La nuova "alchimia" luce-materia

Uno degli aspetti che della scienza (e non solo) mi affascina è la “capacità di sintesi” secondo il criterio della semplicità. Per esempio i pochi segni grafici come E=mc² – che credo sia una delle formule più “(ab)usate” della storia della scienza – che indicano l’equivalenza di energia, massa e quadrato della velocità della luce. Una robetta difficile da immaginare su due piedi e per la quale immaginiamo la quantità di esperimenti, formule e ragionamenti siano stati necessari per arrivarci.
Ma quella – di tutta questa storia di formule, ragionamenti, pensieri, confronti e quant’altro – ne è la “sintesi perfetta”. Una sintesi per la quale si cerca di passare, come fattivo progresso scientifico, dalla teoria alla pratica. L’alchimia, lo sappiamo, era una fanfaluca che per altro ipotizzava di mutare il piombo in oro, secondo le leggende più accreditate. Poi la chimica fanfaluca non lo è stata più e, grazie a quella “mappa” nota a tutti come “tabella periodica degli elementi”, è stato realmente possibile trasformare un elemento in un altro, scinderlo, dividerlo con reazioni controllate o – più per i fisici nucleari – “bombare” (con neutroni lenti, per esempio) trasformando ancora una volta elementi in altri.
Ma adesso la famosa equazione di Einstein, quella per la quale la materia è “convertibile” in energia (ricordate l’auto del dr. Emmett Brown che va a rifiuti?) è – o sta per diventare – realtà. Una realtà che nella sua ipotesi asintotica sarebbe il sogno (meglio: l’utopia) di creare energia (da pochissima materia, perché poca ne serve) utile a spostarsi (magari negli spazi stellari) o a scaldarsi, soprattutto “pulita” e senza residui.
Mentre al Cern con Lhc i fisici sono già riusciti a convertire materia in energia facendo sbatacchiare fasci di protoni che nei loro urti generano molte cose, tra le quali fotoni, il contrario – ovvero convertire luce in materia – non era ancora riuscito, ma… ci siamo vicini!
Qui di seguito un breve elenco di fonti (divulgative, online):

 

La DeLorean DMC-12, l'auto-macchina del tempo di Emmett Brown e il suo sistema di alimentazione (L'apparecchio compare per la prima volta alla fine del primo film; per costruirlo gli attrezzisti hanno parodiato la realtà, modificando un macina caffè, la Krups Mr. Coffee - per la precisione un modello 223A Coffina Coffee Grinder)

La DeLorean DMC-12, l’auto-macchina del tempo di Emmett Brown e il suo sistema di alimentazione (L’apparecchio compare per la prima volta alla fine del primo film; per costruirlo gli attrezzisti hanno parodiato la realtà, modificando un macina caffè, la Krups Mr. Coffee – per la precisione un modello 223A Coffina Coffee Grinder)

Al cuore, Ramon!

In questi giorni – in quell’evento mediatico che è il Festival del Cinema di Cannes – Quentin Tarantino ha voluto rendere omaggio a un suo mito: Sergio Leone (e ci aggiungo, con tutta la mia modestia, il degno compar suo: Ennio Morricone) per i 50 dalla realizzazione di Per un pugno di dollari. Il primo film della “trilogia del dollaro”.
Può piacere o non piacere, ma questi film in cui da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi, come nelle didattiche e didascaliche storie che si raccontano ai bimbi, come nei fumetti, come nel mondo che – per economia cognitiva – vorremmo vivere, a me piacciono. Nella follia di un mondo senza leggi “tangibili” – lo sceriffo del minuscolo gruppo di case sperduto nel nulla riarso che affaccia verso il Messico è in realtà il capo di una delle due fazioni in contesa – l’unica legge e l’unica “morale” è quella che hai dentro (da qui il legame, talvolta citato, con l’anarchia) e che realizzi a suo di colpi d’arma da fuoco (sia il fucile scelto da Ramon, sia la pistola, scelta dall’innominato Eastwood).
Ricordo anche che in questo modo – al cuore, Ramon! -, come nel duello finale, apostrofava noi ragazzi dell’ITIS «Galilei» Luciano Ferrari, il mio professore d’italiano, quando il duello era “per un pugno di voti (in più)”. Quel Ramon cattivo nella magistrale interpretazione di Gian Maria Volontè.
Così, in memoria, dell’uno e dell’altro ricordo, sabato sera ho dato inizio alla visione del primo film della trilogia, a cui, in queste sere, farò seguire gli altri.

Un fotogramma di "Per un pugno di dollari"

Un fotogramma di “Per un pugno di dollari”

All our yesterdays: per una domenica (ancor più) europea

Forse il miglior modo di “celebrare” la prima volta in cui come cittadino sono stato chiamato a offrire il mio voto in relazione a un organismo sovranazionale è stato andare a visitare la mostra al (bel) palazzo Lanfranchi «All Our Yesterdays. Scene di vita in Europa attraverso gli occhi dei primi fotografi (1839-1939)». Le foto, davvero suggestive (sia per il posto, sia per l’esposizione, sia per… il coinvolgimento, visto che si tratta di una mostra “2.0” nella quale si invitano i cittadini ad arricchire questo patrimonio, attraverso la digitalizzazione di queste immagini che – come singoli, appunto possiamo avere a casa: qui il regolamento…), sono proprio di tutta Europa: si va da Parigi a Bratislava passando da Vilnius e da località sconosciute della Turchia, per tornare a Cracovia e ripartire per Barcellona.
Il “racconto” fotografico è tematico e tocca i gangli vivi della società: dallo sfruttamento del lavoro minorile, al turismo di massa; dalle manifestazioni di piazza, alla foto che ritrae la vita delle classi sociali abbienti. Non mancano le foto “inquietanti”: una Monaco di Baviera deserta, in uno scorcio di piazza tra due colonnati, negli anni ’30; una foto che titolerei «La quiete prima della tempesta». O quella dei ragazzi (che a mia volta ho fotografato e qui di seguito riproduco) che, sempre negli anni ’30, si danno ad amene letture all’Ostello della gioventù “Adolf Hitler”.
Scorrendo le foto alle pareti due le cose che accomunano il patrimonio esposto:

  • la prima è che – che ci piaccia o meno – di passi avanti rispetto a certe situazioni (sociali) se ne sono fatti. E tanti. Questo ovviamente non significa che non si debbano continuare a fare, ma avere – almeno vagamente – idea del mondo da cui si viene (con bambini che nella civilissima Danimarca facevano da garzoni al lattaio PRIMA di andare a scuola nei primi anni del secolo, a cavallo delle due guerre e dopo la seconda guerra mondiale – senza che questo per altro scandalizzasse nessuno) ci aiuta a capire le “fortune” che abbiamo. Fortune che non arrivano dal cielo perché ogni diritto (di cittadinanza) è stato conquistato spesso a caro prezzo;
  • la seconda è che davvero le condizioni per le “persone” sono state le medesime un po’ ovunque in Europa perché il modello di vita, il modo – con le dovute distinzioni e con una pur grande variabilità di situazioni – sembra essere stato lo stesso. Sicuramente molto meno di quanto non lo sia adesso, in epoca di globalizzazione e standardizzazione, ma certamente le analogie sono forti. Le campagne sono state “remote” nell’Italia così come lo sono state in tante altre parti d’Europa. Identicamente la vita delle città si è somigliata molto e nelle capitali la vita è stata frenetica qui come altrove.

Forse avere questa consapevolezza è il primo passo per costruire davvero un’Europa che non si basi solo sulla moneta unica, ma che veda come nostro prossimo non solo il nostro vicino di casa, ma colui che – in un altrove pur distante (ma di una distanza che la modernità ha ridotto drasticamente) – ha avuto sorti simili alle nostre.

Ragazzini che leggono all'ostello della gioventù "Adolf Hitler" - anni '30

Ragazzini che leggono all’ostello della gioventù “Adolf Hitler” – anni ’30


Asen Hristoforov (1910-1970), l'uomo che tiene la palla, in questa scena sui gradini del Robert College di Instanbul, era uno scrittore e professore di economia bulgaro molto stimato. Nel 1951 fu accusato di spionaggio contro il suo Paese e mandato in un campo di concentramento senza processo. Dopo il suo rilascio, rafforzò la sua carriera letteraria, con la traduzione di alcuni libri inglesi, tra cui «Tra uomini in barca» di Jerome K. Jerome.

Asen Hristoforov (1910-1970), l’uomo che tiene la palla, in questa scena sui gradini del Robert College di Instanbul, era uno scrittore e professore di economia bulgaro molto stimato. Nel 1951 fu accusato di spionaggio contro il suo Paese e mandato in un campo di concentramento senza processo. Dopo il suo rilascio, rafforzò la sua carriera letteraria, con la traduzione di alcuni libri inglesi, tra cui «Tra uomini in barca» di Jerome K. Jerome.

Mine vaganti

Mine vaganti, ma nel vero senso della parola. E’ buffo come alla tragedia si aggiunga tragedia (quando si dice, fuori di metafora, che “piove sul bagnato”…) qual è quella bosniaco-croata dell’alluvione: questa pare aver dissepolto o comunque portato “a spasso” le mine confinate nei territori bombardati ancora da bonificare. E siccome l’industria bellica deve poter produrre, nella società dell’abbondanza, pare che la stima degli ordigni vaganti sia dell’ordine delle 120mila unità. Quando si dice l’abbondanza, appunto…
In un attacco di cinismo verso quell’essere umano che sono – appartenente quindi a quella stessa specie di Homo Sapiens Sapiens (? – il secondo “Sapiens” è davvero pleonastico e non ce lo meritiamo…) che quelle mine le ha fabbricate e sganciate addosso ai propri simili – ho pensato alle vignette di Bonvi, nelle cui vicende legate ai soldati di Sturmtruppen (ricordate? la presa in giro della lingua tedesca che è un italiano germanizzato, con i suffissi in “-en” finale…), compariva spesso un cartello “achtung minen!”
Il genere umano si estinguerà per idiozia. Anche e soprattutto per queste forme di idiozia…

Uno dei personaggi di "Sturmtruppen", di Bonvi

Uno dei personaggi di “Sturmtruppen”, di Bonvi

Serge Latouche e la mia vecchiaia

Del tutto fortuitamente stasera mi sono imbattuto in un incontro pubblico – organizzato nella bella sede della stazione Leopolda a Pisa – con Serge Latouche. Ne avevo sentito tanto parlare – soprattutto dall’amica Stefania – pur non avendone mai letto nulla. Principale teorico della decrescita felice, mi son trovato davanti un signore che mi ha ricordato un passato e una “militanza” ambientalista che mi pare di aver dimenticato.
Ora: i discorsi sono sempre un po’ i soliti, forse io sono invecchiato e tutto questo fervore di quelle che sottilmente ancora passano (secondo una percezione che è e rimane soggettiva) sotto traccia come parole d’ordine (un paio su tutte, stasera: “disastro” e “catastrofe”) ora hanno smesso di infervorarmi e in una qual certa misura mi stomacano un po’. Ma il problema è tutto e solo mio. Insomma il discorso – un po’ contorto e avvitato (complice forse il comunque encomiabile sforzo di parlare la nostra lingua) – ha toccato molti punti e ha oscillato tra la banalità del già sentito miliardi di volte (che Monsanto faccia i soldi con le semente non pare una novità…) e un frame narrativo secondo il quale si auspica il ritorno all’idillico mondo perduto del contadino che ti dà i suoi prodotti coltivati lì sul momento e pronti per te. Chilometro zero, “sostenibilità” e via sul registro che divide i buoni dai cattivi senza sfiorare neppure per un attimo il concetto piuttosto attuale di “complessità”, per esempio. Un modello che sembra – per certi aspetti almeno – del tutto inapplicabile.
Non che Latouche non abbia sacre (come il cibo, la terra, ecc. che sono comparsi nel suo discorso) ragioni per dire ciò che dice, ma è il modo, tra il profetico e l’oscurantista, che mi ha infastidito. Chi mi conosce sa che non sono certo uno che appoggia “le magnifiche sorti e progressive”, ma neppure penso che sia il caso di seguire i consigli per il futuro che  questo signore dispensa per evitare di incorrere nell’apocalisse prossima ventura.
Sarà che poi sto diventando allergico all’immancabile parterre di pseudo alternativi, sinistroidi radical-chic, finti freak, e altre specie lì adunate.
Sarà che poi di recente mi sono letto con gran gusto l’intervento di  Antonio Pascale nell’agile quanto denso volumetto Democrazia: cosa può fare uno scrittore? (in realtà acquistai il libro per il secondo intervento, quello dell’amico Luca Rastello).
Sarà che poi sono stanco dei “buoni”, tanto per rimanere a Rastello.
Sarà che poi, banalmente, invecchio.

Serge Latouche

Serge Latouche

Se anche Susanna

Se anche Susanna Camusso, in apertura del XVII congresso nazionale Cgil a Rimini, arriva ad accusare Matteo Renzi (non il governo o un esecutivo… proprio Matteo Renzi, a ulteriore segnale, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto la politica sia ormai una “questione personale”, quando non – come spesso è accaduto in passato – una “questione privata”…) di «distorcere la democrazia», allora siamo a cavallo.
I cittadini “normali”, quelli distanti molte leghe dal palazzo e che quel palazzo vedono attraverso il caleidoscopio dell’informazione, credo abbiano difficoltà: all’informazione caleidoscopica si aggiunge la specifica realtà osservata, a sua volta caleidoscopica. Il risultato è che non se ne esce e si alimenta la maionese della non reale comprensione e percezione di come stiano effettivamente le cose. Scrivo questo perché qualche giorno fa pubblicai questo post nel quale già il primo passaggio – ovvero: quello dai lavoratori che dalla Cgil dovrebbero essere tutelati “a prescindere”, come direbbe Totò agli ex-vertici sindacali (Epifani) – era completamente mistificato nel suo senso: Epifani, in relazione alla polemica sui maxi-stipendi ai manager pubblici, in specifica relazione a quello del suo ex collega sindacalista Moretti, di fronte alla domanda esplicita dell’Annunziata su quale fosse la sua posizione in merito, sostanzialmente augurava “buon lavoro” a Moretti che, lo ricordiamo, licenziò in tronco Riccardo Antonini in relazione alla strage di Viareggio.

Susanna Camusso al congresso nazionale Cgil

Susanna Camusso al congresso nazionale Cgil

I Majorana, una famiglia di geniacci…

Sto affannosamente e faticosamente, in queste ore, mettendo a punto il – per fortuna – breve intervento che farò al convegno di Italian Studies, a Philadelphia (a questo indirizzo qualche informazione). Parlerò del caso Majorana e, trattandosi di letteratura, di come quest’ultima, in particolar modo, trattò il caso in questione.
Sto, a questo proposito, leggendo il bel libro di Erasmo Recami (questo), un “classico” molto ben documentato, per avere notizie un po’ più ampie sulla biografia del geniale siciliano. Recami tratta nella prima parte un po’ tutta le genealogia di famiglia e ci sono cose che fanno impressione. Tipo lo zio Angelo che, nato nel dicembre del 1865, fa la maturità a 12 anni e all’età di 16 è dottore in Legge, a Roma. Cito dal libro:

[…] si fa prendere in simpatia da Re e Regina. Patriota, colto, affidabile, disponibile, diviene amico di D’Annunzio, Minguzzi, Oberdan. Tra i 18 e i 20 anni dà alle stampe le sue prime opere […]. Ma conseguita la Libera docenza a 17 anni, già è “professore pareggiato” all’Università di Catania. Nel 1886 si presenta a tre concorsi per le cattedre di Diritto Costituzionale di Catania […], di Messina, e di Pavia: e li vince tutti e tre, sbalordendo le commissioni che prendono atto che “il vincitore, Sig. Angelo Majorana, avvocato alla Cassazione di Roma, non è ancora maggiorenne”; non aveva ancora compiuto, cioè, i 21 anni. Passa così titolare a Catania, ove diverrà – a 29 anni – Magnifico Rettore.

E via discorrendo. Il fatto è che i casi che ho sott’occhio di questa “abitudine” di laurearsi a 21 anni (nel caso specifico: ben sotto…) non sono solo appannaggio degli anni che vedono l’Italia appena unita (dici, vabbè, l’accademia era quel che era… ma ogni mondo è “proporzionato” in tal senso per mezzi, disponibilità e difficoltà di studio che notoriamente – nel passato – è stata di solito più arduo che nel presente), ma anche di generazioni più recenti di isolani – per altro sempre dell’area catanese. Persone che conosco, a me vicine, che hanno nonni e bisnonni con due specializzazioni in medicina e carriere folgoranti, che hanno zii laureati a 21 anni in giurisprudenza (odiando profondamente con tutti se stessi la materia, per giunta).
Se penso che ho rinunciato agli studi universitari in ingegneria e mi sono laureato a fatica in filosofia mettendoci il doppio del tempo (vabbè lavoravo…) ormai “vecchio” (31 anni) e più vecchio ancora ho preso due master, beh, francamente mi sento un po’ un cretino.
Secondo me da quelle parti (la Sicilia e soprattutto quella orientale…) c’è qualcosa: forse la cassata? I cannoli? I panzerotti? Sì deve essere colpa dei panzarotti che sul web si trovano espressamente (anche) come “catanesi” (a questo link una delle tante ricette proposte)…
PS: ho “scansionato” (in realtà fotografato perché non ho uno scanner a portata di mano…) il paragrafo dedicato a zio Angelo quasi integralmente e ne ho fatto un PDF che potete scaricare da qui. C’è anche un discorso che fece da ministro (beh, se a 29 anni sei rettore all’università, ci sta che a 38 tu sia ministro…) che sembra scritto oggi. Solo che lo pronunciò in una seduta del 1899…

Angelo Majorana

Angelo Majorana


Ettore Majorana

Ettore Majorana


PS: i documenti qui sotto riportati sono tutti tratti da E. Recami, Il caso Majorana. Epistolario, documenti, testimonianze, Di Renzo editore, 2011, pp. 209-211. Si tratta dei verbali nei quali sostanzialmente Majorana vince il posto da ordinario “fuori concorso”, vale a dire oltre ai tre candidati che erano comunque favoriti (Giovanni Gentile jr., figlio del Gentile filosofo; Giulio Racah, ebreo che passerà da Firenze in Israele fondandovi la fisica teorica e Giancarlo Wick, che vincerà il posto a Pisa). Insomma, “il caso Majorana” prima del caso Majorana…
Verbale della Commissione giudicatrice del concorso a cattedra (25.10.37)
Commissione giudicatrice del concorso alla Cattedra di Fisica Teorica presso la R. Università di Palermo
Verbale n°1
La Commissione nominata da S. E. il Ministro dell’Educazione Nazionale e formata dai professori Carrelli Antonio, Fermi S. E. Enrico, Lazzarino Orazio, Persico Enrico, Polvani Giovanni si è riunita alle ore 16 del giorno 25 ottobre 1937 XV in un’aula dell’Istituto Fisico della R. Università di Roma.
La Commissione si è costituita nominando come Presidente S. E. Fermi, e come segretario Carrelli. Dopo esauriente scambio di idee, la Commissione si trova unanime nel riconoscere la posizione scientifica assolutamente eccezionale del Prof. Majorana Ettore che è uno dei concorrenti. E pertanto la commissione decide di inviare una lettera e una relazione a S. E. il Ministro per prospettargli l’opportunità di nominare il Majorana professore di Fisica Teorica per alta e meritata fama in una università del Regno, indipendentemente dal concorso chiesto dalla Università di Palermo.
La Commissione, in attesa di ricevere istruzioni da S. E. il Ministro, si aggiorna fino a nuova convocazione.
La seduta è tolta alle ore 19.
Letto approvato e sottoscritto seduta stante,
Enrico Fermi, Orazio Lazzarino, Enrico Persico, Giovanni Polvani, Antonio Carrelli


Lettera della Commissione al ministro Giuseppe Bottai (25.10.37)
A S. E. il Ministro della Educazione Nazionale ROMA
Eccellenza,
la Commissione giudicatrice del Concorso alla Cattedra di Fisica Teorica della R. Università di Palermo, oggi costituitasi, iniziando i suoi lavori è stata unanime nel rilevare, dopo esauriente scambio di idee, che tra i concorrenti il Prof. Majorana Ettore ha una posizione scientifica nazionale ed internazionale di tale risonanza che la Commissione esita ad applicare a lui la procedura normale dei concorsi universitari.
Si permette pertanto di prospettare alla E. V. l’opportunità di nominare il Majorana, per alta e meritata fama, professore di Fisica Teorica in una delle Università del Regno, indipendentemente dal concorso chiesto dalla R. Università di Palermo.
Si onora di allegare una relazione sulla attività scientifica del Majorana.
Con osservanza
Enrico Fermi, Orazio Lazzarino, Enrico Persico, Giovanni Polvani, Antonio Carrelli


Segue ovviamente la relazione e la lettera nella quale il ministro nomina direttamente Majorana professore ordinario. Tutto questo a nulla servì nel distogliere lo scienziato dal “gesto” della scomparsa. In alcune considerazioni personali Recami (p. 125) afferma – analizzando i possibili motivi che indussero Ettore Majorana a scomparire – che “i personali problemi di Ettore devono essere tanto forti e urgenti da rendere del tutto insignificanti le possibilità (diciamo) di guadagnarsi dei Premi Nobel, o di mantenersi la consolazione di alcuni cari affetti familiari”.
Ciò che per molti potrebbe essere considerato l’apice di una carriera, per alcuni non ha alcun significato.
 
 

Comics sans e il Cern: più pesce d'aprile di così…

Lì per lì ci ho creduto davvero. Perché alla fine quando navighi sul sito (anzi sul cluster di siti) dell’istituzione scientifica più celebre del mondo, un po’ di “soggezione” ti viene. Poi a fare questo scherzetto ci hanno messo Fabiola Gianotti e in effetti la cosa suonava strana: com’è che la portavoce di uno degli esperimenti più importanti di Lhc faceva un annuncio ufficiale di questo tipo per il Cern?
La storia del Comic sans è una storia in sé… comica: notoriamente (non me ne vogliano) gli scienziati non hanno avuto mai un grande feeling verso gli aspetti della comunicazione, a partire dagli aspetti apparentemente marginali come, appunto, può sembrarlo la scelta del font con cui scrivere comunicati e quant’altro, fino ai poster da presentare ai convegni (in questo ne ho esperienza diretta con i ricercatori del mio istituto…).
Il Comic sans (questo font qui), non si sa bene per quale curiosa alchimia, risulta tra i favoriti dagli scienziati. A chi, come il sottoscritto, è un po’ sensibile alla questione – avendo fatto e svolgendo ancora, almeno in parte, un’attività editoriale – è sempre sembrata una scelta più dettata dal caso che da una consapevole sensibilità: d’altra parte molta gente, anche giustamente, bada al sodo e, a parte gli inossidabili font usati da editor come Tex (LaTex e tutte le sue versioni), in molti posti probabilmente questa è invece diventata una vera e propria “battaglia”.
Questo il senso della dichiarazione e… dello scherzo: le comunicazioni ufficiali del Cern saranno tutte in Comic sans! Peccato che la dichiarazione (che trovate a questa pagina) sia datata 1° aprile… 🙂

Fabiola Gianotti annuncia che il Comic Sans diventa il font ufficiale del Cern

Fabiola Gianotti annuncia che il Comic Sans diventa il font ufficiale del Cern

Quanto è grande l'Universo… meglio: la sola Via Lattea

In una specie di mantra quasi ipnotico Giovanni Lindo Ferretti, diversi anni fa, cantava, in Tabula rasa elettrificata uno splendido album dedicato alla Mongolia, Gobi, il cui testo è semplicemente questo:

Quanto è alto l’ universo quanto è profondo l’universo 
mille i Nomi di Budda 
mille 
diecimila 
e quello che verrà

‘Alto’ e ‘profondo’ è diverso da ‘grande’,  ma la canzone-mantra dei CSI mi è venuta in mente lo stesso, quando ho visto questa notizia pubblicata dall’ESO, l’European Southern Observatory, nella quale si dice che il telescopio dell’Osservatorio Paranal in Cile ha realizzato diverse immagini ad altissima risoluzione della Via Lattea che, composte successivamente in un mosaico, hanno dato luogo a una immagine finale di 108.200 per 81.500 pixel, contentente circa nove miliardi di pixel e… circa 84mila stelle.
La cosa simpatica è che l’immagine si può… scaricare. In formato originale pesa 24 GB, mentre per chi si “accontenta” ne esistono versioni a minor definizione che vanno da 3,9 GB (e quindi stanno dentro un dvd) o ancora inferiori. Quando si dice Via Lattea, pensando a “casa nostra”…
Ah, se qualcuno avesse dubbi sulla (stretta) correlazione tra arte e scienza può sempre guardare questa galleria: http://www.eso.org/public/images/

La parte centrale della Via Lattea nel mosaico da 9 milioni di pixel

La parte centrale della Via Lattea nel mosaico da 9 milioni di pixel

Stiamo ar medioevo!

Lo dice sempre il mio beniamino e sicura figura di riferimento Corrado Guzzanti. E lo dice quando impersona Don Pizzarro, il prete ipercinico e realista più del re, quando in chiusura della sua piece con Serena Dandini, si riferisce all’apertura (mentale) di questa piccola Italia barocca e ancora bizantina nelle pieghe di certa burocrazia (per chi fosse digiuno – parte 2 di 2: https://www.youtube.com/watch?v=hg5pSwsHni0 e prima di quello – parte 1 di 2: https://www.youtube.com/watch?v=5JESGmwY7Y4).
Sono iscritto dal 2006 all’Ordine dei giornalisti (eh, ognuno ha i suoi difetti…). La sezione piemontese cui afferisco ha deciso di fare periodici aggiornamenti professionali instaurando un sistema simile a quello delle professioni sanitarie – credo, devo approfondire e non ho capito molto – con i crediti ECM. Ma… – rullo di tamburi – per fare tutto ciò serve per una “comunicazione sicura” tra me e l’Ordine, una casella di posta elettronica certificata (nota con il suo acronimo di PEC).
Tempo addietro, per altri motivi, creai un account PEC attraverso il sito del governo, che offre ai cittadini il servizio gratuito. Così oggi, un po’ in colpa per il considerevole ritardo – questa cosa mi è stata comunicata anche verbalmente quando passai a prendere il bollino 2014 a dicembre dello scorso anno – mi sono imposto di tornare sul sito, verificare, ecc.
Ma… – ri-rullo di tamburi – la mia PEC semplicemente non funziona. A parte l’iter per l’attivazione (che è spiegato in questa paginetta e che vi raccomando) pare che – dopo svariati tentativi verso caselle normali o verso la stessa casella PEC dell’Ordine – la posta elettronica del governo, quella della mia casella per intenderci non funzioni perché non “dialoga” (?!?) di fatto con altri gestori PEC. Questo mi è stato spiegato in una asettica mail che credo sia una sorta di “risposta automatica” che recita:

Il Gentile Cliente la PostaCertificat@ è un servizio gratuito di comunicazione elettronica tra Cittadino e Pubblica Amministrazione. Consente le sole comunicazioni tra Cittadino e Pubbliche Amministrazioni e viceversa e quelle tra Pubbliche Amministrazioni e Pubbliche Amministrazioni e garantisce un canale di comunicazione chiuso ed esclusivo tra Pubblica Amministrazione e Cittadino. Non sono, infatti, previste comunicazioni al di fuori di tale canale, a. esempio tra Cittadino e Cittadino. La preghiamo di verificare che l’ indirizzo da Lei scelto come; destinatario/mittento faccia parte del canale di comunicazione; a tal fine Le specifichiamo; quanto segue: gli unici indirizzi di posta certificata delle Pubbliche Amministrazioni; co. cui il Cittadino può dialogare attraverso il dominio; postacertificata.gov.it sono quelli disponibili nella Rubrica PA, attualmente in fase di progressivo completamento. Per effettuare la ricerca dell’indirizzo attraverso la funzionalità dedicata è necessario che si effettui il login sul portale, inserendo USER-ID o password e solo da quella Rubrica PA è possibile identificare le Pubbliche Amministrazioni con cui comunicare. Invece, l’ indirizzario centralizzato disponibile dal sitw http://www.paginepecpa.gov.it è comprensivo di tutti gli indirizzi dello Pubbliche Amministrazioni dotate di PEC, ma con le quali non si può comunicare tramite dominio postacertificata.gov.it, a meno che le stesse non siano già migrate nell’Indirizzario PA della PostaCertificat@. E’ per questo che il nostro Indirizzario PA è in progressivo completamento. RinnovandoLe la nostra piena disponibilità per qualsiasi ulteriore informazione, La invitiamo a visitare il portale www.postacertificata.gov.it o a contattare il nostro servizio di assistenza attivo dalle 8:00 alle; 20:0. dal lunedì al sabato (festivi esclusi) ai seguenti numeri 800.104.464 (da rete Fissa) 199.135.191 (da rete mobile). Distinti Saluti.

Insomma: la PEC del Governo non parla con la PEC normale, come mi confermano anche dall’Ordine dei giornalisti:

Gentile signor Luciano Celi, la PEC del governo è valida solo per i rapporti con la P.A. Le consigliamo di dotarsi di un nuovo indirizzo di PEC.
Grazie
Un cordiale saluto
La Segreteria dell’ODG Piemonte

Ma la posta elettronica non dovrebbe servire per comunicare? C’ha ragione Don Pizzarro: stiamo ar medioevo!

La posta certificata che parla solo con il suo indirizzario

La posta certificata che parla solo con il suo indirizzario