profondo nord: idiosicrasie lombarde

Venerdì pomeriggio sono andato, per una “toccata e fuga” legata a un convegno, a Bergamo. Bergamo, profondo nord, quello anche un po’ leghista, quello che alcuni suoi abitanti pensano essere mediamente meglio del resto della nazione per operosità e qualità di quel che ha e produce, ecc. ecc.
Ebbene: intanto scendo da Italo che ha i 15 minuti di ritardo che non mi permettono di prendere il regionale che avevo immaginato. Questo perché (1) il ritardo è sufficiente a farmi perdere il treno in questione e (2) il treno in questione – uno dei pochi diretti che da Milano Porta Garibaldi porta a quello che ancora è un capoluogo di provincia – è al binario 18, un binario strategicamente introvabile se il treno, com’è stato il caso mio, arriva al “piano di sopra”. la grave colpa è non essere mai sceso alla stazione di Porta Garibaldi (Milano, profondo nord, a qualche mese dall’Expo 2015, stazione capolinea dell’Alta Velocità…) e quindi di non sapere che la stazione sta su due piani e che i binari dal 14 al 20 stanno sotto. Ma agli autoreferenziali milanesi evidentemente non interessa mettere uno o più cartelli di indicazione per il povero sventurato che lì ha da scendere, ha poco tempo e vorrebbe raggiungere nel più breve tempo possibile il proprio treno.
Niente da fare: mi arrendo e prendo quello dopo. Certo il servizio è frequente ma è una salto a ostacoli: per fare i 50 chilometri che separano le due città del ricco e industrioso nord, bisogna cambiare minimo 1 volta se non 2. Mi va bene: cambio solo una volta e mi faccio i miei 20 minuti di decantazione a Lambrate, luogo che frequentai assiduamente qualche anno fa per lavoro (e la cui frequentazione oggi, a distanza di 4 anni, non rimpiango nemmeno per un secondo…).
Cerco conforto in una macchinetta distributrice di generi e vivande, ma dal vetro vedo un tramezzino e un pacchetto di patatine “appesi” tra il dispenser e il vetro; il monito è chiaro: lascia perdere. Potrei andare al bar ma affrontare altra umanità che sgomita e schizza a destra e sinistra mi fa desistere.
Idem al ritorno: scendiamo a Pioltello Limito per il cambio che ci permette di arrivare a Porta Garibaldi a prendere il treno che ci porterà a Firenze. Si capisce che stanno facendo dei lavori, ma questo non giustifica l’andazzo: sembra ci abbiano bombardato, non c’è un segnale, un cartello, un orario! Sui treni, gestiti ormai da “Trenord”, si viaggia su vetture alta capacità dismesse dalle ferrovie: non un annuncio e se ti affacci con difficoltà si riesce a vedere in che stazione si è. E penso a me che sono ancora sufficientemente giovane e aitante. E gli anziani? E gli stranieri?
Lo sfogo un po’ qualunquista non è solo per lo status quo al solito deprimente, ma per la presunta superiorità – assolutamente ingiustificata – che mediamente gli abitanti del nord (con i lombardi in testa) hanno nei confronti del resto della nazione: prima di pensarsi meglio degli altri, bisognerebbe provare a guardarsi intorno e capire dove si vive…

la macchinetta distributrice alla stazione di Lambrate

la macchinetta distributrice alla stazione di Lambrate

la classe operaia va in ospedale

Una volta andava in paradiso, come unica promessa per l’inferno nella quale era costretta a vivere e nella quale ancora vive, come dimostra questo articolo di Internazionale (con annessi link): http://www.internazionale.it/articolo/2014/10/27/reparti-confino-in-italia-9
Basta che mi volti indietro e ricordi le sveglie di mio padre. Altra generazione, di quella dannata e fortunata che è stata assunta in un’azienda e in quella stessa azienda è andata in pensione. Scherzosamente – parlando di questa cadenza e di questa regolarità – dice: «Ho fatto 12 anni il mattino, 12 il pomeriggio e 12 la notte». Totale: 36 anni, 6 mesi e un giorno di lavoro, come prevedeva la legge.
Ho sentito la concitazione di Landini qualche sera fa nel salotto di Fabio Fazio, in contrasto con il professionismo di quest’ultimo, fatto di una certa (ormai devo dire anche un po’ stucchevole) distanza, “correttezza politica”, understatement. La parte del bravo ragazzo – “a modo e per bene”, come cantava Giovanni Lindo Ferretti – che alla lunga viene a noia e lascia in telespettatori come me il forte senso che nulla tocchi realmente il conduttore, protetto dalla sua fama e dalla barca di palanche che nemmeno in 10 vite guadagnerò.
Ho sentito l’incazzatura di Landini questa mattina alla radio, per le botte prese e gli scontri con la polizia. Le parole sono quelle rilasciate qui. Le parole di una persona esasperata da una pastoia dalla quale questo paese sembra non uscire. Ogni tentativo di mediazione e dialogo per la rivendicazione di un qualche diritto finisce sotto i manganelli della polizia. Invariabilmente. Da anni.
Gli operai. Tenuti in gran considerazione ai tempi del padre, adesso non contano niente – come dice lui stesso commentando laconicamente le immagini che passano per televisione. Ed è vero: le “morti bianche” anziché diminuire aumentano, e in generale è una classe di lavoratori di cui non si sente più parlare. Si parlava piuttosto di noi, anche lì neppure troppo, quando in qualche occasione abbiamo fatto degli scioperi da macchinisti delle ferrovie dello stato. Solo perché il macchinista ha un grande potere contrattuale: se incrocia le braccia i treni stanno fermi.
Ma anche quella è una stagione durata poco: la connivenza delle forze sindacali della “triplice” e le “naturali” spaccature tra i lavoratori hanno fatto il resto. Sono rimasti gli autonomi a tentare di rappresentare i lavoratori perché essi stessi in primo luogo lavoratori (e non delegati sindacali che si sono dimenticati come si sta in fabbrica o su un locomotore).
Così nella tragicità della notizia, saluto la notizia stessa come qualcosa che riporta al centro dell’attenzione i problemi veri e non, come dice in modo veemente Landini «le cazzate della Leopolda».

scontri in piazza ieri

scontri in piazza ieri

Io, da europeo, mi ricordavo Sabin

Oggi Goggle celebra con un doodle i 100 anni dalla nascita di Jonas Salk, medico e virologo che sconfisse la poliomielite. Ora a me pareva che il medico che fece questo mestiere fosse un altro. Così – pur con tutti i limiti di attendibilità che può avere questa fonte – sono andato a leggermi i profili Wikipedia dell’uno (Salk) e dell’altro (Sabin).
Provate a leggerli anche voi e ditemi quale vi sembra il più convincente. ma tant’è: ogni nazione, anche la statunitense Google che di una nazione ha il fatturato, ha (bisogno de)i suoi eroi e quindi festeggia l’uno piuttosto che l’altro…

doodle su Jonas Salk

doodle su Jonas Salk

Un Fenoglio stellare

La notizia mi era sfuggita, ma Margherita, figlia dello scrittore, ha fatto sì che non mi perdessi questa ulteriore (e meritatissima – ma si sa: io sono di parte) consacrazione dello scrittore albese Beppe Fenoglio. Proprio in questi giorni gli è stato dedicato un pianetino (che evoca tanto “Il piccolo principe”…), un asteroide (che evoca tanto il videogioco più bello della mia infanzia: Asteroids, appunto) su indicazione (e per espressa volontà) dell’astronomo Mario Di Martino e del divulgatore scientifico Piero Bianucci.
Domenica ho quindi acquistato «La Stampa» per  vedere la notizia nella sezione “cultura e spettacoli”, ridotta però a un modesto quadratino. A pagina intera invece un articolo di Pietro Negri che racconta della Resistenza nell’albese e di fatti per lo più noti a chi ha seguito la vicenda letteraria e biografica di Fenoglio. Un aspetto che comincia davvero a darmi fastidio – anche se forse è sempre stato così un po’ ovunque e il Piemonte in questo mostra di non essere secondo a nessuno – è l’atteggiamento “medievale”, nel senso del Guzzanti-Pizarro quando dice che «stiamo ar medioevo».
Un medioevo fatto di feudi più o meno metafisici per i quali e nei quali sei titolato a scrivere, vieni ammesso al circolo se e solo se come requisito minimo fondamentale sei di quel posto. Poi certo viene anche la bravura, ma dopo. L’ultimo convegno – in questi anni un paio di ricorrenze, visto che Fenoglio è nato nel 1922 e morto nel 1963, quindi rispettivamente 2012 e 2013 sono stati anni di anniversario – di “studi fenogliani” ha visto tra gli invitati importanti quasi esclusivamente piemontesi che si sono occupati di Fenoglio  a vario titolo, lasciando fuori nomi importanti come quello di Luca Bufano (curatore dell’edizione Einaudi di «Tutti i racconti»). Così accade che il pezzo in questione sia firmato da Piero Negri, di professione giornalista musicale, che ebbe la ventura (1) di pubblicare con Einaudi una biografia piuttosto scopiazzata dal professor Bufano di cui sopra; (2) di vincere – con quel libro – una delle poche edizioni del premio Grinzane-Fenoglio, costola del Grinzane-Cavour, prima che il suo patron, Giuliano Soria, fosse travolto dallo scandalo di schiavizzazione del suo domestico (e forse anche da qualche problemino economico) e (3) di scomparire nuovamente, tranne ricomparire ogni tanto sulle pagine de «La Stampa».
E sia chiaro: posso assicurare che non è il discorso della volpe che non arriva all’uva. L’invidia è un sentimento che non mi appartiene o, qualora così fosse, mi appartiene molto meno del senso di giustizia.
Per fortuna ora Fenoglio sta tra le stelle fisiche e non si cura di queste meschine vicende umane. Nel cielo stellato di quelle letterarie c’era già da tempo.

Attribuzione NASA a Beppe Fenoglio

Attribuzione NASA a Beppe Fenoglio

Una notizia buona e una cattiva

Prima quella buona o quella cattiva?
Quella cattiva: il PIL (prodotto interno lordo, tradotto per assonanza linguistica da Cetto La Qualunque con Pilu, di tutt’altra matrice semantica…) è aumentato di botto di 59 miliardi di euro: «sommerso e illegalità valgono il 12,4 %», recita un recente articolo online de Il Sole 24 Ore.
Ora: l’impressione/commento da cittadino profano è: «stiamo raschiando il fondo del barile». Il “sommerso” si chiama così perché è sommerso, quindi non si vede e, mi vien da dire, visto che è “nero” se se possono fare stime e neppure dare delle cifre esatte. Perché questo dovrebbe entrare nel conteggio visto che si tratta di una stima spannometrica? Misteri dell’economia e della finanza…
Quella buona: parte Orange fiber, startup realizzata da due giovani imprenditrici siciliane per realizzare tessuti dagli scarti prodotti dagli agrumi: a questo link il loro sito e la loro (per ora breve) avvenutura…

Le due imprenditrici di "Orange fiber":  Adriana Santonocito ed Enrica Arena

Le due imprenditrici di “Orange fiber”: Adriana Santonocito ed Enrica Arena

Belluscone, una storia siciliana

Siamo abituati a tutto in questo paese, ormai. Ma, come qualcuno sosteneva, «la realtà supera sempre la fantasia». E’ il caso di questo film documentario che pare sia rimasto a metà, tra depressioni del regista, risalite, colpi di coda, notizie di cronaca che coinvolgono almeno un protagonista durante la lavorazione.
Ogni tanto quando pensiamo a questa Italia, dobbiamo pensare anche a questo parte del paese “deprimente”, che sembra vivere senza speranza. Difficile da definire: si rimane sempre un po’ esterrefatti, un po’ “marziani” rispetto a certi ambienti (nella fattispecie: il sottoproletariato… ma penso anche ad altri documentari video come Videocracy, di Erik Gandini, del 2009 oppure Il corpo delle donne, la denuncia di Lorella Zanardo sull’uso-abuso che del corpo femminile si fa nelle tv italiane e la conseguente ricaduta nella società). Ma questo mondo, che ci piaccia o meno, esiste e ci dobbiamo e dovremo far sempre i conti.
PS: il film è stato difficile da “trovare”: la programmazione “minimale” ci ha costretti a una – per altro piacevole – gita fuori porta per vedere il film, domenica a Firenze… Lo stesso regista lancia un appello dalle pagine di Repubblica per evitarne il sabotaggio.

Belluscone... una storia siciliana (locandina)

Belluscone… una storia siciliana (locandina)

La guerra dei dati personali

Mi è arrivata una richiesta di autorizzazione sulla carta di credito da parte di Omnitel-Vodafone. A parte il fatto che non credevo ancora esistesse la società Omnitel, ma da secoli non ho un’utenza che faccia capo a questo gestore telefonico.
Leggermente sospettoso giro la mail alla banca con una richiesta di spiegazioni che, dopo qualche giorno, arriva. Sostanzialmente mi si dice che devo sentire la società e chiarire con loro. Cerco un indirizzo mail a cui poter scrivere e ovviamente sul sito Vodafone c’è di tutto tranne quel che serve: non un servizio clienti (anche se cliente non sono), né altro. In compenso sul motore di ricerca vengono fuori tutti i “risultati” della gente inviperita contro questo gestore che pare – stando a quel che si trova su web – non brilli esattamente per trasparenza e customer care.
Apprendo però che esiste un Vodafone “lab”, una specie di servizio “sperimentale” e c’è anche una mail alla quale rivolgersi: lo faccio subito e, devo dire, con inattesa sollecitudine, ricevo risposta quasi immediata stamattina, nonostante sia sabato. Risposta che però mi lascia alquanto perplesso e che, non essendoci nulla di segreto, cito qui di seguito:

Buongiorno.
Per questo tipo di informazioni la invitiamo a contattare il Servizio Clienti Facebook compilando il seguente form: http://on.fb.me/ServizioClienti
In alternativa, se le serve assistenza personalizzata su prodotti e servizi Vodafone, può fare la sua richiesta sul canale Twitter di Vodafone: i nostri operatori le risponderanno alla velocità di un tweet. http://www.twitter.com/vodafoneit#tw190

Cordiali saluti.
Vodafone Lab Staff

Ovvero: una delle società di telefonia mobile più grande d’Europa, una multinazionale, ha il suo servizio clienti su Facebook! Ho pensato: è uno scherzo o, perggio, phishing: cliccherò su questi link e il computer esploderà. Invece pare sia tutto vero: lo short link rimanda a Facebook, ma… guardate cosa mi chiedono prima di poter fruire del servizio:
schermata di facebook
Vale a dire: vuoi fruire del nostro servizio clienti? Cosa ci dai in cambio? Tutti i cavoli tuoi su facebook, la lista dei TUOI amici oltre ovviamente al tuo indirizzo mail… Insomma non mi pare un prezzo “basso” per fare una domanda! Chiaro che ho cliccato su “annulla”: la prossima volta che vado in centro, passo da un centro Vodafone e cerco di risolvere da lì…
Ce la possiamo fare? No, non ce la possiamo fare…

Iva (non Zanicchi)

Mi sono rivolto a una carrozzeria non lontano da casa. Lavorano bene e avevano fatto un bel lavoro quando un ragazzo – probabilmente neopatentato, a bordo di una multipla che la diceva già lunga sullo “stile di guida” – mi strinse su una rotonda mesi fa e mi “scartavetrò” il passaruota anteriore e il paraurti.
Ci sono tornato, stavolta per colpa mia: il muso della mia auto ha una calandra molto molto mooooolto bassa e non ho visto un marciapiede a Genova: stanchezza, traffico, fretta: solo il rumore sordo della grattata e le mie imprecazioni. Ho pensato che essendo comunque una sciocchezza convenisse metterla a posto. Appoggio abbastanza la “teoria del degrado” (che è una teoria del buon senso): se lasci correre e non ti prendi cura degli oggetti, alla fine questi invecchiano più in fretta – anche se tutto questo non deve implicare necessariamente il diventarne schiavi, come in molti, troppi, casi accade.
Porto l’auto e mi fanno un preventivo ragionevole e migliore di quello che immaginassi. Lascio direttamente l’auto e in pochissimo, essendo il danno una sciocchezza, ho ricevuto, ieri, l’sms per andarla a ritirare. Telefono per avere due informazioni: l’orario di apertura e se posso pagare col bancomat. Orario di apertura: risposta facile. Bancomat: “è un lavoro di officina o di carrozzeria?”, (penso: “avranno una contabilità diversa…”) “carrozzeria”, “aspetti le passo xyz”, (musichetta), “sì pronto, volevo solo sapere se posso pagare col bancomat: dovrei prelevare e non sapendo esattamente a quanto ammonta la spesa, essendomi stato fatto un preventivo a spanne, trovavo più comodo pagare così”, “ah… sì… ehm… sì il bancomat, il pos funziona”, “bene, grazie ci vediamo fra poco”.
Andiamo, parlo col titolare che si ricorda della volta precedente, gli dico della “disattenzione” (mi lamento brevemente di quanto certe disattenzioni costino) e di quanto informalmente il ragazzo mi avesse fatto di preventivo. Dice che va bene… “forse sarebbe anche di più, ma va bene”. Ricordo al mio interlocutore: “avevo chiesto al telefono se posso pagare col bancomat…”, “ah… ehm… sì però c’è l’iva”, “eh… (sorrido) non immaginavo non ci fosse”, “sì… le devo fare anche la fattura”, “bah, anche una ricevuta va bene: non sono un libero professionista e soprattutto non credo che una spesa del genere si possa comunque scaricare, essendo l’auto di mia proprietà”, “sì, allora venga di sopra”. Salgo dietro di lui. La carrozzeria è grande, bella e ha un bell’ufficio contabilità, facendo anche officina e un po’ di vendita auto. Scrive sulla scheda di lavorazione e mi fa fare l’operazione.
“Bene allora… arrivederci”. “No, scusi, ma la ricevuta?”… “Ah, sì, ehm.. xyz fai la ricevuta al signore. Arrivederci”. xyz diligentemente ricalcola la cifra esatta (perché la cifra era tonda e l’ipotetica iva era stata calcolata al 20% e non al 22) e mi stampa su un bel foglio a colori la ricevuta. Con un sorriso a prendermi chiaramente per i fondelli prima di consegnarmi il foglio mi dice “aspetti… la busta”. “Non ne ho bisogno grazie. Arrivederci”.
Morale: se non hai dubbi sul pagare l’iva i dubbi ti vengono perché certa gente – che si badi bene: è BRAVA gente, che vuole trattarti bene e “farti risparmiare” – ti fa letteralmente sentire un coglione se vai fino in fondo, salvo il fatto che poi il confine tra la coglionaggine del pagare l’iva e la coglionaggine complessiva per la quale bellamente e deliberatamente il titolare mi avrebbe fatto pagare il 20% in più SENZA emettere ricevuta/fattura, è molto sottile e impalpabile.
Proprio qualche giorno fa il mio amico Giovanni mi chiamò per mettermi a parte delle stesse perplessità, per le cose che pure a lui sono successe, nel piccolo di una cartoleria di paese, un paesino dove tutti si conoscono, nel profondo nord, all’inizio della scuola: si incassano i soldi e non si emette un solo scontrino neppure sotto tortura.
Ce la possiamo fare? No, non ce la possiamo fare.

Mappa dell'evasione fiscale

Mappa dell’evasione fiscale (la legenda è comprensibile leggendo l’articolo de “La Stampa” da cui è stata tratta, qui)

Il capodoglio che ha fatto traboccare il vaso

BASTA, (Scusate il maiuscolo “urlato”…) non se ne può più con questa schizofrenia umana!
I fatti: i delfini fatti fuori, insieme alle balene, dai giapponesi, a suon di arpioni; l’orsa Daniza è morta perché non ha retto il narcotico (ma va? Sono riusciti a sbagliare la dose?); i capodogli si sono arenati sulle spiagge di Vasto.
Il commento ai fatti (in ordine): i giapponesi, ‘sti cazzarola di giapponesi dai mille inchini, pare (così dicono i giornali) si giustifichino sostenendo che “è una loro tradizione”. Sì, ma Madonna Svizzera (come si dice dalle mie parti in cui posso assicurare che i “rosari” sono molto più coloriti di così), anche noi ai tempi dei Romani c’avevamo il Colosseo pieno di gladiatori mangiati vivi dai leoni, in mezzo a bagni di sangue. Poi però, da qualche anno, abbiamo smesso. Che cavolo di giustificazione è “è una nostra tradizione”? Alcune volte mi verrebbe da applicare in questi casi il precetto cristiano (nel senso: detto proprio dal Cristo): “non fare ad altri ciò che non vuoi venga fatto a te”. Non so quanto i giapponesi sarebbero contenti se, facendo dei tranquilli bagni al mare, qualcuno li avvicinasse con un gommone e li arpionasse…
L’orsa Daniza: nonostante la “commozione” questo giornalismo del cavolo (signori vi assicuro che mi sto trattenendo dal turpiloquio…) intervista il povero pastore a cui è stata rosicchiata una pecora (che la florida regione autonoma del Trentino Alto Adige mi auguro per lui gli avrà indennizzato a peso d’oro), facendo tacitamente passare per “criminale” mamma orsa che forse qualcuno vorrebbe diventasse di colpo vegetariana… Gli orsi DA SEMPRE mangiano carne. Eh ma il pastore era (giustamente) a disagio, pensando che un’orsa si avvicinasse alla sua dimora (chi non lo sarebbe). Pensiamo, solo per un attimo al disagio dell’orso: circondato dalla bestia più pericolosa in assoluto della terra, l’uomo.
Da ultimo i capodogli: si arenano, succede. E’ successo a loro ed è successo ad altri cetacei. Ancora una volta la demenza giornalistica: “hanno perso l’orientamento”. Già, come fossero umani che non sanno più da che parte girarsi e chiedono informazioni. Voglio proporre (1) di istituire delle scuole per insegnare almeno a leggere ai capodogli: è intollerabile tutta questa ignoranza e (2) una volta stabilito il grado di apprendimento piantare strategicamente sul fondo marino dei cartelli indicatori, così non si perdono più…
I fatti mi fanno infuriare nella loro oggettività, ma mi fa veramente incazzare (scusate) come vengono presentati. Fine dello sfogo.

Mattanza dei delfini in Giappone

Mattanza dei delfini in Giappone

La solitudine del Nebraska

Nulla di nuovo sotto il sole, per carità. Anzi: sotto il cielo latteo di questo scorcio di Stati Uniti. Siamo stati invasi, fin dal dopoguerra, (anche) culturalmente, spesso con junk film, B movies (che magari la tv italiana ha acquistato perché costavano meno), ecc.
Ma l’ “America” (sineddoche di Stati Uniti, appunto) ha saputo darci anche qualche buon film e qualche rarissimo capolavoro. E questo Nebraska appartiene senz’altro più alla prima categoria che alla seconda. La storia del cinema è densa di esempi in cui al viaggio fisico (e questo a buon titolo può essere considerato in un certo senso anche un road movie…) diventa immediata metafora del viaggio nella conoscenza (di sé, degli altri), negli affetti, nel rapporto padre-figli – e su quest’ultimo tema non posso non pensare al bellissimo e misconosciuto (ma vincitore del Leon d’Oro a Venezia) Il ritorno, di Andrej Petrovič Zvjagincev, del 2003, girato dalla parte opposta del mondo. Il tema è lo stesso ma svolto in una modalità traumatica e dolcissima: i ragazzi che non hanno mai visto il padre, vivono nel bellissima scenario naturale della Russia bianca, in condizioni modeste, con la madre. Il misterioso padre un bel giorno fa capolino (e la prima immagine che di quest’uomo vediamo, dormiente, attraverso gli occhi dei ragazzi è la trasfigurazione del Cristo morto del Mantegna, ahimè triste presagio di quel che nel film accadrà…) e porta con sé i ragazzi che, al termine di quel viaggio di forzata e subitanea bildung, torneranno a casa uomini.
La funzione del padre così si catalizza traumaticamente in un arco di tempo ristrettissimo. Ma era quel che accadeva una volta anche nella realtà – neanche troppi anni fa – da noi: le guerre rendevano orfani e questi orfanelli molto prima di quella che l’attuale età (dilatata) dell’adolescenza, diventavano dei veri e propri piccoli uomini (e piccole donne…).
Ma torniamo a Nebraska: il pretesto per il viaggio – una fantasiosa vincita di un milione di dollari, per pubblicità, a cui questo vecchio e scorbutico padre crede – è la conoscenza, da parte del figlio minore, di quest’uomo, di un passato del quale è stato reticente, essendo “uomo di poche parole”. Un viaggio sulla falsità delle parentele e delle amicizie, pronte ad avanzare (anche pretenziosamente, in almeno un caso) la mano della carità nell’ipotesi – inizialmente forte in parenti e amici – che la vincita sia reale. E’ il viaggio nel ventre molle di un’America in cui non succede niente, in cui alla rarefazione del paesaggio corrisponde una rarefazione delle parole e dei sentimenti, in cui, siccome “non c’è niente da fare”, si beve (e si stupra), all’interno di un’umanità modesta e di modeste ambizioni. E’ il viaggio nella bontà ultima di quest’uomo che “vorrebbe lasciare qualcosa” a questi figli ai quali è sembrato di non aver lasciato nulla. E infine, last but not least, è il viaggio nella sincerità – anche cruenta – legata a una sorta di predestinazione cui quella generazione sembrava – lì come altrove – essere soggetta. Questa sincerità che emerge in un dialogo folgorante e reso forse lucido da qualche birra di troppo, che fa più o meno così:
– Ma tu amavi la mamma? Volevi sposarla?
– Bah, lei ci teneva tanto e mi sono detto “perché no”.
– E ai figli? Hai pensato se volevi figli?
– No, non ci ho pensato. Ma tua madre è una cattolica e a me piaceva scopare: fai tu la somma. Sapevo che a forza di provare qualcosa sarebbe successo.
– Ma perché hai iniziato a bere?
– Beh prova tu a essere sposato con una come tua madre…
– E non hai mai provato a chiedere il divorzio?
– Già. Chiedevo il divorzio per poi incontrare un’altra donna che mi avrebbe rotto i coglioni esattamente allo stesso modo.
Questo (e molto altro) è Nebraska.

Un fotogramma di "Nebraska"

Un fotogramma di “Nebraska”