Nel cuore del gatto. La letteratura come antidoto

Forse dire “letteratura” è troppo, ma certamente parliamo di buona – se non ottima – narrativa. Non annoio, chi leggerà, con i dettagli che mi hanno portato (a) questo libro: basti sapere che la moglie di un caro amico l’ha tradotto e l’amico me ne ha voluto fare dono – e questo mi tiene sempre un passo indietro (l’ultimo dei molti di cui sono indietro) nella tacita “gara” di generosità nei confronti di costoro. Ovviamente non parlo di generosità solo in senso strettamente economico: quella è la meno rilevante, anche se pure quella c’è!

Ieri sera l’ho “attaccato” e, forse un po’ sensibile a certe questioni – che riguardano (1) in generale, ma anche nello specifico, il nostro modo di vivere e (2) la fatale attrazione che da qualche anno subisco per questo “Oriente caucasico” così mescolato, così ricco… – ne sono rimasto impressionato, per una serie di motivi che di fatto costituiscono – o dovrebbero auspicabilmente costituire – quell’antidoto alle orribili notizie che dai media (i nostri e solo i nostri) arrivano.

Il romanzo, evidentemente autobiografico, narrato in prima persona, parla di una giovane donna, Jina, nata in Germania da genitori iraniani che per la prima volta, intorno al 2000 (quindi tra i 25 e i 30 anni di età) si reca nel “suo” Paese, l’Iran. Arriva a Teheran e ne viene travolta per sensazioni ed emozioni. Il “sangue” le parla. A un certo punto sul cibo dice: «Cucinare persiano per una persona sola è triste, nessuno lo fa, anche cucinare persiano per due è triste, a meno che la seconda persona non resti a mangiare per sempre, si cucina persiano per almeno quattro persone, con quantità di cibo inferiori non si può farlo» (p. 83). Già da qui si intuiscono delle cose. Il senso di struggimento per un luogo passa non solo dal suo cibo – e noi italiani sappiamo quanto questo ha senso – ma anche per la modalità (l’abbondanza) “necessaria” di cui questo cibo ha bisogno per poter essere realmente gustato. Da soli non vale. Vale poco per due, a meno che l’altra persona non sia “per sempre”, almeno idealmente. Minimo quattro, ecco. Il grado di felicità minimo passa da quel numero, arbitrario quanto vogliamo, ma necessario a comprendere che la vita, la nostra esistenza ha senso in interazione con gli altri. Come recitava un vecchio album dei Placebo: Without you I’m nothing (anche se il video più bello, magnetico ancora oggi, insieme alla canzone, resta quello di Pure Morning, sempre nello stesso LP). O come recita una delle interpretazioni di quello strano mondo subatomico della Meccanica Quantistica, le particelle (noi quindi?) esistono solo se (e quando) interagiscono tra loro, altrimenti è come se non esistessero (l’interpretazione è quella fondata, almeno in parte, dal fisico teorico italiano Carlo Rovelli e il suo nome è Meccanica Quantistica Relazionale). Ci torneremo.

Il viaggio, l’interazione con la sorella più grande che in Iran è tornata a vivere nonostante tutto, è il pretesto per narrare la storia, l’evoluzione del Paese, molto “occidentale” prima di tornare a essere una teocrazia feroce. Lo zampino è sempre quello del maledetto Occidente, di noi, non noi noi, ma noi occidentali che davvero siamo un flagello. Il flagello si chiama Inghilterra che approfttò di una monarchia debole per impossessarsi delle risorse petrolifere del Paese. La sorella della protagonista lo racconta così: «[…] Poi si intromisero gli inglesi, volevano il nostro petrolio e proposero a Reza, il soldato, di diventare imperatore, gli dissero che era ancor meglio che fare il presidente, l’imperatore della Persia, loro lo avrebbero aiutato, ma in cambio lui avrebbe dovuto fornire loro il petrolio, e così Reza il soldato si autoincoronò imperatore» (p. 99). La destabilizzazione dell’area fu voluta e decisa dagli anglo-americani: Reza fu costretto a fuggire e la situazione si complicò con l’arrivo sulla scena di Mohammad Mossadeq. La storia ha vari colpi di scena – che si possono facilmente leggere anche solo sulle pagine Wikipedia dedicate a questi personaggi o alla storia recente dell’Iran. Sia come sia, nel 1979 i mullah riprendono il poter facendo tornare indietro le lancette dell’orologio. L’Iran che aveva goduto di diritti civili, di una emancipazione femminile pari a quella occidentale, ripiombò nella follia della teocrazia: sempre la sorella della protagonista a un certo punto dice: «Nessuno commette il male in modo così efferato e deciso come chi è mosso da convinzioni religiose» (pp. 108-109). Anche su questo torneremo.

L’Iran è (è diventato?) un Paese feroce. Le donne – di famiglia e non – che Jina, la protagonista, incontra hanno tutte subito qualche lutto: mariti, compagni scomparsi o brutalmente uccisi perché di idee meno ortodosse dell’ultraortodossia vigente. Una delle zie, la più “saggia”. le dice a un certo punto: «Nessuna domanda è indiscreta […] ma devi essere preparata a sentire la risposta. Qui non avrai risposte discrete, o non ne avrai per niente o saranno così atroci che ti pentirai di aver voluto sapere. In Iran ci sono solo due possibilità, o ti mordi la lingua o ti piazzi di fronte alla morte e gliela mostri» (p. 124).

Ma le persone resistono, la gente resiste. Resiste e tiene in vita tradizioni nobilissime e forse secolari che lasciano intuire a noi, ai nostri occhi occidentali, come si può vivere, come si può stare al mondo in una modalità alternativa alla nostra. Jina e la sorella Roya partono per un viaggio nel Paese – in quel Paese d’origine che Jina non ha mai visto. Uscendo da Teheran con l’auto Jina è attratta da una curiosa scena: «[…] sul ciglio della strada vedo un uomo in uno scintillante abito grigio-azzurro che offre medaglioni di pane alle auto di passaggio, pescandoli uno a uno da una borsa di plastica ai suoi piedi. […] “Perché quell’uomo distribuisce pane?” chiedo. “Nazri“, risponde Iman. “Che cosa vuol dire nazri?”. “Quando ti succede qualcosa di bello, per esempio se qualcuno che ami era gravemente malato e guarisce, e tu ringrazi dai pesci alla luna e distribuisci dei doni. Questo è nazri. Qui i soldi non hanno valore, è il nutrimento che vale più di ogni altra cosa, se prepari del cibo con le tue stesse mani la sorte sarà ancora più generosa. Ma il nazri non porta fortuna solo a chi lo dispensa, anche a chi lo riceve”. Guardo Roya commossa. Vorrei dirle che la poesia quotidiana delle persone di qui mi sconvolge, in una città di venti milioni di abitanti c’è gente sul ciglio della strada che distribuisce pane fatto in casa per ringraziare di quel che le ha riservato la sorte» (pp. 137-138, grassetto mio).

Chiudo con le citazioni (questa è l’ultima, ma sono a circa metà del libro). Le due sorelle, insieme alla loro accompagnatrice Iman, parlano e tornano a dire della socialità che trova forme tutte sue. Per trovare un minimo di libertà ed evitare il controllo statale della “polizia morale” – se non fosse realtà sarebbe una distopia fantascientifica… – ci si ingegna, si inventano “ristoranti” che sono le case delle persone: «[…] i ristoranti qui sono tutti privati, per così dire, ma non ci andiamo in due o in quattro, ci andiamo almeno in venti, con la famiglia al completo, ognuno porta qualcosa, antipasti, dolci, distillati fatti in casa, e poi si balla, metà degli invitati si addormentano (sic!) sul divano, chi ce la fa torna a casa, e la sera dopo ci si incontra tutti fa qualcun altro, e si fa il giro. Questa vicinanza mi rende felice. Qui la solitudine non esiste»  (pp. 152-153, grassetto mio).

Il cuore del gatto, copertina del libro

«Nel cuore del gatto», copertina del libro

Non ho molto altro da dire. Cioè vorrei dire molto, ma mi sembra tutto estremamente spiegato da sé. Più sopra ho scritto “ci torneremo” e adesso mi sembra di non dover tornare proprio su nulla. L’impressione – ma forse è una suggestione legata alla lettura – è che gli anglo-americani (e noi occidentali al seguito) provino una forte invidia per i modi di vivere alternativi al loro, al nostro. Forse avidità, forse invidia, non so. Mi sembra che a un certo punto le ragioni politiche, economiche quasi vengano meno rispetto a questa umanità che conserva cose, modi di essere, modi di compartarsi, modi di interagire con gli altri, che noi abbiamo dimenticato nella stragrande maggioranza dei casi. Forse il motivo delle guerre, di questa guerra, va al di là delle ragioni contingenti, va al di là del petrolio e c’è questa sorta di ostinata pertinacia, questa ostinata volontà prevaricatrice – amplificata dai nostri media mainstream – che non ha senso e non si spiega con l’accaparramento delle risorse, del petrolio o di altro. O almeno: non solo con questo. Sembra che si sia alla ricerca di altre ricchezze, impalpabili (la solidarietà umana, la gioia di stare insieme e condividere), e che, non potendole più avere, le si voglia quindi sottrarre agli altri, a quei popoli che ancora le conservano.

Infine: quanto potrà mai essere malvagio un Paese (gli abitanti di quel Paese intendo, non chi li governa) che dedica mausolei ai suoi poeti (Firdusi, Hafez)?

Ah, dimenticavo la cosa più importante: il titolo. Perché “nel cuore del gatto”? Beh… non mi sembra giusto fare spoiler e… dovrete leggere il libro per saperlo 😉

 

Afghanistan e i soldi per fare la guerra

Reduce dal “discorso alla nazione” di Joe Biden finito qualche ora fa, e trasmesso in diretta anche alla nostra di nazione, ascolto, basito, la cifra che è costata ai soli Stati Uniti questa guerra ventennale: 300 milioni di dollari al giorno, tutti i giorni, per 20 anni. In un anno sono 109,5 miliardi di dollari che, moltiplicati per 20 anni, fanno 2109 miliardi di dollari o, nell’uso statunitense, 2,1 trilioni di dollari (approssimando per difetto).

Quante altre cose si possono fare con tutti questi soldi, con uno sforzo economico così ingente? Fatico a scegliere, ma essendo diciamo “sensibile” alla questione energetica e quindi alla sua auspicata e auspicabile transizione, per non far bollire noi stessi di effetto serra e per offrire un po’ di giustizia e di equità sociale (che, ce lo dimentichiamo troppo in fretta, passa soprattutto dall’energia – perché le guerre si fanno soprattutto per questo…), scelgo questo: la transizione energetica.

Allora faccio due conti della serva, basandomi sulla mia modesta esperienza personale. Nel 2019 ho installato un impianto fotovoltaico sul tetto di casa mia della potenza (di picco) di 6 kW, con delle batterie (con capacità di accumulo di 7,2 kWh) per essere – a queste latitudini – quasi indipendente dal gestore dei servizi elettrici (GSE) per quasi tutto l’anno (certo: d’inverno, con giornate corte e magari piovose, un po’ di corrente la chiediamo, per carità… ma è proprio poca e le mie bollette in sostanza consistono di fatto in oneri fissi di allaccio alla rete, senza contare quella che in rete ributtiamo e che quasi regaliamo, visto che viene ripagata praticamente nulla).

Da utente finale, grazie agli incentivi che c’erano all’epoca (sostanzialmente fiscali), la detrazione, anziché essere fatta nei 10 anni a venire sulla dichiarazione dei redditi, poteva essere ceduta tutta e subito alla ditta che ha eseguito l’impianto, così per un impianto “chiavi in mano” dal costo nominale di 15mila euro, ne ho spesi esattamente la metà, 7,5 e lo sgravio fiscale che mi sarebbe toccato nei 10 anni successivi l’ho, appunto, ceduto all’azienda (si chiama “cessione del credito”, appunto). Non ho crediti da vantare, ma ho avuto un formidabile sconto subito.

Continuiamo col conto: diciamo quindi, per approssimare e farla semplice, che anziché 7mila e 500 euro ne ho spesi 6mila (magari i costi si sono ulteriormente abbattuti in questi due anni e io sto parlando sempre da utente finale…) e quindi posso fare una equivalenza del tipo mille euro per kW installato, “chiavi in mano” (cioè a impianto funzionante). La ditta inoltre mi garantisce, da contratto a queste latitudini (vale a dire “circa” centro Italia), una produzione annua di 7.200 kWh (per i primi 5 anni, poi ci sarà senz’altro una flessione nel rendimento dei pannelli, ma queste flessioni sono molto contenute). Il cambio euro/dollaro di oggi è 1:1,18 ovvero 1 € = 1,18 $. Compensiamo la stima per difetto di prima (1 kW installato = 1000 € e quindi per installare 1 watt ci vuole 1 €) con quella in eccesso di adesso, dicendo che il dollaro è uguale all’euro, in un rapporto 1:1, così la cifra dei 2,1 trilioni di $ diventa di 2,1 trilioni di €. Ma solo per fare i conti pari e “spannometrici” (e, per carità, teorici: a queste “scale” ovviamente gli investimenti dovrebbero essere strutturali – e i costi si abbasserebbero ulteriormente…).

Insomma con questi soldi la potenza installata potrebbe essere quindi di 2,1 trilioni (2,1 * 10^12) di watt che, ipotizzando Pisa (dove vivo) caput mundi con una produzione annua minima come quella garantitami (7.200 kWh/anno che risulta sicuramente più elevata anche solo spostandosi in sud Italia) significa 2.530.800.000.000.000 (1) (due miliardi e cinquecentotrenta milioni e ottocentomila… miliardi di) Wh, ovvero 2.531 TWh (terawatt/ora – il prefisso “tera” = 10^12) all’anno.

Sapete qual è stata la domanda di elettricità nazionale per il 2019 (il 2020 non l’ho preso in considerazione essendo un anno comunque anomalo per il lockdown pandemico)? 316,6 TWh (a questo link la fonte del dato), ovvero un ottavo di quello che – ipotizzando di poter investire tutti i soldi della ventennale guerra in Afghanistan in qualcosa di utile come la messa in opera massiva di pannelli solari – questa potenza installata avrebbe potuto produrre. L’avremmo fatta la transizione energetica in Italia? No, ne avremmo fatte 8!!!

Ma vediamo questo dato per gli Stati Uniti che, sempre nel 2019, ha avuto un consumo di 3.955 miliardi di kWh (a questo link la fonte del dato), quindi 3.955 di TWh. Ecco, qui non ce l’avremmo fatta a coprire il fabbisogno complessivo, visto che 3.955 è superiore a 2.531, ma una bella mano se la sarebbero data pure loro e stiamo pur sempre parlando di una delle prime potenze mondiali (diciamo la prima insieme alla Cina)!

Questo solo per citare la prima cosa che mi è venuta in mente – ma che sarebbe una cosa di vitale importanza per sfuggire alla trappola energetica nella quale ci siamo cacciati, visto che dipendiamo ancora oggi per oltre l’80% da fonti fossili e atmosfera, mari, oceani e terra non ce la fanno più ad assorbire anidride carbonica.

E tutto questo senza contare le vite umane. Perse. Per sempre. Valore? Non monetizzabile, infinito, fuori scala. Siamo veramente animali di una stupidità formidabile!

(1) per ottenere questo numero ho diviso i 2,1 TW per 6 kW – la dimensione del mio impianto – a cui però equivale la “produzione garantita” di 7.200 kWh/anno.

La nostra Twingo elettrica in ricarica, a casa (in una bella giornata di sole…)

Mine vaganti

Mine vaganti, ma nel vero senso della parola. E’ buffo come alla tragedia si aggiunga tragedia (quando si dice, fuori di metafora, che “piove sul bagnato”…) qual è quella bosniaco-croata dell’alluvione: questa pare aver dissepolto o comunque portato “a spasso” le mine confinate nei territori bombardati ancora da bonificare. E siccome l’industria bellica deve poter produrre, nella società dell’abbondanza, pare che la stima degli ordigni vaganti sia dell’ordine delle 120mila unità. Quando si dice l’abbondanza, appunto…
In un attacco di cinismo verso quell’essere umano che sono – appartenente quindi a quella stessa specie di Homo Sapiens Sapiens (? – il secondo “Sapiens” è davvero pleonastico e non ce lo meritiamo…) che quelle mine le ha fabbricate e sganciate addosso ai propri simili – ho pensato alle vignette di Bonvi, nelle cui vicende legate ai soldati di Sturmtruppen (ricordate? la presa in giro della lingua tedesca che è un italiano germanizzato, con i suffissi in “-en” finale…), compariva spesso un cartello “achtung minen!”
Il genere umano si estinguerà per idiozia. Anche e soprattutto per queste forme di idiozia…

Uno dei personaggi di "Sturmtruppen", di Bonvi

Uno dei personaggi di “Sturmtruppen”, di Bonvi