il 2014 e le sue migliori invenzioni

Dunque dunque, ci si appresta alla fine dell’anno e viene naturale il momento dei bilanci. Tra quelli proposti il “Time” indica quello delle 25 migliori invenzioni di questo 2014 (il link all’originale è: http://time.com/3594971/the-25-best-inventions-of-2014/ ripreso comunque dall'”Huffington Post” qui nel nostro Paese, a questo indirizzo: http://www.huffingtonpost.it/2014/11/21/le-25-migliori-invenzioni-2014-secondo-il-time_n_6198388.html).
Che si viva uno zeitgeist tra l’idiota, l’inutile e il superfluo lo dimostra il tenore di questo schizofrenico elenco di “invenzioni” che in mezzo alle (poche) cose utili (si parla di una banana arricchita di vitamina A contro la cecità), propone il “selfie stick”, ovvero quel bastoncino che pericolosamente (in quanto bastoncino conficcabile, per sbadataggine, nel prossimo) imperversa, venduto dai soliti ambulanti, nelle città turistiche di mezza (o tutta) Italia.
Il selfie stick l'”Huffington Post” – che a differenza del “Time” offre una numerazione che suppongo essere arbitraria – viene citato al 18esimo posto. Magari non è significativo, ma resta significativo che se questa è una delle invenzioni dell’anno, forse anche quest’anno è da dimenticare…

il Selfie Stick

il Selfie Stick

la morte (in diretta) di Mango

Nella società voyeuristica nella quale viviamo non poteva non esserci un cellulare che riprendeva Mango negli ultimi istanti della sua vita. D’altra parte stava facendo un concerto e quindi era ne pieno della suo mestiere. Un mestiere per definizione pubblico. Ma non è tanto questo aspetto, che in diretta ci mostra il dramma di una vita letteralmente interrotta, quanto piuttosto l’aver goduto, alla fine, di quella che si chiama “la buona morte”.
Certo: troppo giovane e con tante cose ancora da realizzare, ma andarsene così – facendo ciò che ci piace, gratificati da un pubblico di fedelissimi (e alla fine chi se ne frega delle folle oceaniche…) – è quel che credo un po’ tutti si augurerebbero. Le ultime parole di una persona che sono parole cantate. Un bell’addio e per me almeno qualche ricordo di gioventù.

densamente spopolata è la felicità

Giovedì scorso abbiamo organizzato una puntata della trasmissione radio «Aula 40» che teniamo in diretta dal Cnr di Pisa (http://radioaula40.cnr.it/) sul limite umano in condizioni estreme.
Abbiamo avuto come ospiti telefonici Paolo Bendinelli e Patrizia Maiorca. Il primo, 51enne, è un “ultra ironman”. Non sapevo neppure cosa volesse dire, ma documentarsi è semplice (anche se bisogna fare un po’ d’ordine): il triathlon è una disciplina che prevede l’accorpamento di diverse specialità (nuoto, corsa e ciclismo) su diverse distanze. Le distanze ovviamente fanno la differenza, così: il triathlon “Supersprint” prevede 400 m a nuoto, 10 km in bicicletta e 2,5 km di corsa; lo “Sprint” 750 m a nuoto, 20 km in bici e 5 km di corsa; l’ “Olimpico” 1500 m a nuoto, 40 km di bici e 10 di corsa. Infine il “Doppio olimpico” 3000 m a nuoto, 80 km in bici e 20 km di corsa. Roba che ci si stanca solo a sentirla pronunciare.
Ma tant’è: e quel che è non basta con tutta evidenza, visto che esiste questa categoria definita “ironman” per chi fa l’ “ultra triathlon”, ovvero: 3,8 km a nuoto, 180 in bicicletta e 42,2 km di corsa. Ma anche questo può essere raddoppiato, triplicato, ecc. a piacimento.
Ebbene: Paolo Bendinelli, unico italiano invitato alla competizione, è tornato un mesetto fa da Città del Messico per un “triple ironman” (o “triple ultratriathlon”), ovvero: 11,4 km a nuoto (in acque aperte), 540 km in bicicletta e 126,6 km di corsa. Su 28 partecipanti di tutto il mondo, in fondo sono arrivati in 15 e lui è arrivato terzo. Ha perso 6 kg e ci ha impiegato 46 ore (se non ricordo male).
Soprattutto al telefono Paolo Bendinelli è una persona che sorride sempre e racconta con estremo candore e semplicità la sua impresa, iniziata “per scherzo” una quindicina di anni fa. Abbiamo avuto in studio Angelo Gemignani, medico e psicologo dell’Istituto di Fisiologia Clinica, perché uomini così non solo vanno seguiti, ma vanno proprio studiati. Tra le cose che Gemignani ci raccontava è che il corpo umano, per realizzare prodigi del genere, si isola progressivamente dal mondo per concentrarsi esclusivamente su ciò che sta facendo. Quello che in psicologia si chiama “flusso” e che, come si evince dalla voce Wikipedia, ha stretti legami anche con certe discipline orientali in cui è richiesto un alto grado di concentrazione. Quando si dice mens agitat molem
Poi è stata la volta di Patrizia Maiorca. Una persona che nel suo “piccolo”, in un esperimento condotto negli Stati Uniti nel 1990 presso l’università americana di Buffalo, nel centro studi di fisiologia e patologia dell’immersione diretto dal prof. Lundgren, simula delle immersioni in apnea in camera di decompressione “bagnata” e giunge – nella preoccupazione generale dello staff medico – a 10 pulsazioni al minuto. Praticamente una persona morta. Ma anche lei al telefono sorridente e solare come non mai.
Forse il verso citato di una canzone del Consorzio Suonatori Indipendenti nel titolo di questo post è vera: la felicità è, come nell’ossimoro, un territorio densamente spopolato, fatto di persone come Paolo e Patrizia, delle endorfine prodotte dai loro allenamenti, che si trasformano in soddisfazione e quindi felicità, fatto di zone/ore di “flusso” per fare 540 km in bicicletta o per “spegnere” parti del corpo fino a raggiungere i 10 battiti al minuto.
The-Great-Buddha-Statue-India

la pipetta della candela

Chi mi conosce sa sono stato per anni un motociclista impenitente e ho placato questa mia smania da due ruote (motociclistiche) solo dopo un brutto incidente che ebbi ormai 7 anni or sono.
Una smania di due ruote che invece non ha praticamente subito interruzioni in ambito scooteristico, con la vespa.
Da un anno e un mese – anche per mutate esigenze (più spazio, più comfort, più agilità) – ho “convertito” quindi la moto (sulla quale comunque per un periodo ho continuato ad andare) in un “maxi-scooter” di nuova generazione (neppure tanto “maxi” visto che di cilindrata è un 350).
Dopo aver fatto ricerche sul web, letto decine di recensioni, adeguato l’occhio a un’estetica diversa dalla moto su cui si sale sempre e comunque come su un cavallo, ecc. ecc. mi sono deciso per il “Beverly” della Piaggio, di cui hanno tessuto (più o meno) motivate lodi.
Sotto alcuni punti di vista motivate: è un oggetto che ha consumi parchi, su cui si sta comodi in 2, è sufficientemente protettivo, ha 2 dischi dei freni che agguantano bene, è – primo della sua “specie” – dotato di abs e di sistema antipattinamento in partenza.
Dispositivo quest’ultimo che, all’acquisto, mi parve fin esagerato: addirittura “sgomma” in partenza? E invece il monocilindrico Piaggio picchia duro proprio ai bassi e se si spalanca troppo il gas, magari in sorpasso con la ruota posteriore sulla linea di mezzeria – fors’anche bagnata di pioggia – ci si rende conto che il gadget ha la sua utilità per evitare “scodate” impreviste e poco piacevoli.
Piaggio poi ha una solidità motoristica – almeno per la (mia esperienza di) vespa – abbastanza ineguagliabile, con motori che sono dei muli e vanno sempre.
Ma. Ci sono dei ma.
Primo tra i quali la pessima fattura dei cerchi (o un problema – per adesso a un anno e 7mila e fischia chilometri – non ancora risolto di equilibratura): in rilascio dell’acceleratore il manubrio muove come se avesse la ruota posteriore (o anteriore) “quadra”. Sensazione poco gradevole quando si piega (e io, nonostante sia scooter, piego e mi rifiuto di fare le curve senza sfruttare come si deve le leggi della fisica…) e in generale per un mezzo che agilmente raggiunge la velocità di 140 km/h sul contachilometri.
Poi, essendo uno che da ragazzo aveva il “Ciao”, ricordo di un problema con la pipetta della candela: ogni tanto per le vibrazioni si staccava. In questi giorni l’ho portato in manutenzione perché la settimana scorsa dopo una giornata sotto l’acqua sono miracolosamente tornato a casa “a singhiozzi” per un problema elettrico. Il ragazzo del concessionario dove l’ho acquistato dà la diagnosi: “è la pipetta della candela”.
Siccome ho deciso di non arrabbiarmi (parliamo di un mezzo che comunque costa oltre 5mila euro) voglio ricordare con nostalgia i bei tempi del “Ciao” quando era sì la pipetta della candela, ma il mezzo aveva ambizioni di tutt’altro genere. Ci sono cose che sembrano tornare ineluttabili nella nostra vita. Una di questa è: rischiare di rimanere a piedi per la pipetta della candela. Accadeva nel 1986 e così accadeva in un giorno piovoso della scorsa settimana.

Il mio "Ciao"

Il mio “Ciao”

un paio di notizie dalla "banana republic"

Notizia #1: lo Stato del gioco
Qualche giorno fa sentivo la rubrica di Radio 3 “prima pagina” e un ascoltatore interveniva sulla questione dello “Stato biscazziere”. Non solo il danno sociale legato ai preoccupanti numeri della ludopatia (famiglie ridotte sul lastrico, gente che non riesce a staccarsi dalla macchinetta, ecc.), ma anche quel che lo Stato – parliamo di 100 milioni di euro – non riesce a recuperare in termini economici in relazione alla frode messa in atto dai gestori. E’ una storia vecchia che può essere ricostruita qui, sul cattolicissimo Avvenire:

  • http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/slot-machine-ai-gestori-maxi-condono.aspx
  • http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/generale-Rapetto-su-gioco-azzardo.aspx
  • http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/azzardo-e-politica-intreccio-da-sciogliere.aspx

Già nel 2007 (!!!) due giornalisti del Secolo XIX avviarono un’inchiesta che aveva dell’inquietante. Trovate qui il PDF di quel giornale. Il sito del “Movimento per l’Indipendenza Ligure” (che, pur politico, non m pare avere una connotazione leghista) fornisce il dossier (giornalistico) pressoché completo, avendo seguito la vicenda. Trovate l’intero elenco degli articoli a questo indirizzo: http://www.mil2002.org/battaglie/slot_machine.htm#avvenire (bisogna scorrere un po’ verso il basso la pagina).
Allucinante, come sempre, è dir poco.
Notizia #2: me le faccio e me le dico
Questa non ho neppure voglia di raccontarla. La fonte è sempre la radio, e comunque è tutto vero come mostra questo articolo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/28/vitalizi-doro-per-la-casta-del-trentino-alto-adige-esplode-la-rabbia-e-la-giunta-cerca-di-fare-retromarcia/897356/
Per altro in entrambe i casi sono “notizie vecchie”. Si spera che auspicabilmente venga trovata una soluzione e invece non accade assolutamente nulla. No words…

videopoker

videopoker

su alcune non recenti disaffezioni

Stamattina ho spento la radio. Un po’ per il conduttore di prima pagina a tratti indisponente e al limite del qualunquismo, un po’ perché l’informazione sembra vivere ormai (da quanto tempo?) nel “pantano” di un immobilismo in cui non c’è realmente nulla da comunicare, nulla di cui realmente occuparsi che valga la pena di essere annunciato al mondo e dibattuto pubblicamente.
Sembrano tutte – e qualcuno coniò questa felice locuzione – “armi di distrazione di massa”. In queste ultime ore, spentisi i riflettori sulle sciagurate emergenze italiche legate alle alluvioni, ben consci che l’emergenza non smette d’incanto quando i riflettori si spengono, si sente parlare (1) della Cristoforetti nello spazio (e più che dire a un certo punto “beata lei” e “brava” non c’è molto altro da commentare) e (2) del medico italiano contagiato da ebola.
60 milioni di persone che si sentono ripetere come un mantra da giorni a ogni edizione di tg e a ogni aggiornamento della cronaca queste due non-notizie che riguardano due italiani. Tutto il resto continua a essere imbarazzante chiacchiericcio politico-istituzionale, dove sembra che lo spazio per il dialogo e il confronto vero sia scomparso (ormai da qualche lustro, per la verità).
Il partito al governo, acefalo, multicefalo, fa e dice cose che entrano in contraddizione tra loro e tutto il resto (quello delle “minoranze”…) sembra davvero una chiacchiera senza importanza per la quale all’immobilismo ontologico di chi ha il potere (e sa di averlo) si contrappone il delirio verbale di chi quel potere non ce l’ha.
Tutto senza importanza per la vita delle persone, intendo. La vita vera, fatta di un quotidiano che in molti casi non lascia spazio a elucubrazioni e a “pippe mentali”, pippe il cui unico scopo sembra essere davvero quello della “distrazione” dai problemi veri. Ho ascoltato questo audio nel quale mi sono imbattuto quasi casualmente che credo ben riassuma la questione (va ascoltato fino in fondo ma dura cinque minuti): http://youtu.be/SBmGsDbHwLs?list=UUNTJ8IJ5dDJgSFQHWjSjkVQ.
Audio che mi ha fatto venire in mente questo altro bel pezzo che citai tempo addietro altrove. Il pezzo parla di una “angustia di orizzonte” apparentemente tutta italica (anche se credo che ci sia un bias legato alla prospettiva…) ma le considerazioni qui espresse mi pare continuino a valere: http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap20_VIIIa.htm#ghetto
In questi giorni un altro mantra è il coro unanime nel commentare le elezioni regionali in Emilia e Calabria: ha vinto il partito degli astensionisti, la democrazia sta fallendo nei suoi obiettivi di partecipazione, ecc. (anche qui: la fiera dell’ovvio).
Dell’informazione pubblica e del suo livello non possiamo forse dire la stessa cosa (e non a partire da oggi)?
liberta_di_stampa

Eternit da qui all'eternità

L’eternità della dannazione che le persone invocano dopo aver ascoltato la sentenza d’appello che – vizietto tra i tanti del nostro paese sfigato – ribalta completamente per prescrizione la precedente sentenza nella quale si condannava, per il processo Eternit, il magnate svizzero a 18 anni di reclusione e al risarcimento dei familiari delle vittime.
La giustizia dell’ultra terreno, valvola di sfogo religiosa che tutti i popoli hanno (avuto) per colmare le ingiustizie della vita terrena. C’è stato un periodo nella recente storia d’Italia in cui il credo religioso, pur forte, ha subito qualche flessione e le persone meno miti e meno inclini a piegare il capo nei confronti del potere hanno imbracciato le armi, dando seguito (forse involontariamente) a prescrizioni veterotestamentarie…
In quel periodo della recente storia d’Italia sembrava, paradossalmente, le cose andassero un po’ meglio: parla, fai, decidi, governa, ma fai attenzione a come ti muovi: qualcuno ti tiene d’occhio e come diceva una vecchia amica, “se chiudo un occhio non è per benevolenza, ma è per prendere meglio la mira”…
Queste sentenze purtroppo fanno rimpiangere quei tempi. Qui di seguito il commento di Roberto Saviano che gira su facebook:

Caso Eternit.
A quanto pare il processo Eternit si conclude oggi, con la richiesta di prescrizione. Giunto in Cassazione dopo due condanne a 16 anni in primo grado e a 18 anni in appello per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, il processo molto probabilmente si fermerà qui. Un processo epocale, il primo processo all’Eternit in Italia. Il primo processo che ha riconosciuto le responsabilità penali dei vertici di Eternit per le migliaia di vittime (circa tremila tra morti e ammalati) da amianto negli stabilimenti di Casale Monferrato, Cavagnolo, Bagnoli e Rubiera.
Schmidheiny sapeva che l’amianto era cancerogeno, sapeva che i suoi dipendenti si sarebbero ammalati fino a morire di una morte atroce, ma ha negato, minimizzato, per questo la condanna era stata esemplare.
Eppure nulla, anche in questo caso tutto sarà bloccato dalla prescrizione.
Ecco, in tempo di riforme costituzionali, per onestà, bisognerebbe chiarire una volta per tutte che l’Italia è una Repubblica fondata sull’istituto della prescrizione.

l'amarezza per la sentenza Eternit

l’amarezza per la sentenza Eternit

sensibilità ambientale

In programmazione “in questi giorni” (ma i giorni cambiano molto anche in funzione di dove si vive) due film di richiamo ambientale. Il primo è di fatto il backstage del grandioso progetto di Sebastiao Salgado – il celebre fotografo brasiliano – «Genesi» la cui mostra (fotografica appunto) è un gigantesco affresco della nostra casa, il pianeta Terra: Il sale della Terra.
Una mostra che ho visto a Venezia e lascia lo spettatore “occidentale” – quello bombardato spesso da (inutili) stimoli e da (inutili) immagini – meravigliato di fronte a tanta magnificenza, a tanta (bio)diversità di paesaggi, di situazioni, di luoghi. Segno in realtà che la nostra vita, condotta nell’autoreferenziale Occidente, è in realtà povera di questa “globalità” utile e necessaria a intravvedere la complessità del mondo (in tutti i sensi). Pensiamo di sapere molte cose e non sappiamo niente. Si esce dalla mostra con questo pensiero e molto interessante dev’essere l’aver filmato il modo in cui Salgado ha dipinto il suo affresco, sotto l’esperta regia di un altro grande regista di affreschi (il mio preferito per l’antico Il cielo sopra Berlino): Wim Wenders.
Il secondo film è quello di Christopher Nolan, Interstellar. La fantascienza mi ha sempre affascinato perché – da quando lessi un po’ di psicologia freudiana – mi è sempre più sembrata una gigantesca “seduta psicoanalitica dell’umanità” in relazione alle proprie paure, scaturite dalle scellerate scelte (tutte “da pagare”: nulla è gratis a questo mondo…) o da fantasmi legati a tecnologie che a un certo punto vanno fuori controllo. La trama è la fuga dal pianeta, flagellato ormai da insanabili (e bibliche?) piaghe atmosferiche che rendono decisamente più ostica la vita sul pianeta. Da lì parte la “caccia” al pianeta alternativo da poter abitare e tutta una (fanta)scienza ben analizzata nel (vecchio: 1994) saggio di Kip Thorne Black Holes and Time Warps: Einstein’s Outrageous Legacy (qui il link al libro, ancora pubblicato) a cui ovviamente in tempi recenti si è affiancato un altro volumetto che tratta della scienza vera e propria presente nel film: The Science of Interstellar (qui il link).
Insomma, pare proprio che l’ambiente – sia che appaia nell’obiettivo di un fotografo famoso, sia come causa di una (fanta)scientifica fuga causata da una mutazione climatica di cui l’umanità è responsabile – è tornata nelle priorità della nostra specie, mentre nel piccolo qui in Italia abbiamo a che fare con le continue esondazioni, con i “morti da clima” e Washington e Pechino per la prima volta si siedono al tavolo-capezzale del mondo per firmare un trattato di abbattimento delle emissioni…

Wim Wenders e Sabastiao Salgado

Wim Wenders e Sabastiao Salgado


 

profondo nord: idiosicrasie lombarde

Venerdì pomeriggio sono andato, per una “toccata e fuga” legata a un convegno, a Bergamo. Bergamo, profondo nord, quello anche un po’ leghista, quello che alcuni suoi abitanti pensano essere mediamente meglio del resto della nazione per operosità e qualità di quel che ha e produce, ecc. ecc.
Ebbene: intanto scendo da Italo che ha i 15 minuti di ritardo che non mi permettono di prendere il regionale che avevo immaginato. Questo perché (1) il ritardo è sufficiente a farmi perdere il treno in questione e (2) il treno in questione – uno dei pochi diretti che da Milano Porta Garibaldi porta a quello che ancora è un capoluogo di provincia – è al binario 18, un binario strategicamente introvabile se il treno, com’è stato il caso mio, arriva al “piano di sopra”. la grave colpa è non essere mai sceso alla stazione di Porta Garibaldi (Milano, profondo nord, a qualche mese dall’Expo 2015, stazione capolinea dell’Alta Velocità…) e quindi di non sapere che la stazione sta su due piani e che i binari dal 14 al 20 stanno sotto. Ma agli autoreferenziali milanesi evidentemente non interessa mettere uno o più cartelli di indicazione per il povero sventurato che lì ha da scendere, ha poco tempo e vorrebbe raggiungere nel più breve tempo possibile il proprio treno.
Niente da fare: mi arrendo e prendo quello dopo. Certo il servizio è frequente ma è una salto a ostacoli: per fare i 50 chilometri che separano le due città del ricco e industrioso nord, bisogna cambiare minimo 1 volta se non 2. Mi va bene: cambio solo una volta e mi faccio i miei 20 minuti di decantazione a Lambrate, luogo che frequentai assiduamente qualche anno fa per lavoro (e la cui frequentazione oggi, a distanza di 4 anni, non rimpiango nemmeno per un secondo…).
Cerco conforto in una macchinetta distributrice di generi e vivande, ma dal vetro vedo un tramezzino e un pacchetto di patatine “appesi” tra il dispenser e il vetro; il monito è chiaro: lascia perdere. Potrei andare al bar ma affrontare altra umanità che sgomita e schizza a destra e sinistra mi fa desistere.
Idem al ritorno: scendiamo a Pioltello Limito per il cambio che ci permette di arrivare a Porta Garibaldi a prendere il treno che ci porterà a Firenze. Si capisce che stanno facendo dei lavori, ma questo non giustifica l’andazzo: sembra ci abbiano bombardato, non c’è un segnale, un cartello, un orario! Sui treni, gestiti ormai da “Trenord”, si viaggia su vetture alta capacità dismesse dalle ferrovie: non un annuncio e se ti affacci con difficoltà si riesce a vedere in che stazione si è. E penso a me che sono ancora sufficientemente giovane e aitante. E gli anziani? E gli stranieri?
Lo sfogo un po’ qualunquista non è solo per lo status quo al solito deprimente, ma per la presunta superiorità – assolutamente ingiustificata – che mediamente gli abitanti del nord (con i lombardi in testa) hanno nei confronti del resto della nazione: prima di pensarsi meglio degli altri, bisognerebbe provare a guardarsi intorno e capire dove si vive…

la macchinetta distributrice alla stazione di Lambrate

la macchinetta distributrice alla stazione di Lambrate

la classe operaia va in ospedale

Una volta andava in paradiso, come unica promessa per l’inferno nella quale era costretta a vivere e nella quale ancora vive, come dimostra questo articolo di Internazionale (con annessi link): http://www.internazionale.it/articolo/2014/10/27/reparti-confino-in-italia-9
Basta che mi volti indietro e ricordi le sveglie di mio padre. Altra generazione, di quella dannata e fortunata che è stata assunta in un’azienda e in quella stessa azienda è andata in pensione. Scherzosamente – parlando di questa cadenza e di questa regolarità – dice: «Ho fatto 12 anni il mattino, 12 il pomeriggio e 12 la notte». Totale: 36 anni, 6 mesi e un giorno di lavoro, come prevedeva la legge.
Ho sentito la concitazione di Landini qualche sera fa nel salotto di Fabio Fazio, in contrasto con il professionismo di quest’ultimo, fatto di una certa (ormai devo dire anche un po’ stucchevole) distanza, “correttezza politica”, understatement. La parte del bravo ragazzo – “a modo e per bene”, come cantava Giovanni Lindo Ferretti – che alla lunga viene a noia e lascia in telespettatori come me il forte senso che nulla tocchi realmente il conduttore, protetto dalla sua fama e dalla barca di palanche che nemmeno in 10 vite guadagnerò.
Ho sentito l’incazzatura di Landini questa mattina alla radio, per le botte prese e gli scontri con la polizia. Le parole sono quelle rilasciate qui. Le parole di una persona esasperata da una pastoia dalla quale questo paese sembra non uscire. Ogni tentativo di mediazione e dialogo per la rivendicazione di un qualche diritto finisce sotto i manganelli della polizia. Invariabilmente. Da anni.
Gli operai. Tenuti in gran considerazione ai tempi del padre, adesso non contano niente – come dice lui stesso commentando laconicamente le immagini che passano per televisione. Ed è vero: le “morti bianche” anziché diminuire aumentano, e in generale è una classe di lavoratori di cui non si sente più parlare. Si parlava piuttosto di noi, anche lì neppure troppo, quando in qualche occasione abbiamo fatto degli scioperi da macchinisti delle ferrovie dello stato. Solo perché il macchinista ha un grande potere contrattuale: se incrocia le braccia i treni stanno fermi.
Ma anche quella è una stagione durata poco: la connivenza delle forze sindacali della “triplice” e le “naturali” spaccature tra i lavoratori hanno fatto il resto. Sono rimasti gli autonomi a tentare di rappresentare i lavoratori perché essi stessi in primo luogo lavoratori (e non delegati sindacali che si sono dimenticati come si sta in fabbrica o su un locomotore).
Così nella tragicità della notizia, saluto la notizia stessa come qualcosa che riporta al centro dell’attenzione i problemi veri e non, come dice in modo veemente Landini «le cazzate della Leopolda».

scontri in piazza ieri

scontri in piazza ieri