Se il senso civico di un paese si misura (anche) dal rispetto verso i cittadini, allora, ancora una volta siamo indietro. Non voglio parlare dei massimi sistemi che, pur gravissimi, sono (più o meno) noti a tutti, ma dei disservizi minimi, quotidiani per i quali l’assenza di informazione in primo luogo è ciò che infastidisce di più.
Tutti sentiamo quotidianamente di “treni soppressi” nelle stazioni: sono un ex ferroviere e anche solo 10 anni fa sopprimere un treno (verbo piuttosto macabro, ma che rende l’idea) era un evento eccezionale, legato a una qualche calamità. I treni, anche con 2 giorni di ritardo (non scherzo!) arrivavano. Adesso è prassi comune: i materiali rotabili ferroviari sono quello che sono e questo accade senza che nessuno batta ciglio (d’altra parte in questo paese nessuno batte ciglio neppure per questioni ben più gravi…).
Nella amena località in cui vivo, in capo a un paio d’anni è accaduto che in paio d’occasioni, per manutenzioni che supponiamo essere ordinarie e quindi programmate – supponiamo, perché neppure di questo si sa qualcosa – nessuno avvisò la cittadinanza interessata dalle manutenzioni, con un cartello nel quale semplicemente si diceva che dalle ore x alle ore y l’acqua sarebbe venuta a mancare. Stamattina è successo con l’Enel: uscito dalla doccia (quindi l’acqua calda c’era, quindi la caldaia funzionava, quindi l’energia elettrica c’era) faccio per attaccare il phon e asciugarmi i capelli e scopro che non funziona. Vado a vedere e lo switch del “generale” è in “on”. Chiamo il numero verde “guasti” al quale risponde un risponditore automatico che, per non sbagliare, ti chiede il codice POD, una roba che si trova sulla bolletta. Il macchinario da quello deduce da dove chiami e dov’è situata l’utenza e un altro macchinario vocale ti descrive l’ovvia realtà nella quale sei già ben presente: c’è un guasto e ci stanno lavorando. Si prevede la mancanza di fornitura elettrica fino alle 11,30. Bene, ma DIRLO PRIMA brutti stronzi?

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D-Day: quando la Storia diventa gossip
Dal 27 marzo al 17 aprile, in un ciclo di 4 puntate, è andato in onda su Rai 3 il programma televisivo “D-Day” che pensavo essere di “informazione storica”. Ne ho guardata mezza puntata, la prima – il trailer era interessante anche per i sempre suggestivi filmati presenti nell’archivio Rai – ma non sono riuscito ad arrivare in fondo.
Il conduttore (a me) sconosciuto, tal Tommaso Cerno, con l’ausilio e la complicità di psicologi e psichiatri, giunti al tavolo della grande Storia per effettuare analisi ex post risibili ma suppongo ben pagate sia in euro che in ego – un passaggio in tv fa sempre bene all’autostima seppure col rischio di esporsi al pubblico ludibrio – analizzano la situazione dei due sommi capi dell’asse nazi-fascista: Mussolini e Hitler.
In studio si fanno paralleli sulle due storie d’amore che i due vivevano, fino a particolari scabrosi: ma a noi telespettatori CHE CE NE FREGA di stabilire (soprattutto 70 anni dopo) se Clara Petacci avesse o meno le mutande nel momento in cui fu catturata, prima della “macelleria messicana” di Piazzale Loreto (così la definirono il giovane Sandro Pertini, accompagnato da Ferruccio Parri…) in cui, insieme a Mussolini, trovò la morte?
E ancora: che ce ne frega di quell’altro matto assoluto e della modalità (per altro arci-nota e arci-studiata) e dei tempi in cui si dà la morte nel bunker di Berlino insieme a Eva Braun?
Sono rimasto esterrefatto, soprattutto perché Rai 3 è un canale (televisivo, ma lo è superbamente alla radio) di grande (quando non ottima) qualità del palinsesto. Chissà da costa è stata determinata questa caduta di stile, proprio nell’anno dell’anniversario tondo dei 70 che, domani, ci apprestiamo a festeggiare. Questo il vero mistero…
indietro come i gamberi
Me lo si diceva sempre quando ero ragazzino magari come esempio di cattiva condotta a scuola. La sua semplice parafrasi è: anziché progredire, si va indietro. Beh, dopo la puntata di Presa diretta di ieri sera, però non si può non tifare per i poveri gamberi. Per i pesci in generale e per tutta quella vita che viene sistematicamente annientata dall’uomo: è il mantra della mia esistenza, perché dacché sono al mondo sento questi discorsi, corroborati per altro spesso da prove inconfutabili.
L’umanità è sempre più “parassita” del pianeta, come diceva il celebre agente Smith di Matrix:
Tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un’infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga. E noi siamo la cura.
La questione delle plastiche negli oceani – argomento con cui la trasmissione è iniziata – è una storia tanto vecchia quanto ignorata. Ne (ri)parla Alan Weisman nel suo best seller del 2007 The world without us (tradotto in italiano nel 2008, per Einaudi: Il mondo senza di noi). L’aspetto che rivela la grettezza media che ci distingue come specie, è che la preoccupazione arriva sul serio solo quando tocca, nella catena alimentare, l’essere umano: mangiando pesce rischiamo di mangiare la plastica che i pesci stessi hanno ingerito. Stiamo disintegrando il pianeta e questa è la cruda realtà: deliberatamente e sempre dietro questioni economiche. Il Bangladesh sta distruggendo la propria economia per la coltivazione dei gamberetti, mentre delle plastiche – di cui in trasmissione si è parlato solo come rifiuto – non si cita il fatto che le soluzioni dovrebbero essere innanzitutto a monte, lavorando sul packaging, come stanno (faticosamente) facendo i “soliti” tedeschi, che a Berlino, lo scorso anno hanno inaugurato il primo supermercato totalmente “packging free”, libero da imballaggi (se ne dà notizia qui, qui, qui e anche qui). Oppure soluzioni anche a valle, sfruttando le stesse correnti circolari attorno cui si condensano queste isole di spazzatura, come il progetto “Ocean cleanup”, a questo link.
Sarebbe davvero il caso di fare qualche passo indietro come i gamberi…
la seconda notte di nozze
Ho recuperato, ieri sera, un film di qualche anno fa. Un film italiano, diretto da Pupi Avati, di quelli che disintossicano da tutte queste sempre meno verosimili “storie americane” che a noi arrivano dalla grande distribuzione, dai blockbuster, così lontane dal nostro sentire, così irreali e violente, dove la protagonista principale è quasi sempre un’arma da fuoco.
La seconda notte di nozze è un film apparentemente semplice, una storia che si snoda nell’immediato secondo dopoguerra italiano, in due località che sono sin da subito metafora delle due italie: un nord – neppure troppo nord, visto che la città è Bologna – dove la vita è più dura, perché è città, perché c’è più gente, perché la guerra è durata più a lungo e le persone tirano la cinghia, vivendo un quotidiano di privazione, di espedienti, di enormi difficoltà per avere perso tutto. Un sud, quello della provincia pugliese, in cui le cose – e in certi momenti la vita stessa – sembrano essere rimaste sospese, conservando però una dignità e una moralità che invece è persa, sfilacciata nei protagonisti che incontriamo a Bologna.
I personaggi del film pendolano tra desiderio e necessità, tra una dignità e un rigore – soprattutto nel pazzo e saggissimo Giordano Ricci (splendidamente interpretato da Antonio Albanese) – a tratti commovente, nel suo vivere in modo assoluto le proprie emozioni. Un film da cercare e vedere.
Turing sociopatico?
Avevo già in mente di scrivere qualcosa sul film visto il 4 sera: The imitation game. Mi incoraggia il fatto che il mio storcere il naso nei confronti del film sia simile a quello di autorevoli persone come Luigi Civalleri, matematico enfant prodige, normalista a Pisa, convertitosi dopo questa formazione così specializzata, alla (alta) divulgazione scientifica, con incarichi prestigiosi presso prestigiose case editrici italiane (per dirne una: se Armi, acciaio e malattie – il long seller di Jared Diamond – è stato tradotto in italiano presso Einaudi ed è appunto diventato, come era destinato ad essere, un libro di successo, lo si deve a Luigi Civalleri, nella sua veste di talent scout di saggistica straniera), nonché (anche mio) docente del corso di editoria insieme a Martha Fabbri, al master in comunicazione della scienza della Sissa, 11 anni or sono.
La segnalazione dell’opinione di Luigi mi arriva da Fabio Turone che, sul gruppo Swim (acronimo di Science Writers in Italy) cui sono iscritto, ne ha postato l’opinione. Il punto di vista – che ho condiviso con la mia compagna all’uscita del film – è in qualche modo complementare a quello segnalato in queste due recensioni (una qui e l’altra qui) dallo stesso Luigi. Ovvero: Benedict Cumberbatch, l’attore (anche bravo) che interpreta il Turing adulto nel film, sembra la (brutta) copia delle 3 serie (da 3 puntate l’una) di Sherlock (qui il dettaglio), realizzate dalla BBC e liberamente ispirate al celebre personaggio di Sir Conan Doyle. Essendo “liberamente ispirate” ci stava anche far essere lo Sherlock moderno un “sociopatico ad alta funzionalità”, così magistralmente interpretato dall’attore inglese, ma se uno ha visto quelle puntate (uscite in Italia ma passate evidentemente sotto silenzio – tanto che noi l’abbiamo visto in lingua originale – ma con fondamentali sottotitoli, almeno per me, per un inglese velocissimo del quale francamente nulla capivo) e poi vede questa interpretazione di Turing, beh viene da pensare che il povero Cumberbatch sia rimasto prigioniero di un ruolo. E un buon attore, ahimè, si vede piuttosto dalla sua versatilità nell’interpretare diversi personaggi (penso, in piccolo, al gladiatore trasformatosi in un tutto sommato credibile John Nash).
Quindi resta da capire, seguendo la recensione italiana al film fatta da Leonardo, se nasce prima l’uovo o la gallina: è stato deciso di far essere Turing un sociopatico ad alta funzionalità (o, come sostiene Leonardo, un Asperger) per dare il ruolo a Cumberbatch, oppure la sceneggiatura, che già prevedeva questa curiosa interpretazione nella quale il povero Turing veniva così dipinto, ha visto in Cumberbatch – che già aveva espresso questo ruolo così bene in Sherlock – il miglior candidato?
le lezione di capodanno
A Capodanno siamo stati a Campo Imperatore. Un posto molto bello, trovato, come si dice in gergo last minute. Con il tempismo che mi contraddistingue sono arrivato il 30 sera ad Assergi, in provincia dell’Aquila, sotto una bufera di neve. Da lì a poco hanno chiuso l’autostrada e la funivia che da lì parte (poco oltre il paese che si trova a 1.000 metri sul livello del mare) per Campo Imperatore (2.100 m.) non funzionava per il mal tempo e il nostro riferimento a Campo Imperatore, Paolo Pecilli, è riuscito a trovarci una sistemazione alberghiera proprio lì in paese.
Ha nevicato come da tempo non vedevo nevicare e il giorno successivo, 31 dicembre, alle 10,30 della mattina la temperatura era di -10°C. Ancora una volta sembrava che non si riuscisse ad andare su: ancora bufera in quota con temperature di -20°C. Alle 16 circa hanno deciso di fare una corsa comunque, per permettere a chi come noi aveva prenotato, di arrivare a destinazione: ce l’abbiamo fatta nonostante la funivia che porta 100 persone scuotesse in balia del vento e delle sferzate di neve. Paolo era lì ad accoglierci. Tutto bianco e non si vedeva nulla: dall’uscita della funivia esiste un tunnel sotterraneo che porta direttamente all’albergo, la struttura dove Benito Mussolini venne tenuto prigioniero dal 28 agosto al 12 settembre 1943 (http://it.wikipedia.org/wiki/Hotel_Campo_Imperatore). Se quel tunnel non fosse esistito avremmo avuto difficoltà a raggiungere l’albergo che pure distava 50 m. da lì.
E’ buffo perché in posti come questi, in un momento come capodanno, nonostante le condizioni avverse, la “fauna umana” è davvero la più varia: sciatori che vorrebbero sciare anche sotto la tormenta, gente che non ha mai visto la neve e non ha idea di come si stia in montagna, signore impellicciate che arrivano a 2.100 metri in mezzo a montagne di neve col tacco 12 e il cagnolino da borsetta dentro la borsetta…
Una grande confusione insomma e una grande organizzazione per far fronte a tutto questo, compreso “l’imprevisto” meteo per il quale mediamente la gente è comunque pronta a lamentarsi, soprattutto perché “ha pagato” (forse se vai a passare dei giorni a oltre 2.000 metri di quota a gennaio è il caso che ti faccia venire in mente che le condizioni climatiche possano essere tanto avverse da non riuscire a mettere il naso fuori…).
Veniamo quindi alla lezione: del tutto casualmente alla reception, assistiamo a un nuovo arrivato che apostrofa Paolo – che abbiamo capito essere il referente per tutto – dicendosi “molto incazzato” per il fatto di aver fatto 800 km (da Catania) e non aver trovato la neve come sperava, che non si fa così, che questo non è essere “professionali”, ecc. ecc. Paolo l’ha fatto finire e poi con grande calma gli ha spiegato la situazione: tormenta 30 e 31, gente che non si sapeva se sarebbe potuta arrivare e soprattutto l’impossibilità di sapere da che parte tira il vento e se la neve resta lì a 2.000 metri oppure, grazie al vento invece va a depositarsi più giù in valle (cosa per alto molto probabile visto che Campo Imperatore è in un luogo molto aperto, quasi un altipiano e i venti – con raffiche a oltre 100 km/h forse non fanno rimanere la neve esattamente dove cade).
Ma soprattutto ho trovato molto bella la chiosa: se pensi che qui non sia il caso di stare puoi andare a Campo Felice o in altre zone qui intorno dove la neve c’è. Ti restituisco i soldi: non sono i tuoi 100 euro a cambiarmi la vita. Quella che – al netto del rendere pan per focaccia – mi è parsa una scelta di libertà che mette in subordine la questione economica: sei libero, ti restituisco i soldi, vai dove vuoi. Questo disinnesca ogni acrimonia e respinge elegantemente le accuse di “scarso professionismo” (come se uno potesse prevedere dove decide di posare la neve la bufera). La mossa poi l’ho poi trovata intelligente anche sotto traccia: se mi metto nei panni di colui che gestisce una struttura alberghiera e un cliente esordisce in tal modo il rischio è che questo rompa le scatole a ogni pie’ sospinto. Persone così, quando è possibile, è meglio levarsele subito di torno per il bene di tutti. Questo ha poi deciso di restare e non so come sia andata a finire.
Anche con noi la questione economica alla fine è passata in secondo piano: dal preventivo iniziale abbiamo forfettizzato: erano compresi impianti di risalita che non abbiamo utilizzato, le racchette da neve (almeno un paio) ce le ha prestate a titolo gratuito, la prima notte è stata ovviamente scorporata dal computo del preventivo e ancora Paolo ci ha fatto un discreto sconto. Mi è piaciuto perché io non sarei stato capace di fare altrettanto.
PS: a proposito di professionismo: Marilù non digerisce il latte normale e molto spesso anche nei bar di città abbiamo avuto difficoltà a trovare il latte di soia. Ebbene: a Campo Imperatore c’è, come abbiamo sempre ricevuto the, o bevande calde in generale, con zucchero sia di canna che normale. Dettagli, per carità. Ma che, al giorno d’oggi, fanno la differenza.
Analisi del 2014
I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:
Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 1.900 volte nel 2014. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 32 viaggi per trasportare altrettante persone.
"Homo homini lupus", ovvero: uomini che picchiano le donne
C’è stata la tragedia del traghetto a popolare i notiziari, altrimenti allucinanti per qualità e quantità di notizie, degli ultimi giorni (arriva il freddo; la morsa del gelo; non si spende più; Natale in economia e via (dis)correndo verso il piattume di banalità e luoghi comuni). Anche qui non si è immuni dalla retorica: dagli “angeli” che salvano (ma scusate, in caso di emergenza non è semplicemente il loro dovere?) i passeggeri del traghetto all'”orgoglio” verso la marineria italiana, da riscattare dopo l’affaire Schettino, con il comandante che, anche qui: facendo semplicemente il suo dovere, ha lasciato per ultimo la nave. Il tutto passando per le voci discordanti tra la versione ufficiale fatta di bravure ed efficienza nella gestione dell’emergenza e quella dei passeggeri che hanno lamentato il mancato tempestivo allarme.
Il dato più sconcertante però in tutto questo è la notizia, arrivata nel notiziario di stasera, secondo la quale pare che certi “uomini” (chiamiamoli maschi va, che forse è meglio: gli uomini sono un’altra roba) hanno picchiato delle donne al solo fine di essere tratti prima in salvo.
Ora: molte cose, stando seduti comodamente a casa, magari dopo lauti banchetti natalizi, non si possono comprendere e quindi diventa difficile parlarne, ma…
- sul traghetto la situazione, per come sembra siano andate le cose, era grave ma non disperata;
- gli aiuti – mercantili, rimorchiatori, elicotteri con gli angeli sopra, ecc. – erano comunque nei pressi a dar man forte alla macchina dei soccorsi e, siamo sicuri, non avrebbero mollato;
- in un mondo che si vorrebbe civile le priorità sono di per sé evidenti: prima i bambini e gli anziani o/e i malati; poi le donne (che vanno con i bambini se con questi intrattengono un rapporto parentale) e alla fine gli uomini dotati di sana e robusta costituzione.
Invece è successo che questi hanno picchiato delle donne per salire prima sul verricello. Una roba da accapponare la pelle e ora che sono (quasi) tutti salvi (purtroppo), ci vorrebbe che qualcuna di queste signore malmenate o anche solo maltrattate mettesse in moto qualche pestaggio trasversale nei confronti di questi simpaticoni. Mi rendo conto: sono poco urbano e per niente ecumenico. A Natale di fronte a certe cose non mi sento affatto condiscendente né più buono.
the US way (of life)
Mi ero perso la seconda parte dei “10 comandamenti” di Benigni: l’ho recuperata ieri sera su Rai 5. Benigni può piacere e non piacere – come stile – ma ha il pregio di far apparire “nuove” cose tutto sommato ovvie, sulle quali semplicemente, forse, non si riflette abbastanza.
Incidentalmente: a dimostrazione di come si cambi nella vita, il “Corriere” ha riesumato un vecchio spezzone (lo trovate a questo link) tv nel quale 30 anni fa Benigni parlava dei 7 vizi capitali e non era proprio così tenero e amorevole nei confronti dell’Altissimo. Ma non è questo ciò di cui intendo scrivere.
Tra i comandamenti il quinto è “Non uccidere”. L’analisi di Benigni – ripeto: fors’anche al limite dell’ovvio – è suggestiva perché dice sostanzialmente che uccidendo un altro uomo di fatto si uccide noi stessi. Questo mi ha riportato alla mente un film statunitense di imminente uscita: American Sniper, per la regia di Clint Eastwood. Così ieri sera mi sono fatto un giretto sul web per capire meglio questa storia (che è vera): chi è Chris Kyle e cos’ha fatto (a questo link), la sua controversa (pare che vi siano raccontati episodi non proprio aderenti alla realtà, almeno secondo quanto afferma “Il Post”) autobiografia (che comunque ha venduto un milione di copie negli Stati Uniti) da cui è stato tratto il film, la cui regia, prima di arrivare a Eastwood, pare sia passata di mano a registi del calibro di David Russell e Steven Spielberg.
In vita questo giovanottone statunitense ha sostenuto di aver ucciso almeno 250 persone, mentre il Pentagono ne conferma 160. La sua mira, e qui pare che tutti concordino, però pare fosse davvero infallibile: un proiettile, una vita.
Kyle – una volta “guarito” dalla malattia (psichica) di aver ucciso a sangue freddo, attraverso il mirino del suo fucile di precisione, 160 persone (uomini, donne, bambini), una malattia che si chiama PTSD, disturbo post traumatico da stress – è tornato alla vita civile e ha cominciato ad aiutare chi, come lui, è reduce dalla guerra e disadattato (Rambo docet). Un aiuto e una cura che consisteva sostanzialmente nell’imbracciare ancora una volta fucili, pistole e mitragliatrici per battute di caccia o frequentazione di poligoni. Proprio in un poligono Kyle ha trovato la morte in tempo di pace: nel suo tentativo d’aiuto di un ragazzo reduce di guerra come lui ma psichicamente messo un po’ peggio, quest’ultimo, convinto che Kyle segretamente volesse ucciderlo, per non sbagliare lo ha anticipato e lo ha fatto secco. Contrappasso del quinto biblico comandamento?
Kyle negli Stati Uniti è un eroe indiscusso (nonostante alcool, qualche guida in stato d’ubriachezza dove col suo pick-up ha sfondato la recinzione di una villetta e ha rischiato di finire dentro la piscina della stessa: tutto sommato piccoli effetti collaterali del PTSD) e la sua storia è raccontata qui. Alla fine di questo racconto si parla della moglie e di un intervento pubblico che questa ha fatto. Lo si può vedere su Youtube a questo indirizzo. E’ interessante vederlo: siamo nel cuore degli Stati Uniti favorevoli alle armi. Armi per uccidere, per difendersi, per “salvare vite” (perché il frame narrativo della moglie è questo, secondo uno schema pragmatico e senza tanti fronzoli: le guerre sono necessarie – ma questa è una mia illazione su ciò che questa giovane donna credo pensi – e qualcuno le deve pur fare; mio marito le ha fatte, servendo egregiamente la patria e, aver ucciso le persone che ha ucciso, è servito a salvare i suoi compagni). Quel che in condizioni normali sarebbe un assassino, in questo caso è un salvatore.
Un paradigma che a noi europei non può che apparire folle ed essere evidente nella follia delle cronache di questi giorni che vedono le popolazioni di origine afro-americana in rivolta per le uccisioni a sangue freddo di ragazzi che… “giocano” con pistole (più o meno finte). Insomma, non si esce dallo stretto cerchio delle armi: che un ragazzino di 12 anni (nell’ultimo caso: 18) ne abbia una finta (o vera) e questa compaia davanti a un poliziotto “con i nervi a fior di pelle” (e quindi il grilletto facile) causa immediatamente – e invariabilmente – la morte (del ragazzino).
Dopo, ma solo dopo quando la vita di qualcuno si è estinta, ci sono le giustificazioni (poco giustificabili): ma il ragazzino aveva una pistola (certo: in uno Paese in cui è più facile avere una pistola che un libro…) e il poliziotto doveva difendersi (certo: ma uccidendo necessariamente l’altro? Che addestramento hanno questi poliziotti? Non si può sparare a una gamba? Non si può NON sparare e provare a parlare con quello che è e resta un ragazzino? Ma compito della polizia non dovrebbe essere (anche) quello di tutelare le persone e quindi anche il ragazzino che “gioca” con una pistola – magari finta?).
E’ un cambio di paradigma. A cui dovremmo essere forse abituati dalla cinematografia western. Tempi, quelli del “far west”, da cui francamente poco sembra che quella civiltà si sia discostata.
traduttore traditore
Una volta, tanto tempo fa, lo si diceva ed è in parte un aspetto che fa parte della “fisiologia” legata al passaggio da una lingua all’altra: la traduzione – essendo i campi semantici delle lingue non perfettamente coincidenti (penso espressamente al Louis Hjelmslev de I fondamenti della teoria del linguaggio, breve ma intenso saggio pubblicato a suo tempo in Italia da Einaudi) – è inevitabilmente il tradimento di una sfumatura, di una accezione.
Il buon traduttore quindi lo si vede anche in relazione a quanto riesce a rendere nella lingua di destinazione il pensiero che arriva dalla lingua d’origine. Questi “problemi tecnici” non hanno ovviamente impedito di avere nel mondo ottimi traduttori e di poter fruire (e godere) di bellissime traduzioni anche di grandi classici (non è un caso forse che uno scrittore come Beppe Fenoglio, le cui pagine “uscivano facili dopo una decina di penosi rifacimenti” e che quindi non faceva mistero di quanta fatica costasse la sua scrittura, si cimentasse a sua volta come traduttore anche di grandi classici…).
Il problema, come sempre , è la modernità e i “tempi stretti” della modernità. Leggo, in questo “tempo sospeso” che sono le vacanze natalizie, un “romanzone” senza velleità letterarie, ma che, non per questo, non deve avere una buona traduzione. Romanzone apocalittico e verosimile legato al nostro fragilissimo mondo moderno, nel quale tutto dipende dall’elettricità. Il titolo, non a caso, è Blackout, ed è scritto da un austriaco poco più grande di me d’età, Marc Elsberg.
L’edizione italiana è di una casa editrice specializzata in fantascienza e fantasy (o almeno: io la conoscevo più che altro per questi due generi), “Nord”, e la traduzione è a cura di Roberta Zuppet. Il libro, a parte qualche fraseggio migliorabile, scorre via liscio, anche se su alcune espressioni non si può fare a meno di interrogarsi. Una di queste è “incidente (nucleare) credibile”. Non mi intendo di incidenti nucleari (quindi confesso la mia ignoranza), ma francamente non capisco il senso dell’aggettivo “credibile” dietro la parola incidente: ne esistono di “incredibili” o di “poco credibili”? E questo avviene in più di un’occasione. Ma il fatto che la povera Roberta Zuppet (magari costretta a tradurre per due euro, e forse pure in tempi strettissimi – e quindi non ce l’ho con lei) non abbia dimestichezza con linguaggi altri rispetto all’italiano standard, lo dimostra in relazione al fatto che, parlando di informatica, la traduzione di quello che suppongo fortemente essere il termine “library” nel testo originale (che non posso verificare) diventi “biblioteca”. Ora chi ha un minimo di dimestichezza con questa disciplina avrà sentito parlare del fatto che in programmazione si usino pezzi di codice “che fanno cose” già belli e pronti, per non dover ogni volta scoprire l’acqua calda. In informatica questi pezzi di codice si chiamano “library”, la cui traduzione italiana è letteralmente “libreria” e non certo biblioteca (si pensi ai famigerati file “.dll”, dove questo suffisso sta esattamente per “dynamic link library”…).
Ma così va il mondo e così ci teniamo la straniante espressione “biblioteca” al posto di “libreria”…
Buon Natale! 🙂








