Il problema è politico

emissioni di gas "bruciate"

Emissioni di gas “bruciate” (flaring): meglio che lasciare il metano incombusto, ma comunque bruciandolo si genera CO2…

Avviso ai naviganti: l’affermazione che fa da titolo a questo post non ha in sé nulla di nuovo e probabilmente neppure quel che segue ha in sé il carattere della novità, ma credo che un “ripasso” possa sempre venir utile. Fine dell’avviso.

E’ successo di nuovo e succede continuamente: le affermazioni della classe politica sono – in una percentuale che non so quantificare, ma che si avvicina senz’altro al 100% – o mendaci o fallaci o inesatte, nel migliore dei casi.

Ieri sera a TG2 Post, la rubrica dopo il TG delle 20,30 sul secondo canale, la conduttrice Manuela Moreno incalza il Senatore della Repubblica Davide Faraone di Italia Viva, ospite nella trasmissione, sulla questione energetica e lo fa mettendolo all’angolo su una questione legata alle politiche “sull’indipendenza” dal gas russo (tormentone che non accenna a diminuire d’intensità – ma l’informazione va ormai per tormentoni, mi pare) per una affermazione fatta dal suo “capo” Matteo Renzi, all’epoca in cui è stato Presidente del Consiglio. Colto un po’ alla sprovvista, Faraone cita lo “Sblocca Italia”, decreto discussissimo già a suo tempo, sul quale ho pubblicato un libro, questo. Le argomentazioni sono sempre le stesse e sono sempre fallaci: abbiamo del gas sotto di noi e dovremmo estrarlo, peccato che il senatore non sappia QUANTO ce n’è di gas, ma noi sì. E chi ha un po’ di buon senso sa che è privo di senso estrarlo per un certo numero di motivi (che sono sempre gli stessi). Elenco, a beneficio del lettore, i principali:

  1. Motivazione “sentimentale”: basta col gas! Ma non dovremmo fare la transizione energetica (che è anche ecologica)? Cosa stiamo ancora aspettando?
  2. Motivazione tecnica: ce n’è troppo poco. Luca Pardi, collega CNR, ex presidente di ASPO Italia, in tempi non sospetti, nel 2015, lo aveva detto a chiare lettere da invitato alla trasmissione televisiva Ambiente Italia della RAI (qui il video). La risposta che diede in trasmissione, in relazione all’abbondanza delle riserve di idrocarburi italiani (“Dire che in Italia abbiamo abbondanza di idrocarburi, petrolio e gas, è come dire che l’Italia è il Paese degli elefanti perché ce ne sono due allo zoo di Pistoia e qualcun altro sparso nei circhi: non è così, è una frottola”), costituisce la genesi del titolo del libriccino che scrisse e che gli pubblicai, questo. Inoltre, praticamente in contemporanea alla scrittura di questo pezzo, veniva pubblicato sul blog di ASPO Italia questo post (sempre a firma Pardi e un altro autorevole membro di ASPO, un geologo minerario specializzato in esplorazione petrolifera con 34 anni di esperienza, Gisberto Liverani. Lo trovate qui).
  3. Motivazione scientifica: il gas è dannoso all’ambiente. Una molecola di metano, benché abbia un ciclo di vita in atmosfera più corto di circa 1/5 rispetto a una molecola di biossido di carbonio (meglio nota come anidride carbonica), ha un effetto climalterante (GWP – Global Warming Potential) di circa 70 volte maggiore (in un intervallo di vent’anni dalla sua emissione in atmosfera) e di 25 volte maggiore (se calcolato su un intervallo di un secolo – il dato me lo ricordavo a memoria, ma l’ho comunque verificato qui), sempre rispetto all’anidride carbonica. Come ha raccontato la trasmissione Report del 4 aprile (due giorni fa, non un secolo fa), praticamente TUTTI gli impianti che hanno a che fare col gas (dai rigassificatori, di cui tanto si parla, a tutti gli altri), hanno delle perdite (quelle che tecnicamente si chiamano emissioni fuggitive) – cito qui quel che Sigfrido Ranucci ha detto in trasmissione: «L’Ong Clean Air Task Force ha visitato 250 impianti in Europa e ha rilevato che ben 180 hanno emissioni di metano [stiamo parlando del 72% degli impianti, ndr]. 35 impianti in Italia, invece, su 46 [ovvero il 76%, ndr]. Ecco invece l’agenzia per l’energia dell’OCSE ha stimato che in tutto il mondo viene rilasciato metano dal settore che produce energia corrispondente a due volte e mezzo il fabbisogno in Italia» (grassetto mio, ovviamente).
  4. Motivazione “patrimoniale”: Venezia sprofonda: il fenomeno della subsidenza è noto, tanto che il sito dello stesso comune di Venezia ne parla, qui. Il fenomeno, «cioè lo sprofondamento del suolo per cause naturali e antropiche» è contemplato possa avere cause antropiche che però quasi nessuno cita esplicitamente. E quali sono queste cause? Tipicamente estrarre da un sottosuolo già naturalmente sensibile, per conformazione, a questo fenomeno, ciò che in qualche modo limita la portata del fenomeno stesso: il gas (o magari l’acqua, come dice al punto 7 questo articolo parlando dell’effetto Marghera – siamo sempre a Venezia…) che riempie quello che altrimenti sarebbe, una volta estratto, un vuoto, capace di compattare ulteriormente il terreno, aggravando quindi il fenomeno.

E’ abbastanza per dire basta alle fonti fossili e “all’innocuo” metano? Ora: io non ce l’ho con il Senatore Faraone che, per il solo fatto di essere siciliano mi fa simpatia, ma visto che (cito da questo sito) «i senatori […] ricevono un’indennità mensile lorda di 11.555 euro. Al netto la cifra è di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro cui si aggiungono un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese come rimborsi forfettari tra telefoni e trasporti. Facendo un rapido calcolo e senza considerare le eventuali indennità di funzione i componenti del Senato guadagnano ogni mese 14.634,89 euro contro i 13.971,35 euro percepiti dai deputati» (vale a dire un’ordine di grandezza in più rispetto allo stipendio di gran parte dei nostri concittadini), mi aspetterei che magari, prima di andare in tv, Faraone si preparasse un minimo, che ne so, assoldando qualcuno che lo istruisca su come stanno le cose nello specifico di certi argomenti che, pur trattandosi di tv “generalista”, magari vengono fuori, visto che sono temi caldi. E invece? Invece (1) di fronte a quelli che nulla sanno sembra che questi dicano anche cose sensate e (2) di fronte a coloro che hanno un minimo di infarinatura su questi argomenti, fanno mediamente la figura dei pirla.

Quindi sì: il problema, come detto anche altrove, è politico. Chiudo: alcune delle persone che conosco mi dicono, “ma perché, te guardi TG2 Post?”, con il sorrisetto ironico di chi la sa lunga. Sì guardo TG2 Post perché (1) “è quello che passa il convento” a quell’ora e (2) proprio perché è quello che passa il convento, sono convinto che molti miei concittadini lo guardino, magari distrattamente e magari orecchiando ma, immaginando che abbiano vite complicate, a quello si sono ridotti perché non hanno il tempo o voglia o la forza di farsi opinioni altrove. E proprio perché sono questi nostri (con)cittadini a compiere delle scelte (o almeno: così dovrebbe essere in democrazia), avrebbero quanto meno il diritto di essere ben informati. Ma per esserlo bisognerebbe che i primi a dover essere meglio informati siano i politici che, interrogati, spesso sparano risposte a vanvera, parlano alla “pancia” delle persone, ignorando molti dei problemi che stanno alla base delle loro imbarazzanti affermazioni.

Stare in giro

1. Garfagnana e Lunigiana (sabato)

Ecco, a volte il semplice “stare in giro”, “essere in giro” è fonte di una specie di felicità primordiale. Ieri, sabato, avevo il pomeriggio libero e, dopo mesi di rinunce e di pigrizie – nonostante il bel tempo – mi sono deciso a tirare fuori di nuovo il mio Honda Forza 750, acquistato lo scorso anno a gennaio.

Mi sono avventurato per strade note, sul limitare dei (quasi) 11mila km e… con le gomme definitivamente da cambiare (soprattutto l’anteriore…), imboccando, dopo qualche curva di riscaldamento, la valle Serchio, in direzione Castelnuovo Garfagnana. Ho (ri)fatto una strada fatta anni addietro e poi ripercorsa in anni più recenti. Posti che evocano la mia gioventù (siamo “dietro” le Alpi Apuane) un entroterra dove il tempo sembra comunque scorrere a una velocità diversa e senz’altro più lenta.

E comunque a “inizio stagione” è sempre un po’ così: mi sento rigido in sella; al mezzo, di cui razionalmente mi fido, non mi affido e tendo ad andare in “levare” (mollando il gas) anziché in “battere” (cioè dando gas), tranne… quando sul rettifilo con un paio di curvoni larghi, nel pezzo che raccorda la fine della discesa della statale 12, verso Lucca, uno con una “motona” (Ducati? Dal rumore sembrava, ma non ricordo…) non mi supera a tutta birra. Allora mi dico: “se lo può fare lui, lo posso fare pure io” (perché in quel pezzo, come in molti altri, delle nostre patrie strade, non conta mai fino in fondo la cavalleria, ma il manico…). Insomma: un piccolo test per capire se ci sono, se il mezzo c’è, se ci siamo ancora. Sì, ci siamo ancora. Il ragazzo esagera, usa male il gas ed è costretto a frenare (quei curvoni, proprio perché veloci, vanno impostati bene, altrimenti in un attimo sei nell’altra corsia o contro il guardrail…) , mentre io no e quindi, come dicono i cronisti, sugli ultimi tratti recupero e gli sto “francobollato”.

Poi però non è quello lo scopo, anzi: è proprio l’opposto ed è andare a passeggio. Così passeggio e vado ancora più piano da Castelnuovo in su (verso Minucciano, Piazza al Serchio), perché lì le strade si fanno più strette e gli asfalti più ruspanti. Infatti, nonostante la velocità ridotta, mi faccio un paio di numeri da circo equestre perché in un caso ho preso un sassetto – caduto dalla montagna franosa – sulla gomma davanti che ha scomposto il Forza e gli ha fatto cambiare traiettoria; in un altro, in piega, sento di nuovo l’avantreno (ripeto: complice la gomma finita) che va per i fatti suoi a causa di un asfalto fatto a gobbe e “oleoso”. Ma, a parte questi due episodi (che comunque si mettono in conto, soprattutto se non si esagera), uno spasso. Intanto tra Garfagnana e Lunigiana (nota per i suoi castelli), vi sono un certo numero di pievi (e non me lo ricordavo), a partire da quella il cui toponimo è indicato proprio dalla Pieve (San Lorenzo, a Minucciano), Piazza al Serchio (con la sua chiesa/Pieve di San Pietro) e i posti, semideserti, di questa “Italia interna” sono sempre un bel vedere.

Scendo su Aulla dove, non ho più nulla da raccontare se non il ponte di Albiano Magra, i cui lavori – forse sulla scia del più tragico Morandi – stanno procedendo (o almeno: sembra a vedere da qui): traffico, auto, Aurelia, un sabato pomeriggio come tanti. Qui di seguito la mappa Google del giro… (ah, per i più attenti alle statistiche: mi sono messo in sella alle 14,30 e sono rientrato alle 17,30 circa – ma non ho mai fatto soste. Nonostante la marcia “da passeggio” tra salite e discese, curve e controcurve il cambio doppia frizione DCT ha fatto le sue cambiate a regola d’arte e non ho avvertito stress di nessun tipo sul mezzo. La temperatura, devo dire, anche ideale e anzi: il consumo è passato dai 3,8 litri/100 km – 26,3 km/l – a… 3,7 = 27 km/l).

giro del 26 maro 2022

2. Intermezzo: indian experience

Per fare “qualcosa di diverso” ieri sera abbiamo ordinato dall’indiano con consegna a domicilio (ma NON Just Eat o altre follie della modernità – soprattutto quando, nella stessa giornata, proprio un giovane rider muore a Livorno in un incidente stradale: semplicemente sul sito e con consegna… che, abbiamo scoperto a nostre spese essere “random”). Mal ce ne incolse infatti: ordine sul sito alle 19,20 e consegna prevista dopo 45 minuti. Perfetto, ci siamo detti, pregustando risi e altre prelibatezze intingolate a sufficienza, ma… arrivano le 20,30, le 20,45, le 21 e nessuno bussa alla nostra porta. Ci attacchiamo al telefono: scopriamo che al cellulare messo sul sito risponde chi dovrebbe consegnare, ma la cui comprensione e produzione della nostra lingua è insufficiente per la modesta funzione da svolgere (che è: prendere le cose impacchettate, trasportarle all’indirizzo che supponiamo essere stato inserito correttamente, copia-incollato da nostro ordine online, su un navigatore disponibile su qualunque cellulare, raggiungere l’indirizzo, scampanellare, consegnare la mercanzia mangereccia, prendere i soldi e salutare). Ci chiede di chiamare sul fisso. Lo facciamo e, dopo qualche tentativo prendiamo la linea. La signora ci dice che il ragazzo forse ha avuto un problema allo scooter, adesso si informa e ci fa sapere. Ovviamente non ci fa sapere e quindi richiamiamo. Ci dice che è davanti casa nostra. Caspita! Siamo “fronte strada”, ce ne saremmo accorti. Mi catapulto fuori e la via è deserta. Neppure rumore di scooter in lontananza. Il giochino va avanti un po’ ma cominciamo a essere demoralizzati dalla fame. A un certo punto rifaccio il numero di cellulare, deciso a venire a capo della cosa. Il ragazzo mi risponde e mi dice, pure lui, che è davanti a casa mia e c’è un cane – che sento distintamente abbaiare nel suo telefono, ma non intorno a me. Che ci sia uno sfasamento nello spazio-tempo? Gli dico che non è di sicuro quello l’indirizzo: a casa mia non sta abbaiando nessun cane. La questione si fa seria! Piantono e presenzio la via in cui abito come ne fossi il proprietario: scruto a destra e a sinistra, i minuti passano. Sento il campanile di Oratoio battere le 21,30 ma, finalmente, qualche minuto dopo, si avvicina un rumore di scooter che procede a singhiozzi, tipico di chi va piano e cerca un indirizzo. La via in cui abito nel primo tratto è rettilinea, ma poi prosegue piegando a oltre 90 gradi: se si procede dritti si va in un’altra strada (ma questo il navigatore LO SA). Avendo intuito il soggetto e vedendolo transitare pur a bassa velocità dritto, mi sbraccio e urlo – facendomi riconoscere dal vicinato che sicuramente avrà spiato dalle finestre, cercando di capire chi era il pazzo che continuava a dire “Di qua! Per di qua! Sono qua!”, agitando le mani. La via, ripeto, era VUOTA e SILENZIOSA. Insomma, riesco a raggiungerlo. Lui finalmente capisce di essere “arrivato” e… sorride. Perché dagli indiani (e in generale dagli altri) abbiamo da imparare – soprattutto a relativizzare. Ne veniamo a capo, anche se i risi sono quasi freddi per tutto questo girare. Fa 22 euro (ma ci mangeremo anche stasera data l’abbondanza delle porzioni), lui insiste per 20, sconto “disagio”, io insisto per 22 perché “ragazzino imbranatino”, devi imparare magari a parlare la nostra lingua se vuoi stare qui, e a fare meglio questo mestiere infame dove si muore per consegnare. Prende i 22 e non smette di sorridere. Ridiamo anche noi una volta a casa. Mia moglie si è sbellicata sentendomi urlare per la strada – io che non alzo mai la voce. Prossima volta: razzi di segnalazione e giubbotto catarifrangente! Non ci resta che riderne. Finiamo di mangiare alle 22 passate…

3. Abbazia di San Galgano (domenica)

Ieri abbiamo tentato invano di prenotare qualche struttura da visitare col FAI, ma ci siamo mossi tardi: tutto sold out. Io però avevo voglia di stare ancora in giro, anche oggi. Perché non ci prendiamo la giornata e andiamo a vedere l’Abbazia di San Galgano, che da un sacco di tempo volevamo vedere? Facciamolo! Stamattina un po’ frastornati dal cambio dell’ora, ma contenti di giornate che saranno lunghissime per un po’, dalla finestra vediamo un tempo non proprio meraviglioso. L’indiano di ieri sera poi mi ha lasciato un mal di testa martellante: qualcuna delle salsine deve avermi dato noia, anche se ho digerito tutto. Partiamo comunque a un’ora decente: le 9 (che sarebbero le 8…), ma fuori ci sono 10 gradi. Di prendere il Forza, col mal di testa e con questa sensazione di freddo addosso, non ne ho voglia: andare su due ruote deve essere un piacere, non una tortura. Andiamo in auto. Non sono mai contento di usare l’auto, ma a volte non si può far diverso.

Strade spettacolari e ovviamente molto più da due ruote che da quattro, ma pazienza: me lo segno per momenti migliori (intanto come promemoria qui sotto di nuovo la cartina del giro che abbiamo fatto). Insomma la Toscana da cartolina di cui non ci stanchiamo mai. La struttura dell’abbazia è molto bella e l’assenza di copertura la rende ancora più magica. Ci ha ricordato l’ultimo viaggio che facemmo all’estero, prima dell’avvento della pandemia: Irlanda. La magia è in queste “aperture” (rosoni, bifore…) che hanno come sfondo il cielo – il contrario delle case “orbate”, rese cieche e senza finestre, ma il cui interno buio fa uscire solo oscurità, che così tanto abbiamo visto nelle immagini televisive della guerra in questi giorni. L’effetto qui, un po’ per la magia del posto, è invece proprio questa sensazione di leggerezza e di “comunicazione” con altro. Senza vene mistiche si ha come la percezione di essere comunque in un posto un po’ speciale. E dire che quel periodo storico, il Medioevo, lo chiamavano dei “secoli bui”… Se ci sono secoli meravigliosi sono stati quelli – ci hanno regalato Dante, Giotto e mille altri personaggi che hanno lasciato un’impronta indelebile nella nostra storia e cultura. Anche San Galgano arriva da lì!

giro del 27 marzo

Abbazia di San Galgano

Abbazia di San Galgano

Fuori dall'Abbazia

Fuori dall’Abbazia

Buon compleanno Beppe! Altri 100 di questi anni!

Beppe Fenoglio

Beppe Fenoglio, Alba, 1º marzo 1922 – Torino, 18 febbraio 1963

Confesso di avere avuto diverse passioni intellettuali (ma chi non ne ha avute?). Quando studiavo Filosofia mi sono innamorato, come tanti (non è stato un amore tanto originale…), di Ludwig Wittgenstein e della sua non banale biografia. Accadde così anche in ambito scientifico con Galileo, al punto che, da questa passione, vennero fuori conferenze (non ancora finite…) e pure un libro, questo.

In ambito letterario invece la passione fu (ed è! – i propri miti non si dimenticano mai, magari non li si “sente” per un po’, come accade con gli amici, ma fanno parte di noi…) per lo scrittore albese Beppe Fenoglio. Una passione che mi ha regalato momenti impagabili, che hanno fatto parte del mio vissuto e della mia storia personale. Ma soprattutto mi hanno regalato l’amicizia con Margherita, la figlia di Beppe e quella di Edoardo “Dodo” Borra, della Fondazione Ferrero, di Silvia Albesano, sua moglie, e ancora di Emanuela Rosio e di altri ancora. C’è stato un momento che Alba è stata per me una seconda casa. E lo è stata in momenti importanti della mia vita. E i momenti importanti, ça va sans dire, sono quelli in cui stiamo male e abbiamo bisogno di una parola amica.

Insomma, vent’anni fa mi sono messo sulle tracce di uno scrittore e ho trovato affetti e amicizie che ancora durano. Una bella sensazione e, alla fine, una questione privata, che mal si presta a un post pubblico. Pensate che l’affinità “sentimentale” (non letteraria) con la scrittura di Fenoglio è stata tale che Fenoglio “mi ha fatto incontrare” mia moglie, che proprio su Fenoglio fece la sua tesi di dottorato, questa. L’incontro fu propiziato da un comune amico, “fenogliano” pure lui, ma professionista, Luca Bufano.

Oggi ricorrono i 100 anni dalla nascita di Beppe, la cui fama si è giustamente accresciuta nel tempo. E allora non resta che farti tanti auguri Beppe: buon compleanno e che il ricordo di te resti impresso ancora a lungo tra noi posteri!

PS: a proposito: chi volesse approcciarsi alla vita di Fenoglio, alla sua biografia di piemontese schivo, può leggerne le lettere che proprio Luca Bufano ha ripubblicato, fresche di stampa, con la casa editrice Einaudi, qui.

Ancora su Dante e la Commedia

Vittorio Sermonti

Vittorio Sermonti (1929-2016)

Torno, ancora una volta (anche su questo blog ne ho scritto qui e qui in tempi recenti, sul blog della Società di Chimica Italiana, qui) su Dante, su quell’immenso libro che è la Commedia e sulla meritoria opera di Vittorio Sermonti che me lo sta facendo apprezzare. La Commedia è una specie di “maratona” (se si pensa che sono 100 canti e non tutte le sere li si ascolta e guarda, sono tre mesi e mezzo, diciamo quattro…) e con quel passo, che ci consente di assaporarla, va presa. Questa volta però non sono considerazioni mie, ma dello stesso Sermonti, a cui lascio autorevolissima voce, in questo brano che segue, nel quale condensa, in poco più di un paragrafo, ciò che la Commedia è e ciò che la Commedia significa (o dovrebbe significare) per noi italiani.

Questa «summa tonale», in cui è dettato il libro [la Divina Commedia] che stiamo leggendo, costituisce — ricordiamolo — un inesauribile scandalo linguistico. Lingua della conoscenza e del canto, lingua impura, erudita e popolare insieme, che presta identica misura d’attenzione alle geometrie musicali delle sfere celesti e ai congegni di un orologio meccanico, alla precipitosa circospezione d’un ramarro che traversa la strada e ai languori del desiderio, al sorriso furtivo di una dama e alla corruzione della Chiesa militante, alle tecniche del peculato e al computo degli angeli, alle trappole del rimpianto e alle architetture della luce, alla libertà morale, alle malattie della pelle, ai nomi dell’acqua, alla circolazione monetaria, al disegno volubile d’un volo d’uccelli contro il crepuscolo e alla solitudine di Dio… questa scandalosissima lingua senza registro – non sarà male ricordarlo di tanto in tanto – costituisce per noi poveri italiani d’oggi, ridotti a importare quasi tutto (tecnologie, modelli di vita, sogni e bisogni), un prezioso blasone d’identità. Perché proprio in questa lingua ibrida, dotta e domestica, che convoglia nel fiorentino del Due-Trecento la tessitura d’intonazioni e l’energia vocale delle cento parlate della penisola a una quota suprema di pensiero e di pronunciamento poetico, si è fondata sette secoli fa, e continua concretamente a fondarsi l’unità spirituale di una nazione chiamata Italia. Finché nella penisola comunicheremo pensieri alti e complessi, percezioni impalpabili, emozioni forti e semplici nella lingua battesimale della Commedia, temo che dovremo rassegnarci all’umile e scomodo destino di essere italiani.
Può bastare così? Io dico che può bastare.

Vittorio Sermonti, Il Purgatorio di Dante, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2015, pp. 453-454.

Due conti sui consumi dell’auto elettrica

Abbiamo acquistato una Twingo elettrica e cominciamo a fare un po’ di conti sui costi di esercizio sul limitare dei 12mila km e dei 6 mesi di esercizio.

Se la stessa auto fosse stata a benzina, casa madre dichiara un consumo medio di 5,1-5,2 l/100 km (si veda, questo link), quindi prendendo il valore più basso, avremmo consumato, per fare 12mila km, 612 litri di benzina. L’abbiamo acquistata a fine luglio, ma poi ci sono state le ferie di mezzo e diciamo che abbiamo cominciato a usarla da agosto e, per fare conto pari, dal primo del mese. I prezzi “ufficiali” del carburante, che hanno subito un’impennata negli ultimi periodi, si trovano sul sito del MISE (a questo link). Facendo una semplice media aritmetica da agosto 2021 a gennaio 2022, otteniamo 1,715 €/litro che, moltiplicati per i 612 litri che avremmo dovuto mettere nel serbatoio fa un totale di circa 1.050 € (il conto esatto è: 1.049,58 €).

Vediamo invece quanto abbiamo speso andando ad elettricità. Fino alla fine del 2021 (31 dicembre) abbiamo avuto un contratto con il SEN (Servizio Elettrico Nazionale) che – al netto dell’avere un impianto fotovoltaico sul tetto di casa nostra, per cui molte ricariche estive sono state letteralmente a costo zero – ci vendeva l’energia elettrica in fascia bioraria a 0,11 €/kWh (notturna) / 0,13 €/kWh (diurna). La capacità della batteria della Twingo è di 22 kWh. Quindi per fare “il pieno” se facciamo anche solo una media dei due valori (0,11 + 0,13 = 0,24 / 2 = 0,12 €/kWh) otteniamo che la spesa viva – al netto di oneri e altro – è di 2,46 €. Ma quanti km fa la Twingo con un “pieno”? In piena estate, appena acquistata, con temperature propizie al buon rendimento della batteria, la stima (verificata anche su strada) è stata quella dichiarata dalla casa: 260 km in ciclo urbano, ma in condizioni davvero ideali. La stima fatta dalla centralina stessa dell’auto, caricata al 100% in alcune fredde giornate invernali è stata invece di 160 km (quasi la metà). Ancora una volta mettiamoci nella condizione più “restrittiva” e facciamo una media tra questi due valori (260 + 160 = 420 / 2 = 210, che arrotondiamo a 200) dicendo appunto che “al massimo” facciamo 200 km con ogni ricarica, a prescindere dalla stagionalità e sempre in ciclo sostanzialmente urbano. Per fare 12mila km significa che abbiamo fatto 60 ricariche complete da “200 km” l’una e quindi, stimando i prezzi poco concorrenziali del SEN (da gennaio 2022 siamo passati alla società cooperativa ènostra che ci consentirà di abbassare ulteriormente il costo delle ricariche), 60 x 2,46 € = 147,6 € totali per fare 12mila km. Mettiamo anche 150 €, il che vuol dire esattamente un settimo di quel che avremmo speso con un’auto tradizionale. Questo ovviamente senza contare le manutenzioni ordinarie: la prima prevista per l’elettrico è a 30mila km, ma non avremo da sostituire nessun filtro, nessun olio ecc.

Insomma, c’è di che essere soddisfatti.

Uomini senza ombra (e angeli che invece la proiettano)

Non so se nessuno abbia scritto mai un libro o una sceneggiatura in cui il protagonista, magari svegliandosi, scopre di essere morto, di essere passato in un altro regno – che solo la nostra scarsa fantasia, apostroferebbe Nietzsche, vorrebbe in tutto simile al mondo terreno nel quale viviamo – semplicemente accorgendosi di non proiettare più alcuna ombra.

Il fatto che tale mondo ultraterreno sia in tutto simile a quello che abbiamo lasciato, acutizza però il senso di straniamento: nulla è diverso tranne questo piccolo, quasi insignificante, dettaglio: il nostro corpo non produce ombra perché la luce solare – sarà a questo punto lo stesso astro che illumina il nostro pianeta, ci chiederemmo piuttosto lecitamente – non si frange contro la materia di cui siamo composti.

Non so se nessuno lo abbia fatto, ma lo ritengo molto probabile, giacché quel libro immenso che è la Commedia dantesca, tra gli infiniti spunti che offre, ci dà anche questo. Siamo nel Purgatorio e, al secondo canto di questa seconda cantica, il nostro poeta-pellegrino (come è battezzato da Vittorio Sermonti e forse prima di lui – o con lui – da Gianfranco Contini) incontra un vecchio amico (della cui biografia reale nulla sappiamo), Casella. Dopo la traversata infernale – il mondo infero si caratterizza, tra l’altro, per una delle deprivazioni tanto banali quanto fondamentali: quella dell’assenza di luce naturale, che permette al nostro ritmo circadiano di funzionare – e l’uscita “a riveder le stelle” conduce i due pellegrini, Dante e Virgilio, a quel “mondo di mezzo”, il Purgatorio, recente “scoperta” consacrata dal poema. Ma mentre in tutta la prima cantica, pur con tutte le interazioni tra i due protagonisti del viaggio e i personaggi – siano essi anime dannate, siano essi creature infere – che popolano quel regno, non c’è quasi stata interazione fisica (soprattutto con i dannati), ma solo dialoghi tenuti a debita distanza, qui, per la prima volta, Casella si fa incontro a Dante con le braccia aperte (immaginiamo) come segno di un abbraccio; Dante di riflesso tenta di abbracciarlo, ma “tre volte le mani dietro a lei [“l’ologramma” di Casella ci verrebbe da dire in termini moderni] avvinsi, / e tante mi tornai con esse al petto”. Ne segue un momento di imbarazzo che ci mostra tutta la potente e stupefacente “magia divina” di questo poema, lasciando a tutti noi il segno del mistero divino (uno dei tanti): Virgilio, guida di Dante, fatto della stessa incorporea materia, nell’Inferno in più di un’occasione abbraccia Dante e in almeno un’altra lo stringe a sé spiccando un salto (volando?) per salvarlo da un pericolo imminente. Quindi le regole cambiano e l’interazione tra materia e non-materia pure. Mistero che lasciamo tale e accettiamo come tale.

In altre occasioni, all’Inferno, lo statuto di Dante veniva riconosciuto come diverso dalle anime dannate e il dettaglio non era tanto l’ombra, difficile da proiettare data la scarsa illuminazione, quanto il respiro: i dannati e le creature deputate al buon funzionamento del regime carcerario di questo regno dannato avevano un moto di sorpresa perché vedevano Dante respirare. Qui è la luce che rivela il poeta-pellegrino essere anima incarnata. Così nel terzo canto un episodio acutizza la sua diversa ontologia, facendogli credere, per un attimo, d’essere rimasto solo sulla costa iniziale di quel monte Purgatorio:

Ma la luce fiammante del sole, che ha appena svelato la montagna frangendovisi contro, subito denuncia al pellegrino la singolarità della sua condizione fisica: investendolo da dietro, la luce si rompe davanti alla sua figura per l’ostacolo (l’appoggio) che quella le interpone. E nel vedersi ai piedi un’unica sagoma d’ombra, Dante si rivolge a lato spaurito: fosse rimasto solo…*

Ovviamente così non è: Virgilio lo rincuora ricordandogli, con una vena di tristezza (che non spigheremo qui), le differenze tra lui e loro, anime trapassate, e il viaggio prosegue.

Dovremmo aspettare più o meno 175 anni per vedere – in una tela famosissima – un rovesciamento della prospettiva: l’annuncio dell’arcangelo Gabriele a Maria è ambientato nel giardino di un elegante palazzo rinascimentale. L’angelo è creatura concreta che proietta l’ombra sul prato, provviste di ali robuste e realistiche perché l’autore aveva studiato il volo degli uccelli e quell’autore è Leonardo Da Vinci.

annunciazione di Leonardo Da Vinci

Leonardo Da Vinci: Annunciazione (1472-1475 circa), olio su tavola. Galleria degli Uffizi, Firenze

* Vittorio Sermonti, Il Purgatorio di Dante, Rizzoli, Milano, 2015.

Cammelli e opzione nucleare: forse mi sono perso qualcosa…

cammello

Non so se capita anche a voi, ma ogni tanto mi pare di essere fuori dal mondo, ma non perché io abbia valori o principii che nel frattempo sono mutati, quanto piuttosto perché mi pare che il mondo vacilli, ondeggi sempre un po’ sull’orlo della follia.

Così, per esempio, comincio a sentire da più parti (Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia, leader di “Coraggio Italia” qui; Matteo Salvini, che non ha bisogno di presentazioni, in diverse occasioni e qui metto il link a una sola di queste, qui) (ri)parlare di nucleare, di “nucleare pulito”, di “nucleare green” (ah, il potere cosmetico e mistificatorio di parole che accostate tra loro non vogliono dire niente!), di nucleare “per fusione”.

E finché sono i politici a dire cose improprie, se non patentemente false, vabbè, mi preoccupo il giusto (però mi preoccupo perché questi signori sono esposti mediaticamente molto più di molte persone competenti in materia…), ma quando a parlarne, qualche sera fa a “TG2 Post” (registro l’episodio in questo altro post, sempre su questo blog), è il Ministro della Transizione Ecologica, dottor Roberto Cingolani, mi preoccupo decisamente di più. Dunque, dal basso della mia ignoranza, faccio un ripassino – a mio stesso beneficio in primo luogo – sulle differenze che ci sono tra la fissione nucleare (che di solito si impara alle medie inferiori, o almeno: ai miei tempi era così, ma io sono nato, cresciuto e diventato maggiorenne in un mondo in cui la Guerra fredda era ancora una realtà…) e la fusione nucleare.

La fissione nucleare è un po’ come giocare a biliardo: si colpisce con una palla (un neutrone) una biglia (nucleo di uranio, per esempio, 235 – dove il numero indica il numero di massa, il numero cioè di neutroni e protoni che costituiscono il nucleo appunto) che a sua volta “spaccandosi” (decadendo, in linguaggio tecnico) va a colpire altri nuclei, e così via in una reazione a catena che può essere controllata, dando luogo a un reattore nucleare, o incontrollata, dando luogo a una bomba atomica. Questo per fare il ripassino, l’ABC della fissione che ha lo svantaggio di creare – sia nel caso di reazione controllata che in quella incontrollata – elementi “di scarto” che generano radioattività per molti molti molti – aiutatemi a dire: molti – anni. Quindi scorie, di cui non sappiamo cosa farcene, ma che sono impossibili da smaltire, che devono essere conservate in un posto sicuro magari per centinaia di anni (ve lo immaginate?), ecc. ecc. Fine del ripassino sulla fissione.

La fusione, ma lo dice la parola stessa, è invece la procedura contraria: qui anziché “rompere nuclei” si cerca di unirli e, con certi elementi (ferro e nichel, per esempio), la reazione darebbe luogo a una grande quantità di energia, ma cercare di unire i nuclei non è cosa semplice perché le forze elettromagnetiche di repulsione tra i nuclei, sono fortissime. Il vantaggio della fusione però, se ci si riuscisse, sarebbe quello di NON generare scorie. Quando dico fortissime, voglio dire fortissime: la fusione nucleare è il meccanismo che sta alla base della formazione delle stelle. Siamo riusciti a fare qualcosa sulla fusione? Sì certo, ma solo con una reazione incontrollata che ha dato origine alla bomba H. Quanto è potente una bomba H (dove H, sta per idrogeno)? Per pensare a quanto è potente basta far riferimento alla “miccia” che serve per farla innescare, costituita da una bomba a fissione, tale e tanta deve essere l’energia sprigionata istantaneamente. Dagli anni ’60 del secolo scorso si cerca di sfruttare questa energia che in effetti risolverebbe un bel po’ di problemi. Il progetto più recente e avanzato lo abbiamo in Europa, per l’esattezza in Francia, non lontano da noi, e si chiama ITER. E’ in fase sperimentale, ovviamente, ma le informazioni che mi ricordavo è che le temperature di fusione sono confrontabili effettivamente con quelle del Sole – un milione di gradi Celsius – e, siccome non esiste nessun materiale sulla Terra che possa resistere a tali temperature, questo “plasma stellare” riprodotto artificialmente sulla Terra, viene confinato mediante un potentissimo campo magnetico generato da magneti la cui superconduttività dovrà essere garantita da temperature prossime allo zero assoluto (per l’esattezza poco sopra, a 4 gradi Kelvin). Insomma, una roba da far tremare le vene ai polsi, anche qualora tutto funzionasse alla perfezione (un milione di gradi Celsus dentro e lo zero assoluto – o quasi – all’esterno, riuscite a immaginarvelo?).

E Cingolani e la cricca al seguito ne parlano come fosse cosa fatta, quindi i casi sono due: o Cingolani ha informazioni che io non ho – il che è anche altamente probabile – oppure mente sapendo di mentire. Ma, non so perché, qualcosa mi dice che la seconda è quella buona. E, sempre a proposito del Ministro e delle uscite, forse vale la pena leggersi questo articolo, il cui titolo già riporta al “dunque” delle questioni affrontate: Per la transizione ecologica bisogna conoscere l’ecologia: non bastano tecnica e guerre puniche, dello zoologo Ferdinando Boero.

Saltando di palo in frasca, la seconda questione salita agli onori delle cronache che di recente mi ha fatto pensare che il mondo stesse vacillando è questa notizia, di cui vi metto il titolo e il link all’articolo perché non voglio spenderci neppure una parola di commento (si commenta, mi pare, abbastanza da sé…): ve lo leggete, se volete, e fate le vostre riflessioni: Arabia Saudita, botox ai cammelli per vincere il concorso di bellezza: decine di squalifiche.

Auguri a tutti – i segni che l’Umanità sia fottuta ci sono davvero tutti…

Riordinare le idee

don chisciotte e i mulini a vento

Don Chisciotte e i mulini a vento: una battaglia persa…

Dunque, forse sì, si tratta di riordinare le idee dopo un mio articolo/post ospitato sul sito degli amici di Semi di scienza, questo, che arriva dopo la Cop26 e dopo un paio di post dell’amico, collega e autore di Lu::Ce edizioni Luca Pardi, su Facebook (in particolare mi riferisco a questo, questo e questo). A rincarare la dose l’altro amico e autore di Lu::Ce, Jacopo Simonetta, che proprio ieri scriveva questo lungo post, da lui stesso definito “incazzato”, sul nostro sito “apocalottimista”, qui.

Insomma: la scontentezza, lo scoramento e l’arrabbiatura è tanta. E, mi pare, a ragione. Ormai sembra che la tv di stato sia il metro con cui si misuri la distanza tra il paese reale e quello che la politica sembra avere in mente* – eccezion fatta per le notizie di cronaca, pure quelle sempre un po’ al limite dell’incredibile.

L’inerzia ci ammazzerà. E non lo dico solo nel senso letterale del termine, visto che si discute ancora e ancora e ancora, di ridurre le emissioni, nessuno lo fa e se anche le mettessimo a zero adesso, per i prossimi 100 anni almeno (tempo medio della persistenza dell’anidride carbonica in atmosfera, come ci ricorda nelle prime righe di questo post Rinaldo Cervellati) le conseguenze continuerebbero a farsi sentire e sarebbero disastrose. Lo dico anche a titolo personale: si arriva a sera un po’ bolliti e per capire se è successo qualcosa nel mondo si accende la tv e si guarda un TG, retaggio familiare duro a morire – ma almeno NON abbiamo la tv in cucina e quindi non mangiamo guardando la tv (che sarebbe davvero troppo… – una tv che, per fortuna, per altro, guardiamo con parsimonia). E talvolta capita che si veda quella specie di appendice di approfondimento, che più che altro somiglia a uno studio di sociologia/antropologia comparata, per il tenore degli ospiti: “TG2 post”.

Nella puntata del 24 novembre, recuperabile sul web a questo indirizzo, sulla “transizione ecologica” che, sui media generalisti, noto, viene sistematicamente confusa con la transizione energetica, sebbene le due transizioni vadano di pari passo e, semmai, volendo essere un po’ precisi, senza transizione energetica non ci sarà nessuna transizione ecologica, ma vabbè, sono errori veniali, per carità.

Ospiti della puntata: Roberto Cingolani (il “cigolante” Cingolani…), Ministro della Transizione Ecologica; Francesco Caio, AD della multinazionale Saipem (che ha “in pancia” come socio di maggioranza ENI – ah, la transizione come la vedo male…) e infine il Rettore dell’Università “Tor Vergata” di Roma, Orazio Schillaci. Non voglio raccontare la puntata, non avrebbe senso: ognuno può vederla da sé. Ma di questo incontro, al limite del surreale, mi ha colpito un aspetto all’apparenza marginale. Se il diavolo sta nei dettagli, allora da un lato ho ascoltato le affermazioni, al limite dell’imbarazzante, di Cingolani che ribadisce il primato della cultura scientifica (assente) in Italia su quella umanistica (“basta con le guerre puniche!”, al minuto 9,56) secondo un cliché che a fatica da più parti, almeno a parole, si cerca di smantellare, a partire dalla “mia” presidente(ssa) del Cnr, Maria Chiara Carrozza, che nei videomessaggi che riserva a noi dipendenti, parla (finalmente!) di competenze interdisciplinari, così come ne parla lo stesso Rettore che però è il primo, mi pare, a non avere cognizione della patria lingua – ah Dante che da 700 anni sei morto… per favore continua a riposare in pace: questo in cui viviamo è il vero medioevo, non quello in cui tu vivevi!

Cito testualmente dal suo intervento, poco prima di quello di Cingolani sulle guerre puniche: “io credo che l’università di oggi si deve adeguare a quelle che sono le richieste… credo che è necessario sviluppare nuovi corsi di laurea che siano transdisciplinari”. La prima si abbuona sempre, la seconda vuol dire che non sai come si parla: mi sono cadute le orecchie. No, scusi Rettore, con tutto il rispetto, ma in italiano si dice “credo che l’università di oggi si debba adeguare” e anche “credo che sia necessario sviluppare nuovi corsi”. Credo, caro Rettore, che lei debba tornare a studiare l’italiano: all’istituto tecnico industriale che ho frequentato diversi decenni or sono il mio professore di Italiano e Storia mi avrebbe messo 2 per molto meno. E questo, al netto di tutto, credo sia inaccettabile.

Ecco questo, senza neppure entrare nella sostanza delle argomentazioni su cui pure moltissimo ci sarebbe da dire – a partire dal fatto che nessuno ha il coraggio di affermare che bisognerebbe TUTTI consumare MENO -, è stato il tenore della discussione. Si continua con il paradigma “crescista”, quando veramente rivoluzionario (e più aderente alla realtà, se si guarda al grafico qui sotto) sarebbe cominciare a parlare di stato stazionario dell’economia

andameno PIL e debito pubblico in Italia nel ventennio 1995-2015

Andameno PIL e debito pubblico in Italia nel ventennio 1995-2015 (fonte ISTAT)

Chiudo con Cingolani che, annovera (ma non è né il primo né l’ultimo) tra le “rinnovabili” il nucleare di ultima generazione, slittando sulla buccia di banana e cercando di riprendersi in extremis, virando verso la fusione (e non la fissione) che, a quanto ne sappiamo, è ancora una specie di miraggio energetico, degno dei migliori deserti.

Insomma: 20 minuti ben spesi, dove la “Transizione Ecologica” in sostanza è ridotto al gas (Saipem) notoriamente rinnovabile (di notte i giacimenti si riempiono per una legge che forse solo l’AD conosce), le parole d’ordine (sempre le stesse) sono “nuovo”, “novità”, “innovazione”, “formazione” e su quest’ultima possiamo pure mettere da parte le discipline umanistiche – quelle che per prime concorrono allo sviluppo dell’individuo, del suo senso critico e del posto che occupa nel mondo (cose notoriamente inutili e anzi d’ostacolo per un buon tecnico) – in favore, appunto, di capacità che devono essere tutte tecniche, secondo il vecchio, ma sempre valido motto, per il quale alla fine nella società contano i “come fare” più dei “perché fare”…

Ragazzi miei, quanto la vedo bigia!

* Tutti questi “sembra” perché mi rifaccio a percezioni del tutto personali, ma che vedo abbastanza condivise dalle persone che ho intorno, a partire dai due amici citati sopra.

Dante e il sonno (speriamo non della ragione…)

statua di Dante

Quest’anno, lo sappiamo, è l’anno dantesco – per l’esattezza quello che celebra i 700 anni dalla morte. Come Lu::Ce edizioni ho deciso di pubblicare un libro che celebri il sommo poeta in alcune rivisitazioni della modernità. Del libro, curato da due professori francesi (cioè, uno italiano trasferitosi in Francia e uno originario di lì), sono contento perché mi sembra tra le cose “meno noiose” che ho letto negli ultimi tempi su Dante. Per chi fosse interessato, naturalmente, il libro è questo.

In queste sere – stanco di una televisione pubblica che non offre (quasi) nulla e di quella a pagamento che invece, proprio perché a pagamento, non offre davvero nulla – ho deciso di provare a seguire la meritoria impresa della RAI che è consistita, anni addietro, nella registrazione della Lectura Dantis compiuta da Vittorio Sermonti dell’intera Commedia. Ho sempre preferito di più il professorale (e professionale) Sermonti al giullaresco Benigni per queste letture, perché quest’ultimo è bravo, ma alla lunga, con tutte le sue moine, mi stanca. Sermonti, più asciutto nell’esposizione ma per questo con uno stile più sobrio, meglio si attaglia al senso intimo e tragico del poema dantesco. Così ci provo e… mi addormento.

E’ blasfemo, lo so e mi rendo conto di urtare forse più di una sensibilità, ma il monocorde Sermonti ha il potere – quasi magico, perché se una cosa mi interessa non mi addormento di certo! – di condurmi per mano tra le braccia di Morfeo… Ci provo una sera, poi un’altra. Ci provo a un’ora più presta, forse ci dovrei provare la mattina appena sveglio! Niente: invariabilmente, a un certo punto della narrazione, mi addormento. Eppure il viaggio è immaginifico, bellissimo, ricco, ricchissimo – come solo il Medioevo ha saputo esserlo – di simbologie, di sovrasensi, di sottotesti, di allegorie, di ricorrenze numerologiche (il 3, il 7…), e ancora: la lingua arcaica e colta che plasmerà il nostro italiano, i tre regni, il contrappasso… insomma gli ingredienti ci sono tutti per stare con orecchie e occhi bene aperti, eppure succede sempre. Direte: beh certo, dopo una giornata magari di lavoro, in cui si è un po’ stanchi, è normale… No, non è così perché vi confesso dell’altro: avevo acquistato qualche anno fa ormai, le stesse letture sermontiane in file audio/podcast ascoltabili da telefono/tablet/computer e il risultato era lo stesso (a qualunque ora ascoltassi): il sonno. Forse qualcuno che pensa io abbia velleità intellettuali rimarrà deluso, ma non posso non ammettere pubblicamente questa nuda verità.

E quindi perché perseverare? E perché perseverare proprio con Dante? Beh è una storia che arriva da lontano, dalle scuole superiori. Avevamo un professore di Italiano e Storia (… e Geografia e Filosofia e Teatro e… e… di vita) che ci faceva leggere la Commedia. Al Classico? No, all’Istituto Tecnico Industriale, con 20 ore di elettronica la settimana e 5 di italiano. E allora, una volta diplomati, tutti abbiamo dimenticato quei momenti, abbiamo fatto e ci siamo dedicati ad altro, alle nostre vite, più o meno riuscite e a “ricorrere i nostri guai”, come recita una celebre canzone di Vasco Rossi dei nostri tempi. Eppure qualcosa deve essere rimasto se questo interesse riemerge e io, per ora, persevero ogni sera, davanti allo sguardo inespressivo del professor Sermonti, per farmi raccontare ora “il terzo (canto) dell’Inferno”, ora il quarto, poi il quinto…

Chissà, forse la Commedia dantesca appartiene al regno dei sogni e per sognare è richiesto di dormire – questa per ora l’unica spiegazione consolatoria che riesco a darmi…

La sensazione di essere in trappola

Chi mi conosce mi sa ottimista. Ho avuto una vita per certi aspetti complicata e “disperante” in certi frangenti del passato, in occasione di cose che mi sono accadute, ma per le quali non è il caso di annoiare il lettore che arriverà a leggere queste righe. Non ho la vita che avrei voluto o che ancora vorrei, per “addrizzare il tiro” quel minimo necessario a uscire di scena dignitosamente ma, se mi guardo intorno un po’ attentamente, mi viene da chiedermi: chi ha la vita che vorrebbe? Non mi pare siano molti – e non parlo della vita che facciamo vedere agli altri, ma di quella che per noi stessi avevamo immaginato, forse sognato.

Da diversi anni mi occupo tra lo “scientifico” e il “divulgativo” di energia e, più in generale, di risorse. Ho letto abbastanza ma, come sempre, moltissimo resta da studiare e leggere e la sensazione, qui come altrove, è quella che una vita non basti a essere minimamente competenti. Diciamo che almeno mi sono fatto le basi. Occuparmi di questi argomenti ha avuto il preciso significato di popolare la mia piccola attività editoriale di libri che di questi argomenti parlino, con un approccio il più possibile scientifico-divulgativo (si cerca di trattare questi argomenti semplificando certi concetti, ma restando aderenti al rigore scientifico con cui devono essere trattati), ma soprattutto sempre con un’occhio a quella che è la natura umana.

Già, la natura umana. Proprio quella che ci ha condotto fino qui, sul baratro del collasso ecosistemico globale. Ieri mattina in una mail raccontavo a un amico della mia partecipazione (come piccolissimo editore) al Pisa Book Festival. Ci sarebbe stato da mettere una webcam dietro il mio banchetto/stand che, pur presentandosi bene e molto colorato, in certi casi, quando la gente si avvicinava per leggere i titoli, prima sbarrava un po’ gli occhi come avesse visto uno scarafaggio sulle copertine e poi, cercando di dissimulare, girava i tacchi verso approdi più tranquilli – magari letterari e magari di evasione. Comprensibile. Già siamo presi dai mille problemi del quotidiano, mica possiamo pensare di metterci a leggere cose impegnative che parlano di energia e risorse e del nostro modo, più o meno “volontario”, di stare su questo pianeta, anche se questo ci riguarda molto molto da vicino! Eppure sento che ha senso (cercare di) informare le persone su questi temi, che arrivano alle luci della ribalta mediatica solo quando la bolletta del gas o della luce rincara. O la benzina alla pompa ha cominciato una ascesa apparentemente inarrestabile, della quale però il mondo che ho intorno sembra continuare a non accorgersi.

Già, la natura umana. Come scrivevo tempo addietro, l’aspetto più lungimirante di quella pietra miliare che ho avuto l’onore di ripubblicare con Lu::Ce edizioni – I limiti alla crescita “ex” I limiti dello sviluppo – è costituto dal primo grafico. In un volume densissimo di grafici e proiezioni il primo, guarda caso, non riguarda nessun dato scientifico, ma ha a che fare proprio con la natura umana e credo non abbia bisogno di commenti. E’ come se gli autori, consapevoli di quello che stavano scrivendo, dicessero anche: “Attenzione! Possiamo fare tutte le proiezioni e gli scenari che vogliamo, ma di una cosa “ingovernabile” dobbiamo senz’altro tenere conto: la natura umana, che è fatta così – pensieri che nello spazio arrivano al quartiere, quando va bene, e nel tempo, alla prossima settimana…”. Il grafico è questo qui di seguito e credo non abbia bisogno di spiegazioni:

primo grafico del libro "I limiti alla crescita"

primo grafico del libro “I limiti alla crescita”

Sui motivi per cui la natura umana si sia storicamente configurata in questo modo, fior di psicologi cognitivisti, evoluzionisti, ecc. hanno tentato delle spiegazioni. Molte delle quali, sufficientemente semplici e convincenti, rimandano a un concetto che sta alla base della questione: il nostro cervello è “cablato” in modo da percepire pericoli immediati e vicini non lontani nello spazio e nel tempo, perché da pericoli immediati e vicini l’uomo si doveva difendere quando era nella savana o nel bush. Tutto il resto poteva aspettare. Questo “cablaggio” – e uso questo termine perché la questione sembra avere a che fare molto più con “l’hardware” del nostro cervello che con il “software” dei nostri pensieri – proprio perché tale, non si smantella nell’arco di un paio di generazioni e questo potrebbe essere in sostanza all’origine della nostra rovina futura. Si tratta di una incapacità strutturale, che dobbiamo fronteggiare e alla quale dobbiamo cercare di sopperire se vogliamo avere qualche chance di restare su questo pianeta in modo decente.

Un articolo che, in tempi recenti, mi ha dato molto da pensare sull’imminenza delle cose che accadono e che più o meno consciamente tendiamo a “rimandare” nel nostro cervello, è questo, sul blog di «Le Monde» che lo stesso autore – che si autodefinisce “Mr. Oil Man” – tiene su quella testata. Un articolo un po’ tecnico, ma sufficientemente comprensibile a chi mastichi un po’ di francese. Gli scenari che Matthieu Auzanneau delinea sono abbastanza inquietanti e non è che le cose vadano meglio a casa nostra, dove il PNRR (Piano Nazionale di ripresa e resilienza), grazie all’avvento del Ministero della transizione ecologica, capeggiato dal cigolante Cingolani, rischia di trasformarsi nel “piatto ricco” (piatto ricco / mi ci ficco – recitava un vecchio adagio dei giocatori di poker, e qui l’azzardo è ben più che una giocata al tavolo verde, visto che si tratta del futuro di tutti noi) delle multinazionali – anzi DELLA multinazionale – “Oil & Gas” nostrana, ENI (accompagnata dalla “sorella” Snam).

Già, la natura delle multinazionali. Se la natura umana è quella che abbiamo brevemente delineato – e per conoscerla, volendo tirare fuori un vecchio classico della filosofia, basta guardare dentro se stessi – sulla natura delle multinazionali si fa presto a delinearne la natura (e lo posso, in questo caso, fare anche con cognizione di causa, visto che ci sono stato dentro per un paio d’anni): sono strutture fatte per fare soldi. Per fare soldi il più possibile, con tutti i mezzi possibili (anche al limite e oltre la legalità, come racconta il libro di Marco Grasso e Stefano Vergine, Tutte le colpe dei petrolieri), tutto il resto piò aspettare e comunque è accessorio e di facciata. Ma anche questo non lo sappiamo? Certo che lo sappiamo. Nessuno di noi è tanto ingenuo da pensare che siano lì per fare beneficienza. E quindi cosa possiamo aspettarci da loro? Che nel piatto ricco dei soldi stanziati per cercare di darci (dare a tutti noi) la remota possibilità di un futuro migliore – soprattutto per chi dopo di noi verrà – ci si buttino a rotta di collo e in tutti i modi possibili, al punto che, come racconta questa infografica qui sotto, tratta da questa pubblicazione scaricabile gratuitamente che invito tutti a leggere (sono poche pagine), le attività di lobbying del colosso energetico italiano ha prodotto qualcosa come 102 incontri tra il Ministero della transizione ecologica di cui sopra e i funzionari di ENI/Snam nei mesi che vanno dal 20 luglio 2020 al giugno 2021.

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L’infografica sul Recovery Plan e le ingerenze dell’industria fossile nell’analisi fatta da ReCommon

Da tutto questo la sensazione di essere in trappola. Una trappola che sta per scattare nel presente, ma soprattutto che non si tenta di disinnescare per il futuro.