The Midnight Sky

L’altra sera, in assenza di meglio (Sanremo giammai! Preferisco andare a letto senza cena…), mi sono (ri)visto – ebbene sì, credevo di NON averlo visto, ma poi invece qualche ricordo è tornato e con esso qualche preoccupazione sulla tenuta della mia memoria… – The Midnight Sky, un film di e con George Clooney.

Un film che faccio fatica a definire: è una fantascienza molto sui generis, nel senso che sì il film è ambientato nel futuro, ma è un futuro talmente vicino (2049) che potrebbe alla fine essere anche oggi. O meglio: no, oggi no. Nel senso: da qui a 30 anni (anche scarsi) le previsioni di come andrà il mondo sono tendenzialmente piuttosto catastrofiche, al punto che tra le ipotesi c’è anche un completo scioglimento dei ghiacciai artici (metto qui il link a un articolo de Il Sole 24 Ore), soprattutto per un deleterio effetto autorinforzante (ma negativo) dell’albedo – spiegato comunque nell’articolo.

Clooney invece, nonostante questa ipotesi se ne sta relativamente tranquillo in una base artica non meglio specificata dove ghiaccio e tormente imperversano ancora abbastanza serenamente, e vabbè. Siamo già tornati in piena era di viaggi spaziali, almeno per ciò che concerne il nostro sistema solare, alla ricerca di un esopianeta (un pianeta cioè che per caratteristiche possa essere simile alla Terra e quindi abitabile e colonizzabile da noi umani, così tanto per vedere in quanto tempo riusciamo a disintegrare anche quello) che pare sia un fantomatico satellite di Giove di cui non ci siamo accorti fino ad ora (ovviamente nella finzione della pellicola), chiamato K23 forse in assonanza con un reale esopianeta, K2-3 d, che però ha solo il difettuccio, tra molti altri che non ne garantiscono una “vera abitabilità”, di trovarsi a 137 anni luce da qui. Insomma se si viaggia per tutto il tempo a 300mila chilometri al secondo lo si raggiunge in 137 anni. E’ vero che nell’intorno di quelle velocità il tempo trascorre molto più lentamente (relatività einsteiniana), ma sempre 137 anni sono!

locandina del film

Locandina del film

Comunque: il film si fa presto introspettivo. Lui è solo in questa base, è malato terminale (cancro?), è (stato) uno scienziato di fama, incapace di una relazione sentimentale stabile (pure questo un po’ un cliché…) che in sostanza fa i conti o meglio: fa lo spettatore di quello che a tutta prima sembra un conflitto nucleare mondiale, mentre una missione spaziale tenta di rientrare dal fantomatico K23… C’è quindi una vicenda personale innestata sull’onda dell’apocalisse di fronte alla quale i pochi umani che interagiscono [lui, dentro la base, con fuori un tempo perennemente ostile e il rischio che da un momento all’altro l’area venga contaminata dalle radiazioni nucleare; gli altri, dentro un’astronave che, appena fanno una passeggiata fuori, vengono letteralmente presi a sassate dai frammenti di un asteroide (supponiamo) esploso chissà dove e chissà quando (scena che riprende abbastanza da vicino – e mostra molto bene quanto sia ostile lo spazio al di là del sottile guscio che preserva la vita – le scene di un altro film – che ho trovato francamente migliore di questo – Gravity, del 2013) e una del già sparuto gruppetto dell’equipaggio ci lascia le penne…] non possono che constatare la loro impotenza insieme alla loro idiozia collettiva.

Così la Terra diventa “fionda gravitazionale” per l’astronave che fa una inversione a U e torna su K23, mentre il mondo muore tra radiazioni, stenti e patimenti (immaginiamo, visto che il film già così dura 2 ore…). Bah, che dire? Bello il paesaggio, bella la fotografia, ma la storia, a parte il pessimismo cosmico e personale di cui è intrisa (di cui francamente non sentivamo un gran bisogno…), non sembra avere grande consistenza (ma devo essere in minoranza perché il film pare abbia preso un certo numero di premi).

PS: per avere un’idea anche semplice di quanto sia pericoloso “stare là fuori” leggete questo articolo

 

 

Cos’è l’immortalità

Talvolta per spiegare dei concetti sfuggenti, come questo, piuttosto impegnativo, su cosa sia l’immortalità, è necessario ricorrere a degli esempi.

A Carlo Verdone, non so in quale programma né quanto tempo fa, chiesero un po’ a bruciapelo: «ma per te Carlo, cos’è la vecchiaia?». Per il celebre attore, notoriamente affetto da ipocondria, mai domanda fu più azzeccata di questa. Allora, non avendo parole per definirla – anche perché, qui come altrove, sembra non esserci nulla di più soggettivo: c’è chi si sente “vecchio” a vent’anni e chi “giovane” a settanta, senza considerare che parliamo di un concetto che contempla un misto di condizione mentale e condizione fisica – la mimò.

Sì giro spalle al pubblico/alla telecamera seduto su una sedia e disse qualcosa del tipo: la gioventù è quella cosa per cui quando qualcuno, chiamandoti da dietro: «Mario!», in una frazione di secondo ti giri per vedere chi è (e fa il gesto rapido di voltare la testa verso il pubblico); la vecchiaia è quella condizione per la quale, di fronte allo stesso richiamo: «A Mario!», c’hai il collo talmente incriccato che ti ci vuole un quarto d’ora per compiere la stessa rotazione. Ecco, quella è la vecchiaia. Risate e applausi.

Cercherò quindi di mostrare con un esempio, magari non così ilare, ma forse capace di suscitare qualche sentimento nel lettore, cos’è l’immortalità e come la si raggiunga. Se si legge la biografia – anche quella breve che si trova su Wikipedia – di Antonio Vivaldi, si scopre che la sua vita «è scarsamente documentata, poiché prima del XX secolo nessun biografo si è mai occupato di ricostruirla. Numerose lacune e inesattezze falsano ancora la sua biografia; alcuni periodi della sua vita rimangono completamente oscuri, come i molti viaggi supposti, o realmente intrapresi, in Italia e in Europa. Si è fatto riferimento dunque alle rare testimonianze dirette dell’epoca, in particolare quelle di Charles de Brosses, di Carlo Goldoni e dell’architetto tedesco Johann Friedrich Armand von Uffenbach, che incontrarono il compositore. Altre notizie provengono da alcuni manoscritti e documenti di altra natura, ritrovati in diversi archivi in Italia e all’estero. Per dare due esempi concreti: è soltanto nel 1938 che si è potuta determinare con esattezza la data della sua morte, sull’atto ritrovato a Vienna, e nel 1963 quella della sua nascita, identificando il suo atto di battesimo (prima, l’anno di nascita, il 1678, era soltanto una stima dedotta dalle tappe conosciute della sua carriera ecclesiastica)».

Una condanna all’oblio in sostanza legata alla fisiologia del tempo che passa e su cui noi, singoli, tranne rarissime eccezioni, non lasciamo traccia (pur illudendoci costantemente di farlo). Un oblio da cui Vivaldi sembra salvarsi un po’ in extremis grazie alla meritoria opera di alcuni musicologi. Poco sopra infatto lo sketch biografico, recita: «Come per molti compositori barocchi, dopo la sua morte il suo nome e la sua musica caddero nell’oblio. Solo grazie alla ricerca di alcuni musicologi del XX secolo, come Arnold Schering, Marc Pincherle, Alberto Gentili e Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero, il suo nome e le sue opere tornarono celebri, diventando uno dei compositori più noti ed eseguiti».

Quindi Vivaldi è salvo, è parte della storia della musica mondiale, è conosciuto, ha pure qualche citazione pop un po’ provocatoria (ricordate una delle frasi di Bandiera bianca cantata da un giovanissimo Franco Battiato? «A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata / a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie») ma… pur sempre rimane lì, nell’olimpo un po’ polveroso della musica classica.

Poi però succede che un giovane compositore tedesco (ah ‘sti crucchi quando incontrano gli italiani…) di cui invece sappiamo tutto, Max Richter, che se ne innamora e decide di “ricomporre” le sue Quattro stagioni per dar vita a qualcosa che personalmente ho trovato e trovo letteralmente folgorante, specialmente per la sua “intro”, Spring 1. Ecco l’immortalità è questa cosa qui: “sopravvivere” e poi sconfiggere il tempo, con un po’ di fortuna, la fortuna che ha voluto che la propria opera fosse riscoperta nel secolo scorso e che incrociasse, in questo secolo, qualcuno che se ne innamorasse, dando vita a una rivisitazione che parla alle nostre anime, così che quegli archi le facciano vibrare, almeno un po’, sulle note di quell’ignoto sacerdote del ‘600 il cui dato biografico scompare nelle nebbie del tempo.

Antonio Vivaldi

Il celeberrimo ritratto presunto di Antonio Vivaldi (anonimo, XVIII secolo, circa 1723) conservato nel Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna. Vivaldi in vita fu ritratto 3 volte.

Il miracolo di Valby

La premessa è: ci sono questioni che ci rimangono appiccicate addosso. Magari, come in questo caso, si tratta di dettagli e magari dettagli legati alle contingenze. Va bene esplicito meglio: le contingenze sono quelle che tutti noi abbiamo provato almeno una volta, quelle della malattia – non grave: influenza, febbre, magari in quella fase di miglioramento in cui si è ancora giustificati nello stare a casa in pigiama, ma ormai è andata, non si sta più male e si tratta solo di aspettare un altro po’ per ributtarsi nel mondo. Malattia che ci giustifica – proprio come a scuola – e ci dispensa dalle “questioni del mondo” perché ancora siamo ragazzi e la nostra presenza, se mai un giorno lo sarà, in quel momento non è determinante in nessuna circostanza.

Quindi: ero malato. Diciannovenne, ventenne, non ricordo, ma non è importante. Importante è che stando a casa potevo godermi il mio pomeriggio da convalescente e feci una cosa che non facevo mai (e meno che mai di pomeriggio): accesi la tv, “zappando” (facendo cioè zapping). Mi imbattei nelle scene di un film appena iniziato (ancora scorrevano i titoli di testa) e decisi di dargli una possibilità. La storia era intrigante perché in primo luogo riguardava quel filone “immenso” che sono i viaggi nel tempo che, almeno a partire da H. G. Wells in poi (La macchina del tempo), intriga molti di noi (alcuni per niente, ma non tutti abbiamo gli stessi gusti…) e, in secondo luogo, aveva a che fare non propriamente con la fantascienza in senso stretto, ma con una realtà normale, che di colpo, nella finzione cinematografica, ci proietta nell’inatteso, nell’evento imponederabile che fa essere il/i protagonista/i altrove nel tempo (ma non nello spazio, perché il salto è solo temporale).

Queste le contingenze. Quindi passo al dettaglio, uno solo: ho cercato a momenti alterni, per anni, di rintracciare almeno il titolo di quel film, almeno una traccia. Non l’ho fatto sistematicamente, ma nei momenti in cui i ricordi, a tratti un po’ struggenti (magari dovuti ai postumi della malattia), di quel film “perso” si sono fatti più acuti. Questo è di nuovo uno di quei periodi e del film non sapevo nulla (regista, protagonisti) ma ricordavo che era una produzione “nordica” (sì ma: norvegese? danese? svedese?…) e soprattutto ricordavo che la macchina del tempo era costituita da una roulotte abbandonata in un campo, dentro la quale il protagonista stava in contatto col padre via radio, durante le lunghe assenze di quest’ultimo, imbarcato come ufficiale telegrafista su una nave della Marina. Poteva essere sufficiente?

Stamattina ho riprovato e… ci sono riuscito. Non era possibile che non trovassi più nulla di questo film! E infatti mettendo sul motore di ricerca per eccellenza (Google) “macchina del tempo/time machine roulotte film” ho addirittura trovato una voce Wikipedia in italiano che ne parla, questa, segno che il film, lungi dall’essere un “B movie” e quindi caduto nel dimenticatoio della messa in onda sulla tv pubblica italiana in un’unica occasione di un giorno X di un anno Y, ha un certo valore (sulla voce Wikipedia sono indicati anche alcuni premi – magari piccoli – che la pellicola ha vinto).

Insomma: una piccola soddisfazione (bastava forse cercare nel modo giusto…), a cui come prossimo passo sarebbe da aggiungere la possibilità di recuperare il film, ma dove? Sul web non ve n’è traccia e davvero in questo caso non saprei da che parte cominciare. Intanto per oggi, dopo anni, mi accontento di essermi levato il periodico assillo e la periodica nostalgia per qualcosa che era andata persa nei meandri della giovinezza e di un tempo definitivamente passato, per tacere della possibilità di ogni “macchina del tempo” presunta o reale.

La trama, che tanto mi intrigò in quel pomeriggio di moltissimi anni fa, adesso, raccontata su Wikipedia, mi pare anche un po’ “sempliciotta”, ma forse alla fine quello è un film per ragazzi, visto che protagonisti sono dei ragazzi che nel tempo fanno avanti e indietro.

Ah: sul web ho ritrovato anche la locandina…

locandina del film "Il miracolo di Valby"

Locandina del film “Il miracolo di Valby”

 

L’ultima volta

Ci sono episodi che sono sassate. Sassate che ci risvegliano di colpo da un torpore nel quale eravamo caduti, pur consapevoli di tutto e, soprattutto, del tempo che passa. Per chi ha figli la misura del tempo che passa sono loro. Per chi non li ha (avuti o ancora avuti…) la questione si fa più vaga, perché i riferimenti lo sono. Poi può sempre succedere che un genitore o un caro venga meno e quello diventa un’altra tacca su cui misurare questo tempo che scorre, ineluttabile.

Oggi per me la “tacca” – non drammatica per fortuna, ma non meno traumatica – è stato il congedo dal mio barbiere storico, Domenico o anche, per gli amici, diminuito con la classica troncatura: “Domè”. Non sono in grado di fare i conti precisi, ma credo di essere andato da lui sin dalla mia (im)maturità di giovane adulto, intorno ai vent’anni. Se anche fossero 22, oggi sarebbero 30 anni che vado da Domè a “farmi i capelli”, come si dice dalle parti di Massa, in una espressione curiosa e forse più comprensiva e benevola di un riduttivo taglio (“mi sono tagliato i capelli”, ma dal barbiere non si va solo per quello, soprattutto quando ne hai pochi, sempre meno, e c’è poco da tagliare…).

Così, mentre ero alla poltrona alla domanda di rito (ma non retorica, dopo trent’anni) “come va?”, la risposta è stata semplice e secca: “non benissimo, qualche acciacco fisico che mi affatica: a fine anno chiudo”. Non sapevo cosa dire, ma ho realizzato che era l’ultima volta che Domè mi tagliava, anzi: mi “faceva”, i capelli. Mi ha visto, con costanza, nelle stagioni più importanti della mia vita; mi ha visto con venti chili in meno, dopo il grave incidente in moto che ho avuto; mi ha visto a poche ore dal matrimonio, per la sistemazione di capelli e barba – quest’ultima non me la sono mai fatta fare da nessuno, prima di allora (e mio padre mi raccontò una volta che anche lui fece lo stesso). E adesso è tutto finito. Così come iniziò un giorno di molti anni fa, dentro quella bottega che è rimasta sempre la stessa.

Tale e tanta era la confindenza che ci sono andato anche quando abitavo a Torino e coglievo l’occasione dei miei rientri a casa dei miei, per una “sforbiciata”. So che tutto questo può sembrare di scarsa rilevanza e forse anche assurdo, soprattutto in un mondo come il nostro, in cui tutto cambia, e cambia alla svelta. Ma oggi mi sento orfano. Orfano di barbiere. Orfano di quel testimone (e forse “custode”) involontario che Domenico è stato della mia vita.

Così per ricordarmi di questo momento di congedo, gli ho chiesto a bruciapelo una foto, questa, al suo “posto di combattimento”. Ciao Domenico, buona vita, e grazie delle chiacchiere – e non meno dei prezzi, che hai sempre voluto tenere popolari.

Domenico, il barbiere

Domè, il mio barbiere…

Nostalgia di Luca

La mente, soprattutto quando si tratta di ricordi (che, dicono gli specialisti, sono in realtà ricordi di ricordi), fa strani percorsi. Stamattina, domenica mattina, leggevo il Diario degli errori di Ennio Flaiano, un insieme di pensieri sparsi su viaggi, impressioni che da questi viaggi sono scaturite, ecc. Tutte riflessioni molto brevi, spesso meno di una paginetta e quasi sempre pochi, fulminanti, righe – questa, in generale e senza ombra di dubbio, tra le grandi qualità di un grande scrittore. Vale la pena riportare quella numerata con il [103] dell’edizione Adelphi in mio possesso:

Freddo e vento sul Boulevard de Clichy. Le baracche dei giochi sono deserte. Una soltanto mi sembra affollata e un tiro alla carabina, senza premi, acconciato come un palcoscenico. Con cinquanta franchi si sparano dieci colpi e si possono mettere in moto, colpendo il bersaglio (un puntino rosso), varie scene di burattini. Sono scene di supplizi. C’è il capestro, la decollazione, lo squartamento, la fucilazione. Basta colpire il centro di ogni quadretto e la scena si anima per qualche istante in un balletto macabro e legnoso. Il condannato viene preso, impiccato, i frati levano le croci al cielo, il boia toglie lo sgabello, ecco il burattino che precipita in un sacco. […]

La descrizione della scena va avanti con dovizia di particolari e le conclusioni che Flaiano ne trae sono interessanti: «La morte in Francia è una cosa che può essere data dallo Stato, è quindi nella mitologia popolare, forma il fondo della serietà dei giovani, che ci scherzano sopra, ma vogliono vedere come funziona».

Questo pezzetto mi riporta alla mente quel me stesso bambino che ha visto – o crede di aver veduto, chi lo sa – durante la propria infanzia, a qualche fiera, di quelle di paese, di quelle con le giostre e lo zucchero filato di quando ancora stavo a Pinerolo, una di queste “macchine” in cui si mette alla prova la propria mira. Una delle tante, tantissime cose che dal passato sono state inghiottite nel silenzio. Chi adesso spara non lo fa più per scherzo o per mettersi alla prova, ma forse va ad allenarsi in un poligono. Non so se ci siano motivi precisi per questo, ma sta di fatto che questa storia della carabina che, se si centra il puntino rosso, mette in moto “qualcosa” mi ha riportato prepotente alla mente un tipo speciale di questo “gioco” per cui, centrando il bersaglio (puntino rosso o altro che sia) al protagonista, in premio, veniva scattata un’istantanea. Questa è esattamente l’immagine di un copertina di un libro molto bello, Piove all’insù di Luca Rastello – qui di seguito la copertina del libro.

la copertina del libro "piove all'insù"

La copertina del libro “Piove all’insù” di Luca Rastello.

Luca mi disse – ma tra gli amici, anche quelli meno intimi, come lo ero io, questo non era un mistero – che il tizio nella foto, con la carabina in mano, che aveva appena fatto centro, era suo padre. Gli anni erano quelli: Flaiano scrive quell’appunto di diario nel 1958 e la foto del padre di Luca è, anno più anno meno, credo di quel periodo, almeno a giudicare dall’eleganza nel vestire. Così ho chiuso il libro di Flaiano e ho pensato a quanto Luca mi manca. Non avevamo rapporti continuativi, ma il tempo che ci siamo frequentati di persona, quasi sempre a casa sua in via Nizza, è stato un tempo intenso, forte, di confronto. Ancora una volta un fratello maggiore che, seppure con le intermittenze del caso, sapeva essere “stella polare”, sapeva dire da che parte era preferibile andare lungo i sentieri accidentati che la vita ci pone continuamente di fronte. Chissà se fosse ancora qui quanto ancora avrebbe detto e scritto, quanto ancora avrebbe “distillato” per noi – suoi lettori, ma in qualche caso speciale anche suoi amici – il sapere che faceva da bussola in primo luogo per lui. Senza però dimenticare l’ironia con la quale vedeva se stesso, il gusto della narrazione, grazie alla quale veniva naturale abbandonare orologi e telefoni cellulari da qualche parte, per dimenticarsene volutamente e poi ritrovarli meravigliati di essere stati così tanto assenti, assorbiti, come solo una volta – quando i cellulari non c’erano – si poteva essere. E con Luca era sempre tutto tempo guadagnato, si aveva sempre l’impressione di portare a casa qualcosa, spesso un regalo in forma di narrazione.

Mi manchi Luca e se manchi a me, che pure sono passato di sfuggita nella tua vita, non oso pensare a quanto manchi a persone con le quali hai condiviso di più. Un abbraccio, a te che hai promesso l’ultima volta – te lo ricordi? – che saresti andato solo dietro l’angolo, forse memore di quel Pessoa che diceva: «La morte è la curva della strada, morire è solo non essere visto».

 

 

Il sogno americano (statunitense)

Oggi sono andato a fare un salto a casa dei miei. Ero un po’ in ritardo sui tempi e quindi, in auto, ho preso l’autostrada. Su spotify (ah, tutta la musica a portata di dita…) avevo su un grande classico della musica statunitense: Born in the USA di Bruce Springsteen di cui amo – come sonorità e tono di voce del cantore della working class statunitense – una canzone in particolare, Downbound train (di cui trovo molto bello questo live del 2013 a Londra). Più che essere un sogno, almeno dal testo della canzone, quello americano sembra un incubo, così come lo è il molto più recente film – sempre su una delle tante realtà USA – Nomadland, ma tant’è.

Riflettevo sul fatto che il sogno statunitense alla fine forse è tutto sommato “economico” per chi lo vive: avere la possibilità/libertà – ancora una volta? ancora una volta… – di correre con la propria auto su una autostrada deserta, che se fosse una highway forse sarebbe anche meglio. Chi mi conosce sa che ho un rapporto piuttosto conflittuale con quel paese, fonte di molti mali, ma anche capace di grandi “sfaccettature”, molto diverso dalla classe politica che lo governa (anche se questo è vero praticamente per ogni luogo del mondo, credo). A chi ne gode, alla fine, il sogno costa poco: qualche litro di – sempre più costoso – carburante (nel mio caso gasolio), un’auto in ordine, le condizioni stradali ottimali e si ha l’illusione di arrivare ovunque nel tempo di una canzone o poco più. Chi invece il sogno lo “paga” e lo subisce, sa che tutto questo costa molto di più, in termini di distruzione e di accaparramento delle fonti energetiche, con tutto quello che questo sta a significare. Ma di questo ho discusso a lungo, altrove.

Al ritorno un’altra canzone che ha fatto la storia della mia adolescenza è andata su “in automatico”: Tunnel of love dei Dire Straits, un altro grandissimo classico per me. E qui, davvero, in certi momenti, la suggestione è invece che l’intera vita possa trascorrere sulle note di una singola canzone, pur lunga, come questa.

Certe cose si ha l’illusione di afferrarle non con l’intelletto, ma con le orecchie, ascoltando canzoni…

Generale Lee, l'auto del telefilm "Bo & Luke"

Il “Generale Lee”, ovvero una Dodge Charger R/T l’auto del telefilm “Bo & Luke” (copyright immagine: CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=756140)

 

When we were kings, quando eravamo re

La recente ripubblicazione del reportage di Norman Mailer (The fight, La nave di Teseo, 2022) sullo storico – o forse dovremmo dire epico – incontro di boxe tra Gorge Foreman, imbattuto campione del mondo dei massimi, e Muhammad Ali, sfidante dalla parlantina veloce almeno quanto il gioco di gambe, riporta alla mente un’altra meritoria iniziativa editoriale di Einaudi: un cofanetto che conteneva un libro e una videocassetta dal titolo, appunto, Quando eravamo re (pubblicato nel 2000).

copertina del libro "The fight"

“The fight” di Norman Mailer

Nella cronologia accelerata cui la tecnologia ci ha sottoposto, la videocassetta tradisce la collocazione storica dell’iniziativa e testimonia quanto è stata importante nella cultura popolare la boxe in quegli anni. Se infatti lo storico incontro di Kinshasa è avvenuto nel 1974, non possiamo dimenticare che il primo Rocky è andato nelle sale cinematografiche nel 1976, attingendo a piene mani da quel mondo – basti ricordare che la tecnica del trash-talking, ovvero del denigrare pubblicamente l’avversario, così messa bene a punto da Ali nella realtà proprio contro Foreman (ma anche contro altri prima di lui), è stata mutuata di peso da quel primo terribile avversario di Rocky Balboa, Apollo Creed.

Parliamo di un’epica del pugilato cui senz’altro hanno contribuito penne come quella di Mailer che, nel suo reportage di cronista sportivo e pugile dilettante, ma con un retroterra da scrittore vero, mescola sapientemente la cronaca di quella sua trasferta nella magia dell’Africa nera – non infrequenti nel reportage le digressioni su quel mondo: dalla filosofia bantu a quanto il sovrannaturale sembri dominare, almeno come suggestione, tangibilmente ciò che accade – e la scansione degli eventi. Perché davvero, a un certo punto, sembra accadano delle magie: un Ali che sembra fuori forma, che sembra capace solo di dar fiato alle trombe, in modi che arrivano a essere petulanti e fastidiosi, si contrappone alla figura irraggiungibile di Foreman, il campione, “tutto ventagli e silenzi” (direbbe Paolo Conte, in un’altra suggestione, con parole destinati ad altri miti, sempre coloured e, curiosamente, con un immaginifico riferimento alla boxe – la citazione per intero è: “Ecco Duke Ellington, grande boxeur, tutto ventagli e silenzi…”), il campione che usa il silenzio e la concentrazione come forma di autocontrollo per tenere a bada il suo cuore di tenebra con cui, se gli desse sfogo, sarebbe capace di uccidere il proprio avversario. Un campione che non parla ma che, a beneficio di giornalisti e reporter, in una sessione di allenamento al sacco, dice Mailer, tira non meno di 600 pugni che arrivano come treni, spostando saccone e allenatore. Perché in quella follia psico-fisica cui bisogna giungere prima di un incontro a quei livelli conta non solo la forza, ma la resistenza, perché non si sa come andrà l’incontro. Se l’avversario è un osso duro bisogna arrivare in fondo, alle 15 riprese (solo un anno dopo, nel terzo incontro con Joe Frazier, The Thrilla in Manila, i contendenti saggeranno la resistenza di quella maratona, in uno dei match più cruenti che la storia della boxe abbia avuto: Ali avrà la meglio ai punti, per il ritiro di Frazier all’ultimo round, ma confesserà che se non lo avesse fatto Frazier, si sarebbe ritirato lui perché pensava seriamente che sarebbe morto) e allora la resistenza del maratoneta conta sopra ogni cosa, così come conta lo stato di grazia mentale, conta “la testa” e ciò che la testa dice di fare al corpo, in una comunicazione continua tra la neocorteccia della razionalità e gli strati più profondi, rettiliani, che sentono l’odore del pericolo, della morte e vogliono sfuggirgli con tutti i mezzi possibili.

Così Ali, nonostante queste premesse non proprio a suo favore, compie il miracolo. Con grande senso tattico cambia la tecnica annunciata e anziché danzare – come ha dichiarato fino a cinque minuti prima negli spogliatoi (“andiamo a ballare!”) e ha mostrato sul ring, facendo esercizi di gambe e saltelli continui come fossero una dichiarazione di quel “Pungi come un’ape, vola come una farfalla” – si fa presto mettere alle corde da Foreman. Fa, insomma, una cosa che nessun pugile dotato di buon senso farebbe, perché essere alle corde, confinarcisi volontariamente, significa diventare quel saccone a cui Foreman dava i suoi 600 pugni, sebbene anche la parola “pugno” non renda l’idea, tanto che lo stesso Mailer parla più propriamente di “mazze” e “clave”. Ali assorbe, ma appena c’è uno spiraglio, anche se ha deciso di non volare come una farfalla, il pungiglione dell’ape si fa sentire, centrando spesso il volto di Foreman. C’è poi un codice non scritto che fa parte delle regole base del pugilato e consiste in questo: se si è destrimani il destro, il diretto destro, si usa solo quando si capisce cosa fa l’avversario, solo quando si è sicuri di sapere che il colpo andrà a segno, perché la posizione della boxe con cui si affronta l’avversario (la “guardia”) fa sì che il braccio più avanzato sia il sinistro. Usare il destro significa spingere con la gamba più arretrata (la destra) ed effettuare una torsione in avanti con busto per portare il colpo, esponendosi a propria volta all’attacco dell’altro che, se riesce a schivare il colpo, potrebbe fare molto male. Ali contravviene sin da subito a questa regola e, prima dello scadere del primo minuto del primo round, centra con un destro secco un Foreman che, oltre a rimanere stordito dal colpo, all’inizio sembra esserne del tutto sorpreso. Nessuno gli aveva mai fatto una cosa del genere, nessun rivale, negli oltre 40 incontri disputati fino ad allora, aveva “osato” tanto.

Non andremo oltre nella cronaca dell’incontro che si può gustosamente leggere in questo libro, così come, grazie a quello scrigno che è YouTube, si può rivedere l’incontro a Kinshasa (all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=55AasOJZzDE). Sta di fatto che Ali compie quella specie di miracolo cui accennavamo: sul ring si invertono le parti e Ali che sembrava fuori forma mostra una resistenza incredibile, boxando meglio dell’avversario sulla distanza; Foreman invece sembra stancarsi senza appello, sembra a un certo punto andare in riserva di energie, fino ad arrivare al ko dell’ottava ripresa.

Il mondo tifava Ali perché Ali, lo sappiamo, era un personaggio capace di far discutere di sé: aveva voluto l’incontro in Africa – “terra delle origini”, ancorché in quello Zaire governato dal discutibile Mobutu – era stato renitente alla leva, con quella lapidaria (e leggendaria) frase con la quale si rifiutò di partire per il Vietnam («Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro”») che gli costò il titolo mondiale, vinto a 22 anni contro quel rullo compressore che era Sonny Liston, un altro pugile che faceva paura – e al giovane Ali, ancora Cassius Clay all’epoca, ne aveva fatta.

Insomma siamo di fronte a storie quasi “mitologiche”, lontane dalla modernità in cui, in almeno un caso, un pugile arrivò, nel lontano 1997 a “masticare” l’orecchio dell’avversario (Tyson vs. Holyfield).

Rientri poco intelligenti

Capita di essere “poco intelligenti” (uh, l’intelligenza che parola! Da quando la tecnologia e il corrispondente anglismo smart sono entrati nella nostra vita, mi pare di essere diventato ancora più stupido…), soprattutto quando ci si mette in auto quando tutto il mondo si mette in auto. L’abbiamo fatto ieri, di ritorno da Catania: bollino rosso, l’avevano detto, strade intasate ovunque e non abbiamo saputo fare di meglio. L’unica cosa un po’ meglio che abbiamo fatto è stata partire presto: alle 5,30 eravamo già in auto e alle 7 sopra il traghetto che ci riportava “in continente”, ma non è stato sufficiente e siamo comunque caduti nella trappola della A1, con migliaia di auto e autogrill presi d’assalto (ah, la “sostenibilità”, che chimera!)…

Ci sono due immagini che mostrano la sottile ma fondamentale differenza tra “paradiso” e “inferno” e su come facilmente uno si possa trasformare nell’altro. Magari le immagini le conoscete, ma vale la pena descriverle nuovamente. In una si mostra un banchetto con ogni ben di Dio da mangiare, ma i commensali si dannano perché le posate, con cui è in qualche modo obbligatorio mangiare, hanno manici spropositatamente lunghi, così che è praticamente impossibile portarsi il cibo alla bocca: coltelli, forchette e cucchiai sono lunghissimi e se si tenta di rivolgerli verso di sé non se ne cava nulla. Un vero inferno insomma, dove il supplizio consiste nell’essere di fronte a tutta questa cornucopia di cibo ma non poterne godere. L’altra immagine è il paradiso e la scena si ripete identica, solo che anziché tentare ognuno di imboccare se stesso, con posate così lunghe si vedono i commensali imboccare gli altri commensali: questo perché con le stoviglie così fatte si raggiungono molto più facilmente le bocche altrui e diventa molto più facile soddisfare i reciproci bisogni, i reciproci gusti, eccetera.

Questa parentesi per dire che l’inferno siamo noi e sono gli altri. Nella fattispecie sono coloro che non vedono al di là del proprio naso, che tentano di “imboccare se stessi” a ogni costo e sembrano autistici, che degli altri che hanno intorno – delle migliaia di altri che hanno intorno, su un’autostrada… – se ne fregano. Così accadono le solite “scenette” dettate dall’esasperazione, con gente che sorpassa a destra (l’ho fatto anch’io? Sì su oltre mille km di strada l’ho fatto anch’io un paio di volte) perché chi sta in corsia di sorpasso ci “campeggia” a velocità che sarebbero da corsia di destra, con il risultato che le corsie di destra sono semivuote e tutti intasano quella di sorpasso senza sorpassare. Oppure accade che ci si debba fermare per una sosta pipì e rifornimento. L’autogrill preso, come gli altri, d’assalto. Auto ovunque, code ovunque, anche per il rifornimento. Ci si mette pazientemente in attesa, in fila dove la pensilina del distributore è configurata, come quasi tutti i distributori del patrio suolo, con due pompe affiancate l’una all’altra, su ogni lato. Davanti a me una 500 XL, uno di quegli orribili obbrobri che girano sulle nostre strade, insultando il buon nome di quella 500 di tanti anni fa che rivoluzionò la mobilità del nostro Paese. Talmente ipertrofica che nonostante io abbia una Golf, non riesco a vedere oltre. Sporgendomi dal finestrino però vedo le due pompe allineate e vedo anche che il proprietario si ferma alla prima che incontra, lasciandomi fermo fuori dalla pensilina. Gli chiedo se può andare a quella dopo, ma sembra non capire. Poi mi dice che a quella davanti a lui c’era ancora qualcuno (che però stava finendo). Uno dei ragazzi che lavora freneticamente al distributore e gli toccano pure le mansioni del vigile urbano a un certo punto (pochissimo dopo questa conversazione) infatti mi fa cenno di andare avanti, così infilo la prima, “soprasso” la 500 e mi piazzo sulla pompa libera. Riesco a fare rifornimento e a pagare che loro sono ancora lì e mi chiedo: perché? Perché non si riesce a guardare oltre il proprio naso? Perché se hai finito di sorpassare o se a una velocità tale da stare in corsia di destra non ci vai e liberi spazio per chi ha un’andatura più sostenuta? Non si capisce, se non spiegandoselo con un egoismo al massimo grado, perché stiamo parlando di fare tutti insieme una cosa (“essere su un’autostrada per tornare a casa”) e di rendere, ognuno per la sua parte, il viaggio più confortevole e sicuro per tutti senza esasperare gli animi. E invece se si può far peggio lo si fa, senza riguardo per gli altri.

Fine della lamentazione e inizio di quelle piccole soddisfazioni spicciole che consistono nel sentire ancora una volta di aver fatto un acquisto azzeccato. Da meno di un anno infatti ho sostituito la mia vecchia BMW con una VW Golf 7 con cambio DSG (dopo 34 anni di patente sono stufo di cambiare: questi cambi automatici sono ormai raffinatissimi e fanno meglio di qualunque essere umano…). Questo è stato il primo vero “test”: quasi 4mila km in 18 giorni, spesso con temperature elevate ed elevatissime (scendendo verso sud il 4 agosto all’altezza di Orvieto il termometro segnava 40°), su strade non sempre “buone” (il giro Bagheria, Gibellina, Selinunte ha messo a dura prova gli ammortizzatori…). Nonostante le temperature, il traffico, le strade e tutte le variabili del caso, ho tenuto una media dei 18,6 km/l, di cui non mi lamento (e chi mi conosce sa anche che tendenzialmente non vado piano…). Non male.

Leben (und Erleben… und Tod)

Del tedesco – che pure dilettantescamente studiai in anni passati, affascinato da questo trasloco culturale della filosofia che, dopo aver parlato greco (antico) di fatto si trasferì in Germania (insieme alla fisica…) – non ricordo praticamente nulla, salve qualche folgorante assonanza di termini, di etimi, come quello del titolo. Leben è “vita” ed Erleben (che sembra contenere la stessa parola nel suo interno) è esperienza.

Di fatto quindi non si dà vita senza che vi sia esperienza che la sostanzi (senza che vi sia un “esperire”, in quella accezione peculiare che anche nella nostra lingua ha il termine) così come è possibile dare una lettura dell’equazione in senso contrario: senza (fare) esperienza (/esperire) non c’è vita.

Forse la più alta vetta poetica di questo concetto la si ritrova in un celebre brano di (guarda caso, un tedesco!) Rainer Maria Rilke, e in particolare nel celebrissimo «I quaderni di Malte Laurids Brigge». Rilke fa scrivere al suo alter ego una riflessione sul fare poesia, che è poi una riflessione sulla vita:

Bisognerebbe saper attendere e raccogliere, per una vita intera e possibilmente lunga, senso e dolcezza, e poi, proprio alla fine, si potrebbero forse scrivere dieci righe valide. Perché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si acquistano precocemente), sono esperienze. Per scrivere un verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna capire il volo degli uccelli e comprendere il gesto con cui i piccoli fiori si schiudono al mattino. Bisogna saper ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e congedi previsti da tempo, a giorni dell’infanzia ancora indecifrati, ai genitori che eravamo costretti a ferire quando ci porgevano una gioia e non la comprendevamo (era una gioia per qualcun altro), a malattie infantili che cominciavano in modo così strano con tante profonde e gravi trasformazioni, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare soprattutto, ai mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano assieme alle stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto questo. Bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate. E ancora avere ricordi non basta. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza d’attendere che ritornino. Perché i ricordi in sé ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, anonimi e non più distinguibili da noi stessi, solo allora può darsi che in una rarissima ora si levi dal loro centro e sgorghi la prima parola di un verso.

Sono parole formidabili, che, a proposito di ricordi, io ho dimenticato (ma poi, come si vede me ne sono ricordato), ma che forse dovremmo trascrivere su un pezzo di carta e mettercele, che ne so, dentro il portafoglio, in mezzo alle banconote, come antidoto alle banconote stesse, usate per lo più per acquistare oggetti (quindi, come dice saggiamente una mia giovane cognata: “meno oggetti e più esperienze”).

Ma c’è una cosa curiosa che riguarda la mia famiglia – perché queste parole che ho cercato e ritrovato sono riaffiorate alla mia memoria nei giorni scorsi durante l’ultima visita ospedaliera a una mia zia, novantunenne, sorella più anziana di mio padre. Una cosa curiosa che riguarda proprio queste esperienze («Ma anche accanto ai moribondi bisogna esser stati, bisogna essere rimasti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori a folate») che la mia famiglia – nella fattispecie nella figura di mio padre, suo fratello – non vuole e non ha voluto fare, dicendo che preferiva ricordare la sorella com’era nei giorni prima del ricovero quando, ancora lucida, era a casa (il ricovero è avvenuto per un attacco ischemico). Comprensibile e forse anche condivisibile: ognuno a certi eventi luttuosi reagisce come sa e come può.

L’ultima parola che in tedesco sta in questo titolo è infatti “morte” e sta in contrapposizione alla “vita” e al suo “fare esperienza”. Mia zia è morta questa mattina presto. Una morte “annunciata” ieri dal collasso di alcuni organi che hanno smesso di funzionare. Non so se la mia scelta di andarla a trovare in ospedale un’ultima volta – che si contrappone a quella di mio padre – vada nella direzione della vita, del fare esperienza nel senso descritto da Rilke, ma la visione di questa donna con la quale non credo di essere riuscito a comunicare (io con la mascherina FFP2, lei con la mascherina dell’ossigeno, in uno stato di coscienza non chiaro) non mi ha sottratto nulla, anzi.

L’esserci guardati ancora per qualche momento negli occhi (avrà capito? sapeva dov’era? sapeva chi ero?), percepire il suo battito cardiaco accelerato credo sia stato importante per me; non so dire se di conforto, pur minimo, per lei. So che provava affetto nei miei confronti, io che porto il nome di suo padre. Poi c’è questo particolare, il particolare di un tempo che fu. Antico, che mi riporta al mio essere bambino. Mia zia è di quella generazione di donne (e prima di lei, sua madre, mia nonna) che usava portare i capelli lunghissimi. E se dico lunghissimi, intendo proprio lunghissimi, ma che ovviamente nessuno di noi ha mai visto sciolti, perché in pubblico vigeva – ed è sempre stata in auge – la “crocchia”, o chignon. Ho il vago ricordo – talmente vago che non so dire se fosse mia zia o mia nonna! – di bambino, di una volta che assistetti, per puro caso, a un lavaggio di chioma che fu, si può immaginare, piuttosto impegnativo. Ero impressionato da quella massa così lunga e voluminosa che, una volta attorcigliata, non sembrava affatto potesse nascondere una tale cascata di capelli.

Ecco, nel trambusto ospedaliero, nell’urgenza del momento, nelle cure che pure si devono e si danno a persone nella sua condizione, lo chignon aveva perso la sua forma e i capelli stavano poggiati sul cuscino, sciolti, su un lato, mitigando quella specie di austerità che la regola sociale imponeva, lasciando così trasparire una fragilità, una sorta di “nudità”, nell’abbandono che tutti abbiamo di fronte alla morte, quando arriva il nostro momento.

 

La conoscenza ridotta a opinione

Il titolo di questo post è di fatto il sottotitolo di un libro, curato da Marco Ferrazzoli e Francesca Dragotto, cui ho avuto il piacere e l’onore di partecipare con un capitoletto. Il titolo del libro, per completezza d’informazione, è “Parola di scienziato” e si trova (ancora) qui. Si tratta di un libro che avrebbe dovuto avere, secondo il mio modestissimo parere, maggiore diffusione perché l’argomento, da quando è stata teorizzata la scienza “post-accademica” esattamente vent’anni fa (almeno in Italia) da Pietro Greco (trovate il suo contributo liberamente scaricabile dalla rivista JCOM a questo indirizzo – anzi, se cliccate, vi ritrovate il PDF direttamente sul vostro computer…), è ciclicamente all’ordine del giorno: in un mondo in cui tutti sembrano essere esperti di tutto, in cui c’è un livellamento orizzontare dell’informazione che mescola verità dimostrate a mezze verità a illazioni a fake news e a quello che altro vi pare, è sempre più difficile entrare nell’agone della corretta informazione soprattutto sembra sempre più difficile riconoscere i diversi ruoli che gli attori dovrebbero avere su questioni delicate che riguardano tutti noi.

Dimostrazione ultima, in ordine di tempo, di questa “riduzione a opinione” della scienza è l’episodio avvenuto nella puntata del 7 giugno scorso della trasmissione “Cartabianca”, condotta da Bianca Berlinguer (e visibile ancora su RaiPlay, se si ha un account, a questo indirizzo) nel cui palinsesto, negli ultimi venti minuti, sono stati ospiti del “salotto” Luca Mercalli, Elisa Isoardi (in studio), Francesco Borgonovo e Matteo Bassetti. A parte la conduttrice quindi si trattava di una parità: due scienziati (Mercalli e Bassetti) e due giornalisti (Isoardi e Borgonovo).

Penoso e lungo il racconto della dinamica con cui si sono svolti i fatti, ma deprimente constatare che questa segue sempre lo stesso schema: Borgonovo, giornalista privo di ogni nozione metereologica o/e climatica esordisce con il più trito dei luoghi comuni (“Ma qui a Trento, dove sono io, fa fresco”), come se la constatazione puntuale di un momento arbitrario potesse applicarsi a una qualche teoria secondo cui si può andare (impunemente) dal particolare all’universale. Continua quindi con incipit in cui afferma di “non essere competente in materia MA” bla bla bla, anche qui secondo uno schema già visto e un non sequitur per cui, secondo logica, se “non sei competente in materia” ciò che dovrebbe seguirne è che PRIMA ti informi e POI parli.

Ora: è facile individuare i punti sensibili di Luca Mercalli e, per estensione, quelli di chi cerca di parlare con cognizione di causa di argomenti sui quali si gioca il nostro futuro. Elenco per brevità quelli visti in trasmissione:

  • sforzarsi di fare dei ragionamenti compiuti ed efficaci che condensano anni di studio, pensiero, letture in una manciata di minuti e ad usum Delphini e, mentre si compie questo sforzo, essere interrotti dalla conduttrice che interviene su una questione “tecnica” dicendo a Luca che dovrebbe guardare più in basso nella telecamera. Forse della telecamera – mentre questo signore sta dicendo una cosa importante e si dovrebbe prestrare attenzione – non ce ne frega una beata mazza, ma questo diventa (volontariamente? involontariamente?) un modo come un altro per vanificare il messaggio: interrompere l’interlocutore per dire tutt’altro;
  • Borgonovo, che invece conosce bene le tecniche di lotta televisive e non gliene frega proprio niente delle ragioni degli altri, mette in piedi uno schema classico: quando ha la parola – che educatamente Luca NON gli toglie e non interviene mentre questo, che dice una marea di scempiaggini, le sta dicendo – compie un attacco frontale cercando di minare la credibilità altrui con epiteti quali “catastrofista” ecc. Però, siccome è un povero ignorante, non entra mai nel merito. Quando Luca replica alle sue punzecchiature (“anche l’IPCC è contestato” – che è una frase che non significa nulla) dimostrando che, anche da un punto di vista logico, gli mancano le basi, questo comincia il giochino snervante del “dare sulla voce” all’interlocutore, impedendogli, di fatto, di parlare.

Ammiro moltissimo, ma l’ho anche già scritto, chi riesce a esporsi pubblicamente perché le trappole sono sempre in agguato. Io non ce la farei perché la condizione sine qua non per un dibattito su posizioni che possono anche essere differenti è il fair play, è il “giocare corretto”, mentre questi furbacchioni – messi lì apposta come “arma di distrazione di massa” (la vecchia teoria dell’uomo di paglia…) – appena scatta il gong e la regola del pugilato televisivo imporrebbe di non colpire sotto la cintura, la prima cosa che fanno è darti un calcio nelle palle. E se fai così allora smetto di giocare, esattamente come ha fatto Luca, andandosene dal “dibattito”. Anche questo atto estremo però purtroppo viene percepito non come dissenso da regole che non si condividono, ma come una forma di “debolezza”: te ne vai perché non hai il coraggio di (o meglio: non sai e non vuoi) giocare al loro gioco che è diverso dal tuo, semplicemente perché le regole sono diverse.

Insomma: Luca Mercalli è stato fin troppo paziente, ha ascoltato tutte le scemenze che avrà ascoltato migliaia di volte, e poi di fronte all’ennesimo dar sulla voce, ha deciso sacrosantamente di andarsene, lasciando tutti lì come dei fessi, quali per altro hanno dimostrato di essere. Salvo il fatto che, a ulteriore dimostrazione della propria idiozia, Borgonovo si è permesso di rincarare la dose e metterla in burletta: “Mercalli si è surriscaldato”. Complimenti, l’atteggiamento degno di un bullo e l’ennesima dimostrazione che la conoscenza è ridotta a opinione, una tra le tante e che sembra avere valore come una tra le tante. Veramente una gran tristezza.