lettura è più “radicale” e sottile: il giudizio non è abolito, ma piuttosto è reso illeggibile dall’esterno. Non sappiamo davvero cosa “vale” per quei personaggi, perché come spettatori non li conosciamo fino in fondo e il film ci nega l’accesso a una scala etica chiara.

In questa chiave, il disagio che lo spettatore prova è voluto: viene messo nella posizione di chi cerca un senso morale… e non lo trova (come del resto è nella vita vera).

In ogni caso ci troviamo di fronte a un bel film.

La scrittura perduta. Viaggiare, smarrire, riscrivere

C’è una strana maledizione che accompagna gli scrittori (in viaggio ma non solo) — una maledizione lieve o tremenda, a seconda dei casi, ma sempre significativa: quella della perdita.
Non del bagaglio o del denaro, ma della scrittura stessa: degli appunti, del dattiloscritto, del taccuino dove il mondo si stava già trasformando in racconto.

Nicolas Bouvier la conosce bene. In La polvere del mondo, dopo mesi di fatiche e di polvere vera, racconta l’episodio quasi di passaggio, ma con il tono dolente di chi ha visto dissolversi una parte di sé: il suo dattiloscritto — il cuore del viaggio — finito tra le mani distratte di un inserviente, sparito per sempre. È una scena che suona come un ammonimento: il mondo restituisce al viaggiatore tutto ciò che vuole, tranne la possibilità di fissarlo davvero. Scrivere, per Bouvier, è un modo di viaggiare ancora; perderne la traccia è quasi un ritorno all’essenza del cammino, dove nulla resta.

A distanza di decenni, un episodio simile accade a Marco Paolini (che si cela fino a metà libro con lo pseudonimo di “740”, storica locomotiva delle ferrovie italiane): in viaggio con Paolo Rumiz, in “seconda classe“, gli rubano lo zaino. Dentro c’erano anche gli appunti, i pensieri nati dal tragitto — quella minuta sedimentazione di sguardi e parole che fa di ogni tappa una piccola storia. Ma anche qui la perdita diventa parte del racconto: ciò che scompare obbliga a reinventare, a riattraversare il percorso con la memoria, a fidarsi di un’altra forma di scrittura, più orale, più fragile e forse più vera.

copertina de "La polvere del mondo"

La copertina del libro

Ma la “maledizione” può assumere toni ben più crudeli. Nel 1913, Dino Campana affida a Soffici e Papini il manoscritto del suo Il più lungo giorno. Chiede solo di leggerlo, di aiutarlo a pubblicarlo. Lo perdono — o peggio, lo dimenticano. Campana, furioso e disperato, lo riscrive a memoria: nasce così Canti Orfici, un libro che vibra di follia e di genio, ma anche del trauma della riscrittura, della ferita che diventa forma. Quasi sessant’anni dopo, il manoscritto originale riaffiora fra le carte di Soffici, come un fantasma tardivo, inutile e beffardo. In Campana, la perdita si fa creazione: non è più l’incidente del destino, ma il motore segreto della poesia.

Anche Hemingway, nel 1922, conobbe il medesimo colpo. Una valigia contenente tutti i suoi manoscritti giovanili sparì a Parigi. Non si riprese mai del tutto, ma da quella frattura nacque una nuova voce, asciutta, essenziale: “bisogna ricominciare sempre da capo”, scriverà più tardi, come se la distruzione fosse una forma di purificazione letteraria.

E poi ci sono i viaggiatori cronici, come Bruce Chatwin, che vivevano nella perdita come in una seconda natura. I suoi taccuini Moleskine — strumenti e simboli insieme — erano un modo di trattenere l’effimero, ma anche di accettare che tutto, prima o poi, svanisce. Per lui, come per Bouvier, il viaggio è già scrittura che si disfa, impronta sulla sabbia, traccia che il vento cancella.

Da Campana a Bouvier, da Hemingway a Paolini, da Chatwin a chissà quanti altri, si delinea una genealogia del perduto: scrittori per i quali il vuoto non è un accidente, ma una condizione. Il manoscritto smarrito, l’appunto sottratto, la pagina bruciata sono figure di una verità più profonda: ogni scrittura nasce da un atto di perdita. Si scrive per salvare, ma anche per constatare che nulla si salva davvero.

Forse è questo, in fondo, il segreto comune di chi viaggia e di chi scrive: camminare sapendo che il mondo, e ciò che si scrive di esso, non ci appartiene.
E che la bellezza — come la polvere del mondo — resta solo a chi accetta di perderla.

“Lettera aperta” agli Stati Uniti d’America

La presente “lettera aperta”, che credo pochissimi leggeranno e, nell’economia delle cose del mondo, avrà un valore pari a zero (1), scaturisce in primo luogo dalla recente “ascesa al trono” di Mr. Donald Trump e in secondo luogo dalla lettura di un vecchio romanzo di Frédéric Beigbeder, Windows on the world, scritto all’indomani della tragedia delle torri gemelle.C’è una pagina di questo romanzo che mi colpisce perché sembra scritta oggi:

“Finestre sul Mondo”. La mia prima impressione consiste nel trovare tale nome abbastanza pretenzioso. Un po’ megalomane, soprattutto per il ristorante di un grattacielo in cui sono raggruppati mercati finanziari, banche e società di mediazione. Si può vedere questo nome come una prova supplementare dell’arroganza americana: “Il nostro locale sovrasta il centro nevralgico del capitalismo mondiale e vi disprezza cordialmente”. In realtà si trattava di un gioco di parole sul World Trade Center. “Finestre sul World”. Come al solito, con la mia acidità tipicamente francese, vedo della sufficienza là dove c’era solo della lucidità ironica. Come avrei battezzato il ristorante situato all’ultimo piano del World Trade Center? “Roof of the World”? “Top of the World”? Sarebbe stato ancora peggio. Totalmente cafone. Perché non “King of the World” come Leonardo Di Caprio in Titanic, già che ci siamo? (“Il World Trade Center è il nostro Titanic, ha dichiarato il sindaco di New York, Rudolph Giuliani, all’indomani dell’attacco.) Certo, a posteriori, come ex creativo pubblicitario provo un tuffo al cuore: ci sarebbe stato un nome magnifico per questo posto, un marchio sublime. umile e poetico. “END OF THE WORLD”. In inglese, end non significa soltanto “fine”, ma anche “”estremità”. Dato che il ristorante si trovava sotto il tetto, *End of the World” voleva dire “a un’estremità della torre”. Ma gli americani non amano questo tipo di spirito; sono molto superstiziosi. Per cui non c’è mai il tredicesimo piano nei loro building. In fin dei conti, Windows on the World era un nome molto azzeccato. E poi commerciale, altrimenti perché Bill Gates avrebbe scelto di battezzare anche lui “Windows” il suo celebre software, alcuni anni dopo? Non era certo la vista più alta del mondo:il World Trade Center culminava a 420 metri, mentre le Torri Petronas a Kuala Lumpur misurano 452 metri e le Sears Towers di Chicago 442. I cinesi stanno costruendo la torre più alta del mondo (460 metri) a Shanghai: il Shanghai World Financial Center. Spero che questo nome non porti loro sfortuna.

(op. cit., Bompiani, Milano, 2004, pp. 16-17)

Questo ovviamente perché il libro è stato scritto diversi anni fa, mentre sappiamo che nella “corsa al cielo” ormai siamo ad altezze quasi raddoppiate…

Diagramma con la skyline degli edifici più alti del mondo.

Diagramma con la skyline degli edifici più alti del mondo: le Petronas Towers, tanto per dire, non vengono neppure più prese in considerazione. Da “Wikipedia”: di Phoenix CZE (Opera propria, CC BY-SA 4.0)

Da sempre leggo una certa aggressività che trabocca dalla sponda opposta dell’Oceano e arriva fino a noi, passando da quella primigenea servitù culturale da cui siamo da almeno 80 anni (diciamo dalla fine del secondo dopoguerra) ammorbati: film, telefilm e storie che sono sempre le stesse e si risolvono, sorpattutto, sempre nello stesso modo: a colpi di arma da fuoco. Generalizzare è ingiusto – gli “americani” (che poi sono, per una sineddoche, gli statunitensi) sono davvero tanti e di fatto costituiscono un mezzo continente, ma tant’è: sono rappresentati da quel signore lì e con quel signore lì e il suo establishment bisogna che il mondo si confronti.

Promesse di dazi, rivoluzioni, guerre economiche, guerre digitali, uscita da trattati internazionali per la mitigazione dell’impatto sul clima (noti come “Accordi di Parigi”), uscita addirittura dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (così se avviene un fenomeno pandemico analogo a quello del Covid, le cose non potranno che peggiorare…), guerre vere ma, mi sembra, nessuna pace – anche se pare che gli osservatori internazionali siano concordi nel sostenere che la guerra russo-ucraina finirà grazie a lui (se ci si pensa, un potere immenso…). A me pare però che non ci sia davvero nulla di nuovo sotto il sole. Alla fine – e qui mi rivolgo direttamente a loro – voi statunitensi e i vostri “cugini” inglesi avete fatto il bello e il cattivo tempo in giro per il mondo come, quando e quanto avete voluto da almeno 400 anni (malcontati) a questa parte. Avete “esportato democrazia” per importare materie prime. Avete fatto e disfatto, distrutto e poi ricostruito ovunque perché questo è connaturato al capitalismo che, saturati tutti i mercati possibili, deve artificialmente crearne di nuovi, azzerando, con una bella guerra da qualche parte, tutto.

Mio padre, cari statunitensi, mi ricordava che la modestissima casa nella quale ho trascorso tanta parte della mia infanzia e giovinezza fu ricostruita grazie a voi, ma solo in tempi relativamente recenti mi raccontò l’altra metà della storia: la casa è rimasta in piedi per tutta la guerra e venne distrutta da una bomba lanciata da un vostro aereo, proprio poco prima che la guerra terminasse. Il celebre “fuoco amico” e i classici due piccioni con una fava: si svuotano i magazzini di armi e si fa in modo che un paese (perdente e servo come il nostro) fruisse del piano Marshall, per fare in modo che vi fosse eterna riconoscenza, oltre alla ovvia concessione di suolo patrio per impiantare le vostre basi militari, ai tempi della guerra fredda. Riconoscenza che ancora oggi si riverbera con le frequenti visite della nostra (beneamata?) premier.

Siete stati e forse siete ancora i “padroni del mondo”. Tra un po’ grazie a quell’altro signore, quello che flirta con la nostra premier, Mr. Elon Musk, diventerete anche i padroni di Marte (come recitava un vecchio film satirico di Corrado Guzzanti, “rosso, bolscevico e traditor”…) e quindi la vera domanda è: ma noi, resto del mondo, cosa vi abbiamo fatto per meritarci tutto ciò? Perché tanta aggressività e acrimonia? Perché tutta questa follia e questa isteria? “Zappando” sul web mi è tornato fuori questo vecchio cartoon che in tre minuti spiega la vostra storia. Forse una pretesa semplicistica, di eccessiva semplificazione, ma forse è anche la moneta con la quale meritate di essere ripagati, visto che (iper)semplificate tutto e il mondo è, in ultima istanza, o “con voi” o “contro di voi” – mentre io, per esempio, non sono né con voi, né contro di voi:

(1) Ma le cose si fanno per sé, in primo luogo, poi anche perché in un angolo della propria coscienza si spera davvero che contribuiscano per un epsilon piccolo a piacere a cambiare qualcosa del mondo…

Scoiattoli, politica e linee del tempo

Ai miei genitori, fuggiti, in questo 2024, verso altre linee del tempo.

Talvolta, e per taluni, la sproporzione tra le possibilità che si affacciano nel mondo cui viviamo sono tali da indurre giustificazioni a quel che accade, che stanno nella twilight zone, quella zona crepuscolare dove tutto sembra possibile e soprattutto dove ogni cosa sta tra il vero, il verosimile, il possibile e magari l’assurdo – perché in certe occasioni assurda, alle persone di buon senso, sembra essere la realtà stessa.

C’è un antesignano a questa sorta di “commistione” tra realtà e fantascienza che è, per me che scrivo, illustre ed è una sorta di piccolo best seller nel suo genere: Piove all’insù di Luca Rastello, giornalista torinese che ebbi modo di conoscere prima che anche lui, qualche anno fa, migrasse verso altre linee temporali. Luca scrisse e descrisse con occhio sensibile e acuto la realtà degli anni ’70 del secolo scorso, in quel fremito di “realizzabilità dei sogni” di una società (italiana) più equa e più giusta che lo connotò, ma che poi le vicende – note e a lungo analizzate – e quel che accadde, di fatto negarono. I suoi “inserti” fantascientifici, frutto di quelle letture post-adolescenziali e psichedeliche, hanno inizialmente un effetto straniante sulla trama del libro stesso, ma poi, come per magia (magia di cui sono capaci i grandi scrittori, e Luca lo era), tutto sembra tornare, tutto sembra avere un suo equilibrio narrativo.
La spassosa genesi di quello che invece qui voglio segnalare è legata a un recente articolo comparso sul magazine online “Rivista Studio”, in cui, nel 2016, «Donald Trump diventa Presidente degli Stati Uniti, e la sensazione di essere in un punto sbagliato dello spazio-tempo si diffonde velocissima». Insomma: si “dà la colpa” di quel che accade a qualcosa che va storto nella realtà attuale. Un tema caro a chi, come il sottoscritto, è cresciuto a pane e “Ritorno al futuro”. Ma partiamo dall’inizio, che è anche l’inizio dell’articolo di “Rivista Studio”: «Le persone chronically online conoscono bene la cosiddetta Darkest Timeline, nota anche come Weasel Timeline. Breve riassunto: nell’aprile del 2016 una donnola si mette a masticare i cavi elettrici che portano energie al Large Hadron Collider del Cern di Ginevra. La donnola muore, bruciata viva dalle scosse elettriche. Il Large Hadron Collider smette di funzionare per un po’ […]. Nel corso di quell’anno, si verificheranno eventi che lo faranno passare alla storia come uno dei peggiori mai vissuti dall’umanità».

Peanut lo scoiattolo e Frank Longo che lo ha adottato

Peanut lo scoiattolo e Frank Longo che lo ha adottato, divenuto poi rocambolescamente simbolo/mascotte della campagna alle elezioni presidenziali di Trump

Questo l’incipit dal sapore apocalittico dell’articolo che prosegue in una apparente fuga verso una sfrenata fantasia: il legame tra la donnola a Ginevra e la morte violenta di altri piccoli mammiferi “esotici” ma in qualche modo da compagnia a New York, sembra essere legata dal tenue e invisibile filo di questa Darkest Timeline, questa linea del tempo sotterranea e nascosta che mette in relazione eventi apparentemente del tutto sconnessi tra loro. Per l’esattezza a morire a New York sono lo scoiattolo Peanut e il procione Fred.
Nella strampalata logica di questa fantasmagoria – volta, ricordiamolo, a dare una giustificazione (im)plausibile del perché il mondo va come va – la morte di questi due animaletti è di nuovo foriera di sciagure e, in particolare, del dejà vu legato alle elezioni statunitensi, quelle appena avvenute in questo 2024: «questo potrebbe essere l’evento che decide – vogliamo essere ottimisti: contribuisce a decidere – chi vincerà le elezioni negli Stati Uniti. Uno scoiattolo è morto a New York, ucciso dal personale specializzato del Department of Environmental Conservation (DEC) dello Stato di New York. Essendo questi gli Stati Uniti, lo scoiattolo è morto di una morte violenta: gli animalisti dicono che questa è la versione animale della police brutality». Inciso: quando il mondo animale diventa non solo protagonista, ma determinante per la sorte dell’umanità tutta, non può non riaffiorare alla mente la celebre Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. Fine dell’inciso.
Fatto sta che, per tornare alla realtà, Peanut lo scoiattolo esiste(va) per davvero e ha ancora un profilo Instagram con 700mila followers – ma che, andandolo a vedere, nel frattempo sono diventati oltre 900mila. La realtà assume subito una coloritura che sarebbe comica se non fosse realmente tragica: «L’intervento del DEC, come spesso accade negli Stati Uniti quando la pubblica autorità esercita la sua forza sui privati cittadini, è degenerato subito: Peanut ha morso una delle persone incaricate di portare via lui e Fred, fatto che ha reso inevitabile la soppressione sua e del procione. Il motivo è sempre lo stesso: potrebbero avere la rabbia, l’infezione si può appurare solo con un’autopsia, in attesa dei risultati tutte le persone entrate in contatto con gli animali sono caldamente invitate a parlare con il loro medico di base», racconta ancora “Rivista Studio”. L’umano, tal Frank Longo, che ha adottato Peanut e Fred, dopo aver mandato all’inferno il delatore che ha indicato al DEC i due animaletti, ha messo su una raccolta fondi (per cosa, si chiede “Rivista Studio”, non è chiaro) che però ha già raggiunto i 160mila dollari. Segno, anche questo, che viviamo comunque in realtà parallele.
La storia dovrebbe finire qui e dovrebbe avere poco o nulla di interessante, se non come caso di routine riguardante la salute pubblica in uno stato americano, qualcosa che normalmente riguarderebbe solo i residenti locali. Tuttavia, la morte di uno scoiattolo, Peanut, ha scatenato una controversia di portata nazionale e un dibattito politico durante la campagna elettorale americana. In particolare, il tema è stato ripreso dai repubblicani, che hanno iniziato a vedere lo scoiattolo come simbolo della propria battaglia, mettendo in secondo piano animali “totemici” come l’elefante e l’aquila.
In particolare, Elon Musk ha contribuito a trasformare questa vicenda in un’arma retorica – quella che in inglese si dice weaponization: prendi una cosa che non è intesa per far del male a nessuno e la trasformi in un’arma – accostandola a discorsi familiari anche altrove, come la paura che la sinistra voglia limitare le libertà personali e sottrarre beni e animali domestici. I repubblicani hanno inoltre legato la storia a temi quali il possesso di armi e l’immigrazione, descrivendo un governo intenzionato a limitare le loro libertà.
Donald Trump è diventato il “protettore” di Peanut – potremmo dire quasi obtorto collo, visto che inizialmente pare non fosse molto d’accordo – con immagini satiriche che lo ritraggono in compagnia dello spirito dello scoiattolo. Nonostante il silenzio ufficiale di Trump sull’episodio, alcuni suoi sostenitori hanno espresso rabbia verso il governo per questa vicenda, mentre politici come J.D. Vance hanno cercato di sfruttare la storia per guadagnare consensi.
Sia come sia quello che scriviamo, lo scriviamo adesso che Trump è, con largo consenso, il 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Evento inequivocabile che sembra altrettanto inequivocabilmente corroborare la Darkest Timeline Theory.

La via oscura – qualche riflessione

Ho finito di leggere ieri sera La via oscura, di Ma Jian, consigliatomi tempo fa da un amico. Sembra lontano dai temi su cui lavoro negli ultimi anni (la questione energetica), ma non lo è così tanto. E non lo è perché banalmente di risorse – in generale – ce ne sono di più o di meno se a consumarle siamo di più o di meno. L’annosa (e soggetta a enormi tabù) questione demografica – sempre poco sviscerata almeno nel nostro paese in cui si parla di “inverno demografico” (che vale per il nostro paese, ma appena fuori dai confini l’inverno è di nuovo primavera o estate piena…) – ha avuto almeno un maldestrissimo tentativo di azione, non qui ma nella popolosa Cina, con la celebre “politica del figlio unico“. Un tentativo (ripeto: decisamente maldestro), calato dall’alto, di contenere l’esplosione demografica dagli anni che vanno dal 1979 in poi, fino almeno al 2013, anno di ufficiale abolizione di quella che è stata a tutti gli effetti una sorta di follia.

Manifesto pubblicitario sulla politica del figlio unico

Manifesto pubblicitario sulla politica del figlio unico

Follia ben narrata nel romanzo crudo, a tratti cruento, di Ma Jian, in cui si racconta la vicenda di una coppia che in sostanza si dà alla macchia, per sfuggire alla “polizia di pianificazione familiare” (una roba a dir poco orwelliana) e accetta lavori e compromessi di sempre più basso livello, pur di rimanere “liberi”. Libertà a cui vanno messe le virgolette perché, tragedia nella tragedia, come accadeva in una Italia di decenni fa (neppure troppi se ci si pensa), la libertà è quella maschile di disporre della propria consorte in sostanza come “fattrice”. La protagonista resta incinta dopo la prima figlia, ma la coppia viene scoperta e… vabbè, non faccio troppo spoiler. In ogni caso si ha l’impressione di una discesa nell’inferno perché al degrado morale, diciamo così, si accompagna il degrado degli ambienti nei quali la famigliola protagonista della narrazione è costretta ad agire: discariche (del mondo occidentale) in cui questi “migranti interni” disgraziati sono costretti a lavorare e a vivere, in mezzo a rifiuti di ogni genere, inizialmente vari (oggetti rotti, tipicamente di plastica) e poi in un distretto specializzato nel recupero dei dispositivi elettronici (del primo mondo). Reietta e costretta all’inferno più degli altri che compongono il terzetto (padre, madre, figlia), la protagonista femminile. Non entro in dettagli e non dico nulla sull’epilogo, ma è un romanzo terribile, che getta una luce davvero sinistra su una nazione enorme, la maggiore potenza mondiale insieme agli USA, che ha grandi se non grandissimi problemi di diritti civili.

Si dirà: sì ma è un romanzo. Già, ma per questo romanzo in sostanza Ma Jian è stato costretto all’esilio, prima a Hong Kong e, dopo che questa è tornata cinese, in Europa (prima in Germania e poi a Londra, recita il risvolto di copertina sulla nota biografica). Da leggere, ma da prepararsi a prendere cazzotti nello stomaco…

Sul guardare e il vedere

Leggo e mi rendo conto che leggo sempre di più per allontanarmi da una realtà a tratti dolorosa. Tre le cose lette negli ultimi tempi, vale la pena di citare un vecchio pamphlet di Curzio Malaparte, che misi in lista – senza saperne nulla – per il titolo: Maledetti toscani. Si tratta di un libriccino breve, che si legge in poco, ma come già accadde per il Piovene di Viaggio in Italia, ha il merito di restituire scorci di un’Italia che fu, quella del dopoguerra. Vale la pena di citare quello che si trova alle pagine 115 e seguenti dell’edizione Adelphi:

Se attraversi l’Italia dalla testa ai piedi, voglio dire dalle Alpi alla Sicilia, o per tutto il costato, cioè dal Tirreno all’Adriatico, ti accorgerai che a differenza di come avviene nei paesi stranieri, dove nessuno alza gli occhi a guardarti in faccia, e dove la gente sembra non vederti nemmeno, in Italia tutti ti guardano.

Milioni d’occhi ti seguono dalle soglie delle case, dalle finestre, dal fondo delle botteghe. Ti pare che un intero popolo ti guardi, ti segua con gli occhi: ma non, a differenza dei toscani, per giudicarti: semplicemente per guardarti. Non c’è gretta curiosità negli occhi degli italiani: c’è qualcosa di doloroso, di profondo, di triste, qualcosa che è anche negli occhi degli animali. Specie delle donne e dei bambini: la cui sola difesa è nello sguardo. E ti guardano anche quando credi che nessuno ti veda: di dietro le persiane, le porte socchiuse, dal fondo dei vicoli deserti. In Italia anche i ciechi ti guardano.

Questo brano fa quasi da premessa a quel che segue: ancora piuttosto vivido nella memoria – ancorché a distanza di anni ormai – lo sbarco alleato, Malaparte dice che gli italiani soprattutto guardavano questi soldati non già per vedere “com’erano, e di che colore: ma per una ragione più profonda. Per veder se erano uomini anch’essi, per saggiare con gli occhi la loro qualità umana”.

Ecco sono queste frasi che mi riportano alla mia infanzia “borgatara”: un posto piccolo dove mia nonna teneva ancora la chiave sulla toppa all’esterno e dove “l’antifurto” era la rete di persone che si avevano intorno. Una convivenza che si cercava (e non sempre si riusciva) di rendere civile, negli spazi stretti della borgata, dove tutti sapevano tutto di tutti. Poi c’è chi lo sapeva per malizia, chi per il morboso non farsi i fatti propri (il meccanismo che secondo me decretò il successo delle telenovelas fu il trasferimento della curiosità – non troppo autorizzata – sulla vita dei vicini di casa a quella, non solo autorizzata ma caldeggiata, sulla vita dei protagonisti di Dallas, Dynasty fino ad arrivare alla nostrana Un posto al sole…), chi per semplice senso della civile convivenza e del sentirsi parte di un gruppo o di un destino umano che accomuna gioie e dolori di ognuno. Insomma: vantaggi e svantaggi degli sguardi altrui.

In pochi anni la rivoluzione è stata copernicana: tutto questo non esiste più – meno che mai lo sguardo mite degli italiani di cui parla Malaparte (quando va bene il prossimo tuo, in Italia, adesso ti ignora, a meno che non sia anziano, in coda alla posta e ben disposto alla chiacchiera) – per lasciare posto all’indifferenza (quando va bene) o a quello sguardo ipnotizzato che punta ai pochi centimetri quadrati dello schermo del proprio smartphone. Peccato perché alzando gli occhi si potrebbe ancora vedere un pezzo di mondo e rischiare di incontrare qualche anima in carne ed ossa con la quale condividere le proprie gioie e i propri dolori per sentirsi un po’ meno soli e forse, soprattutto, avere una percezione meno individualista di se stessi.

Statistica, probabilità e “mistero” bayesiano

Di certo in molti avranno pensato quello che ho pensato io sulla vicenda a tinte fosche dell’affondamento del “Bayesian”, lo yacht di Mike Lynch, omonimo, per cognome, di quel regista, David, che potrebbe essere l’autore della storia o il soggetto di un suo film.

La questione ha uno sfondo un po’ inquietante per le cose che sappiamo (la coincidenza con la morte del socio di Lynch, Stephen Chamberlain; il presunto contatto con i servizi segreti di mezzo mondo e altre quisquilie di questo genere) e forse più che la sceneggiatura di un film di David Lynch, potrebbe essere quella di un film di Christopher Nolan (penso espressamente alla cupa ambientazione di “Tenet“): un magnate/oligarca cattivo (guarda caso dell’Est, notoriamente terra di cattivi: Andrei Sator) è in possesso di una tecnologia attorno alla quale ruota l’intero film.

Immagine del "Bayesian"

Una immagine del “Bayesian”

Quando stavo scrivendo la tesi di laurea, mi sono imbattuto in più di un’occasione nella statistica bayesiana – che ha fatto la fortuna di Lynch e a cui il veliero sul quale ha trovato la morte era dedicato – che mi aveva affascinato: senza procurarsi manuali di statistica, anche solo nell’incipit della voce Wikipedia si legge:

La statistica bayesiana è un sottocampo della statistica in cui l’evidenza su uno stato vero del mondo è espressa in termini di gradi di credibilità o più specificamente di probabilità bayesiana.

Verità, credibilità, probabilità, “stato del mondo”. Mi sembra di tornare indietro nel tempo, al tempo in cui era per me fondamentale avere le basi della teoria della conoscenza (o “gnoseologia” o anche, con uno slittamento di significato spostato verso la filosofia della scienza, epistemologia); un tempo in cui la conoscenza proposizionale – un soggetto S conosce una proposizione p se: (1) p è vera; (2) S crede che p (S crede che la proposizione sia vera); (3) S è giustificato nella sua credenza – era una specie di stele di Rosetta, con cui confrontare le varie teorie che incontravo nella mia ricerca; un tempo in cui questa conoscenza proposizionale veniva messa in crisi da controesempi ineluttabili, come quello di Gettier (noto appunto come “il problema di Gettier“).

Ancora, sempre per citare una definizione (sempre su Wikipedia), quella di probabilità bayesiana recita:

La probabilità bayesiana è un’interpretazione del concetto di probabilità, in cui, anziché la frequenza o la propensione di qualche fenomeno, la probabilità viene interpretata come aspettazione razionale rappresentante uno stato di conoscenza o come quantificazione di una convinzione personale.

L’interpretazione bayesiana della probabilità può essere vista come coestensiva della logica proposizionale con l’inclusione del ragionamento tramite ipotesi, vale a dire, con proposizioni la cui verità o falsità è sconosciuta. Nella visione bayesiana, una probabilità viene assegnata a un’ipotesi, mentre nell’approccio frequentista alle inferenze, un’ipotesi viene tipicamente verificata senza che venga ad essa assegnata una probabilità.

Quale probabilità bayesiana (quindi: aspettazione razionale, stato di conoscenza, quantificazione di una convinzione personale!) aveva quindi il “Bayesian” di inabissarsi nelle acque di fronte a Palermo? Gli ingredienti per la spy-story sono serviti su un piatto d’argento…

30 anni senza Ayrton Senna – il prototipo del mito

Qualche sera fa ho guardato – per poi scoprire in realtà che ho riguardato, visto che a un certo punto mi sono reso conto di averlo già visto… (che brutta roba la vecchiaia!) – il documentario su Senna disponibile su Netflix.

Non so se è la storia ad essere ideale in sé o la costruzione che ne fa il documentario, ma questo giovane uomo, morto sul lavoro (guidando su un circuito un’auto di Formula 1), sembra aver avuto la vita perfetta. Di buona famiglia (nel senso di: facoltosa), si avvia – incoraggiato e non osteggiato – al mondo delle corse sin da ragazzino (come spesso accade), con i kart. E’ talentuoso e presto viene fuori per quello che è ed è stato: un campione. E’ molto credente e non ne fa mistero – e lo è al punto da essere quasi preso per i fondelli dagli altri colleghi piloti e dal suo entourage – ed è quindi un buono. Condizione necessaria per trasformarsi da semplice campione di una disciplina in un eroe a tutto tondo perché essere campione significa guadagnare molti soldi e i molti soldi, se arrivi da un paese complesso e tutto sommato povero (soprattutto negli anni ’70-’90 del secolo scorso) come il Brasile e quei soldi li usi per far del bene alla gente, allora diventi un eroe nazional-popolare.

Ayrton Senna

Ayrton Senna (copyright: Instituto Ayrton Senna – immagine tratta da Wikipedia)

Ma non basta: anche professionalmente la storia è perfetta. Ha un deuteragonista – l’antipatico francesissimo Alain Prost, pilota navigato e ben insediato nella “politica dello sport” – che gli dà filo da torcere e lo costringere a crescere umanamente e professionalmente, evidenziandone ancor di più le caratteristiche del fuoriclasse (che in tempi più recenti ricordano, per certi aspetti, un altro campione, stavolta nostrano e sulle due ruote, Valentino Rossi, che spesso partiva in svantaggio per fare delle rimonte pazzesche e superare tutti arrivando primo…) e poiché il nostro, non solo vuole essere un pilota migliore, ma un uomo migliore, si spende attivamente anche per la sicurezza dei colleghi, durante i brainstorming che si tengono prima di ogni corsa, come dimostra l’episodio accaduto appena un paio di anni prima della sua morte.

intervento per salvare la vita del collega Erik Comas

Senna interviene per salvare la vita del collega Erik Comas

Infine c’è quell’alone di presentimento: diversi incidenti accadono poco prima di quello che gli sarà fatale. Come fossero moniti. Presentimento tanto forte che finanche il medico ufficiale dei Gran Premi di Formula 1, Sid Watkins, che di Senna era amico, arriva a dire al pilota brasiliano, a commento della morte di Roland Ratzenberger – pilota austriaco coetaneo (di Senna) – avvenuta il giorno prima (30 aprile) durante le prove della gara di Imola (Gran Premio di San Marino), che se avesse voluto non gareggiare e ritirarsi, lo avrebbe potuto fare. Anzi: avrebbe pure potuto dire addio alle gare e sarebbero potuti andare a pesca insieme. Il giorno precedente la morte di Ratzenberger ebbe un incidente molto grave e spettacolare, ma per fortuna senza danni, il connazionale Rubens Barrichello e Ayrton si precipitò all’ospedale per vedere come stava il suo giovane pupillo. Insomma se Senna fosse stato superstizioso anziché religioso, quel 1° maggio di 30 anni fa non avrebbe corso. Ma così non fu e anzi, proprio nella sua fede cercò il conforto, un messaggio, un segnale: la mattina del 1º maggio 1994, poche ore prima del tragico incidente, lesse un passo della Bibbia che diceva: “Oggi Dio ti farà il suo dono più grande, Dio stesso” (la frase pare sia in realtà: “Oggi ti darò la ricompensa più grande che posso. Ti darò me stesso”, tratta dal libro della Genesi). Messaggio sibillino e potenzialmente suscettibile di molte interpretazioni possibili.

Se gli eventi sono guidati, molto prosaicamente, dalla tecnologia, gli aspetti nefasti partono proprio da lì: le Williams-Renault dopo la giravolta normativa che tornava a bandire le sospensioni elettroniche fece un salto indietro e non di poco: tra la versione a sospensioni attive dell’anno precedente (1993) che permise la vittoria a mani basse dell’antipatico Prost (la FW15C) e quella di quell’anno, la FW16, guidata da Senna, c’era un abisso. Quest’ultima era praticamente inguidabile, regolata malissimo, nonostante le messe a punto e i brainstorming nei quali Senna coinvolgeva i tecnici. La posizione di guida orribile, l’abitacolo strettissimo (alla voce Wikipedia su Senna si legge: “La monoposto progettata da Adrian Newey è anche troppo stretta nella zona dell’abitacolo, aspetto che influisce negativamente sulla guida (lo stesso Senna, dopo le prime prove con la vettura, afferma: «Se mangio un panino non entro più in questa macchina»); il mezzo inoltre è instabile e difficile da guidare a causa dell’eliminazione dei dispositivi elettronici”), insomma anche qui, anzi: a partire da qui, non ci siamo proprio. Nonostante questo Senna – che fino a quel momento ha fatto miracoli (l’anno precedente, ancora con la McLaren, in qualche occasione ha dato del filo da torcere a Prost che viaggiava con le sospensioni automatiche; quell’anno, nonostante l’auto che faceva i fatti suoi, aveva ottenuto ben tre pole position, compreso il gran premio di Imola…) – corre ed è primo quando accade quel che gli è fatale.

Qualche dettaglio su una storia comunque molto conosciuta lo si trova qui e qui. Dettagli da cui anche gli “amici” inglesi della Williams non è che ne escano proprio benissimo.