Conobbi Marco Paolini alla Centrale Montemartini di Roma, una vecchia centrale elettrica dismessa, ora funzionante come museo e spazio espositivo – ottima riqualificazione di quella che va sotto il cappello di “archeologia industriale”. Era non so più se il 1995 o 96 ed ero lì con la mia fidanzata dell’epoca per seguire i lavori di un convegno di Legambiente. La sera stavamo uscendo e vedemmo su una lavagna, scritto un po’ di fretta, “stasera ore 21,30 “Il racconto del Vajont” di Marco Paolini”. Decidemmo di cambiare i nostri piani e, anziché goderci la capitale, finimmo per assistere a questo racconto di cui nulla sapevamo, che si svolgeva in uno spazio neppure troppo grande e con neppure troppe sedie. Infatti non eravamo moltissimi, ma fummo tutti rapiti e rimanemmo a bocca aperta. Quella narrazione – che in qualche modo inaugurava un nuovo prolifico ciclo di quelle che vennero poco dopo battezzate “orazioni civili” – avveniva già “alla lavagna”, utile vademecum per orientare e dipanare i fili di una storia lunga e complessa. Tutto passò in un batter di ciglia e, complice il fatto di essere pochi e in un contesto alla fine poco formale (non un teatro), approcciai Paolini alla fine, per fargli i miei complimenti e per buttare lì la domanda: “ma… questa storia dei treni… come fai a sapere queste cose?”; risposta: “mio padre era macchinista”; e io: “anch’io lo sono”. E da lì in poi la discussione prese tutta un’altra piega: si parlò di locomotive, di potenze, di carrozze, di treni insomma.
Ci scrivemmo, anche. Non mail, che ancora avevano da venire, ma vere e proprie lettere. Uno scambio breve e molto dilatato nel tempo: erano quelli i tempi del decollo in cui lui cominciava a diventare (meritatamente) famoso, grazie a questa storia del Vajont. Ognuno tornò alle proprie cose e io, da sempre sensibile alla “questione apuana” – le mie montagne, quelle da cui arrivo e che all’epoca ancora frequentavo assiduamente – avevo in mente una narrazione simile a quella del Vajont, legata all’epopea ma anche alla tragedia del marmo. Epopea e tragedia che non riassumo qui, altrimenti un post, per quanto lungo non basta, ma un’epopea perché riguarda generazioni di persone che, anche solo meno di un secolo fa, attaccavano la montagna quasi a mani nude per cavarne quel marmo prezioso – perché il marmo è un materiale prezioso e quello di Massa e Carrara lo è più di tutti – destinato a ornare chiese e palazzi, e moschee e sedi prestigiose di istituzioni in tutto il mondo, a forgiare statue viste da tutto il mondo. Epopea accompagnata dalla tragedia delle troppe morti sul lavoro ed epopea che la tecnologia ha banalizzato, trasformando la tragedia degli uomini in quella della montagna: adesso si va su con il fuoristrada, i quasi diecimila cavatori di inizio ‘900 si sono ridotti a meno di 1000 “addetti cava”, sostanzialmente operai specializzati, che in un turno di lavoro affettano blocchi di marmo di tonnellate, già delle esatte dimensioni, destinati a far piastrelle e pavimenti e non statue. Addetti che guadagnano bene, non fanno nessuno sforzo, non hanno il minimo rapporto con la montagna. Una tecnologia che affranca dalla fatica ma nello stesso tempo neutralizza (nel senso di rendere neutro) ogni rapporto con la montagna stessa. Addetti la cui produttività pro capite – lo si può immaginare – non è neppure confrontabile con l’esercito di persone che lassù ci doveva arrivare a piedi per starci una settimana. Non mi si fraintenda: non sono un nostalgico e neppure ce l’ho con questi addetti, che pure fanno il loro lavoro. Solo è che le cose sono cambiate e anche molto e anche alla svelta. Una cosa che ho imparato bene nel mio dottorato è che aumentare l’intensità di sfruttamento di una risorsa disintegra ogni equilibrio, soprattutto quando la risorsa è non rinnovabile, come nel caso di marmo e petrolio. Così interi ecosistemi o microecosistemi (legati al fatto che si tratta di montagne calcaree che arrivano a 2.000 metri di altezza e stanno di fronte al mare, a 10 km) – fatti per esempio di una flora che solo lì cresce – sono andati o stanno andando a puttane (mi perdonerete l’espressione forte). In nome del profitto – qui più che altrove: di pochi. Certo qualcuno penserà: ecco il solito ambientalista che per salvare il fiorellino sarebbe disposto a cancellare un intero distretto economico. Non è così e il discorso è assai più complesso. Ci sarebbero (state) delle sane vie di mezzo che si sarebbero potute perseguire, senza arrivare alla follia di spianare letteralmente un passo montano, abbassandolo di 400 m, come quello della Focolaccia (qui per vedere di cosa stiamo parlando e qui un articolo de “Il Tirreno” sul ridicolo ruolo giocato dal Parco e di amministrazioni da sempre prostrate all’interesse economico – l’articolo è il classico esempio di quando si cerca di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati…).
Insomma: la solita storia, in “salsa apuana” che mi sarebbe piaciuto veder raccontata da Paolini. Così gli scrissi con passione di questo progetto. Ma – forse prevedibilmente? – non ebbi risposta. Continuai a seguirlo, ovviamente: un buon narratore è pur sempre un buon narratore, ma già in quella prima non risposta, notai la discrepanza tra il Marco Paolini reale e quello che in qualche modo mi era sembrato di veder trasparire dal phatos con cui narrava la vicenda del Vajont e che avevo in qualche modo idealizzato, immaginando, non so perché, avrebbe potuto raccogliere la sfida di raccontare le Apuane.
Così non fu e gli anni passarono fino a questo Le avventure di Numero Primo, che è libro e spettacolo insieme. Comprammo il libro che sin dal titolo vorrebbe strizzare l’occhio e/o rendere omaggio a Le avventure di Pinocchio, lo leggemmo senza rimanere a bocca aperta e decidemmo comunque di andare a vedere lo spettacolo a Pontedera il 17 febbraio scorso – e anche questo non ci fece rimanere a bocca aperta. Ne emerge una storia tecnofuturibile, non distopica – se non per la solita multinazionale che trama nell’ombra – basata su una intelligenza artificiale evoluta (quella del protagonista bambino Numero Primo), su persone che muoiono ma non sono veramente morte (dando seguito a quell’altra follia tecnottimista del postumanesimo/transumanesimo) e altre amenità di questo genere da cui, soprattutto, emerge un Paolini tecnofilo, con una visione del futuro in cui la tecnologia (e non più la scienza, relegata a un ruolo quasi ancillare) salverà il mondo. Un Paolini che dice di essersi documentato a lungo – e c’è da credergli – ma, secondo il mio modesto avviso, andando dalle persone sbagliate, dimostrando di non aver letto Collasso di Diamond, di non aver sfogliato The Collapse of Complex Societies di Tainter, di non aver dato un’occhiata ai classici di sempre come I limiti dello sviluppo (e gli aggiornamenti fatti negli anni successivi), di non aver preso in considerazione il Greer di The Long Descent e l’Heinberg di The End of Growth (piccolo spazio pubblicità: entrambi di prossima pubblicazione in traduzione italiana con Lu::Ce edizioni) in cui si dice tra le tante altre cose che, se si continua così, non ci sarà tecnologia capace di salvare alcunché perché mancheranno fisicamente i materiali, perché mancherà fisicamente l’energia per realizzare questi dispositivi che sono solo nella mente di un pur abile affabulatore come Marco Paolini, che forse non è a conoscenza di un dato molto facilmente reperibile come quello sul traffico aereo, per esempio, negli Stati Uniti, dove ogni giorno partono e arrivano più di 87mila voli aerei. Ogni giorno, che in un anno diventano trentunomilioniesettecentocinquantacinquemila e via così, se si volete divertire con le cifre. Questo solo negli Stati Uniti (il dato è qui). Ce la faremo? La Terra quanto a lungo potrà sopportare questo – e il molto altro – che stiamo facendo? Mi correggo, perché come dice Meadows, il problema non è della Terra, che in qualche modo se la caverà, come se l’è sempre cavata in passato: noi ce la faremo? Non una parola su questo. Siamo alle magnifiche sorti e progressive.
Insomma: che peccato! Era partita così bene tanti anni fa con il Vajont per finire un po’ così, attaccato al treno (a proposito di treni…) di un format che lo ha reso vincente, ma attento al marketing (“fuori ci sono i libri, poi mi fermerò per firmarli se qualcuno desidera” – tutti abbiamo visto i libri, visto che per entrare in teatro ci si passava davanti…) e con un atteggiamento mainstream che getta Marco Paolini nell’oblio delle tante voci, incapace, come tanti, di una critica vera al sistema.
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Trilogia di frontiera
Quasi casualmente mi è giunta la voce di questa specie di “trilogia informale” cinematografica (così battezzata dall’ideatore Taylor Sheridan, un mio coetaneo statunitense, sceneggiatore e regista) che mostra i diversi aspetti della moderna frontiera statunitense, interpretati da 3 registi (tra cui anche lo stesso Sheridan). Per adesso ho avuto modo di vedere i primi due: Sicario (2015) di Denis Villeneuve e Hell or High Water (2016) di David Mackenzie.
Ci si trova un po’ di nuovo di fronte alla deep America, quella lontana dai tratti oleografici della modernità, alla periferia del mondo (che sembra paradossale per un posto come gli Stati Uniti, visti, dall’esterno soprattutto, come il centro del mondo…), dove la vita è dura. Molto dura. Un curioso fil rouge che, nella mia memoria partì qualche anno fa con Nebraska (2013) e, in tempi recentissimi con Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) di Martin McDonagh, che vidi al cinema qualche mese fa e adesso con questi due film di cui mi manca il terzo.
Storie anche edificanti – per esempio in Tre manifesti e almeno nel secondo di questa trilogia, Hell or High Water – ma che arrivano sempre e comunque dopo bagni di sangue, vendette, pistolettate, fucilate, in mondi dove non sembra possibile perseguire strade diverse, più edificanti, meno violente. Mondi senza speranza dunque, dopo ci si mette in gioco fino a rischio della vita. Forse, vien da dire, l’epopea western non è mai finita, c’è sempre un west da conquistare, forse metafisico, forse dentro se stessi, forse nel rapporto con gli altri e con la società.
Se non altro se lo scopo è quello di continuare a far parlare di sé, gli Stati Uniti ci stanno riuscendo.
I libri salvati (dalla spazzatura)
Forse non c’è molto da commentare per una notizia del genere: i netturbini che salvano i libri (dalla spazzatura) ad Ankara e ne fanno una biblioteca. La notizia si trova qui: https://www.che-fare.com/dal-web/biblioteca-netturbini-ankara/ e ricorda molto da vicino quella che dovrebbe essere un’opera di fantasia e che, in una delle magie grazie alle quali la finzione romanzesca anticipa la realtà, si trova attualizzata mutatis mutandis proprio in questa storia. Il romanzo è quello di uno dei più importanti scrittori cecoslovacchi (perché quando lui viveva la nazione era ancora la Cecoslovacchia…): Boumil Hrabal. La storia – che fa parte della mia bildung, più di altri classici di formazione come l’Holden di Salinger – è a tratti commovente (o almeno: io la ricordo tale, forse dovrei rileggerla) e scopro con piacere che è un longseller, ancora pubblicato e in vendita: Una solitudine troppo rumorosa. Se vi capita leggetelo, è un bel libro, come tutto ciò che riguarda i salvataggi culturali.

2052, qualche idea sullo stato del mondo (parte 2 di 2)
Continuo, a distanza di tempo la lettura di 2052 di Jorgen Randers. La seconda parte è semplicemente una lunga citazione che merita di essere riportata per intero, sempre da questo libro. Non credo abbia bisogno di commento alcuno. La questione ecologica è certamente la più dolorosa: stiamo distruggendo letteralmente la nostra casa e il nostro habitat. Per i più scettici: se anche fossero vere la metà delle cose qui di seguito descritte, sarebbe gravissimo. L’idea di “limiti del pianeta da non valicare” è di qualche anno fa e ha tra i suoi autori Johan Rockström, direttore del Stockholm Resilience Centre, un centro di eccellenza dell’Università di Stoccolma che, appunto, si occupa di resilienza globale. Un suo vecchio articolo su Nature, questo, nel 2009 già parlava di “safe operating space” entro i quali l’umanità tutta dovrebbe stare. Quasi 10 anni fa la voce più importante era la biodiversity loss…
Come racconta la dettagliata voce Wikipedia (mai tradotta nella nostra lingua, nonostante lo schema presentato fosse familiare a tutti coloro che hanno seguito il programma televisivo Scala Mercalli, di Luca Mercalli), Planetary boundaries, il tasso di perdita delle specie non prossime all’uomo è ancora elevatissimo.
La biodiversità è la diversità della vita a vari livelli di organizzazione, dai geni alle specie, dagli ecosistemi ai biomi e ai paesaggi. Per quel che ne sappiamo, appena prima della comparsa dell’uomo moderno la terra era più biodiversa di quanto fosse mai stata durante i 3,5 miliardi di anni di vita sul pianeta, e prima che iniziassimo a sovvertire le cose, ospitava un totale tra i 10 e i 100 milioni di specie. Il registro dei fossili mostra che ci sono state cinque estinzioni di massa negli ultimi 400 milioni di anni, tutte dovute a cause naturali come l’impatto di meteoriti o gigantesche eruzioni basaltiche, o magari per drastiche riorganizzazioni interne alle comunità biotiche. Ma la più grande e più veloce estinzione di massa sta avvenendo adesso ed è interamente dovuta alle attività economiche delle moderne società.
Stiamo assistendo a un’emorragia di specie con un tasso di estinzione nove volte superiore a quello naturale o, più prosaicamente, perdiamo ogni giorno centinaia di specie, soprattutto nelle grandi foreste tropicali, per il nostro sconfinato desiderio di legno, soia, olio di palma e manzo. Le barriere coralline e il regno marino in generale non sono esenti dalle nostre attenzioni distruttive — anche loro stanno sperimentando catastrofiche riduzioni di specie. La lista delle atrocità che la nostra cultura ha perpetrato al pianeta vivente è un racconto agghiacciante. Entro il 2052 potremmo aver eliminato un quarto di tutti gli organismi sulla Terra. Già nel 2000 circa l’11% di tutte le specie di uccelli, il 18% dei mammiferi, il 7% dei pesci e l’8% di tutte le piante del mondo erano a rischio estinzione. Stando al Living Planet index, nel periodo dal 1970 al 2000 la dimensione delle popolazioni di specie forestali si è ridotta del 15%, quella delle specie di acqua dolce di uno sconvolgente 54% e quella delle specie marine del 35%. Entro il 2052, potremmo aver aumentato il tasso complessivo di estinzione delle specie di circa 10.000 volte rispetto al tasso naturale di contesto.
Le cattive condizioni della biodiversità nel mondo moderno hanno bussato alla mia porta di recente, quando ho portato mio figlio di nove anni in visita allo zoo locale. Ciò che vi abbiamo trovato incarna verosimilmente quella che potrebbe essere la relazione tra gli uomini e iI resto del mondo biologico nel 2052. Una marea di esseri umani ossessionati da telefonini, macchine fotografiche e da una pletora di beni di consumo distruttori del pianeta, che ribollivano e sciamavano in una folla pulsante e rumorosa intorno a piccole isole di habitat artificiali accuratamente gestiti, ognuno contenente una specie esotica o condannata all’estinzione o sotto grave stress nella sua sempre più ridotta casa nella natura selvaggia.
Nel 2052 il mondo assomiglierà a un grande zoo, solo molto peggiore, perché per allora avremmo ridotto tutti gli ecosistemi terrestri del pianeta, un tempo vasti e intoccati, a piccole isole di habitat circondate da campi agro-industriali frammentati da strade, piloni e città in espansione. II cambiamento climatico avrà poi reso il pianeta praticamente invivibile per la maggior parte delle specie, compresi noi, a causa degli eventi meteorologici estremi e dell’aumento del livello del mare.
I motori principali dell’estinzione di massa, entro Il 2052, saranno molto più evidenti che oggi. Forse il più importante di tutti sarà la distruzione e la frammentazione degli habitat, che credo per quell’epoca avranno rovinato tutte le aree naturali del pianeta e in particolare le foreste pluviali tropicali, che sopravviveranno solo come residui miserabilmente piccoli e severamente degradati all’interno di parchi nazionali e riserve.
Un altro motore cruciale dell’estinzione di massa è l’introduzione di specie esotiche, che nel 2052 potranno aver spazzato via molte più specie rispetto ad altre importanti cause come l’Inquinamento, la pressione della popolazione umana e il sovrasfruttamento delle risorse. Già nel 2006, negli Stati Uniti, circa 4.000 specie di piante esotiche e 2.300 specie di animali esotici avevano minacciato il 42% delle specie elencate sulle liste delle specie a rischio, causando un danno di circa 138 miliardi di dollari nei settori forestale, agricolo e ittico.
Ma forse il più pericoloso di tutti i motori dell’estinzione di massa nel 2052 sarà il cambiamento climatico. Nel 2052 il pianeta si sarà riscaldato di 2°C e forse anche di più, con conseguenze disastrose sia per gli uomini sia per la biodiversità. Uno degli impatti peggiori potrebbe essere il collasso irreversibile della foresta amazzonica a causa degli incendi. L’anidride carbonica rilasciata da questi incendi potrebbe far aumentare le temperature di 10°C entro la fine del secolo, un ritmo molto più rapido rispetto a qualunque altro episodio precedente di riscaldamento globale naturale.
Il cambiamento climatico spingerà le specie fuori dai loro areali in cerca di nuovi habitat. Ogni specie ha un suo specifico range di tolleranza di temperatura e umidità, e già adesso le specie si stanno spostando per seguire le loro zone di comfort climatico mentre il clima cambia intorno a loro. Uno studio del 2003 su 1.700 specie registrava uno spostamento verso i poli di sei chilometri ogni dieci anni, e una ascesa sui versanti delle montagne di sei metri ogni dieci anni.
Stiamo potenzialmente sradicando l’intera biosfera con modalità senza precedenti. Gli esempi sono infiniti, come la marcia verso nord della foresta boreale a spese della tundra; l’espansione verso nord delle volpi rosse nel Canada Artico e il contemporaneo restringimento dell’areale della volpe artica; lo spostamento verso l’alto di 1-4 metri per decennio delle piante alpine nelle Alpi europee; la sempre maggiore abbondanza di specie di acqua tiepida tra lo zooplancton, i pesci egli invertebrati dei litorali nel Nord Atlantico e lungo le coste della California; e l’espansione degli uccelli delle terre basse del Costa Rica dai bassi pendii delle montagne verso aree più elevate per la mutata frequenza delle nebbie umide nella stagione asciutta. Nel 2006 in Gran Bretagna e Nord America 39 specie di farfalle si erano spostate fino a zoo chilometri verso nord in 27 anni.
Entro il 2052, molte specie terrestri saranno estinte, perché il cambiamento climatico le avrà obbligate a trovarsi nuove dimore, ma le loro migrazioni forzate saranno state rese impossibili dalla grave frammentazione degli habitat. Nel regno marino, un numero enorme di specie adattate alle acque fredde si saranno estinte alle latitudini più elevate, lasciando piccoli spazi preziosi per le specie che dagli oceani tropicali e subtropicali stanno migrando verso i poli. L’acidificazione degli oceani — un risultato diretto dell’aggiunta di anidride carbonica in atmosfera — avrà spazzato via molte specie che costruiscono parti del proprio corpo col carbonato di calcio, come i coralli e alghe marine coccolitoforidi. Molte di queste specie giocano un ruolo essenziale nella regolazione del clima, sequestrando il carbonio e seminando nuvole che raffreddano il pianeta, e la loro scomparsa riscalderà ulteriormente la terra.
Entro il 2052 gli ecosistemi a livello globale saranno stati letteralmente fatti a pezzi dal cambiamento climatico perché la delicata sincronizzazione degli eventi al loro interno sarà interrotta. Le sequenze, un tempo accuratamente ordinate, della comparsa delle foglie, dell’emersione dei bruchi, della schiusa delle uova e così via, non si incastreranno più fluidamente come un tempo, e questi “disaccoppiamenti fenologici” porteranno a ulteriori collassi di biodiversità in alcuni ecosistemi. Poiché la biodiversità è intimamente connessa all’efficacia delle funzioni di un ecosistema, come il ciclo dei nutrienti, la regolazione del flusso idrico e la modulazione del clima, queste perdite renderanno gli ecosistemi meno resilienti — ovvero molto meno in grado di tamponare i cambiamenti imposti loro dal cambiamento climatico e dalla frammentazione degli habitat. Come risultato, entro il 2052 alcune aree terrestri alle basse e medie latitudini saranno ben avviate sul percorso per diventare deserti o semideserti inospitali.
Entro il 2052 la perdita di biodiversità avrà reso la vita molto difficile per quei miliardi di persone il cui benessere dipende direttamente dagli ecosistemi che le circondano. E quei privilegiati umani nel mondo “sviluppato” — le persone che mio figlio e lo abbiamo raggiunto allo zoo quel giorno — cosa ne sarà di loro? Soffriranno anche loro per le conseguenze del cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, ma nel 2052 è possibile che la tecnologia li avrà protetti, almeno per un po’, dagli effetti peggiori. Forse per loro la prima conseguenza dell’estinzione di massa sarà un immenso impoverimento psicologico — perché gli animali selvatici, grandi e piccoli, che hanno plasmato la psiche umana con la loro straordinaria presenza fin dalle origini della nostra specie, saranno per allora diventati niente più che immagini appiattite su quegli schermi scintillanti che così fatalmente ci disconnettono dal mondo della natura.
[Jorgen Randers, 2052. Scenari globali per i prossimi quarant’anni, Edizioni Ambiente, 2012 – pp. 157-159]
2052, qualche idea sullo stato del mondo (parte 1 di 2)
Anche questo, 2052, è un libro. Un libro che cerca di ragionare – con tutti i limiti del caso – su quale potrà essere il nostro mondo così lontano nel tempo. Così lontano, mica tanto… Fatti i conti, nel 2052 potrei ancora essere un arzillo 82enne, anche se dubito di essere ancora vivo. Ma diciamo, da me in poi, ragionevolmente tutti i più giovani hanno, in via direttamente proporzionale, buone probabilità di esserlo.
E’ un libro che sto centellinando, perché – pur avendo voglia di leggerlo tutto d’un fiato – è un vero e proprio stillicidio di notizie poco confortanti su come sarà il mondo di domani, a partire dalla miopia gestionale della “cosa pubblica”, tanto fondamentale quanto basata sul nulla nel dibattito politico nostrano, ridotto al solito inascoltabile gossip pre-elettorale.
Il libro di Jorgen Randers – norvegese che fece parte di quel piccolo e meraviglioso gruppo di scienziati del MIT a cui negli anni ’70 del secolo scorso venne commissionato il primo studio sul “mondo che verrà” – è un libro scientificamente accurato ma molto accessibile e ovviamente fa i conti su dove stiamo andando e su cosa stiamo facendo. Scritto nel 2012 – quind qualche anno fa – sulla politica dice questo:
PREVALENZA DELLA VISIONE A BREVE TERMINE
L’effetto negativo della stagnazione sulla crescita della produttività non è un fenomeno obbligato. Può essere evitato, perlomeno nelle fasi iniziali. La redistribuzione del reddito e delle opportunità prima che i problemi si ingigantiscano può ridurre enormemente le probabilità che si verifichino instabilità sociali. Ma una redistribuzione pacifica si è verificata raramente nel passato e così sarà in futuro. Ciò perché la maggior parte delle decisioni che hanno a che fare con la società vengono influenzate dai loro effetti a breve termine: la società, sia nei sistemi democratici sia nei regimi dittatoriali, è per lo più incapace di vedere i vantaggi che si manifestano sul lungo periodo. L’umanità è spudoratamente ancorata al breve termine e pertanto la redistribuzione programmata dei redditi di rado avviene prima che i bisogni diventino critici.
Pertanto, sebbene la società potrebbe decidere di cambiare profondamente la distribuzione dei redditi e del benessere e la composizione della propria economia, non credo che questo riguarderà la quantità e il tipo di energia consumata e le emissioni di gas serra. O perlomeno non alla scala necessaria, perché decisioni di questo tipo sono associate con dei costi iniziali che rendono difficile vedere i benefici che si otterranno in seguito. Le persone sono spaventate da soluzioni di questo tipo. Desiderano ottenere vantaggi da subito e accettano, a denti stretti persino di pagarne i costi in un secondo momento.
La mia assunzione, secondo cui nei processi decisionali la prospettiva a breve termine è prevalente, è una delle cose che non avrei mai osato affermare in maniera cosi risoluta quando ero più giovane e avevo minore esperienza. Ma 40 anni di pratica e di battaglie per la sostenibilità mi hanno convinto che la società, e in modo particolare la società democratica, tende a scegliere la soluzione più a buon mercato, ovvero quella ove il rapporto tra benefici e costi è il più alto possibile, senza tenere conto di quali siano i costi sostenuti e i benefici ricevuti in un orizzonte temporale superiore ai cinque anni. Si tratta di quello che gli economisti chiamano “soluzione efficace economicamente”, cioè la soluzione che fornisce il miglior ritorno in rapporto alla spesa all’interno di una normale prospettiva umana, di rado estesa oltre i cinque anni. L’orizzonte temporale limitato è un problema serio se la società ha bisogno di investire subito per evitare mi problema in un futuro distante. Il breve termine lavora attivamente contro le politiche sagge, e dato che la prospettiva a breve termine tende a essere maggioritaria all’interno del corpo elettorale, lo è anche nella testa dei politici.
Il breve termine domina anche nell’ambito dei mercati. Il mercato tende a sottrarre un tasso del 10% annuo, se non di più, quando compara i costi immediati con i vantaggi ottenibili nel futuro. Ciò significa che un beneficio distribuito su vent’anni verrà valutato un ventesimo del suo valore reale. In altre parole, un problema che si manifesterà vent’anni avanti nel futuro sarà degno di essere risolto solo se il costo della sua soluzione sarà inferiore a un decimo del valore da tutelare. Non è una sorpresa per coloro che si occupano di economia: è economicamente efficiente consentire che il mondo si avvii al collasso a causa dei danni provocati dai cambiamenti climatici, dato che questi si verificheranno in un arco temporale superiore ai quarant’anni. Il valore netto nel presente dato dalla riduzione delle emissioni e dal salvataggio del pianeta è inferiore al valore netto presente generato dal business as usual. Costa di meno spingere il mondo sull’orlo del baratro piuttosto che tentare di salvarlo.
Nel mondo della politica non va molto meglio, data la breve durata delle cariche istituzionali. I politici raramente possono occupare la propria agenda per questioni, che portano a risultati positivi solo dopo l’elezione successiva, che in genere avviene meno di quattro anni dopo.
Pertanto, la moderna democrazia e il mercato capitalista hanno una veduta straordinariamente corta. Questo è un problema per un mondo che deve fronteggiare minacce climatiche di lungo termine, ma è un indiscutibile vantaggio per noi che lavoriamo alle previsioni. La mentalità a breve termine rende improbabili le deviazioni dalla soluzione più economicamente efficace (ovvero quella più a buon mercato), che può essere spesso calcolata in anticipo. La caratteristica umana del pensiero a breve termine mantiene la società su una strada relativamente angusta. Anche se spero di sbagliarmi, sono pronto a scommettere che in futuro il mondo tenderà ancora a scegliere la soluzione più economica.
Fortunatamente (per il mondo) ci sono delle eccezioni. Alcune di queste sono d risultato di azioni lungimiranti di leader saggi. Altre vengono imposte alla società perché c’è un nemico alla porta, o perché la crisi ha già colpito, o perché tutte le altre vie di uscita sono impraticabili. Ma queste eccezioni sono rare; normalmente la soluzione più a buon mercato è quella che ha la meglio. E a buon mercato significa che lo è sul breve periodo, cioè su un lasso di tempo inferiore ai cinque anni.
La prevalenza del breve termine è la ragione fondamentale perché faccio previsioni a partire dall’assunzione che l’umanità deciderà di risolvere solo una parte della questione climatica, sebbene potrebbe facilmente affrontarla nella sua totalità. E questo è il motivo per cui credo che l’umanità rimanderà la messa in campo di azioni serie fino a che il danno climatico non sarà chiaramente visibile anche dalle aule parlamentari. Le eccezioni saranno i regimi autoritari, che sono nella condizione di non dover rispondere con frequenza alla popolazione.[Jorgen Randers, 2052. Scenari globali per i prossimi quarant’anni, Edizioni Ambiente, 2012 – grassetti miei]
Cose che sappiamo e su cui non è necessario fare calcoli né previsioni, ma di cui spesso dimentichiamo la portata. Poco prima nel libro viene descritto un altro scenario, più strettamente legato all’ecologia, di cui parleremo nel post che seguirà questo.

Jorgen Randers durante una delle sessioni della prima Summer Academy School del Club di Roma, a Firenze – nel settembre 2017.
Levi, Primo
Mi prendo il tempo per raccontare (recensire?) un regalo che mi sono fatto in queste vacanze natalizie. Si tratta di Album Primo Levi, un libro in grande formato, pubblicato da Einaudi. Una sorta di “biografia per immagini” dello scrittore piemontese che non ha bisogno di presentazioni. Il 2017 sono corsi i 30 anni dalla morte e, 10 anni fa, ricordammo a nostro modo questa ricorrenza in un libro collettaneo, di cui ebbi il piacere e l’onore di far parte: Tutti i numeri sono uguali a cinque. Da quel libro partì il tentativo di organizzare un collettivo di scrittura che, proprio sotto la stella di Levi, centauro delle due culture, tentava di declinare e coniugare scienza e letteratura, con esiti alterni (a questo link il frammento di una iniziativa – Umbria libri 2010 – cui partecipammo).
A Levi sono affezionato quindi per motivi che oserei definire “storici”: ha fatto parte della mia formazione (ma qui sono in buona compagnia); ho abitato nella sua stessa città (e anche qui posso condividere con almeno un altro milione di persone – per il mio tempo di permanenza nella capitale sabauda – questa esperienza) ma, poiché ogni autore ci “colpisce” (quando lo fa) a modo suo, il rapporto con Levi in realtà è qualcosa di inevitabilmente più intimo, legato alla mitezza d’animo di un uomo di profondissima cultura che gli eventi della vita – così ben descritti e rappresentati nel ricco apparato fotografico dell’Album – hanno condotto e fatto tornare dall’inferno concentrazionario, senza che questa pur folle esperienza lo condizionasse per il resto dell’esistenza. Egli infatti, e nell’Album ben si vede questa curiosità a tutto tondo, ebbe una vita ricca sotto moltissimi profili: quello lavorativo, in quella accezione tutta positiva del lavoro come formazione e costruzione del sé, che ben è rappresentata ne La chiave a stella; quello intellettuale, anche qui spaziando magistralmente tra letteratura, memorialistica, scienza e fantascienza; quello affettivo – la fortuna di ritrovare alla fine della guerra tutti i suoi familiari più prossimi vivi e in buona salute e l’aver creato una famiglia; quello di curiosi “punti fissi”, come il non aver mai cambiato casa in vita sua.
E così sfogliando e leggendo l’Album si scoprono i molti lati di questa vita: le amicizie importanti, la Torino città operaia, ma anche delle case editrici, viva in quei personaggi quasi leggendari che la Einaudi – ma non solo – seppe raccogliere intorno a sé. Una Torino che riconosco, che mi appartiene e a cui forse un po’ appartengo almeno nei luoghi che, pur in un’altra vita, pure io ho vissuto.
Insomma: un bel tuffo nella vita di Levi, del suo tempo. Da leggere e sfogliare ora, con calma, in quel tempo ancora un po’ sospeso della pausa natalizia, prima che tutto e tutti si ricominci a correre.
Infine il piacere di ritrovare il nome di Roberta Mori nella curatela del volume: le nostre vite si incrociarono brevemente dieci o undici anni fa, quando insieme ci rtrovammo per un corso di editoria, proprio a Torino. Normalista e con tutte le carte in regola per dare prova di sé, era, come me, alla ricerca di un lavoro in quel periodo. La trovo con grande gioia su questo bel volume ricordandola persona mite e decisa. Chissà, forse una assonanza e sensibilità necessarie ad accostarsi col giusto tatto a Primo Levi.
Musica per (r)esistere

L’altro giorno in treno avrei voluto ascoltare un po’ di musica. Di solito mi appoggio a Spotify, che mi pare una delle più utili applicazioni di questi strumenti (traffico dati permettendo – ma questo vale un po’ per tutte le app).
Spotify però non funzionava come avrebbe dovuto e ho ripiegato quindi su quell’altra “miniera” che è YouTube. Mi è venuta voglia di ascoltare un concerto di cui mi ero innamorato molti anni fa quando, piuttosto velleitariamente, stavo tentando di completare una enciclopedia della musica classica in fascicoli – ebbene sì, sembrano mille anni fa, eppure esisteva (e ancora esiste: basta andare in un’edicola qualunque) quel mondo. Il tentativo naufragò perché a un certo punto interruppero la produzione dei fascicoli e dei CD allegati e così l’opera rimase monca e la collezione incompleta.
Iniziai ad ascoltare questo concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven, famoso, chiamato “imperatore” – sebbene impropriamente. Chissà se si trova su Youtube (domanda retorica dalla risposta certamente affermativa)… e che quale esecuzione. Ebbene, ho trovato questa del Maestro Daniel Barenboim. Ho avuto fortuna perché sono riuscito a vederne anche il video, con le riprese che – quasi a camera fissa in certi momenti – indugiano sulla tastiera del pianoforte e sulle mani dell’esecutore, che non definiresti, da profano, le mani di un pianista, nonostante la perizia e l’agilità, ma comuni mani, un po’ cicciotte e non certo affusolate. Bah, mi sono detto, forse per suonare questo Beethoven ci vogliono mani possenti, vigorose e non proprio delicate («Ecco Duke Ellington / grande boxeur / tutto ventagli e silenzi», dice Paolo Conte in una canzone delle sue). Fatto sta che, soprattutto sul secondo movimento, la commozione è stata forte, come lo era 25 anni fa.
Ed è così che stamattina mi è capitato di ascoltare – sempre per caso e sempre in auto, luogo deputato all’ascolto della radio – quel fenomeno di Edoardo Camurri a “Pagina 3”. Oggetto della puntata di questa mattina: l’assedio di Leningrado e la settima sinfonia di Sostakovic, ricordata da Pietro Citati in un articolo comparso questa mattina su Repubblica:
Stalin aveva una grande passione per la musica. […] Non amava Leningrado nella quale scorgeva l’incarnazione di tutto ciò che detestava: la cultura, la vita, la libera discussione, l’eleganza degli edifici, i colori verde e rosa, l’antico profumo aristocratico. […] Sostakovic cominciò a comporre la settima sinfonia a Leningrado durante l’assedio… voleva che venisse eseguita per la prima volta nella mia amata città, che ne aveva ispirato la creazione.
Citati descrive lo scenario che fu all’origine della leggendaria Settima sinfonia narrando dettagli che lasciano sgomento il lettore odierno, come il direttore d’orchestra che giunge in ritardo alle prove perché aveva appena finito di seppellire la moglie, morta di fame.
La drammatica enormità di una guerra mondiale accompagnata dall’assoluto della morte, la grandezza della Russia e – a quell’epoca – della Germania. Tutto sotto la follia di Stalin, in preda alla follia della fame. Una sinfonia per 105 elementi e 250 pagine di partitura: fu difficile trovare i musicisti, non c’erano i flauti e gli oboi. Gli sguardi dei musicisti erano fissi come icone per la fame e le tribolazioni della guerra. I sodati nazisti erano a poche centinaia di metri. La sinfonia fu eseguita nel tardo pomeriggio del 9 agosto 1942. Essi ascoltarono attentamente la bellissima musica composta contro di loro. Tutto sembra netto, in un frangente come quello e nel contempo come sospeso, mentre i musicisti suonano per resistere, con i nazisti quasi di fronte a loro.
Sugli editori di riviste internazionali
E’ almeno da quando ho fatto il master in Comunicazione della Scienza, quindi 15 anni fa, che sento parlare dello “scandalo” delle multinazionali dell’editoria: i grandi editori – Elsevier in testa – si sono accreditati presso le più importanti accademie (cooptandone professori e assegnando loro ruoli editoriali considerati di prestigio…) e hanno monopolizzato il mercato fino a creare un vero e proprio “business della pubblicazione”, con tutte le distorsioni che questo comporta, a partire, per esempio, che un libretto di 100 pagine dell’editore Springer (che ho scoperto recentemente essere di fatto all’interno del gruppo Elsevier) arrivi a constare oltre 50 dollari. Questo ha portato, per altro, a una fiorente pirateria anche in questo settore – i più informati ricorderanno lo “scandalo”* del sito sci-hub.
Tutte cose che si sanno, che si sono sempre più o meno sapute e che l’establishment accademico ha sempre più o meno accettato senza grandi rivoluzioni con due sole eccezioni significative a me note:
- quella dei fisici che a suo tempo crearono l’archivio pubblico alla Cornell University “arxiv” (https://arxiv.org/) ormai estesosi ad altre discipline: non propriamente una “rivista”, quanto piuttosto un luogo in cui depositare il proprio lavoro, affinché i propri risultati di ricerca, ancorché parziali, possano essere resi pubblici al fine di poterne vantare (in caso di controversie) la paternità;
- quella di alcuni premi Nobel che – forti della loro posizione – decidono di non pubblicare più su riviste di settore. Fu il caso, con una certa eco mediatica, di Randy Schekman, Nobel per la medicina di qualche anno fa, che espresse pubblicamente la volontà di non pubblicare più su Nature e riviste affini, come ricorda questo articolo di Wired.
Il primo dei due è un tentativo sistematico di “cambiare il sistema”; il secondo non lo è, e quindi amen, tutto procede come nulla fosse e pubblicare sembra essere – almeno per la mia modesta esperienza – una delle cose più difficili. E attenzione: è giusto che lo sia: c’è molta competizione e molta gente in gamba. Però… ci sono dei però.
E uno di questi “però” salta fuori proprio in questi giorni, quando, di fronte al tentativo di sottoporre a una rivista di settore il nostro articolo (mio e dei miei tutor), la risposta che ci arriva, dopo appena qualche giorno dall’aver assegnato al manoscritto un identificativo, è la seguente:
Dear Mr. Celi,
Thank you for submitting your manuscript to XXX. Before sending a manuscript out for peer review, the editors assess whether it is suitable for consideration for publication in XXX. For the reasons stated in this email, our preliminary editorial review found that your manuscript does not meet XXX’s requirements for sending a manuscript out for peer review. Those requirements are discussed in the Guide for Authors found on the journal website.
The general topic of EROI is, of course, very important but we do not consider your paper makes a significant contribution, nor do we believe your proposed three reviewers (whom we know) would disagree with this judgement.
We hope that this decision will ultimately hasten the consideration of your work by another journal. We are grateful to you for your interest. Although we will not be considering your current manuscript any further, we hope you will continue to consider Energy Policy for new manuscripts you may write.
Yours sincerely
Pinco Pallino
Editor of XXX
Una risposta che sappiamo essere “prestampata”: a questi arrivano certamente moltissimi articoli e i revisori vengono cooptati quasi sicuramente a titolo gratuito (perché è prestigioso e si chiama pagamento in ego anziché in euro; inoltre la rivista non ci guadagna abbastanza se questi signori dovessero venire pure pagati…), vengono chiamati solo in seconda battuta. Gli abstract degli articoli servono a questo: ci si mette 3 secondi a leggerli e in quei 3 secondi si decide se l’articolo procede il suo cammino o si butta nel cestino. L’editor credo abbia fatto così e, poiché tra le altre cose, siamo dei perfetti nessuno, ecco che scatta in tempo zero il rifiuto. Forse l’errore è stato mio, anche, ora che ci penso. A settembre, quando si rientra, forse ci sono molte proposte che si sono accumulate (la ricerca non conosce ferie…) e forse gli editor sono presi un po’ dal panico per la troppa carne al fuoco che hanno e quindi con maggiore facilità tendono a scartare ciò che hanno di fronte. E’ un’ipotesi. Ma la cosa divertente sta nella risposta, e in particolare dove si dice: «but we do not consider your paper makes a significant contribution, nor do we believe your proposed three reviewers (whom we know) would disagree with this judgement». Nella parte che ho evidenziato è come se io avessi indicato nella mia proposta anche dei possibili revisori (cosa che su certe riviste si fa – e forse anche in questa fino a qualche tempo fa), cosa che però NON ho fatto. Quindi: non solo la risposta è “prestampata”, ma lo è in maniera maldestra e neppure “personalizzata”. Segno di grandissima superficialità e di un certo modo di fare cialtronesco, tipico di quando i rapporti di potere sono sbilanciati: loro non hanno bisogno di noi per la loro attività – mille altri ne hanno da (far) pubblicare – mentre noi (io in particolare, come “anello debole” del gruppo) sì. Quindi la storia si conclude stamattina con la mia risposta (perché la cialtroneria merita una risposta, comunque) all’editor:
Dear Mr. Pinco Pallino,
I’ve found funny enough your preprinted answer: I did not propose any known or unknown reviewer.
My advice is to better check your preformatted answers and customize them better.
Kind regards.
Luciano Celi
Sia chiaro: non che fare le nostre rimostranze serva a qualcosa. Serve a far star meglio noi perché abbiamo dato dei cialtroni alla rivista – o meglio: al suo editor – ma non cambia né il mondo né la sostanza delle cose (purtroppo).
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*Metto tra virgolette la parola “scandalo” perché è uno scandalo che non scandalizza più nessuno (se mai qualcuno abbia mai scandalizzato).

Italian academy
Già scomparso dall’orizzonte degli eventi mediaticamente appetibili, vorrei tornare per un attimo alla questione dello scandalo che ha coinvolto l’establishment accademico di atenei più o meno prestigiosi dell’italico suolo.
E ci vorrei tornare da “bastian contrario” per fare un discorso che vada, se possibile, un poco più in profondità del chiacchiericcio e dei soliti luoghi comuni in coda a queste notizie. Chi mi conosce sa che sono un outsider dell’accademia: ho fatto l’università lavorando, ho frequentato due master, lavoro da qualche anno in un ente di ricerca – anzi: il più grande ente di ricerca d’Italia che è il Consiglio Nazionale delle Ricerche – e adesso faccio un dottorato a Trento. Ma ho anche avuto un discreto numero di esperienze lavorative nel settore privato e, ancora, in precedenza, nel pubblico (scuola e ferrovie dello stato). Tutto questo cappello per dire che parlo “per esperienza” (che mia è e mia rimane: ognuno ha la sua e chi leggerà queste righe potrà tranquillamente dissentire da quello che scrivo e non riconoscersi in quello che dico).
Cercherò quindi di tracciare un parallelo – ancorché minimo, dati gli spazi a disposizione – tra questi due mondi: l’accademico, apparentemente costituito da “truffatori”, da “maneggioni” che vogliono sistemare amici e parenti e il privato, dove apparentemente sembra non accadere nulla di tutto questo. Le regole del pubblico impiego – luogo in cui notoriamente le risorse sono più limitate che altrove – impongono la famosa “trasparenza” e la necessità, in nome di questa trasparenza di indire un pubblico concorso nel caso in cui si voglia assegnare un posto (posto che può andare dalla più mal pagata delle borse di studio, al concorso da professore associato: la sostanza non cambia). Fin qui tutto bene? Più o meno. Se da un lato questo meccanismo dovrebbe costituire la garanzia di accesso a tutti – i concorsi, in quanto pubblici, sono aperti a tutta la cittadinanza, purché all’interno delle “specifiche” previste dal concorso: un certo tipo di laurea o di formazione, il non aver superato una certa età, ecc. – dall’altro spesso (più spesso di quanto si sia disposti a credere) quel posto messo a bando ha una “storia”: c’è (c’era?) già qualcuno/a che faceva quel lavoro e il concorso è l’unica arma per poter dare continuità a questo lavoro. Da qui l’idea del concorso che pur pubblico, viene ritagliato su un candidato (o candidata) in pectore, ovvero di solito su una persona che (1) magari ha lavorato bene; (2) sa fare il suo mestiere; (3) ha dimostrato di essere affidabile e via su questa china. Si badi bene: questo non significa necessariamente che quella persona è la migliore sul territorio nazionale per fare quel lavoro, semplicemente la “sua storia” fa sì che, per economia (anche di tempo: una nuova persona, magari bravissima, andrebbe istruita e non è scontato che sappia, per esempio, lavorare con quel team di persone, ecc.), lei sia lì e si voglia proprio lei. Esiste qualche altra forma che non sia il concorso pubblico per dare continuità lavorativa a questa meritevole persona? No. Questo sistema può nascondere dei “maneggi”? Sì, ovviamente, più che in altri settori (leggi: privato), ma solo quello strumento c’è. Quindi l’effetto è paradossale (come spesso lo è nel nostro bananifero paese): una regola, quella concorsuale pubblica, volta a offrire la massima trasparenza, declinata nella realtà italiana (fatta di scarsità di risorse e di mezzi, di un turnover nullo, e per la quale è necessario pensare mille volte a chi “mettersi in casa” perché quella persona, una volta che ha vinto il concorso, poi te la tieni anche se non va ti va bene e nel frattempo i soldi per un altro posto non ci sono più…) diventa la più opaca e meno trasparente. Si può fare diversamente? Certo che sì: basterebbe essere sufficientemente coraggiosi da “cambiare il sistema”. Tutto questo però dovrebbe avere presupposti diversi, di cui parleremo tra poco.
E qui passo al privato. Sono stato responsabile dell’ufficio stampa macroregionale della più grande multinazionale farmaceutica del mondo per due anni. Lì i soldi ci sono, le cose si fanno, il turnover c’è, le persone vanno e vengono, spesso vengono sacrificate come carne da cannone in nome del profitto col sorriso sulle labbra, pacche sulle spalle e “ti stimo molto” (“siamo la montblanc con cui ti faccio fuori”, cantava qualche anno fa Ligabue). Un mondo un po’ spietato, per la verità, ma l’essere al completo opposto di quel che accade nella pubblica amministrazione (d’ora in poi: PA) aiuta a capire un po’ di cose. La prima e più banale che in quel tipo di mondo (nel privato, in quel privato) se non ti dai una sveglia non sopravvivi sei mesi e molta gente lavora (e solo in questo modo è capace di lavorare) a differenza di quel che accade nei paradisi a tempo indeterminato della PA. Scomodo ma vero (per la mia esperienza). E questo, ancora una volta, non significa che nella PA no si lavori, anzi: c’è gente che si fa un mazzo incredibile – ma è un mazzo discrezionale, il singolo può decidere se farselo o meno: lo stipendio (sempre quello, immutato da anni, come nel migliore degli incubi del Soviet) comunque a fine mese arriverà. Insomma: differenti ambienti, differente dinamismo (anche stipendiale, appunto) – non faccio classifiche e mi astengo volutamente da giudizi: c’è del buono e del brutto in entrambe i sistemi. Ma tutto questo soprattutto, rispetto al pubblico, ha due vantaggi considerevoli: i dirigenti – che possono essere fatti fuori senza colpo ferire – realmente dirigono, prendono decisioni, gestiscono le persone (e le fanno comunque crescere professionalmente) e i lauti soldi di stipendio che prendono se li guadagnano più, credo (l’esperienza è sempre personale, quindi limitata), di quanto non faccia l’omologo nella PA.
E qui torno ai presupposti che avevo momentaneamente lasciato sospesi nel capoverso precedente. Il problema della PA è “nel manico”: è il sistema che non funziona e indire il concorso pubblico, non solo non è sinonimo di trasparenza ma ha un effetto collaterale ben più grave perché deresponsabilizza formalmente la dirigenza e gli aplicali di una struttura; se il tizio che ha appena vinto il concorso si dimostra un lavativo comunque non è formalmente colpa di nessuno: ha vinto un concorso pubblico! I dirigenti pubblici in ogni caso dirigono meno di quel che dovrebbero (non perché non lo sappiano fare, non perché non lo vogliano fare, ma perché il “sistema” è congegnato in modo che lo facciano meno, con meno responsabilità).
La questione, come si può vedere, è ben più complessa di quel che le scarne notizie televisive ci abbiano raccontato. Il sistema sarebbe da riformare con una sorta di chiamata diretta: voglio quella persona perché ci ho già lavorato e mi sembra in gamba. Dire questo significherebbe anche tacitamente farsi carico della responsabilità dell’assunzione: se quella persona si dimostra un lavativo o non all’altezza di quel lavoro è colpa tua che l’hai assunto e in qualche modo ne pagherai le conseguenze. Questo dovrebbe conferire maggiori poteri (e quindi maggiori responsabilità) ai funzionari dei livelli intermedi e alti e via discorrendo.
Identicamente nel privato se si volessero fare “maneggi” non ci sarebbero problemi, ma se l’azienda è di quelle che non guarda in faccia nessuno, beh quel dirigente deve proprio essere sicuro. D’altra parte un caro amico, interrogato sulle raccomandazioni, provocatoriamente rispondeva: “non ho niente contro le raccomandazioni, purché la persona raccomandata sia la migliore tra quelle che avrei potuto trovare”.

Allegri, verso la catastrofe
Ieri ho voluto far compagnia a un amico che deve cambiare auto. Mi sono preso un paio d’ore nel pomeriggio e mi sono dedicato all’esotica attività di andar per concessionari e tastare quindi con mano, la follia insita nel nostro modo di procedere.
Di auto siamo saturi – penso che molti di noi ne convengano. Forse è da quando ho coscienza di me che lo sento dire, ma nel frattempo i mezzi in circolazione sono n-uplicati (non so quali siano i numeri esattamente, ma dal web ho ricavato dei dati con i quali ho realizzato il grafico qui sotto).

Probabilmente forti dei risultati, del martellamento pubblicitario incessante (almeno nel nostro paese), anziché essere un settore in crisi, come dovrebbe esserlo ogni settore merceologico arrivato alla saturazione, aprendo le porte dei saloni, quel che ci appare è una inattesa floridità: numeri bassi alla Peugeot, medi alla Volkswagen e decisamente al limite dell’affollamento alla Fiat (la fortuna è che a Pisa sono tutti vicini l’uno all’altro, a Ospedaletto).
Da questo ne consegue che anziché stenderti un tappeto rosso ed esserti grato per aver manifestato anche solo il proposito di cambiare auto investendo in questa operazione qualche migliaio di euro che notoriamente non cresce sotto il cuscino di notte, l’atteggiamento, in molti casi è di sufficienza. Quando non è di sufficienza risulta peggiore perché la netta sensazione, senza mezzi termini (e mi scuserete per la brutalità degli stessi) è quella di essere presi per il culo.
Prendiamo per esempio la “auto aziendali” o “a km zero”. Stratagemma adottato in tempo di carestia per continuare a tenere alti i numeri delle vendite, benchmark atto da sempre a valutare la bontà del venditore (bontà direttamente proporzionale al numero delle vendite realizzate in un determinato intervallo di tempo). L’autosalone si intestava l’auto, scaricava l’IVA (avendo la partita IVA) e la rivendeva all’acquirente “di seconda mano” (in realtà solo immatricolata) facendogli risparmiare almeno quella (non poco su un oggetto che costa svariate migliaia di euro e in paese come il nostro con l’IVA al 22%). Strategia “win-win”: il concessionario vende un’auto in più, l’acquirente è contento perché prende una macchina nuova, ancorché, in molti casi, senza la possibilità di sceglierne gli accessori, il colore, ecc. (sebbene in alcuni casi si poteva addirittura combinare la cosa: il cliente sceglieva e poi l’auto veniva richiesta per l’immatricolazione, esattamente con le specifiche descritte dal cliente).
Invece ieri ci siamo sentiti dire, col sorriso sulle labbra, in un salone diviso in due – da una parte il nuovo e dall’altra l’usato – che il “km zero” a conti fatti costava di più (ma la famosa IVA che voi avete bellamente scaricato intestandovi l’auto perché me la volete fare pagare di nuovo?) a causa del fatto che l’auto che l’amico avrebbe dovuto dare indietro (una piccola utilitaria con 10 anni di vita) per l’usato valeva 1.000 euro, mentre, se avesse acquistato il nuovo, la valutazione andava oltre 3.000 (ma com’è che lo stesso oggetto a pochi passi di distanza da una parte è valutato così tanto e dall’altra così poco?). L’aspetto che agli occhi del comune mortale appare folle è che il nuovo costa meno dell’usato. Da un punto di vista strettamente economico ha molto senso: vendere vendere vendere e quindi produrre produrre produrre per vendere di nuovo, soprattutto il nuovo.
Questo “giochino” ce lo siamo sentiti raccontare anche alla Fiat. Ha un altro nome e lì lo chiamano “premio targa” (“Ah, ne ho proprio una del colore che vuole lei e la posso fare arrivare, però si deve sbrigare…” – perché metter fretta all’acquirente lasciandogli l’illusione di aver appena colto l’occasione (ovviamente unica…) è un’altra strategia abbastanza idiota, ma che evidentemente in molti casi continua a funzionare e a pagare molto bene). Il “premio targa” è: mi intesto l’auto e te la rivendo?
Insomma, una vera tristezza. Soprattutto perché ci sono video come questo che raccontano una storia molto diversa. E ancora, non più tardi di oggi, mi è arrivato l’annuncio della presentazione di un nuovo libro di un collega Cnr appena uscito: Effetto serra, effetto guerra, Due fenomeni che pare siano sempre più connessi l’uno all’altro.



