‘sti coreani!

«Cercare ostinatamente la verità e marciare verso ciò che è giusto è un processo infinito. Fermarsi, anche solo per un attimo, significa fallire. Marciare verso il cambiamento è come avere due aghi ai piedi con un filo invisibile che ti segue e non si ferma mai mentre continui a marciare. Con la convinzione che un po’ di speranza sia migliore di un’immensa disperazione, andiamo avanti con costante determinazione ancora una volta.»

Questi “i titoli di coda” di una serie coreana – dal titolo un po’ anonimo, Stranger, e per altro confondibile molto facilmente con un’altra serie sempre presente sulla piattaforma Netflix, The Stranger, che però è un’altra cosa… – che ho finito di vedere qualche sera fa. Perché in un momento come questo, e forse anche nei momenti che seguiranno a questo, in cui sarà oggettivamente più difficile spostarsi in giro per il mondo, uno dei modi “virtuali” per vedere altri mondi e modi di vivere è quello, forse un po’ banale, di guardare delle serie televisive che da quei mondi lontani vengono. Per carità: la Corea (quella del Sud) è “Occidente”, a volte più occidente dell’Occidente come stile di vita metropolitano, e fin qui nulla di nuovo sotto il sole.

Ciò che a me però interessa sono le storie ed essendomi abbondantemente stufato di quelle statunitensi et similia – in cui, come ai bambini, si racconta che da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi; che i buoni, nonostante tutto, vincono anche se non hanno tante armi (perché quasi sempre di pistole e di ammazzamenti si parla) come i cattivi ma sono più intelligenti e buoni appunto, ecc. ecc. – vado spesso in cerca di storie diverse o, se non è possibile averle diverse, declinate in altre salse. E in effetti la storia di Stranger alla fine è una storia abbastanza normale: il protagonista è un procuratore che a causa di una malattia (tumore? non lo sappiamo) da ragazzino subisce una operazione al cervello, mantiene integre le proprie facoltà (anzi: quella della memoria diventa prodigiosa) al prezzo di una alessitimia che lo rende, appunto, un po’ strano o “estraneo” soprattutto nei momenti di convivialità.

Il suo alto senso della giustizia lo rendono inattaccabile e il potere – anche quello di chi è sopra di lui – in sostanza gli fa un baffo. Sembra sempre non aver nulla da perdere e questo, nella sua mitezza, ce lo rende simpatico perché è un “puro”, completamente fuori dai giochi di potere. Forse anche qui non c’è nulla di nuovo: che la corruzione sia connaturata al potere e non conosca latitudine non ci sorprende. Sorprende invece, soprattutto a noi italiani, il fatto che di fronte a una accusa – e nel caso del telefilm, praticamente sempre fondata – l’accusato, per prima cosa, vada in sala stampa, si scusi per il suo operato e per aver tradito la fiducia dei cittadini e, dopo profondo inchino, esca di scena. Sicuramente siamo sempre nell’ambito della finzione, ma per quanto io non sappia dire quale sia il grado di verosimiglianza con altre serie tv a noi più vicine (ho visto polizieschi finlandesi, inglesi e francesi la cui verosimiglianza c’era…), è pensabile e credibile che, nonostante tutto, nel Sud Est Asiatico questo senso della dignità esista. Come italiano rimango stupito perché dacché sono al mondo non ho mai visto in nessuna occasione fare una cosa simile (magari anche meno plateale) a un politico o a un alto funzionario. Di certo me lo avrebbe reso più simpatico e più vicino a quel mondo ideale che tutti vorremmo e spesso cerchiamo nella finzione televisiva.

Il poster di Stranger, tratto dall’omonima pagina Wikipedia inglese.

Maometto e la Francia

Dunque, sto leggendo un libriccino scritto non proprio benissimo (ma l’autore, non me ne voglia la categoria, è un informatico e il valore aggiunto sono le informazioni che il libro dà), ma interessante, questo. Il titolo può sembrare, soprattutto in prima battuta, un po’ drastico, ma le ragioni per cui si dovrebbe fare un atto tanto radicale vengono spiegate molto bene. In particolare c’è un capitoletto che parla dell'”effetto tribù” che i social media generano e di come gli asettici (e folli) algoritmi che ci profilano e ci fanno vedere alla fine solo ciò che ci interessa, accentuino questo fenomeno. Proprio in questo capitoletto è citato un altro libro che entra nel dettaglio di questa faccenda ed estende la questione a internet e non solo ai social media: un motore di ricerca come Google digitando le stesse identiche parole sulla sua oracolare bocca, è molto probabile mostri risultati diversi a seconda di chi sta digitando. Una cosa che mi sembrò curiosa all’inizio, ma che in effetti, ripensandoci, è in sé abbastanza inquietante. E’ come se, dice l’autore, facendo una ricerca su Wikipedia su Donald Trump venissero fuori schede diverse a seconda se si stia dalla parte dei democratici o dei repubblicani. Il libro citato è questo, ma siccome i libri sono diventati oggetti “usa e getta”, nonostante non siano passati moltissimi anni dalla sua pubblicazione (è del 2012), risulta introvabile anche su siti di libri usati come Libraccio o su e-bay. Vabbè, pazienza.

Uno dei messaggi importanti di questa lettura (e della lettura della sinossi di quello introvabile) è che – proprio perché siamo di fronte a una “profilazione tribale” in cui l’autorinforzo di come la pensiamo è a sistema – è necessario, per quanto possibile, sforzarsi sempre di allargare l’orizzonte e, a volte, questo accade senza che lo vogliamo.

La mia piccola attività editoriale fa capo a una associazione culturale, il cui nome sono le prime due lettere del mio nome (Lu) e le prime due del cognome (Ce). Ho quindi, banalmente da anni un indirizzo di posta elettronica su gmail che è: associazione-punto-nome dell’associazione-chiocciola-gmail.com. Si dà il caso che è (molto) probabile che esista un’altra associazione che abbia un indirizzo simile al mio ma senza il punto tra “associazione” e il nome dell’associazione. Curiosamente le mail a loro indirizzate arrivano, a volte, anche a me. Un po’ allarmato ho contattato Google: se tanto mi dà tanto significa che anche alcune mail che dovrebbero arrivare a me allora arrivano a loro! Mi hanno risposto – ma forse a rispondere era un’intelligenza artificiale… – rassicurandomi (?!?): tutto sotto controllo, le mail con le varianti (senza “.” tra nome e cognome, come nel caso mio) arrivano sicuramente a me che ho registrato quel nome col punto – anche se in linea di principio dovrebbe trattarsi di due indirizzi diversi. Insomma: non ne sono venuto a capo, ma sapete meglio di me che creare un altro e account e dire a tutto il mondo che fino a quel momento ti ha contattato lì (per carità: un mondo molto piccolo) è comunque oneroso (in termini di tempo) oltre che spiacevole. Quindi: speriamo bene. Questa digressione però mi serve per dire che mi sono arrivate, ancorché sporadicamente, mail dell’U.CO.I.I., l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia. Vi riporto l’ultima, una specie di comunicato stampa e una presa di posizione ufficiale nei confronti della Francia, di Macron e della polemica che è seguita alla decapitazione dell’insegnante Samuel Paty che ha mostrato le vignette del profeta Maometto realizzate dal giornale satirico Charlie Hebdo.

Il comunicato dell’UCOII

Ora: su questa faccenda si può dire tutto e il contrario di tutto. Noi, in quanto Occidentali, abbiamo degli imprinting e dei bias da cui, con difficoltà riusciamo a liberarci. Forse Macron sbaglia e rischia di strumentalizzare una questione molto più delicata di quel che sembra, ma quando vedo scrivere “Assumere gli alti valori della libertà di espressione per giustificare la bestemmia non va certo nella buona direzione” se da un lato mi sembra un pensiero condivisibilissimo, dall’altro mi fa pensare a quanti di questi “alti valori della libertà di espressione” ci siano in paesi in cui l’islamismo è radicato e radicale. Il ginepraio dei “se” e dei “ma” è molto vicino e finirci dentro significa dare inizio a discussioni infinite, quindi: mi fermo qui.

Di sicuro molte questioni andrebbero riviste e molta storia dovrebbe essere riscritta: molti dei miei concittadini occidentali – ed essere tali significa essere imbevuti di una cultura e di un entertainment (si pensi solo ai film di cassetta degli ultimi che fanno vedere l’islamico come fanatico e l’occidentale come portatore di valori come la democrazia…) va in un’unica direzione e fa sempre e solo vedere un lato della medaglia – si fermano alla superficie delle cose senza riflettere sui perché. Perché le torri gemelle? Perché da lì in poi ci fu un’escalation di attentati che hanno colpito un po’ di qua e un po’ di là dall’oceano? Si sono scritti interi libri e versati fiumi di inchiostro su queste faccende, ma per documentarsi – e per farlo bene e cercare di essere liberi nel farsi un’opinione – servono tempo ed energie. Spesso, quasi sempre, è molto più facile cedere ai richiami della tribù (complice il funzionamento della “macchina” internet…) fare di tutta l’erba un fascio (musulmano in linea di principio è diverso da arabo, come ebreo lo è da israeliano…) e pensare che questi siano dei fanatici.

Lo avrete capito: non sono qui per parteggiare su “chi ha ragione”, ma solo per mettere sull’avviso del fatto che siamo dentro a una bolla e in particolare dentro la bolla di chi la pensa come noi. Questo non unisce ma divide e impedisce di capire e comunicare con chi ha una storia, una tradizione diversa dalla nostra. E allora la mente torna a quella specie di seconda patria che per me è la Sicilia (mia madre è siciliana e mia moglie lo è – forse Freud avrebbe da dire molto su questo, ma soprassediamo…): visitando la magnificente Palermo non si può non imbattersi nell’itinerario arabo-normanno: ciò che rende magnificente questi edifici è proprio la contaminazione: nello stesso edificio (il duomo di Monreale) troviamo l’effige bizantina del Cristo pantocratore (una di quelle cose che di per sé ci lasciano già a bocca aperta) e, non lontano, in una delle colonne dell’elegante portico in stile gotico-catalano l’incisione di un passo del Corano in caratteri arabi. Un dettaglio dei mille che sono l’indice di quella contaminazione arrivata fino a noi. Certo ancora una volta si possono fare obiezioni (la prima che mi viene in mente è la riconvesione in moschea della (ex) Basilica di Santa Sofia da parte di Recep Tayyip Erdoğan – la cui biografia politica però si avvicina pericolosamente a quella di un dittatore…), ma credo sia necessario dare il buon esempio, laddove si può. Un esempio di inclusione che arriva da quasi mille anni fa.

Bianco, rosso e verdone

Ieri sera, stanco della proposta dei “soliti canali” – tra i quali comincio purtroppo ad annoverare anche Netflix – ho tirato fuori dalla cineteca, ormai tutta virtuale, un vecchio film: Bianco, rosso e verdone.

Confesso di non amare particolarmente la comicità di Carlo Verdone, né quella della “prima ora” (come in questo film) né quella successiva, ma debbo riconoscergli delle grandi qualità di attore e soprattutto, in questo film, la capacità di aver colto nel segno alcuni degli stereotipi nostrani.

La storia – anzi: le storie, visto che sono tre – le sappiamo e sono tutte accomunate dalla questione di esercitare quel diritto-dovere che è il voto elettorale. Una cosa che, almeno una volta, non moltissimi anni fa per altro, era presa con grande serietà dalla grande maggioranza delle persone, come dimostra l’infografica qui di seguito (che si ferma al 2013).

Questo film mi è particolarmente caro perché, mutatis mutandis, mi sono trovato, in momenti diversi della vita, in alcune delle situazioni descritte. Questa dell’importanza del voto, per esempio – con l’epico viaggio dell’emigrato Pasquale Amitrano che da Monaco di Baviera arriva a Matera con la sua Alfasud per andare a votare – mi ricorda l’occasione di molti anni fa (facevo ancora l’università ed era una di quelle domeniche dedicate allo studio…) in cui, assente un anziano amico, feci da “cavaliere”, andandola ad accompagnare al seggio, alla ancor più anziana madre che davvero sarebbe potuta essere, sicuramente per lo spirito anche se non per il fisico, la Nonna Teresa (Elena Fabrizi, una delle sorelle del mitico Aldo) del giovane Mimmo. Ebbene, trovai ad aspettarmi sulla porta questa novantenne minuta e coriacea vestita di tutto punto, come se dovesse recarsi a una cerimonia, a un evento importante. E aveva ragione, perché quello del voto, pur così bistrattato nella nostra modernità e nelle nostre “democrazie mature”, “democrature”, “democrazie-dittature”, sembra aver davvero perso ogni forza, dovuta alla delusione che spesso c’è tra la promessa di cambiamenti e i cambiamenti che non arrivano. Ma non voglio prendere questa china…

Il povero Amitrano poi – l’emigrante “express” che scende in Italia in un climax poco gradevole, al punto di vedersi sottrarre letteralmente sotto il naso, pezzo dopo pezzo, la preziosa Alfa Romeo (status symbol tutto italico e sinonimo “dell’avercela fatta” all’estero, magari male, ma di avercela fatta…) – mi ricorda da vicino uno zio ormai non più tra noi, il marito della sorella più anziana di mia madre. Pure loro costretti dalle vicende della vita ad emigrare dalla Sicilia a Mons, in Belgio, lui era solito “spararsi” senza soste Mons-Messina con un’auto “da pazzi” (almeno pari a quanto lo era lui…): una Renault 5 turbo, un oggetto sì “di serie”, ma che aveva le caratteristiche di una specie di proiettile su quattro ruote, di cui, io ragazzino, ero ovviamente ammaliato sebbene i ricordi siano piuttosto vaghi. Un altro dettaglio che avevo dimenticato vedendo il film è proprio la “doppia colazione” che Amitrano fa: la prima a casa con la moglie mangiando quei wurstel pallidi che ci fanno ancora oggi un po’ inorridire. La seconda al bar (con un caffè), dove, per un attimo sembra di essere in Italia (ma siamo sempre a Monaco) perché le scritte sono in italiano e si parla italiano – e se possibile dialettale. Ecco: questa ricostruzione non è frutto di fantasia. Accompagnai in più di un’occasione lo zio trasferito in Belgio, quando fummo suoi ospiti e mia zia si stava aggravando per una malattia che poi la portò alla morte: passare la porta del bar era come varcare una soglia spazio-temporale, dove le persone parla(va)no un dialetto che, nel caso specifico, riconoscevo come un generico siciliano (ma nella stessa Sicilia ci sono molte, moltissime inflessioni) per altro “cristallizzato” e stratificato secondo le regole di una lingua che lì non è più viva, se non “in serra”, in quell’ambiente artificiale e un po’ strano che era l’interno di quella piccola enclave di pochi metri quadri; gli arredi e le scritte italiane erano quelle di anni prima, ma tutto si era un po’ fermato e rallentato (parlo degli anni ’80, dove le comunicazioni erano più difficili, l’Europa aveva da venire così come la globalizzazione e internet non esisteva se non come “settore di ricerca”).

Infine c’è Furio. Beh, potete pure non crederci, ma pure io ho avuto, a mio modo, il “mio” Furio. Nella mia rocambolesca vita lavorativa, sono stato manager, responsabile macroregionale per l’ufficio stampa della più grande azienda farmaceutica del mondo. La macroregione comprende Val d’Aosta, Piemonte, Liguria e Sardegna. Avevo casa a Torino e non lontano da me stava il manager che coordinava il nostro gruppo sul territorio. Un “bravo ragazzo” torinese, ma con accenni alle caratteristiche esasperate che caratterizzano il personaggio del film – ed esasperanti al punto che, sempre nel film, si esplicitano con la necessaria “fuga per la sopravvivenza” della povera Magda. Ebbene, un giorno – per citare l’episodio più innocuo (ma posso assicurare che ce ne furono di non innocui e anche piuttosto antipatici) – in una delle pause durante le “riunioni strategiche” che tenevamo, il buon Francesco (nome di fantasia) aprì un foglio excel del suo portatile per mostrarci (con orgoglio ovviamente) dove avrebbe portato in vacanza la sua famiglia (composta da moglie e due figli, esattamente come quella di Furio) per i prossimi 10 anni. Ricordo che sorridemmo… preoccupati.

Perché alla fine Verdone, descrivendo e volutamente esagerando i tre archetipi delle sue storie, ci ha visto giusto: esistono i Mimmo, esistono i poveri Pasquale Amitrano che non dicono una parola in tutto il film (arrivando da un luogo in cui non parlano la lingua) e sproloquiano solo alla fine in un grammelot degno di Dario Fo, ma soprattutto esistono i Furio Zoccano da cui è necessario, come ci insegna l’attore-regista, diffidare e stare alla larga.

Amazon e “il manifesto”: il mistero di un e-book

Ieri mi è stato segnalato, in una chat su whatsapp, questo ebook: https://leggi.amazon.it/litb/B08JCMG8WL?f=1&l=it_IT&r=c744d6fb&ref_=look_inside
Le piccole-grandi contraddizioni sono sempre dietro l’angolo e, in primis, questa sta in coloro che hanno pubblicato l’instant e-book segnalato al link (Attenti ai dinosauri, curato da Luciana Castellina). Ho letto la premessa (della Castellina) al libriccino, in cui parla di “fede ambientalista” – e mi vien subito da pensare al fatto che tutto sia diventato “religioso”, nel senso deteriore del termine, se anche per l’ambientalismo si deve parlare di fede.
Ma, a parte questo, al solito ciò che mi sconcerta è il “mezzo”: la pubblicazione sembra essere su Amazon e DA NESSUNA ALTRA PARTE sul web (il link indicato infatti rimanda al sito Amazon). Quindi se si vuole acquistare e comprare questo e-book è necessario passare dall’azienda gestita da uno dei più grandi filibustieri e disintegratori del pianeta che troviamo nella modernità: Jeff Besoz.
A qualcuno di coloro che mi conoscono più da vicino credo di aver accennato il contenzioso avuto con Amazon per la mia piccola attività editoriale che avevo messo sul loro marketplace dopo regolare registrazione: dopo 3 mesi che mandavo libri, (1) con ordini di UNA COPIA alla volta (quindi corrieri che impazzano a destra e sinistra per 300 g. di libro); (2) con una specie di accordo capestro in cui si hanno 24 ore per mandare il libro stesso (o dire che non è disponibile) e (3) un pagamento “a babbo morto” del 49% sul prezzo di copertina (loro si tengono il 51%, non negoziabile! – così si fa presto a fare i soldi…), ebbene dopo 3 mesi così hanno sostenuto che non mi potevano pagare perché non emettevo fattura. Ma io non posso emettere fattura (nel form di iscrizione avevo messo il codice fiscale) perché il marchio editoriale fa capo a una associazione culturale che non può avere partita iva (quindi posso emettere ricevute ma non fatture). Sono andato alla Codacons e dopo un paio di mesi e qualche botta e risposta tra avvocati ho avuto quel che mi spettava (spiccioli per loro, eh, intendiamoci) e ho chiuso definitivamente il marketplace di Lu::Ce edizioni (anche se i miei libri lì si trovano ancora e la prossima mossa sarà fargli causa perché a chi cerca di acquistare lì sicuramente dicono che il libro non è più disponibile – l’accordo commerciale con me è saltato – mentre invece lo è, e in questo modo mi danneggiano…) e a livello personale su Amazon non compro più neanche uno spillo da anni.
Questo solo per dire che si parla di ecologismo, di buone pratiche, buoni propositi ecc. e poi si cade sulla “buccia di banana” della “comodità”: essere su Amazon dà visibilità, è comodo, tutti comprano lì – facile no? Ragazzi la vedo davvero in salita se vogliamo cambiare realmente le cose!!!
PS: cercando meglio scopro che l’e-book si trova in effetti anche sul sito del “manifesto” (per altro a un prezzo decisamente inferiore di quello a cui è venduto su Amazon – te pareva? – a questo indirizzo: ), ma (1) il fatto che abbia dovuto impiegare 10 minuti buoni a trovarlo e a impegnarmi perché non compare nei primi risultati di Google, ma ci sono arrivato attraverso le immagini, la dice lunga… e (2) il libro viene indicato come “novità” anche se è già “non disponibile” (vedi immagine qui di seguito…)! Potenza di Amazon? Siamo veramente al paradosso.
Passo e chiudo, buona domenica!

Acqua Pozzillo, l’acqua taumaturgica

etichetta acqua pozzilloCi sono cose che, avvolte nelle nebbie di tempi anche brevi, acquisiscono un’aura che sta a cavallo tra il folklore e la mitologia. Una di queste è l’acqua “Pozzillo”, marchio scognito ai più e conosciuto invece soprattutto in chi ha vissuto o anche solo frequentato soprattutto la Sicilia orientale, tra Catania e Messina, per intenderci, in quel bellissimo pezzo di costa ionica in cui si trova incastonata la gemma di Taormina, giusto per dire.
Mia moglie, acitana di nascita, mi ha raccontato la storia di questa acqua, ricordo della sua giovinezza, eccessivamente addizionata di anidride carbonica. L’acqua Pozzillo (il nome è quello della località in cui si trova la sorgente, come accade per molte acque) era frizzante, che più frizzante non si può: le bottiglie rischiavano di esplodere e andavano maneggiate con cura; gli effetti intestinali erano… assicurati. Scrivo al passato perché quell’acqua non esiste più: «La società Acquapozzillo poteva vantarsi di aver fornito il re Ferdinando I di Bulgaria, che conobbe l’acqua durante un suo soggiorno in Sicilia. L’attività, che era passata alla Regione Siciliana, è cessata negli anni 2000», racconta laconicamente Wikipedia, alla voce “Pozzillo”.
Fin qui il folklore e adesso passo alla mitologia: i più vecchi tra coloro che leggeranno queste righe ricorderanno (io in modo sbiadito, confesso), l’attore (siciliano) Lando Buzzanca, professionista con sicure qualità, ma spesso protagonista di quelli che forse nella modernità definiremmo B movies. In uno di questi La prima notte del dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo il protagonista ha, di fronte alla moglie che scopre essere vergine, problemi di “timidezza”, per dir così. E uno dei tentativi del “rinvigorimento” sessuale del Buzzanca-Danieli è proprio lei, l’acqua Pozzillo!
Poi esiste la realtà: in questo post si narrano brevemente gli episodi salienti di questa vicenda che qualche tristezza ce l’ha, ma, con una punta di orgoglio, parlando proprio di questo, mio suocero mi confessava che in anni neppure troppo remoti, quando il calcio non era ancora così inondato di fiumi di soldi e sponsor, alle squadre – dalle massime divisioni in giù – veniva fatto divieto di portare sulle maglie segni distintivi e sponsor appunto: la casacca era quella con i colori sociali e solo eccezionalmente poteva essere cambiata, per le esigenze legate alle riprese televisive in bianco e nero: se i colori, magari con due maglie a righe, erano troppo vicini il telespettatore che seguiva la cronaca, rischiava di confondersi.
In questa epoca, che ho vissuto da bambino – mio padre ha giocato attivamente in squadrette locali e molte delle foto che lo ritraggono sono su un campo di calcio, in quelle foto “ufficiali” che si facevano a squadra schierata (un paio di queste me le ha fatte vedere di recente elencandomi chi, in quelle foto di mezzo secolo fa o forse più, nel frattempo era passato a miglior vita…) – e che definirei “sana”, collezionavo ancora, come moltissimi miei coetanei, le “figurine Panini” e l’album dei calciatori su cui quelle figurine andavano appiccicate. Lì, al campionato 1977-78, si ferma la mia cultura calcistica, poi ho cominciato a disinteressarmene completamente (non che fossi mai stato un “fan”, ma le figurine erano un gioco che forse mi ha stufato presto), ma al “dettaglio” degli sponsor non avevo pensato. Così mio suocero mi disse che le uniche eccezioni di quegli anni erano, appunto, una squadra che all’epoca giocava nelle massime divisioni (il Vicenza) che si chiamava appunto “Lanerossi Vicenza” e, appunto, l’Acireale, club che dal 1960 al 1972 fu chiamato semplicemente Acqua Pozzillo, come si può leggere sul sito del Comune di Acireale.
Anche questa è “storia”…

Treni senza freni

immagine del treno deragliato

Il treno fatto deragliare a Carnate


Dunque vorrei spendere due parole sull’“incidente” occorso un paio di giorni fa (19 agosto) a macchinista e capotreno del regionale “Trenord”, da Paderno a Carnate (la notizia, per chi se la fosse persa, è questa).
Parto esprimendo tutta la solidarietà agli ex colleghi: “incidenti” di questo genere, che conquistano le pagine delle cronache nazionali, sono per fortuna pochi, ma frutto di quella che è la “coazione a ripetere” molte volte (quante? Migliaia? Decine di migliaia in una vita lavorativa?) gli stessi gesti che diventano automatismi, fino a quando l’automatismo non scatta, il treno resta dov’è – sfrenato – un quarto d’ora e poi magari parte perché in equilibrio precario sul binario (basta un treno in transito sul binario accanto, l’equilibrio va a farsi benedire e il treno si mette in moto).
Fortuna ha voluto che il treno fosse praticamente vuoto, a parte lo sventurato che c’era sopra addormentato (e che, ancora fortuna, pare se la sia cavata con poco) – ma anche se non lo fosse stato, si sarebbe reso conto che c’era qualcosa di sospetto? Difficile dirlo, anche se un treno che parte fuori orario, “in silenzio”, senza il classico fischio del capotreno che chiude le porte, qualche sospetto dovrebbe farlo venire, ma difficile che venga, sotto il sole agostano… se fosse successo, cioè se l’unico occupante si fosse reso conto dell’anomalia, avrebbe potuto azionare il freno di emergenza. Al netto dei danni materiali, dunque, la cosa si è risolta tutto sommato in modo indolore – certamente non per i due che saranno sottoposti a qualche rigido provvedimento disciplinare (e probabilmente al pubblico ludibrio dei colleghi per il resto della loro vita lavorativa).
Come diceva qualcuno però, se non fosse tragico (e lo è), sarebbe ridicolo. Forse effetto di come è stato montato il servizio televisivo sulle reti Rai, non ho potuto fare a meno di notare una certa vena “ironica”: immaginate una cosa alla Stanlio e Ollio – che in gergo, quand’ero bambino, mia nonna chiamava “ridolini”: questi che prendono il caffè al bar della stazione, al primo binario e magari il convoglio, alle loro, spalle, silenzioso e all’inizio a velocità minima, ma in inesorabile accelerazione, comincia a muoversi. A parte sentirsi ghiacciare la schiena, la reazione sarà stata quella di rincorrere, ma, per quel che la cronaca narra, senza successo. Quindi scatta il piano di deragliamento perché alle leggi elementari e ineludibili della fisica non si sfugge e l’energia cinetica (ricordo: E = 1/2 * m * V2) di “quell’oggetto” chiamato treno, ha dalla sua non tanto la velocità (che, pur modesta, varia con il quadrato) ma la massa. I treni, è noto, pesano. E fermarli in spazi ragionevoli è sempre stato un problema.
Sul convoglio c’è una persona ma non c’è modo di avvertirla: un po’ perché forse nessuno lo sa e soprattutto perché lui legittimamente dorme (quale posto più tranquillo di un treno agostano deserto, “abbandonato” su un binario, per schiacciare un pisolino?) – e questo di nuovo, nella sua tragicità, perdonerete l’irriverenza, fa ridere.
Così come mi ha fatto ridere la testimonianza raccolta dal giornalista (ah, i giornalisti, che cialtroni a volte!) che, intervistando uno che abita nei pressi di dove il treno è stato fatto deragliare ha fatto un commento del tipo: «Eh, sì, ho sentito un gran botto… come di un treno che deragliava!» – caspita, un genio! Anche perché il “rumore tipico” di “treno che deraglia” in effetti lo si può sentire a giorni alterni e quindi alla fine diventa facile riconoscerlo… (ma la gente ci è o ci fa?)
Un amico camionista mi chiede: ma com’è che sui treni non scatta nessun “cicalino” se uno lascia incustodito il convoglio? Beh, non c’è nessun sistema perché (1) non è previsto che il convoglio venga lasciato incustodito e (2) ci sono spiegazioni anche tecniche con le quali non voglio annoiare chi leggerà questo post. Fatto sta che io – dacché ho lasciato “il pazzo pazzo mondo ferroviario” – mi stupisco quasi sempre del contrario: vale a dire di come ne succedano in realtà poche rispetto al livello generale di sicurezza che, dal 1995 (anno della mia assunzione) al 2005 (anno delle mie dimissioni), ho visto calare sensibilmente.

Acqua


Di Beppe Grillo si possono avere le opinioni più diverse e qui non ne voglio discutere. Semplicemente nei recessi della memoria mi sono tornati alla mente alcuni suoi sketch di quando faceva il comico professionista e andava a portare in giro i suoi spettacoli.
Nel suo stile “urlato” – che personalmente trovo insopportabile, ma nel tempo è diventato la sua cifra stilistica – ricordo portò in scena diversi monologhi, tra i quali quello su acqua e petrolio. Quella meritoria banca dati che è YouTube, fa sì che con qualche colpo di click si riescano a ritrovare quelle parole che, a distanza di così tanti anni suonano non solo vere (e sempre più drammaticamente) ma “assuefacenti” per tutti noi: quella che fu a suo tempo denunciata come una “stortura del sistema” è diventata oggi la regola e ormai pochi, pochissimi sembrano far caso a questa faccenda.
In questo vecchio monologo, per esempio, il comico genovese parla di petrolio (il cui prezzo è ancora in lire… quindi possiamo essere sicuri che siano passati minimo una ventina d’anni buoni…) e mobilità (l’auto che fa 100 km con 2 litri di benzina e – pur con un rasoio di Occam adeguato ai tempi dello spettacolo teatrale – risolve così il “costo” che il petrolio dovrebbe avere, e non il prezzo, per pagare tutti i danni che produce all’ambiente e la diminuzione dell’inquinamento ambientale da emissioni…), ma anche di acqua, con la frase che, a suo tempo mi rimase impressa (cito – dal minuto 5:22 al minuto 5:50):

Quale cultura, quale civiltà al mondo ha mai pagato la pioggia [quella che diventa acqua da bere… n.d.r.]? la nostra! L’abbiamo privatizzata! E chi ce l’ha? I peggiori: Ciarrapico… quelli lì… e allora paghiamo 1.200 lire al litro quest’acqua perché qui a Roma magari beviamo la San Pellegrino che è di Milano e a Milano bevono la Ferrarelle che è di Roma. Eh! E allora noi abbiamo sull’autostrada 500 camion che vanno avanti e indietro che se ognuno si bevesse la sua cazzo di acqua toglieremmo 500 camion avanti e indietro e questa qui [indicando la bottiglia che ha in mano] costerebbe la metà!

E chiosa: «È il più grande business perché l’acqua la beviamo tutti». Come dargli torto? Sono passati vent’anni, forse più, e c’è chi sull’acqua ci ha costruito degli imperi economici. Gli spazi pubblicitari che costano di più su tutte le reti televisive sono quelli nelle fasce orarie in cui ci sono i telegiornali o la classica “prima serata”, dove gli ascolti aumentano perché le persone, magari con gesto automatico, cliccano sul telecomando e nonostante la qualità del giornalismo, in 20 minuti tentano di capire se qualcosa di rilevante è successo nel mondo o ancor meglio nel proprio “orto” (l’Italia). Ebbene: guardate quali sono le pubblicità che passano in quegli orari. In molti, moltissimi casi, sono pubblicità delle acque (che insieme a quelle dei supermercati e delle automobili sono tra le prime in classifica come bombardamento mediatico quotidiano cui siamo sottoposti). Sono gli spazi pubblicitari che in assoluto costano di più. Ed è business, sì!
A campione mi sono “divertito”, negli ultimissimi tempi – dalla sera del mio compleanno a oggi, quindi 15 giorni giusti, anzi 16, visto che luglio ne ha 31. Mia moglie beve solo acqua naturale (neppure frizzante) e quindi l’acqua la si ordina sempre. Ecco, a campione, i risultati (i km sono calcolati con Google Maps, seguendo il “percorso più veloce”). Questi sono stati i ristoranti frequentati nell’ultima quindicina di giorni:

Ristorante Acqua Km
Brusson (Val d’Aosta) Acqua Tavina (Salò, Brescia) 281
Agnano (Pisa) Acqua Frasassi (Serra San Quirico, Ancona) 321
Tirrenia (Pisa) Acqua San Benedetto (Scorzè, Venezia) 340
Pietrasanta (Lucca) Acqua Plose (Bressanone, Bolzano) 466

Certo, mi si dirà, il campione non è significativo, sono solo 4 ristoranti. Vero, ma è un campione per il quale in media (una media che, estendo il campione potrebbe anche tranquillamente aumentare…) l’acqua che è arrivata al nostro tavolo ha percorso 352 km e non ho ragione di pensare che questo valore cambi molto se aumento il numero di luoghi frequentati. Questo anche perché il “massimo” (dei minimi…) l’abbiamo raggiunto un paio d’anni fa con una vacanza a Riga, in Lettonia, dove ci hanno servito… Acqua Panna (che appartiene alla multinazionale Sanpellegrino che a sua volta appartiene al gruppo Nestlé, quindi non sappiamo dove venga imbottigliata in realtà, ma se fosse Scarperia, in provincia di Firenze, sarebbero 2.191 km e se fosse Scorzè sarebbero comunque 1.972 km).
Insomma, se dovessimo cominciare da qualche parte, potremmo cominciare a esigere di bere “ognuno la sua cazzo di acqua”, come diceva il Grillo dello scorso secolo. Abito in Toscana e me ne vengono in mente al volo almeno un paio: una famosissima, la Uliveto (Uliveto Terme è letteralmente qua dietro…) e una nota solo localmente poco più lontano, nella zona da cui vengo, Massa-Carrara, l’acqua “Fonteviva” ex Evam (acronimo che semplicemente sta per Ente valorizzazione acque minerali). Quanti camion (e quanta CO2) leveremmo dalle strade?
Ci sono almeno due cose curiose che sono il segno dello zeitgeist in cui stiamo vivendo:

  1. l’acqua da bere – bene primario e fondamentale (non ne possiamo fare a meno…) – che nel nostro immaginario (senza dubbio condizionato dalla pubblicità…) è quanto di più “pulito” ci possa essere, quando imbottigliata, porta con sé due forme di inquinamento contro cui l’umanità intera sta lottando: quello dei gas serra (gli scarichi dei camion che la trasportano, le industrie che producono la plastica delle bottiglie in cui viene infilata) e, appunto la plastica – perché ci sono plastiche “irrinunciabili” (e che durano moltissimo: penso a quelle che rivestono il mio scooter e che hanno una vita potenzialmente molto lunga) e quelle di cui senz’altro si può fare a meno (quella delle bottiglie appunto: finita l’acqua che la contiene la bottiglia di solito viene buttata…);
  2. sul cibo la battaglia per il “km 0” è stata portata avanti a tratti tenacemente: com’è possibile che ci si sia “scordati” completamente dell’acqua?

A questa pagina si trova il report Natural Mineral & Spring Waters. The Natural Choice For Hydration dell’European Federation of Bottled Waters (EFBW). Sono delle slide, la cui numero 3 è interessante perché ci dice (con i numeri) “quanto” l’acqua sia un business (anche per l’indotto dell’imbottigliamento) in Europa, che è il continente che ne consuma di più (in bottiglia). E dell’Europa, quale dei paesi sta in cima alla classifica? Domandina semplice semplice di cui lascio a voi la risposta.

Uno sguardo a Est

Aljaksandr Ryhoravič Lukašėnko


In più di un’occasione, soprattutto in tempi recenti, la percezione dell’inutilità del corso di studio in cui ho conseguito la laurea (Filosofia) si è acutizzato, per motivi che sono in qualche modo ovvi: in questo mondo “senza memoria” vincono le professioni che “danno il pane” – dalla più classica ingegneria, con corsi di studi più o meno azzeccati, alle altrettanto classiche discipline come medicina: quest’ultima onerosa in termini di tempo e risorse spesi, ma di sicura utilità umana e professionale. Tutto il resto sembra essere opzionale: le “scienze umane” (ma magari se smettessimo di chiamarle “scienze”, cercando una nobilitazione terminologica tutta moderna e, per quel che mi riguarda inconsistente) a poco servivano (per campare) e sempre meno servono, mi pare – a meno di non specializzarsi in qualcos’altro.
Poi però ogni tanto mi ricredo, e lo faccio quando alla memoria mi tornano libri (che per fortuna possiedo), usati in qualcuno dei corsi che avevo seguito a suo tempo e messi come testi obbligatori d’esame da qualche professore in gamba (e posso dire di averne avuti). Tra questi, in relazione alle cronache di questi giorni per quel paese “quasi europeo” che è la Bielorussia, c’è un vecchio testo, A Est, la memoria ritrovata, un vecchio libro (pubblicato nel 1991 da Einaudi su traduzione dall’originale francese, pubblicato a sua volta all’indomani della caduta del muro di Berlino) collettaneo (gli autori sono diversi storici, dell’Est e dell’Ovest: Alain Brossat, Sonia Combe, Susan Greenberg, Denis Paillard, Marta Piwinska, Jean-Yves Potel, Michail Rozanskij, Véronque Soulé e Jean-Charles Szurek), per il quale vale la pena riportare la sinossi della quarta di copertina e l’indice:

Ritrovare una memoria storica è momento decisivo del processo di liberazione nell’Est europeo. È insieme una sfida e uno dei principali terreni di scontro nell’ambito delle trasformazioni quotidianamente in atto. Un’autorevole équipe di studiosi, dell’Est come dell’Ovest, ricostruisce la frastagliata mappa dei simboli del passato politico intorno ai quali si sono fissate nel tempo linee differenti di memoria e oblio: il lager di Auschwitz divenuto museo dell’Olocausto e le commemorazioni del passato nazista1; i luoghi dell’esilio siberiano dall’epoca degli zar a Stalin e l’archivio della polizia di Praga; il culto delle statue di Lenin e i funerali del premier ungherese Imre Nagy; il dwor (la dimora dei nobili) nella storia del patriottismo polacco e la retorica comunista nei nomi delle vie di Mosca.

Ci sono libri che sono delle bussole, e questo è uno di quelli. Per capirlo, dicevo, basta scorrere l’indice (e che il libro sia datato lo dimostrano, a loro volta, i nomi dei paesi che sono ancora Urss, Cecoslovacchia e Repubblica Democratica Tedesca e… il prezzo – in lire):

  • La memoria cancellata
    • Caricyn, Stalingrad o Volgograd? L’eterna questione dei toponimi
    • La dimora signorile, elemento di conservazione dell’idea di nazione
    • I funerali nazionali di Imre Nagy
  • La memoria manipolata
    • Il culto di Lenin: il mausoleo e le statue
    • Il museo della polizia di Praga
    • Le commemorazioni per superare il passato nazista
    • Figure della memoria: Memorial e Pamiat’
  • La memoria disputata
    • Irkutsk, porta dell’esilio siberiano
    • Il campo di concentramento museo di Auschwitz

Insomma, se da un lato verrebbe da dire che nel 2020 sarebbe il caso di smetterla con le dittature, l’Est, secondo la breve prospettiva storica delineata nel libro, sembra incapace di fare a meno dell’“uomo solo al comando”, per prendere a prestito una frase tratta dal ciclismo (ma che, come racconta l’articolo del Post, sullo sfondo trova anche la questione politica…), e se da un lato il deprecabilissimo caso Lukashenko balza sacrosantamente sotto i riflettori delle cronache (ci pensate? Dal 1994… Avevo 24 anni e adesso ne ho 50: più della metà della mia vita…) lui sembra solo essere un po’ maldestro (se proprio vuoi fare i brogli cerca di vincere non con oltre l’80% dei voti, magari: in questo modo ti sgamano subito, no?), visto che (dall’altro lato) le superpotenze dell’Est (mi riferisco a Russia e Cina) non pare brillino per turnover e avvicendamento democratico, visto che (per tacere di quel “signore” che sta alla guida della Corea del Nord, tal Kim Jong-un):

  1. Xi Jinping ha proposto nel non lontano 2018 una riforma che abolisce la soglia dei due mandati presidenziali e i membri dell’Assemblea Nazionale del Popolo l’hanno accettata all’unanimità e
  2. lo zar di tutte le russie, al secolo Vladimir Vladimirovič Putin, nell’ancor più recente anno in corso, è riuscito a far passare una riforma costituzionale che azzera i mandati precedenti del presidente, potendosi ricandidare fino al 2036 (è stato linkato solo l’articolo de Il Sole 24 Ore, ma altri se ne trovano su web, qui, per esempio e qui).

Per carità: non che le democrazie occidentali siano messe benissimo – molti parlano di “democrature occidentali”, amalgama di democrazie e dittature – ma davvero mi pare che si sia lontani e formalmente e sostanzialmente da esiti di questo genere.
Non resta che sperare che l’imperizia mostrata da Lukashenko nel gestire il popolo bielorusso sia di stimolo a quest’ultimo per una definitiva sovversione dell’ordine.
1 Mi permetto di aggiungere a questo, l’oblio sistematico rintracciato nella visita – avvenuta diversi anni or sono – ai campi di concentramento e annientamento di Mauthausen e Gusen, in Austria, di cui ho lasciato traccia qui.

Die Zeit

La macchina del tempo pubblicata in "Amazing Stories"

“La macchina del tempo” di H. G. Wells, pubblicata in «Amazing Stories»


Sempre in omaggio alle divagazioni nei tempi della quarantena posso dire che uno dei poli di attrazione – e di divagazione, appunto – di questo lungo periodo è stato il tempo, anzi: il Tempo, die Zeit, in omaggio all’ebreo tedesco, Albert Einstein, che ne riscrisse le leggi.
Complice la visione nel periodo prenatalizio – una premonizione per quel che sarebbe accaduto appena dopo? – del (bel) film Interstellar, il cui consulente scientifico principale, lo ricordo, è stato Kip Thorne, Nobel per la Fisica nel 2017 e l’altrettanto bel libro, letto sempre nel periodo natalizio, Viaggiare nello spaziotempo (di cui è autore), pubblicato da Bompiani.
Il libro prende a pretesto il backstage del film per descrivere un po’ di teoria fisica (teorica) da Einstein in poi. La gravitazione è uno degli elementi centrali, perché grazie ad essa lo scienziato più famoso del mondo ha “capito” per primo come stavano le cose, immaginando quella che sarebbe poi diventata l’efficace vulgata delle 4 dimensioni (3 spaziali e una temporale) connesse come una trama, letteralmente come un lenzuolo, normalmente teso, ma che “curva” e “piega” in presenza di masse gravitazionali – anche non enormi, come la Terra (ma ci tornerò). Effetto visibile e notissimo agli astronomi sotto il nome di lente gravitazionale: ci si aspetta che un oggetto sia in un punto nella volta celeste e invece lo si trova poco più in là o poco più in qua perché i fotoni che arrivano dentro al telescopio e poi ai nostri occhi non sono riusciti a compiere un viaggio in linea retta, ma hanno subito una deflessione a seguito delle masse che hanno incontrato nel loro percorso. Ecco perché scoprire la particella di Higgs, quella che conferisce massa alle cose che stanno intorno a noi, è stato così importante; ecco perché il Cern è così importante (in realtà non lo è solo per questo) ecco perché mi piacerebbe possedere una copia di quella specie di bibbia della gravitazione, Gravitation (un longseller – pubblicato dal 1973 al 2017 – di cui uno degli autori è, guarda caso, proprio lo stesso Thorne) pur consapevole che si tratti di un testo da iniziati. Ma, religiosamente parlando, le bibbie, si sa, sono utili per avere il conforto di sapere che, qualora ve ne sia il bisogno, lì è contenuto il “codice” per capire come stanno le cose nella realtà. Uno di quei libri, nella sezione “Fisica”, da accostare alle Feyman lectures, altro tassello fondamentale (ma quelle sono riuscito a procurarmele nella versione italiana edita dalla benemerita Zanichelli). Poi vabbè, per diventare “iniziati” davvero bisognerebbe prendersi la una laurea in Fisica (magari teorica, in maniera da usare gli aguzzi strumenti della Matematica per capire meglio la Fisica…) ma il tutto richiederebbe una forza di volontà, un tempo, delle risorse mentali che, francamente, credo di non avere più… Magari nella prossima vita, chissà.
Tutto questo per dire che, mentre la Fisica appunto compiva passi memorabili per la comprensione del modo in cui stanno le cose (“A bella! Vatt’a vede’ le equazioni!”, diceva il cinico e iper-realista Don Pizzarro, interpretato dall’inossidabile Corrado Guzzanti…), le discipline umanistiche arrancavano e rimanevano irretite in questioni “ottocentesche”. Bergson con il suo “tempo soggettivo” era “indietro”, così come lo era la letteratura, che faticava a dare dignità a un genere emergente, quello della “scientification”, “scientificazione” solo dopo noto come “finzione scientifica”, “science fiction”, insomma, lo stesso H. G. Wells – considerato un antesignano e un “profeta” per aver scritto il suo romanzo La macchina del tempo 10 anni prima dell’enunciazione della Relatività ristretta – per tutta la vita mostrò di essere invece una specie di conservatore che guardava, per altro, con enorme sospetto ogni progresso tecnologico e scientifico, soprattutto per l’uso che l’uomo ne faceva.
Solo qualche anno dopo le cose cambiarono e la Filosofia si “mise al passo” cominciando a considerare seriamente la cosa. I viaggi nel tempo diventarono plausibili in linea teorica e certamente possibili in letteratura e successivamente nel cinema, mentre, al giorno d’oggi, noi tutti possiamo sperimentare – per quanto inconsapevolmente – l’effetto relativistico come costituente reale delle nostre azioni quotidiane, ogni volta che chiediamo aiuto al navigatore che abbiamo sul telefono cellulare per andare in un posto. La teoria di Einstein ovviamente fu testata ben prima della tecnologia che permette a ognuno di noi di non sbagliare la svolta a un incrocio: nel 1959 Bob Pound e Glen Rebca (o Rebka) sperimentarono – attraverso l’effetto Mössbauer – la velocità dello scorrere del tempo alla base di una torre dell’Università di Harvard (alta 22,3 metri) e quella alla sua sommità. L’esperimento vantava un’accuratezza straordinaria, ma necessaria per verificare la teoria, perché era in grado di rilevare differenze di 1,6 picosecondi, ovvero 1,6 x 10^-12 secondi. La differenza riscontrata nell’esperimento superava di 130 volte questa accuratezza ed era in totale accordo con quanto previsto da Einstein: il tempo scorre più lentamente alla base della torre, rispetto a quanto avvenga in cima, di 210 picosecondi al giorno. Capite da soli che se bastano 22 e spiccioli metri e un pianeta alla fine nemmeno troppo massivo come la Terra per riscontrare questo effetto, è facile immaginare cosa possa accadere quando abbiamo a che fare con stelle con masse di ordini di grandezza superiori alla Terra e distanze di km, fino ad arrivare ai… buchi neri che sono le vere macchine del tempo plausibili (in linea teorica). Aumentando la distanza dal pianeta infatti aumenta l’effetto: Vessot nel 1976 fece posizionare su un satellite della Nasa un orologio atomico e, a 10mila km di distanza dalla Terra, osservò che sulla superficie del nostro pianeta il tempo scorre più lentamente di 30 microsecondi al giorno.
Sappiate quindi che, quando attivate il GPS del vostro smartphone, il segnale che dispositivo e satelliti (sono necessariamente più di uno e come minimo tre per sapere dove siete…) si scambiano compie un viaggio di 20mila km. Ogni segnale radio proveniente da un satellite visibile che comunica al nostro smartphone la posizione del satellite stesso e l’ora in cui il segnale è stato trasmesso. Il telefono misura l’orario di arrivo del segnale e lo confronta con quello della sua trasmissione, calcolando così la distanza da esso percorsa (ossia: la propria distanza dal satellite). Da questo segue che – conoscendo le posizioni e le distanze dei diversi satelliti – lo smartphone può ricavare tramite triangolazione la propria posizione. Il sistema però non funzionerebbe se gli orari di trasmissione dei segnali fossero quelli effettivamente misurati dai satelliti. A una distanza di 20mila km, infatti il tempo scorre più rapidamente rispetto alla Terra di 40 microsecondi al giorno e i satelliti devono quindi apportare le necessarie correzioni: misurano l’orario con i propri orologi ma, prima di trasmetterlo al nostro smartphone, lo correggono tenendo conto del rallentamento del tempo sulla Terra. In una parola (tedesca, usata da Einstein): Zeitdilatation, dilatazione del tempo (o anche dilatazione temporale gravitazionale). Non proprio un viaggio nel tempo, ma un assaggio di quel che è la sua legge.
Quindi se avete la precisione che avete sul vostro smartphone, quella che vi permette di non sbagliare la svolta, sappiate che Einstein e la sua teoria è con voi.
Curiosamente invece, tornando per un attimo alle discipline umanistiche, l’Antropologia Culturale ha custodito storie a dir poco interessanti e intriganti: secondo una certa visione noi non procediamo metafisicamente andando “in avanti” nel tempo ma esattamente nel verso opposto, visto che con gli occhi (della memoria) possiamo vedere il nostro passato – ciò che normalmente consideriamo come qualcosa che sta alle nostre spalle – mentre il futuro ci è ignoto e quindi non lo “vediamo”: da qui l’idea, suggestiva, di procedere all’indietro verso il futuro. Per i Romani la personificazione dell’Occasione aveva la nuca calva: incrociandola, la sua elusiva presenza si manifesta spesso all’improvviso, quando ormai è tardi – passandoci di fianco vorremmo afferrarla, magari per i capelli, ma avendo la nuca calva non è più possibile: occasione “mancata” o “persa” (nel senso metafisicamente “vero” del termine). Nel Mahābhārata, Kakudmi ascende al cielo, incontra Brahma e scopre, al suo ritorno, che sono passati secoli e che tutti quelli che conosceva sono morti.
Sorte identica tocca al pescatore giapponese Urashima Tarō mentre, per rimanere più vicini a noi, la mitologia greca ci racconta del Titano Crono che divora i suoi figli temendo di venire spodestato da uno di essi. L’atto cruento diviene quindi metafora di un Tempo che tutto divora e cambia.
Ancora, e per finire questa divagazione a cavallo tra scienza letteratura e altro ancora, un racconto che sembra preso di peso da un plot di Rod Serling e la sua immancabile sigaretta per Ai confini della realtà (di cui io però ricordo con grande nostalgia la seconda stagione, quella di quando ero adolescente): Max Beerbohm pubblica nel 1916 il racconto Enoch Soames (Enoch, ricordiamo incidentalmente, è un nome “importante”…). Questi è un uomo spento, curvo e dinoccolato, uno scrittore fallito della Londra degli anni ’90 del 1800. Come molti autori si preoccupa di come i posteri lo ricorderanno – se lo ricorderanno: il tempo è un “divoratore” che ha la caratteristica di essere impietoso – “tra cent’anni!”. Ebbene sulla scena compare niente meno che il diavolo fatto in persona che, ricalcando il più celebre tra i patti tra il signore del male e un essere umano, quello faustiano, offre i suoi servigi al passo con i tempi: «Il tempo è un’illusione – dice – passato e futuro sono presenti quanto il presente, o comunque sono quello che tu chiami “dietro l’angolo”. Ti posso spostare in ogni data». Il diavolo sembra aver letto La macchina del tempo di Wells e in uno schioccar di dita viene trasportato nel 1997, materializzandosi nella sala lettura del British Museum. Ovviamente, senza colpo ferire, va immediatamente allo schedario e nel catalogo cerca gli autori con la lettera “S” (quale modo migliore per verificare la propria reputazione letteraria?), ma lì viene a conoscenza del proprio destino: Enoch Soames, legge, è il personaggio immaginario di un racconto del 1916, scritto dallo scrittore satirico e caricaturista Max Beerbohm.
Niente male, no?
PS1: dimenticavo di dire che la metà delle narrazioni sui viaggi nel tempo, sempre ammesso che il patto implicito tra il lettore e il narratore della storia funzioni, non sono plausibili secondo la scienza: in particolare mi riferisco ai viaggi indietro nel tempo. Un po’ perché anche il più distratto dei lettori capisce subito che il rischio di incappare in paradossi, come quello del nonno o quello di incontrare se stesso – nonostante le “pezze” che si è cercato di metterci (come il principio di autoconsistenza di Novikov nella serie televisiva Dark, solo per citare uno degli ultimi esempi in ordine di tempo) – sono difficili da superare, un po’ perché altre branche della Fisica (come la Termodinamica) ci suggeriscono che il tempo abbia una sua “freccia” o direzione irreversibile e, in tempi più recenti, uno studio pubblicato su Scientific Reports ne offra ulteriore conferma. Insomma: “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scurdammuce u passat”, come osservava un vecchio motto popolare.
PS2: tutta questa ridda di osservazioni e pensieri sono stati scatenati da un libro che sto leggendo adesso: Viaggi nel tempo, di James Gleick. Il problema è che sono arrivato a pagina 52. Speriamo bene…
Tre teorie sui viaggi nel tempo e i film dove sono presenti

Tre teorie sui viaggi nel tempo e i film dove sono presenti


 

“The Place”, un film da vedere

Ieri sera ho visto un film italiano “insospettabile”: The Place. L’idea originaria non è italiana, ma la sua declinazione in salsa nostrana non è così male – al netto di un paio di attori per i quali ho una avversione idiosincratica, come la Ferillona nazionale che nel ruolo che le hanno dato non ce la vedo proprio (per la verità non la vedo in nessun ruolo, ma è un problema mio).

Insomma la trama è presto raccontata: un uomo – all’apparenza una sorta di psicoterapeuta che sembra fare consulenza al tavolo di un bar – propone patti (verrebbe da dire “faustiani”, se l’aggettivo non fosse eccessivo… ma forse è solo una questione di gradazione alla fine): chi arriva al suo tavolo di solito chiede qualcosa, vorrebbe veder esaudito un desiderio, ma per arrivare a questo deve stare alla proposta di costui (Valerio Mastandrea) che rimarrà senza nome per tutto il film.

E i desideri ovviamente possono essere i più vari: da quelli (per noi spettatori) apparentemente più fatui (Rocco Papaleo che vuole fare sesso per una notte con una delle donne discinte che compaiono in un calendario della sua officina meccanica) a cose serissime: la remissione di un tumore per il proprio figlio o la regressione da una malattia degenerativa del proprio marito. Tutto ha un contrappasso: Mastandrea compulsa la sua grande agenda, tutta scritta rigorosamente a mano, e la consulta come fosse un oracolo: «Se vuoi ottenere X devi fare Y». E sempre alla enormità della richiesta è commisurata l’enormità del compito a cui assolvere.

I protagonisti si alternano al tavolo del solito bar: si capisce che le loro storie, più o meno volontariamente, si intrecciano – mentre il film si sviluppa si capisce che in effetti Mastandrea è l’artefice di questo intreccio e, dietro a una apparente normalità, quasi banalità (lo vediamo spesso mangiare mentre dà consulto ai propri “clienti”), a tratti sembra avere qualche dote divinatoria sovrannaturale, mescolata sempre a una buona dose di cinismo e alla capacità di prevedere con una certa precisione i comportamenti (prevedibili) dei clienti – doti, queste, che invece richiedono più semplicemente un grande acume e una notevole capacità di osservare (a un certo punto, interrogato da uno dei suoi interlocutori, su qualcosa che lo riguarda dice qualcosa del tipo: «sono un amante dei dettagli» – nei quali, completiamo mentalmente noi spettatori, sappiamo nascondersi il diavolo).

Il film ha diversi aspetti interessanti. Ne elencherò due che mi sembrano i più rilevanti. Il primo è quello di prestare attenzione a quello che Mastandrea dice: il patto è sempre in forma condizionale (“se vuoi X… allora devi fare Y…”) e quindi c’è sempre il libero arbitrio, anche se i clienti – in preda alla esasperazione per la voglia/necessità di realizzare il proprio desiderio – non lo vedono, non vedono la possibilità di scegliere che però esiste sempre e la cui prima realizzazione è recedere dal patto e lasciare tutto così com’è.

Mastandrea è quindi, da questo punto di vista, niente più (mi si perdonerà l’espressione, ma rispetto ad avere capacità divinatorie, lo scarto è comunque ampio) che un buon maieuta: vuoi “veramente” questo? Quanto lo vuoi “veramente”? Le cose da fare per ottenere ciò che si desidera sono spesso così terribili (uccidere a sangue freddo e “arbitrariamente” una bambina, per esempio) che le persone, pur tentennando e tornando più volte da Mastandrea, recedono, alla fine, dai loro propositi, accettando la realtà per come è e modificando le proprie aspettative – il proprio “sguardo sul mondo”. Forse banale detto così, ma utile, quasi sempre. L’essere maieuta del Mastandrea nazionale poi si svela anche in un secondo aspetto, connesso a quanto appena detto, per il quale spesso le persone che vanno da lui credendo di avere un desiderio – soddisfatto il quale sono convinte raggiungeranno il loro scopo: un obiettivo, la felicità, l’aver pareggiato i conti col mondo – in realtà ne hanno, di fatto, un altro. E solo accettare il patto proposto le metterà in contatto con l’autentico desiderio che avevano. Quindi: recedere ma anche per fare un “lavoro su di sé”, guardare dentro se stessi e capire cosa “davvero” si vuole.

Il film ha afflati biblici quando uno dei clienti – quello che chiede la remissione del tumore del proprio figlio – pur non essendo riuscito a mantenere il patto (uccidere un’altra bimba per vedere guarito il proprio) ugualmente è testimone del miracolo che si compie: non possiamo quindi non pensare al Sacrificio di Isacco.

Il secondo aspetto interessante, legato a doppio filo al primo (condizionale che implica sempre libero arbitrio, ecc.) e quasi “corollario” di questo, è il “far da specchio” di Mastandrea ai propri clienti: questi ultimi lo accusano a più riprese di essere un mostro e di essere orribile, dimenticando il condizionale del patto e il loro libero arbitrio: le persone vanno da lui volontariamente e volontariamente si sottopongono al patto – mostruoso quanto la richiesta… (riavere la vista, riavere il marito malato di Alzheimer, ecc.): non vi è nessuna coercizione e nessun obbligo. Gli viene detto di essere senza pietà, mentre i primi a non averla sono proprio i clienti e via discorrendo. Questo è interessante perché, pur gettando una luce non nuova sull’animo umano, mostra quanto sia facile per tutti scaricare su altri le proprie “caratteristiche” – magari contingenti, magari dettate dalla disperazione, ma ben presenti («la gente sottovaluta quanto è capace di fare», commenta a un certo punto il satanico demiurgo). A chi gli dà del mostro confessa: «No, non sono un mostro. Diciamo che do da mangiare ai mostri».

Insomma, se non si sconfinasse nella fantascienza – e in una delle sue più intriganti declinazioni, quella dei viaggi nel tempo – questa faccenda della determinazione di se stessi attraverso le proprie scelte (perché alla fine c’è sempre e solo una scelta possibile – in un senso o nell’altro), potremmo parlare di principio di autoconsistenza di Novikov, di paradosso del Comma 22, ma qui dovremmo parlar d’altro…

The_Place_film

Bart Ryker – trailer ufficiale, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=6571525