L’antropocentrismo, le farfalle azzurre, i Pink Floyd

Le volte in cui mi accade di parlare in pubblico di questioni legate all’ecologia, cito un episodio che ho letto in un libro, questo. Tra le interessanti narrazioni che il libro elargisce c’è senz’altro quella secondo cui un bel giorno, alla fine degli anni Settanta, gli amministratori delle verdi campagne del sud dell’Inghilterra si trovarono a fronteggiare una piccola catastrofe ecologica: centinaia di conigli stavano devastando i raccolti. Decisi a non fare una «caccia al coniglio», gli amministratori decisero per una specie di «lotta biologica integrata»: diffondere nella popolazione il virus della mixomatosi che più di un atto di pietà (come poteva essere cacciarli: un colpo secco e magari te lo fai in salmì), a leggere quel che il virus fa ai conigli, sembra un atto di crudeltà, ma tant’è: decisero per quella via e così fecero. Contestualmente a quell’episodio (eradicazione della «piaga» del coniglio selvatico), ciò che nelle verdi campagne inglesi contribuì a rendere l’erba altissima (a breve spiego perché è importante questa faccenda dell’erba) fu la vendita, quasi in massa, del bestiame che gli allevatori non avevano più convenienza a tenere. Così in tutta la zona l’erba – mantenuta «bassa» da conigli e mucche (che ne mangiano circa 70 kg. al giorno) – crebbe senza controllo. Beh, direte voi, ma a noi che ce ne importa? Nella zona (soprav)viveva, con qualche difficoltà, una specie in via d’estinzione: una bella farfalla azzurra, la Maculinea Arion – annoverata tra le specie estinte in Europa (secondo un elenco su Wikipedia), ma forse, secondo altre fonti (il sito dell’Unione eropea e un progetto europeo «Life+»), attualmente presente, sempre in modo un po’ precario in varie parti, compresa l’Italia.

Insomma: la Arion scompare in concomitanza con i conigli selvatici. Naturale chiedersi (come in effetti si sono chiesti): c’è una relazione? La risposta è stata: sì c’è una relazione. La Maculinea Arion infatti, a dispetto della sua bellezza, ha un rapporto di parassitoidismo nei confronti delle formiche (Myrmicae) delle specie scabrinodis e sabuleti: lascia che le sue larve vengano covate dalle formiche, che però prediligono – e hanno di fatto come habitat – terreni con erba bassa. Che però, abbiamo visto, con la scomparsa dei conigli e delle mucche, non c’è più stata.

Uso questo esempio per mostrare quando, anche in «buona fede» si cerca di porre rimedio a una situazione, a volte si fanno danni. Per carità: danni che in questo caso sono stati riparati dalla tutela della specie, da una «attenzione» rivolta all’ecologia, ma dove il movente iniziale è stato «antropocentrico»: rimuovere il flagello dei conigli.

L’esempio mi ha fatto tornare alla mente un episodio raccontatomi da un conoscente, legato a un concerto dei Pink Floyd che si tenne a Venezia, uno degli «ecosistemi umani» (e urbani) più fragili al mondo, i 15 luglio 1989. Le due cose non sono così connesse in realtà, se non per l’impatto dirompente che l’essere umano ha, in ogni sua forma, quando arriva in zone fragili (Venezia) nella più completa disorganizzazione. L’intento era in sé buono (ascoltare buona musica) e bello (farlo a Venezia), ma la sua realizzazione, come mostra questa (1, 2, 3 e 4) rassegna stampa recuperata sul web, fu un vero e proprio flagello.

Il conoscente poi – che, ancora ragazzino, al concerto andò col padre – ricorda «i pesci morti in laguna», ma di questa notizia non ne ho trovato traccia (ancora una volta: antropocentrismo – e… chi se ne frega dei pesci morti? – Oppure un «falso ricordo» dove ai pesci forse bisogna sostituire le bottiglie di palstica e la spazzatura che è rimasta lì per due giorni?), se non qui, ma riferita a tutt’altro contesto e a tutt’altro concerto.

Il Pink Floyd pig

Il «Pink Floyd pig», da Wikipedia

Una piccola-grande felicità (professionale)

Il blog è personale e quindi ogni tanto scrivo anche cose che mi riguardano da vicino. Magari con un po’ di discrezione, senza “sbandierare”, ma al solito solo per chi vuole leggere. E’ passata una settimana, ma l’ho saputo solo questo lunedì e in certi momenti ancora mi sembra irreale. E’ successo quello che ho ardentemente sperato da due anni a questa parte e, con particolare intensità, dall’ultimo “scorrimento in graduatoria” che fecero, con la persona davanti a me, alla fine di gennaio del 2022.

Un po’ di storia personale e di “retroterra”: chi mi conosce sa quanto io sia testardo e quanto tenda a non demordere dai miei propositi. Per molte cose ho avuto una discreta volontà – per carità: come molte altre persone, intendiamoci – a partire dall’essere lavoratore-studente, a laurearmi con discreto sacrificio, in ritardo, dopo aver cambiato facoltà, ma con l’obiettivo di portare a termine il percorso. Poi ho fatto un master (2002-2004, alla Sissa a Trieste in “comunicazione della scienza”), poi un secondo master (nell’anno accademico 2011/2012 all’Università di Pisa, dove mi ero laureato, in “tecnologie internet”), infine un dottorato all’Università di Trento nel triennio (accademico) 2015-2018.

Al Consiglio Nazionale delle Ricerche, dove sono entrato come tecnico “semplice” (con la sibillina dizione CTER, Collaboratore Tecnico Enti di Ricerca), al VI livello (ma già con una laurea e un master), nel 2011, ho fatto davvero un po’ di tutto, nel limite di quanto mi è stato possibile: il tecnico (appunto), il divulgatore scientifico per l’intera Area della Ricerca di Pisa e persino un po’ di ricerca, dopo il dottorato.

Concorsi non ne sono usciti per anni e, in piena pandemia, una collega mi segnala quello da “1° tecnologo per la comunicazione”. Invio i materiali – il concorso era per titoli e colloquio – e vengo selezionato per l’orale. Bravura? Fortuna? Sono portato a pensare decisamente più alla seconda. Non so quante domande ci siano state, ma certamente moltissime, e a fare l’orale siamo arrivati in 11. Non ho fatto un buon orale – ero troppo teso, troppo “su di giri” e alla fine, nel tentativo di impressionare la commissione, ho sbagliato tutto, quindi: 11esimo su 11. Ultimo. Fine della storia.

Invece, a un certo punto, hanno cominciato a prendere il secondo, poi il terzo, ecc. Lo scorrimento è stato rocambolescamente agevolato dallo scorrimento di un’altra graduatoria in cui erano alcune persone del “mio” concorso. Questo ha fatto sì che rinunciassero alla posizione nel concorso in cui ero, per prendere il posto nell’altra graduatoria (che dava almeno un anno di anzianità in più). Ultimo scorrimento: fine gennaio 2022. Da oltre un anno non sapevo se sarebbero mai arrivati in fondo e dopo aver non dormito, essermi incolpato per aver fatto un pessimo orale ed essere arrivato ultimo, aver chiesto a tutti i sindacati, aver scritto a destra e a manca, essermi rassegnato, ecco che finalmente lunedì una collega, anche lei in attesa dello scorrimento per un altro concorso da 1a ricercatrice, mi dice: «ma guarda che non ti arriva nessuna comunicazione, devi andare tu a vedere nella documentazione del concorso!» – beh, rientro in ufficio e la prima cosa che faccio è andare a vedere: in effetti c’è una riga in più. Apro il PDF allegato e si dice che, sì, con me arrivano ad esaurire la guarduatoria così da chiudere definitivamente quel bando. Anche io sono “dentro”.

Adesso, a una settimana di distanza da quel documento caricato sul portale del CNR, son qui che ne scrivo e in certi momenti ancora non ci credo. E’ difficile dire quanto impegno, speranze, competenze si sono “puntate” su una cosa (una legittima progressione di carriera?), per accorgersi che quasi niente di quella “cosa” dipende da te e i tuoi meriti possono valere poco o niente o tutto. Se questo da un lato dovrebbe rasserenare (alla fine non dipende da te!), dall’altro non può non indurre uno stato depressivo: il sistema funziona così e tu hai vinto il concorso 12 anni fa, hai accettato il posto di lavoro, accettando implicitamente le regole che lo governano. Quindi devi accettare anche il fatto che per 12 anni sei stato CTER VI livello senza fare un passetto avanti, nonostante tutto il lavoro fatto, riassumibile in una decina di pagine di curriculum. E accettando il fatto che, siccome il concorso l’hai vinto a 41 anni, “da vecchio”, adesso che ne hai 53 non hai praticamente più nessun margine per cambiare lavoro e “morirai” (lavorativamente parlando) CTER VI livello. O forse V. Non proprio una bella prospettiva, insomma.

E invece, per quanto ormai rassegnato e pronto ad accettare la situazione, la situazione è cambiata. E ancora, ripeto, stento a crederci.

Plastica! – E un po’ di “cultura materiale”

L’evento che scatena queste riflessioni è accaduto ieri mattina, ma se ne sono, nel frattempo, concatenati altri. Si tratta di una tazza. Una normalissima tazza da colazione che mi accompagna, anzi: ci accompagna – con mia moglie – da minimo una decina d’anni. Non sappiamo come e non ricordiamo neppure le circostanze, ma un giorno – di una decina d’anni fa, o forse più – ci accorgemmo che dietro l’intenso blu della tazza si era formata una impercettibile crepa, quella che sembrava essere più che altro una cavillatura, ma che a un attento esame, si capiva proseguire come minacciosa incrinatura che sembrava dover sentenziare una vita breve per questo oggetto (per altro, proprio in corrispondenza di questa linea sottile, a un certo punto il bordo si è sbeccato, rendendo evidente il fenomeno di deterioramento).

Ho/abbiamo continuato a usarla, senza pensarci, per tutti questi anni, immaginando che prima o poi, lavaggio dopo lavaggio (a mano, in lavastoviglie…) si sarebbe rotta e amen. Invece è stato molto poi che prima, visto che la tazza mi si è rotta ieri mattina dopo (almeno) un trasloco da una casa all’altra. Sono “morte” prima stoviglie molto più “sane” rispetto a questa che, appunto, solo ieri mattina, scivolatami di mano a un centimentro dall’appoggio sul cestello della lavastoviglie ha “toccato” un’altra stoviglia e si è definitivamente infranta…

Perché raccontare questa storia, con tale dovizia di dettagli? Perché nell’era dell’usa e getta in cui (ancora) viviamo, questa è, come tante altre, una storia paradigmatica di quanto gli oggetti possono durare e come molti di questi possono sopravvivere anche alla nostra stessa esistenza (pensiamo banalmente agli orologi del nonno…).

Gli altri eventi che si sono concatenati per dar seguito a questa riflessione sono vari. Il primo e più banale, è contenuto in quel film – ormai un cult – in cui a un giovanissimo Dustin Hoffman veniva detta una sola parola, la parola dell’avvenire: plastica! (La godibilissima clip video si trova come sempre su YouTube) – La direzione che ha preso il mondo è stata quella e mai parole furono più profetiche…

Della plastica sappiamo tutto e oggi, soprattutto, sappiamo quanti danni fa, a partire da questo recente incidente avvenuto negli Stati Uniti, su cui Ugo Bardi riporta nel suo blog su Il fatto quotidiano. E della plastica, e della sua degradazione “naturale”, parla proprio uno speranzoso post di Claudio Della Volpe sul blog della Società di Chimica Italiana.

Ultimo riscontro “pop” che mi ha fatto pensare a questa storia è un vecchio “rimedio” – tanto vecchio quanto dimenticato – del vuoto a rendere. L’aspetto “pop” deriva dalla notizia legata all’uscita di una nuova versione di una vecchia canzone(tta) di Gianni Morandi, Fatti mandare dalla mamma. La nuova versione – rivista e corretta secondo i canoni estetici di oggi – è di fatto molto simile all’originale, ma soprattutto, similmente all’originale, la coreografia mette in mano ai ballerini e ballerine una bottiglia che nell’originale verosimilmente sarà stata di vetro, mentre oggi sarà di un vetro simulato (quindi ancora una volta plastica). Il rimedio, lo avete capito, sarebbe quello di tornare a usare il vetro o materiali infrangibili – magari la stessa plastica, ma in una formulazione fatta per durare – che diano uno stop all’usa e getta e rallentino il processo di consumo indiscriminato. Molti oggetti ci sopravvivono, ma non dovremmo soccombere a causa degli effetti inquinanti che questi oggetti producono.

 

The Midnight Sky

L’altra sera, in assenza di meglio (Sanremo giammai! Preferisco andare a letto senza cena…), mi sono (ri)visto – ebbene sì, credevo di NON averlo visto, ma poi invece qualche ricordo è tornato e con esso qualche preoccupazione sulla tenuta della mia memoria… – The Midnight Sky, un film di e con George Clooney.

Un film che faccio fatica a definire: è una fantascienza molto sui generis, nel senso che sì il film è ambientato nel futuro, ma è un futuro talmente vicino (2049) che potrebbe alla fine essere anche oggi. O meglio: no, oggi no. Nel senso: da qui a 30 anni (anche scarsi) le previsioni di come andrà il mondo sono tendenzialmente piuttosto catastrofiche, al punto che tra le ipotesi c’è anche un completo scioglimento dei ghiacciai artici (metto qui il link a un articolo de Il Sole 24 Ore), soprattutto per un deleterio effetto autorinforzante (ma negativo) dell’albedo – spiegato comunque nell’articolo.

Clooney invece, nonostante questa ipotesi se ne sta relativamente tranquillo in una base artica non meglio specificata dove ghiaccio e tormente imperversano ancora abbastanza serenamente, e vabbè. Siamo già tornati in piena era di viaggi spaziali, almeno per ciò che concerne il nostro sistema solare, alla ricerca di un esopianeta (un pianeta cioè che per caratteristiche possa essere simile alla Terra e quindi abitabile e colonizzabile da noi umani, così tanto per vedere in quanto tempo riusciamo a disintegrare anche quello) che pare sia un fantomatico satellite di Giove di cui non ci siamo accorti fino ad ora (ovviamente nella finzione della pellicola), chiamato K23 forse in assonanza con un reale esopianeta, K2-3 d, che però ha solo il difettuccio, tra molti altri che non ne garantiscono una “vera abitabilità”, di trovarsi a 137 anni luce da qui. Insomma se si viaggia per tutto il tempo a 300mila chilometri al secondo lo si raggiunge in 137 anni. E’ vero che nell’intorno di quelle velocità il tempo trascorre molto più lentamente (relatività einsteiniana), ma sempre 137 anni sono!

locandina del film

Locandina del film

Comunque: il film si fa presto introspettivo. Lui è solo in questa base, è malato terminale (cancro?), è (stato) uno scienziato di fama, incapace di una relazione sentimentale stabile (pure questo un po’ un cliché…) che in sostanza fa i conti o meglio: fa lo spettatore di quello che a tutta prima sembra un conflitto nucleare mondiale, mentre una missione spaziale tenta di rientrare dal fantomatico K23… C’è quindi una vicenda personale innestata sull’onda dell’apocalisse di fronte alla quale i pochi umani che interagiscono [lui, dentro la base, con fuori un tempo perennemente ostile e il rischio che da un momento all’altro l’area venga contaminata dalle radiazioni nucleare; gli altri, dentro un’astronave che, appena fanno una passeggiata fuori, vengono letteralmente presi a sassate dai frammenti di un asteroide (supponiamo) esploso chissà dove e chissà quando (scena che riprende abbastanza da vicino – e mostra molto bene quanto sia ostile lo spazio al di là del sottile guscio che preserva la vita – le scene di un altro film – che ho trovato francamente migliore di questo – Gravity, del 2013) e una del già sparuto gruppetto dell’equipaggio ci lascia le penne…] non possono che constatare la loro impotenza insieme alla loro idiozia collettiva.

Così la Terra diventa “fionda gravitazionale” per l’astronave che fa una inversione a U e torna su K23, mentre il mondo muore tra radiazioni, stenti e patimenti (immaginiamo, visto che il film già così dura 2 ore…). Bah, che dire? Bello il paesaggio, bella la fotografia, ma la storia, a parte il pessimismo cosmico e personale di cui è intrisa (di cui francamente non sentivamo un gran bisogno…), non sembra avere grande consistenza (ma devo essere in minoranza perché il film pare abbia preso un certo numero di premi).

PS: per avere un’idea anche semplice di quanto sia pericoloso “stare là fuori” leggete questo articolo

 

 

Cos’è l’immortalità

Talvolta per spiegare dei concetti sfuggenti, come questo, piuttosto impegnativo, su cosa sia l’immortalità, è necessario ricorrere a degli esempi.

A Carlo Verdone, non so in quale programma né quanto tempo fa, chiesero un po’ a bruciapelo: «ma per te Carlo, cos’è la vecchiaia?». Per il celebre attore, notoriamente affetto da ipocondria, mai domanda fu più azzeccata di questa. Allora, non avendo parole per definirla – anche perché, qui come altrove, sembra non esserci nulla di più soggettivo: c’è chi si sente “vecchio” a vent’anni e chi “giovane” a settanta, senza considerare che parliamo di un concetto che contempla un misto di condizione mentale e condizione fisica – la mimò.

Sì giro spalle al pubblico/alla telecamera seduto su una sedia e disse qualcosa del tipo: la gioventù è quella cosa per cui quando qualcuno, chiamandoti da dietro: «Mario!», in una frazione di secondo ti giri per vedere chi è (e fa il gesto rapido di voltare la testa verso il pubblico); la vecchiaia è quella condizione per la quale, di fronte allo stesso richiamo: «A Mario!», c’hai il collo talmente incriccato che ti ci vuole un quarto d’ora per compiere la stessa rotazione. Ecco, quella è la vecchiaia. Risate e applausi.

Cercherò quindi di mostrare con un esempio, magari non così ilare, ma forse capace di suscitare qualche sentimento nel lettore, cos’è l’immortalità e come la si raggiunga. Se si legge la biografia – anche quella breve che si trova su Wikipedia – di Antonio Vivaldi, si scopre che la sua vita «è scarsamente documentata, poiché prima del XX secolo nessun biografo si è mai occupato di ricostruirla. Numerose lacune e inesattezze falsano ancora la sua biografia; alcuni periodi della sua vita rimangono completamente oscuri, come i molti viaggi supposti, o realmente intrapresi, in Italia e in Europa. Si è fatto riferimento dunque alle rare testimonianze dirette dell’epoca, in particolare quelle di Charles de Brosses, di Carlo Goldoni e dell’architetto tedesco Johann Friedrich Armand von Uffenbach, che incontrarono il compositore. Altre notizie provengono da alcuni manoscritti e documenti di altra natura, ritrovati in diversi archivi in Italia e all’estero. Per dare due esempi concreti: è soltanto nel 1938 che si è potuta determinare con esattezza la data della sua morte, sull’atto ritrovato a Vienna, e nel 1963 quella della sua nascita, identificando il suo atto di battesimo (prima, l’anno di nascita, il 1678, era soltanto una stima dedotta dalle tappe conosciute della sua carriera ecclesiastica)».

Una condanna all’oblio in sostanza legata alla fisiologia del tempo che passa e su cui noi, singoli, tranne rarissime eccezioni, non lasciamo traccia (pur illudendoci costantemente di farlo). Un oblio da cui Vivaldi sembra salvarsi un po’ in extremis grazie alla meritoria opera di alcuni musicologi. Poco sopra infatto lo sketch biografico, recita: «Come per molti compositori barocchi, dopo la sua morte il suo nome e la sua musica caddero nell’oblio. Solo grazie alla ricerca di alcuni musicologi del XX secolo, come Arnold Schering, Marc Pincherle, Alberto Gentili e Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero, il suo nome e le sue opere tornarono celebri, diventando uno dei compositori più noti ed eseguiti».

Quindi Vivaldi è salvo, è parte della storia della musica mondiale, è conosciuto, ha pure qualche citazione pop un po’ provocatoria (ricordate una delle frasi di Bandiera bianca cantata da un giovanissimo Franco Battiato? «A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata / a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie») ma… pur sempre rimane lì, nell’olimpo un po’ polveroso della musica classica.

Poi però succede che un giovane compositore tedesco (ah ‘sti crucchi quando incontrano gli italiani…) di cui invece sappiamo tutto, Max Richter, che se ne innamora e decide di “ricomporre” le sue Quattro stagioni per dar vita a qualcosa che personalmente ho trovato e trovo letteralmente folgorante, specialmente per la sua “intro”, Spring 1. Ecco l’immortalità è questa cosa qui: “sopravvivere” e poi sconfiggere il tempo, con un po’ di fortuna, la fortuna che ha voluto che la propria opera fosse riscoperta nel secolo scorso e che incrociasse, in questo secolo, qualcuno che se ne innamorasse, dando vita a una rivisitazione che parla alle nostre anime, così che quegli archi le facciano vibrare, almeno un po’, sulle note di quell’ignoto sacerdote del ‘600 il cui dato biografico scompare nelle nebbie del tempo.

Antonio Vivaldi

Il celeberrimo ritratto presunto di Antonio Vivaldi (anonimo, XVIII secolo, circa 1723) conservato nel Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna. Vivaldi in vita fu ritratto 3 volte.

Il miracolo di Valby

La premessa è: ci sono questioni che ci rimangono appiccicate addosso. Magari, come in questo caso, si tratta di dettagli e magari dettagli legati alle contingenze. Va bene esplicito meglio: le contingenze sono quelle che tutti noi abbiamo provato almeno una volta, quelle della malattia – non grave: influenza, febbre, magari in quella fase di miglioramento in cui si è ancora giustificati nello stare a casa in pigiama, ma ormai è andata, non si sta più male e si tratta solo di aspettare un altro po’ per ributtarsi nel mondo. Malattia che ci giustifica – proprio come a scuola – e ci dispensa dalle “questioni del mondo” perché ancora siamo ragazzi e la nostra presenza, se mai un giorno lo sarà, in quel momento non è determinante in nessuna circostanza.

Quindi: ero malato. Diciannovenne, ventenne, non ricordo, ma non è importante. Importante è che stando a casa potevo godermi il mio pomeriggio da convalescente e feci una cosa che non facevo mai (e meno che mai di pomeriggio): accesi la tv, “zappando” (facendo cioè zapping). Mi imbattei nelle scene di un film appena iniziato (ancora scorrevano i titoli di testa) e decisi di dargli una possibilità. La storia era intrigante perché in primo luogo riguardava quel filone “immenso” che sono i viaggi nel tempo che, almeno a partire da H. G. Wells in poi (La macchina del tempo), intriga molti di noi (alcuni per niente, ma non tutti abbiamo gli stessi gusti…) e, in secondo luogo, aveva a che fare non propriamente con la fantascienza in senso stretto, ma con una realtà normale, che di colpo, nella finzione cinematografica, ci proietta nell’inatteso, nell’evento imponederabile che fa essere il/i protagonista/i altrove nel tempo (ma non nello spazio, perché il salto è solo temporale).

Queste le contingenze. Quindi passo al dettaglio, uno solo: ho cercato a momenti alterni, per anni, di rintracciare almeno il titolo di quel film, almeno una traccia. Non l’ho fatto sistematicamente, ma nei momenti in cui i ricordi, a tratti un po’ struggenti (magari dovuti ai postumi della malattia), di quel film “perso” si sono fatti più acuti. Questo è di nuovo uno di quei periodi e del film non sapevo nulla (regista, protagonisti) ma ricordavo che era una produzione “nordica” (sì ma: norvegese? danese? svedese?…) e soprattutto ricordavo che la macchina del tempo era costituita da una roulotte abbandonata in un campo, dentro la quale il protagonista stava in contatto col padre via radio, durante le lunghe assenze di quest’ultimo, imbarcato come ufficiale telegrafista su una nave della Marina. Poteva essere sufficiente?

Stamattina ho riprovato e… ci sono riuscito. Non era possibile che non trovassi più nulla di questo film! E infatti mettendo sul motore di ricerca per eccellenza (Google) “macchina del tempo/time machine roulotte film” ho addirittura trovato una voce Wikipedia in italiano che ne parla, questa, segno che il film, lungi dall’essere un “B movie” e quindi caduto nel dimenticatoio della messa in onda sulla tv pubblica italiana in un’unica occasione di un giorno X di un anno Y, ha un certo valore (sulla voce Wikipedia sono indicati anche alcuni premi – magari piccoli – che la pellicola ha vinto).

Insomma: una piccola soddisfazione (bastava forse cercare nel modo giusto…), a cui come prossimo passo sarebbe da aggiungere la possibilità di recuperare il film, ma dove? Sul web non ve n’è traccia e davvero in questo caso non saprei da che parte cominciare. Intanto per oggi, dopo anni, mi accontento di essermi levato il periodico assillo e la periodica nostalgia per qualcosa che era andata persa nei meandri della giovinezza e di un tempo definitivamente passato, per tacere della possibilità di ogni “macchina del tempo” presunta o reale.

La trama, che tanto mi intrigò in quel pomeriggio di moltissimi anni fa, adesso, raccontata su Wikipedia, mi pare anche un po’ “sempliciotta”, ma forse alla fine quello è un film per ragazzi, visto che protagonisti sono dei ragazzi che nel tempo fanno avanti e indietro.

Ah: sul web ho ritrovato anche la locandina…

locandina del film "Il miracolo di Valby"

Locandina del film “Il miracolo di Valby”

 

L’ultima volta

Ci sono episodi che sono sassate. Sassate che ci risvegliano di colpo da un torpore nel quale eravamo caduti, pur consapevoli di tutto e, soprattutto, del tempo che passa. Per chi ha figli la misura del tempo che passa sono loro. Per chi non li ha (avuti o ancora avuti…) la questione si fa più vaga, perché i riferimenti lo sono. Poi può sempre succedere che un genitore o un caro venga meno e quello diventa un’altra tacca su cui misurare questo tempo che scorre, ineluttabile.

Oggi per me la “tacca” – non drammatica per fortuna, ma non meno traumatica – è stato il congedo dal mio barbiere storico, Domenico o anche, per gli amici, diminuito con la classica troncatura: “Domè”. Non sono in grado di fare i conti precisi, ma credo di essere andato da lui sin dalla mia (im)maturità di giovane adulto, intorno ai vent’anni. Se anche fossero 22, oggi sarebbero 30 anni che vado da Domè a “farmi i capelli”, come si dice dalle parti di Massa, in una espressione curiosa e forse più comprensiva e benevola di un riduttivo taglio (“mi sono tagliato i capelli”, ma dal barbiere non si va solo per quello, soprattutto quando ne hai pochi, sempre meno, e c’è poco da tagliare…).

Così, mentre ero alla poltrona alla domanda di rito (ma non retorica, dopo trent’anni) “come va?”, la risposta è stata semplice e secca: “non benissimo, qualche acciacco fisico che mi affatica: a fine anno chiudo”. Non sapevo cosa dire, ma ho realizzato che era l’ultima volta che Domè mi tagliava, anzi: mi “faceva”, i capelli. Mi ha visto, con costanza, nelle stagioni più importanti della mia vita; mi ha visto con venti chili in meno, dopo il grave incidente in moto che ho avuto; mi ha visto a poche ore dal matrimonio, per la sistemazione di capelli e barba – quest’ultima non me la sono mai fatta fare da nessuno, prima di allora (e mio padre mi raccontò una volta che anche lui fece lo stesso). E adesso è tutto finito. Così come iniziò un giorno di molti anni fa, dentro quella bottega che è rimasta sempre la stessa.

Tale e tanta era la confindenza che ci sono andato anche quando abitavo a Torino e coglievo l’occasione dei miei rientri a casa dei miei, per una “sforbiciata”. So che tutto questo può sembrare di scarsa rilevanza e forse anche assurdo, soprattutto in un mondo come il nostro, in cui tutto cambia, e cambia alla svelta. Ma oggi mi sento orfano. Orfano di barbiere. Orfano di quel testimone (e forse “custode”) involontario che Domenico è stato della mia vita.

Così per ricordarmi di questo momento di congedo, gli ho chiesto a bruciapelo una foto, questa, al suo “posto di combattimento”. Ciao Domenico, buona vita, e grazie delle chiacchiere – e non meno dei prezzi, che hai sempre voluto tenere popolari.

Domenico, il barbiere

Domè, il mio barbiere…

Nostalgia di Luca

La mente, soprattutto quando si tratta di ricordi (che, dicono gli specialisti, sono in realtà ricordi di ricordi), fa strani percorsi. Stamattina, domenica mattina, leggevo il Diario degli errori di Ennio Flaiano, un insieme di pensieri sparsi su viaggi, impressioni che da questi viaggi sono scaturite, ecc. Tutte riflessioni molto brevi, spesso meno di una paginetta e quasi sempre pochi, fulminanti, righe – questa, in generale e senza ombra di dubbio, tra le grandi qualità di un grande scrittore. Vale la pena riportare quella numerata con il [103] dell’edizione Adelphi in mio possesso:

Freddo e vento sul Boulevard de Clichy. Le baracche dei giochi sono deserte. Una soltanto mi sembra affollata e un tiro alla carabina, senza premi, acconciato come un palcoscenico. Con cinquanta franchi si sparano dieci colpi e si possono mettere in moto, colpendo il bersaglio (un puntino rosso), varie scene di burattini. Sono scene di supplizi. C’è il capestro, la decollazione, lo squartamento, la fucilazione. Basta colpire il centro di ogni quadretto e la scena si anima per qualche istante in un balletto macabro e legnoso. Il condannato viene preso, impiccato, i frati levano le croci al cielo, il boia toglie lo sgabello, ecco il burattino che precipita in un sacco. […]

La descrizione della scena va avanti con dovizia di particolari e le conclusioni che Flaiano ne trae sono interessanti: «La morte in Francia è una cosa che può essere data dallo Stato, è quindi nella mitologia popolare, forma il fondo della serietà dei giovani, che ci scherzano sopra, ma vogliono vedere come funziona».

Questo pezzetto mi riporta alla mente quel me stesso bambino che ha visto – o crede di aver veduto, chi lo sa – durante la propria infanzia, a qualche fiera, di quelle di paese, di quelle con le giostre e lo zucchero filato di quando ancora stavo a Pinerolo, una di queste “macchine” in cui si mette alla prova la propria mira. Una delle tante, tantissime cose che dal passato sono state inghiottite nel silenzio. Chi adesso spara non lo fa più per scherzo o per mettersi alla prova, ma forse va ad allenarsi in un poligono. Non so se ci siano motivi precisi per questo, ma sta di fatto che questa storia della carabina che, se si centra il puntino rosso, mette in moto “qualcosa” mi ha riportato prepotente alla mente un tipo speciale di questo “gioco” per cui, centrando il bersaglio (puntino rosso o altro che sia) al protagonista, in premio, veniva scattata un’istantanea. Questa è esattamente l’immagine di un copertina di un libro molto bello, Piove all’insù di Luca Rastello – qui di seguito la copertina del libro.

la copertina del libro "piove all'insù"

La copertina del libro “Piove all’insù” di Luca Rastello.

Luca mi disse – ma tra gli amici, anche quelli meno intimi, come lo ero io, questo non era un mistero – che il tizio nella foto, con la carabina in mano, che aveva appena fatto centro, era suo padre. Gli anni erano quelli: Flaiano scrive quell’appunto di diario nel 1958 e la foto del padre di Luca è, anno più anno meno, credo di quel periodo, almeno a giudicare dall’eleganza nel vestire. Così ho chiuso il libro di Flaiano e ho pensato a quanto Luca mi manca. Non avevamo rapporti continuativi, ma il tempo che ci siamo frequentati di persona, quasi sempre a casa sua in via Nizza, è stato un tempo intenso, forte, di confronto. Ancora una volta un fratello maggiore che, seppure con le intermittenze del caso, sapeva essere “stella polare”, sapeva dire da che parte era preferibile andare lungo i sentieri accidentati che la vita ci pone continuamente di fronte. Chissà se fosse ancora qui quanto ancora avrebbe detto e scritto, quanto ancora avrebbe “distillato” per noi – suoi lettori, ma in qualche caso speciale anche suoi amici – il sapere che faceva da bussola in primo luogo per lui. Senza però dimenticare l’ironia con la quale vedeva se stesso, il gusto della narrazione, grazie alla quale veniva naturale abbandonare orologi e telefoni cellulari da qualche parte, per dimenticarsene volutamente e poi ritrovarli meravigliati di essere stati così tanto assenti, assorbiti, come solo una volta – quando i cellulari non c’erano – si poteva essere. E con Luca era sempre tutto tempo guadagnato, si aveva sempre l’impressione di portare a casa qualcosa, spesso un regalo in forma di narrazione.

Mi manchi Luca e se manchi a me, che pure sono passato di sfuggita nella tua vita, non oso pensare a quanto manchi a persone con le quali hai condiviso di più. Un abbraccio, a te che hai promesso l’ultima volta – te lo ricordi? – che saresti andato solo dietro l’angolo, forse memore di quel Pessoa che diceva: «La morte è la curva della strada, morire è solo non essere visto».

 

 

Il sogno americano (statunitense)

Oggi sono andato a fare un salto a casa dei miei. Ero un po’ in ritardo sui tempi e quindi, in auto, ho preso l’autostrada. Su spotify (ah, tutta la musica a portata di dita…) avevo su un grande classico della musica statunitense: Born in the USA di Bruce Springsteen di cui amo – come sonorità e tono di voce del cantore della working class statunitense – una canzone in particolare, Downbound train (di cui trovo molto bello questo live del 2013 a Londra). Più che essere un sogno, almeno dal testo della canzone, quello americano sembra un incubo, così come lo è il molto più recente film – sempre su una delle tante realtà USA – Nomadland, ma tant’è.

Riflettevo sul fatto che il sogno statunitense alla fine forse è tutto sommato “economico” per chi lo vive: avere la possibilità/libertà – ancora una volta? ancora una volta… – di correre con la propria auto su una autostrada deserta, che se fosse una highway forse sarebbe anche meglio. Chi mi conosce sa che ho un rapporto piuttosto conflittuale con quel paese, fonte di molti mali, ma anche capace di grandi “sfaccettature”, molto diverso dalla classe politica che lo governa (anche se questo è vero praticamente per ogni luogo del mondo, credo). A chi ne gode, alla fine, il sogno costa poco: qualche litro di – sempre più costoso – carburante (nel mio caso gasolio), un’auto in ordine, le condizioni stradali ottimali e si ha l’illusione di arrivare ovunque nel tempo di una canzone o poco più. Chi invece il sogno lo “paga” e lo subisce, sa che tutto questo costa molto di più, in termini di distruzione e di accaparramento delle fonti energetiche, con tutto quello che questo sta a significare. Ma di questo ho discusso a lungo, altrove.

Al ritorno un’altra canzone che ha fatto la storia della mia adolescenza è andata su “in automatico”: Tunnel of love dei Dire Straits, un altro grandissimo classico per me. E qui, davvero, in certi momenti, la suggestione è invece che l’intera vita possa trascorrere sulle note di una singola canzone, pur lunga, come questa.

Certe cose si ha l’illusione di afferrarle non con l’intelletto, ma con le orecchie, ascoltando canzoni…

Generale Lee, l'auto del telefilm "Bo & Luke"

Il “Generale Lee”, ovvero una Dodge Charger R/T l’auto del telefilm “Bo & Luke” (copyright immagine: CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=756140)

 

When we were kings, quando eravamo re

La recente ripubblicazione del reportage di Norman Mailer (The fight, La nave di Teseo, 2022) sullo storico – o forse dovremmo dire epico – incontro di boxe tra Gorge Foreman, imbattuto campione del mondo dei massimi, e Muhammad Ali, sfidante dalla parlantina veloce almeno quanto il gioco di gambe, riporta alla mente un’altra meritoria iniziativa editoriale di Einaudi: un cofanetto che conteneva un libro e una videocassetta dal titolo, appunto, Quando eravamo re (pubblicato nel 2000).

copertina del libro "The fight"

“The fight” di Norman Mailer

Nella cronologia accelerata cui la tecnologia ci ha sottoposto, la videocassetta tradisce la collocazione storica dell’iniziativa e testimonia quanto è stata importante nella cultura popolare la boxe in quegli anni. Se infatti lo storico incontro di Kinshasa è avvenuto nel 1974, non possiamo dimenticare che il primo Rocky è andato nelle sale cinematografiche nel 1976, attingendo a piene mani da quel mondo – basti ricordare che la tecnica del trash-talking, ovvero del denigrare pubblicamente l’avversario, così messa bene a punto da Ali nella realtà proprio contro Foreman (ma anche contro altri prima di lui), è stata mutuata di peso da quel primo terribile avversario di Rocky Balboa, Apollo Creed.

Parliamo di un’epica del pugilato cui senz’altro hanno contribuito penne come quella di Mailer che, nel suo reportage di cronista sportivo e pugile dilettante, ma con un retroterra da scrittore vero, mescola sapientemente la cronaca di quella sua trasferta nella magia dell’Africa nera – non infrequenti nel reportage le digressioni su quel mondo: dalla filosofia bantu a quanto il sovrannaturale sembri dominare, almeno come suggestione, tangibilmente ciò che accade – e la scansione degli eventi. Perché davvero, a un certo punto, sembra accadano delle magie: un Ali che sembra fuori forma, che sembra capace solo di dar fiato alle trombe, in modi che arrivano a essere petulanti e fastidiosi, si contrappone alla figura irraggiungibile di Foreman, il campione, “tutto ventagli e silenzi” (direbbe Paolo Conte, in un’altra suggestione, con parole destinati ad altri miti, sempre coloured e, curiosamente, con un immaginifico riferimento alla boxe – la citazione per intero è: “Ecco Duke Ellington, grande boxeur, tutto ventagli e silenzi…”), il campione che usa il silenzio e la concentrazione come forma di autocontrollo per tenere a bada il suo cuore di tenebra con cui, se gli desse sfogo, sarebbe capace di uccidere il proprio avversario. Un campione che non parla ma che, a beneficio di giornalisti e reporter, in una sessione di allenamento al sacco, dice Mailer, tira non meno di 600 pugni che arrivano come treni, spostando saccone e allenatore. Perché in quella follia psico-fisica cui bisogna giungere prima di un incontro a quei livelli conta non solo la forza, ma la resistenza, perché non si sa come andrà l’incontro. Se l’avversario è un osso duro bisogna arrivare in fondo, alle 15 riprese (solo un anno dopo, nel terzo incontro con Joe Frazier, The Thrilla in Manila, i contendenti saggeranno la resistenza di quella maratona, in uno dei match più cruenti che la storia della boxe abbia avuto: Ali avrà la meglio ai punti, per il ritiro di Frazier all’ultimo round, ma confesserà che se non lo avesse fatto Frazier, si sarebbe ritirato lui perché pensava seriamente che sarebbe morto) e allora la resistenza del maratoneta conta sopra ogni cosa, così come conta lo stato di grazia mentale, conta “la testa” e ciò che la testa dice di fare al corpo, in una comunicazione continua tra la neocorteccia della razionalità e gli strati più profondi, rettiliani, che sentono l’odore del pericolo, della morte e vogliono sfuggirgli con tutti i mezzi possibili.

Così Ali, nonostante queste premesse non proprio a suo favore, compie il miracolo. Con grande senso tattico cambia la tecnica annunciata e anziché danzare – come ha dichiarato fino a cinque minuti prima negli spogliatoi (“andiamo a ballare!”) e ha mostrato sul ring, facendo esercizi di gambe e saltelli continui come fossero una dichiarazione di quel “Pungi come un’ape, vola come una farfalla” – si fa presto mettere alle corde da Foreman. Fa, insomma, una cosa che nessun pugile dotato di buon senso farebbe, perché essere alle corde, confinarcisi volontariamente, significa diventare quel saccone a cui Foreman dava i suoi 600 pugni, sebbene anche la parola “pugno” non renda l’idea, tanto che lo stesso Mailer parla più propriamente di “mazze” e “clave”. Ali assorbe, ma appena c’è uno spiraglio, anche se ha deciso di non volare come una farfalla, il pungiglione dell’ape si fa sentire, centrando spesso il volto di Foreman. C’è poi un codice non scritto che fa parte delle regole base del pugilato e consiste in questo: se si è destrimani il destro, il diretto destro, si usa solo quando si capisce cosa fa l’avversario, solo quando si è sicuri di sapere che il colpo andrà a segno, perché la posizione della boxe con cui si affronta l’avversario (la “guardia”) fa sì che il braccio più avanzato sia il sinistro. Usare il destro significa spingere con la gamba più arretrata (la destra) ed effettuare una torsione in avanti con busto per portare il colpo, esponendosi a propria volta all’attacco dell’altro che, se riesce a schivare il colpo, potrebbe fare molto male. Ali contravviene sin da subito a questa regola e, prima dello scadere del primo minuto del primo round, centra con un destro secco un Foreman che, oltre a rimanere stordito dal colpo, all’inizio sembra esserne del tutto sorpreso. Nessuno gli aveva mai fatto una cosa del genere, nessun rivale, negli oltre 40 incontri disputati fino ad allora, aveva “osato” tanto.

Non andremo oltre nella cronaca dell’incontro che si può gustosamente leggere in questo libro, così come, grazie a quello scrigno che è YouTube, si può rivedere l’incontro a Kinshasa (all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=55AasOJZzDE). Sta di fatto che Ali compie quella specie di miracolo cui accennavamo: sul ring si invertono le parti e Ali che sembrava fuori forma mostra una resistenza incredibile, boxando meglio dell’avversario sulla distanza; Foreman invece sembra stancarsi senza appello, sembra a un certo punto andare in riserva di energie, fino ad arrivare al ko dell’ottava ripresa.

Il mondo tifava Ali perché Ali, lo sappiamo, era un personaggio capace di far discutere di sé: aveva voluto l’incontro in Africa – “terra delle origini”, ancorché in quello Zaire governato dal discutibile Mobutu – era stato renitente alla leva, con quella lapidaria (e leggendaria) frase con la quale si rifiutò di partire per il Vietnam («Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro”») che gli costò il titolo mondiale, vinto a 22 anni contro quel rullo compressore che era Sonny Liston, un altro pugile che faceva paura – e al giovane Ali, ancora Cassius Clay all’epoca, ne aveva fatta.

Insomma siamo di fronte a storie quasi “mitologiche”, lontane dalla modernità in cui, in almeno un caso, un pugile arrivò, nel lontano 1997 a “masticare” l’orecchio dell’avversario (Tyson vs. Holyfield).