Ognuno ha la televisione che si merita. Elementare, Watson!

Ieri sera ho visto l’ultima puntata della seconda serie di un anomalo serial televisivo inglese (molto british english) dal titolo Sherlock. A questo link la genesi e sinossi della serie che è anomala perché ne vengono prodotti solo 3 episodi all’anno e della durata di 90 minuti ciascuno (praticamente dei film).
La “scienza della deduzione”, cui si ispira l’opera originale di Conan Doyle, è qui portata all’estremo: Sherlock ragiona (e deduce) a una velocità ennesima rispetto a una persona normale e, basandosi su particolari apparentemente insignificanti, giunge a conclusioni (sempre) corrette. Certo: lo Sherlock Holmes di Doyle è di epoca vittoriana: da un punto di vista scientifico siamo in pieno positivismo e determinismo. Sono gli anni in cui, mentre Doyle dà alla luce il suo detective, Lombroso dà credibilità alla frenologia, alla misura dei crani, a quell’ineluttabile determinazione del destino legata a una precisa conformazione fisica del cranio: se ce l’hai sei un criminale. La cui logica conseguenza è che non c’è più redenzione: se sei criminale lo sei per genetica e genìa: le strutture carcerarie e detentive non hanno più lo scopo di correggere, ma di separare definitivamente le mele marce della società. E mentre questo accade, Zola, uno dei grandi scrittori di Francia, dà vita al ciclo dei Rougon-Macquart dove le tare ereditarie si passano da una generazione all’altra: se tuo padre è stato alcolista e ubriacone, non potrai che diventare tu stesso alcolista e ubriacone.
Un mondo terribile, insomma, in cui non c’è spazio per il caso, per il dettaglio insignificante. L’acume di Sherlock infatti a un certo punto si infrange contro l’intelligenza di Moriarty, il suo alter ego e la sua nemesi: quest’ultimo infatti si finge per ciò che non è e si presenta a Sherlock – eccezionale segugio – mostrandogli una serie di “tracce” che volutamente porteranno il detective a conclusioni completamente sbagliate. La pista c’è, ma in questo caso è falsa.
Questo serial è stato trasmesso sulla BBC e se un popolo si vede (anche) dalla televisione che guarda, beh, allora ognuno ha la televisione che si merita.
Non esiste nulla di paragonabile in Italia, sebbene mi pare che non ci manchino opere letterarie alle quali ispirarci.
Ah, ovviamente gli episodi – di cui non possiedo la versione italiana – li ho visti sottotitolati: pensavo di conoscere un inglese minimo, ma dopo aver visto – e soprattutto: udito – a quale velocità e come parlano, la frequenza con cui capisco una parola all’interno di una frase è di gran lunga inferiore a quella che pensassi. La maggior parte del tempo gli occhi puntano ai sottotitoli che per altro vanno velocissimi quando Sherlock pensa a voce alta. Gasp, l’inglese è una lingua che non conosco!

I due protagonisti di "Sherlock"

I due protagonisti di “Sherlock”

Quando si dice "pensare al futuro"…

Oggi ho ricevuto questa mail da una lista cui sono iscritto:

Ti piacerebbe far crescere un albero dalle tue ceneri dopo la morte?
Questo è un’Urna Bios progettata dal designer spagnolo Martin Azua. Un’urna completamente biodegradabile che contiene un seme di albero. Quando piantato, il seme dell’albero si nutre e assorbe le sostanze nutrienti dalle ceneri. L’urna è realizzata in noce di cocco e contiene torba compattata e cellulosa. Le ceneri vengono mescolate con queste sostanze, e il seme collocato all’interno. È anche possibile scegliere quale tipo di albero vuoi far crescere!
E tu cosa preferisci lasciare alle tue spalle? Un albero o una pietra tombale?

Messa così pare brutta, ma se ci si pensa un attimo l’idea non è mica così bislacca! Mi sa che propendo per l’ “urna bios” 🙂

Urna Bios

Urna Bios

Metti un weekend in Liguria

L’idea era quella della gita fuori porta. Ma il tempo è stato quel che è stato e abbiamo ripiegato sull’auto come mezzo che ci permettesse lo spostamento con tutti i climi possibili. Questo perché non potevamo esimerci dal weekend promosso dal Fai, Fondo Ambiente Italiano, che ha aperto le porte – e sappiamo che questo accade una tantum – ai molti tesori di questa nostra Italia bistrattata (anche da questo punto di vista, oltre che da altri).
In particolare quello che siamo andati a vedere è proprio stato donato al Fai: si tratta della bellissima Abbazia di S. Fruttuoso, nei pressi di Camogli. Nella mia vita, nei transiti da e per Torino, quante volte sarò passato per la Liguria? Migliaia di sicuro. E chi lo sapeva che in un posto raggiungibile solo via mare o da qualche sentiero c’è un simile tesoro?
Qualche notizia e qualche sommario ragguaglio si trova alla solita voce Wikipedia, ma l’aspetto interessante è stato arrivarci. Inizialmente volevamo farla tutta a piedi partendo da S. Rocco, frazione a circa 200 m. sul livello del mare che si raggiunge dalla via Aurelia, all’altezza della località Ruta, ma un gentilissimo barista ci ha messo sull’avviso: poi come tornate indietro? Pensate di risalire per la stessa via? Se viene il nubifragio che promette la vedo dura…
Insomma: sano terrorismo di chi (1) conosce le sue zone e (2) vede che questi due non sono esattamente dei montanari attrezzati a ogni evenienza (se penso a come ho fatto in fretta in questi anni a tornare “urbano” e “cittadino” mi viene male…). Piano B: vi conviene scendere su Punta Chiappa (eh… si chiama così, con un primo pezzo di infiniti scalini spaccagambe…) e poi da Porto Pidocchio (e dove siamo in una fiaba dei fratelli Grimm?), lì vicino, vi imbarcate per San Fruttuoso e poi magari vi fate portare a Camogli, dove c’è un po’ di civiltà e riuscite a trovare un bus che vi riporta all’auto… Ecco qui c’è il numero della compagnia di navigazione: tenete presente che se il mare sale interrompono senza preavviso le corse e rimanete dove siete.
Quest’uomo del bar Pippi (Calzelunghe? La fiaba continua…), all’inizio della frazione di S. Rocco, non è un barista è il santo protettore dei turisti sprovveduti e la municipalità dovrebbe dargli un supplemento di stipendio! Facciamo come dice, imbattendoci in un’altra chicca meravigliosa, strategicamente (leggi: ci vai SOLO a piedi) a metà del percorso: la chiesa di San Nicolò di Capodimonte.
Arrivati giù aspettiamo quel che dobbiamo sull’approdo l’imbarcazione e per le 12,45 circa siamo a San Fruttuoso. Poca gente, il tempo non invoglia, ma l’accoglienza dei ragazzi è calorosissima: perché uno degli aspetti più interessanti di queste iniziative Fai è, oltre a far (ri)scoprire (e amare) pezzi pregiati d’Italia agli italiani, quello di coinvolgere le giovani generazioni, dai 15 ai 18-19 anni che, su base volontaria e opportunamente istruiti, fanno da guida ai visitatori.
Un’iniziativa encomiabile, utilissima a sensibilizzare le giovani generazioni verso il nostro patrimonio storico-artistico (e quindi tout court culturale).
Usciti dalla visita intorno alle 14,30 si è verificato quel che era nelle previsioni. Acqua a catinelle, mare da lupi (di mare) e stomaci resistenti: per quella mezz’oretta di navigazione – pur sottocosta e di modesto cabotaggio – si è ballato che era un piacere. Camogli ci ha accolto sotto un’acqua a scrosci, con un’immagine da cartolina d’altri tempi: i negozietti aperti nonostante il maltempo, un paio di pescatori che rimagliavano reti (volevo chiedere se erano veri o pagati dalla Pro Loco, ma dato il tempo atmosferico mi sa che erano veri e non si esibivano per turisti assenti…), la ricerca di qualche bugigattolo di locale dove prendere qualcosa di caldo – e l’abbiamo trovato perché abbiamo incontrato sulla nostra strada altri commercianti che hanno saputo indicarci i posti giusti…
Nonostante – o forse anche grazie – al maltempo, una bella gita, alla scoperta di quelle meraviglie che abbiamo sotto casa e non conosciamo.

panchine sul lungomare di Camogli

panchine sul lungomare di Camogli

CGIL, ovvero: Come Gabbare I Lavoratori

C’è questa specie di punto di principio da parte di una certa parte politica che sembra suonare scomodo – soprattutto ai diretti interessati: i maxi stipendi dei manager pubblici.
Sono stato dipende delle Ferrovie dello Stato per 10 anni. Ho fatto il macchinista, in forza al Deposito Locomotive di Pisa prima e di Livorno poi. Quindi, come lavoratore, stavo “alla base”, ma in quella posizione privilegiata di chi ha un potere contrattuale forte: notoriamente se i macchinisti “incrociano le braccia” i treni non si muovono, con gran danno per tutta la nazione.
Fare il macchinista ha avuto indiscussi vantaggi, primo tra i quali capire come funzionano i rapporti di forza tra azienda – si chiamavano all’epoca ancora Ferrovie dello Stato, anche se SpA, ma una SpA le cui azioni erano ancora tutte dello stato; solo dopo sarebbe stata suddivisa in Trenitalia ed Rfi – lavoratori, utenza, garanzia dei servizi minimi e quant’altro.
Tutto molto istruttivo. Tanto istruttivo che non mi sorprende che un ex sindacalista CGIL sia dal 2006 amministratore delegato dell’azienda: ad altri, a più bassi livelli, ho visto compiere lo stesso “salto della quaglia”.
Tanto istruttivo che non è un caso che i macchinisti abbiano dato vita nel tempo a una quantità di sigle autonome, poiché, per vedere difesi i propri diritti, la “triplice” (CGIL-CISL-UIL) ha dato prova, in più di un’occasione, di essere incapace di difendere quegli stessi diritti – l’opposizione tipica a questo ragionamento è: “ma erano diritti di categoria, mentre noi vogliamo difendere i diritti di tutti i lavoratori”. Già allora i macchinisti sono, per paradosso, “meno lavoratori” delle altre categorie da difendere?
Comunque: è finalmente venuto fuori il bubbone. Sempre troppo tardi, sempre poco incisivo, visto che ad altri prima di questo illustre filibustiere è stato permesso di disintegrare le ferrovie – un nome per tutti? Giancarlo Cimoli – e, una volta compiuta l’opera, per “promozione” lo si è mandato a disintegrare l’Alitalia – le cui vicende immagino siano più o meno note a tutti.
Con l’arroganza che lo contraddistingue, Moretti si difende, difende il suo indifendibile operato (salite su qualche regionale e poi ne riparliamo perché le ferrovie sono QUELLE e non i freccia rossa…) e pochi, forse nessuno, ricorda che il nostro tirannico amministratore delegato ex sindacalista CGIL (ma anche cavaliere del lavoro, cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana e laureato honoris causa in Ingegneria Meccanica all’Università di Cassino) che sembra avere potere di vita e di morte sui suoi dipendenti-sudditi, ha pubblicamente dichiarato di voler licenziare Riccardo Antonini, ex collega (sia perché sia io che lui siamo fuori dalle ferrovie) reo di aver messo a disposizione dei familiari delle 32 vittime dell’incidente ferroviario di Viareggio, le sue competenze tecniche, di averlo fatto gratis e per amor di verità (per chi non ricordasse o non sapesse, la faccenda venne ripresa anche da Report: http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-1485cbc9-efb6-439c-a068-25394d55cd4b.html).
La cosa però che ancora stupisce – ma neppure più di tanto perché la casta, checché se ne dica, è ahinoi una realtà – è che nella puntata odierna di “In mezz’ora” di Lucia Annunziata, andata in onda nell’immediato dopo pranzo oggi, Guglielmo Epifani – toh! un altro ex CGIL! – commentando, su richiesta della conduttrice, la notizia delle parole volate alte tra Renzi, Della Valle e il nostro odiato AD, lo ha a sua volta difeso, dicendo che non dovrebbe dare la soddisfazione di andarsene a questi signori.
Scusate: ma la CGIL non dovrebbe difendere i lavoratori?

Guglielmo Epifani

Guglielmo Epifani


Mauro Moretti

Mauro Moretti

Hai sbagliato? Ti premiamo! LHC come "laboratorio sociale"

No, non si tratta della strategia con la quale notoriamente fanno carriera certi politici, amministratori o manager pubblici italiani. Certo: ieri sarei potuto intervenire e dirlo a Guido Tonelli, che ha tenuto la sua lectio magistralis sulla scoperta del bosone di Higgs.
Avevo intervistato Guido esattamente un anno fa di questi tempi (l’intervista è ancora disponibile sul server del mio istituto: http://www.pi.ipcf.cnr.it/intervista/), in occasione di un lavoro che stavo facendo sulla «fuga dei cervelli» (sfociata in questo libretto: http://www.ibs.it/code/9788897556107/celi-luciano/cervelli-che-fuggono-e.html). Già allora la sua carica umana, oltre che scientifica, resero molto gradevole l’interazione e per questo non mi hanno stupito le parole del rettore, che, in questo senso, non sono suonate retoriche, come troppo spesso accade in queste manifestazioni ufficiali.
E di nuovo ieri, al di là delle questioni tecniche e degli excursus storici, la parte ugualmente interessante è stata quella dell’avventura umana che Guido ha messo in rilievo immaginando che il fatto di essere un po’ proiettati nel futuro, possa essere un modo di vedere questa stessa proiezione anche in ambito sociale. Mi spiego meglio: il Cern è una realtà costituita da 42 paesi (praticamente tutto il mondo) e non ricordo più quanti mila tra ingegneri, ricercatori, fisici. Ci sono in gioco milioni di euro e tutti concorrono – nel senso di «corrono insieme» – verso un certo obiettivo.
Un ruolo di leadership in un posto come quello non viene assegnato (più o meno) “dall’alto”, come in qualsiasi  altro ente (di ricerca o meno), ma – oltre a essere “fisiologicamente” temporaneo – è una forma di autorità che altri ti riconoscono. Anche perché praticamente ogni scelta viene condivisa e, come diceva Guido ieri, «se dici cazzate il tuo punteggio cala» (non lo diceva con queste parole perché era una lectio magistralis in un’aula magna e lui è tendenzialmente una persona più fine di quanto lo sia io, ma ci siamo capiti…).
Trattandosi di un meccanismo complesso, in cui molte operazioni sono controllate, ma non tutte, ci si deve fidare. Allora è sorto il problema: e se tra le mille (ma sono di più…) persone che lavorano al progetto, qualcuna di queste sbaglia, che si fa? La si punisce? Il meccanismo della punizione può essere perverso e deleterio: non incoraggia, in generale, le persone ad ammettere le proprie colpe e in un progetto come questo, dove anche i dettagli minimi possono compromettere gran parte del lavoro (raccontava Guido che una saldatura su 12mila ha danneggiato 53 magneti nel 2008 ed LHC ha dovuto fermarsi quasi un anno per risistemare il danno…), può ritorcersi contro al punto da essere totalmente controproducente.
Allora hanno pensato di cambiare le regole: se uno sbaglia – immaginando sempre che lo faccia in buona fede: chi lavora al progetto lo fa non perché è “obbligato”… – viene “premiato”, nel senso che lo siringrazia e gli si riconosce l’onestà di averlo detto pubblicamente. Questo serve a evitare danni maggiori perché si può andare a verificare lo sbaglio e correggerlo. Ci ha fatto un paio di esempi pratici che sembrano essere stati molto istruttivi per la comunità.
Ecco, Guido immagina che questa avventura scientifica, che LHC non sia solo il luogo in cui si sperimentano tecnologie al limite – perché molta dell’innovazione è “costretta” dalle richieste tecniche di ingegneri e fisici, un po’ come accade per la formula 1 in campo automobilistico: lì si sperimenta per mezzi che devono andare al limite e questo fa progredire la tecnologia… – ma può essere anche, secondo lui, il posto in cui si sperimenta una diversa forma di socialità, in un confronto che vede le persone soprattutto e in primo luogo come colleghi e non collocati in qualche punto di una scala gerarchica (sopra, sotto , di fianco). Colleghi con i quali confrontarsi e per i quali provare un rispetto ancora maggiore se dicono «scusa, ho sbagliato».

Locandina lectio magistralis sul bosone di Higgs

Locandina lectio magistralis sul bosone di Higgs

Piove all'insù

Sono fortunato. Sono fortunato perché in almeno un paio di occasioni nell’arco della mia vita quello che J.D. Salinger fa dire al suo protagonista ne Il giovane Holden, non è solo solo un desiderio, ma davvero potrei chiamare al telefono la persona che ha scritto il libro. La citazione di Salinger, per la cronaca è quella che segue:

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

Ho finito di (ri)leggere ieri Piove all’insù, di Luca Rastello. Ho conosciuto Luca qualche anno fa, in occasione di una passeggiata fenogliana sulle Langhe. Ci siamo persi di vista per un po’ – ognuno a rincorrere i suoi guai, come sempre – ma poi è successo che nel trasloco tra Torino e Massa ho perso questo suo libro con il quale, a suo tempo, avevo fatto un bookcrossing (gli avevo dato uno dei miei, di tema fenogliano appunto).
Di solito poi la rilettura è un lusso che non mi permetto, avendo da leggere mediamente per i prossimi 15 anni senza sfogliare due volte la stessa pagina, ma in questo caso posso davvero dire che ne è valsa la pena. L’incipit, folgorante, sembra scritto domani: una persona viene lasciata a casa dal lavoro da quel «campione della particella impersonale» in cui si è trasformato il capo e da lì inizia una narrazione che copre il ventennio che va dal 1958 al 1978. Anni che in Italia ci hanno fatto passare dal boom economico del dopoguerra alla stagione dello stragismo (di Stato e non).
Elementi della “questione privata” del protagonista si mescolano senza soluzione di continuità alla vicenda pubblica, dove “pubblico” è costituito da quella costellazione di date di cui è difficile fare un elenco completo: dal sequestro Moro, alle uccisioni eccellenti, alle stragi sui treni, da Piazza Fontana (1969) a Milano a quella Della Loggia (1974) a Brescia.
Sullo sfondo – ma anche spesso poeticamente in primo piano – Torino. Su cui non commento, essendo (stata) la mia città.
Grazie Luca. Ancora una volta un bel regalo.

Piove all'insù

Copertina di “Piove all’insù”, Bollati Boringhieri

The last Ikea. Domani. A Pisa

Rientro, a sera, da casa dei miei. Bisogna che passi, almeno una volta alla settimana. Ora che sono vicino, che nell’arco di un pomeriggio con una mezz’ora di autostrada posso andare e con l’altra mezz’ora tornare. Salito in auto però, per godermi il viaggio di ritorno, la puerile sensazione della notte, dell’on the road, decido di cambiare cd: “Without you I’m nothing”. Placebo.
Una roba vecchia, giovanile. Sull’autostrada letteralmente nessuno. L’auto fila via liscia verso sud. Mi piace essere inghiottito dal buio: cielo nero, lingua d’asfalto nera, costantemente in rifacimento, l’intermittenza della linea di mezzeria. L’auto va, silente. E’ una di quelle costruite apposta per.  Pur nel silenzio, alzo il volume per lasciarmi invadere da Pure morning, la prima canzone del cd. Un bel sound elettrico e un video – di quando ancora si vedeva la tv su Video Music e poi dopo M Tv – che ancora ricordo e che ovviamente non poteva mancare nella miniera di Youtube: http://youtu.be/a4JhtoR39M0.
Come si può dimenticare l’efebico, androgino Brian Molko che oscilla dal cornicione per tutta la durata della canzone prima del colpo di scena finale? Così le note vanno avanti e arrivo all’uscita dell’autostrada: Pisa centrale, che si innesta come naturale proseguimento sulla SGC (strada di grande comunicazione) fi-pi-li. Per gli amici: solo fi-pi-li. Siamo già nel pieno della palustre piana pisana: non c’è cavalcavia che regga e se c’è il limite a 110 conviene che andiate a 90 se no volete essere emuli del Generale Lee (vi manca il riferimento? Naaa: il tamarrissimo telefilm Hazzard, con una gloriosa Ford Gran Torino a cui a ogni ripresa credo abbiano sostituito gli ammortizzatori: http://youtu.be/Of-ZRsAK6G8).
A un certo punto sulla destra barbagli di luce giallina, familiare: è proprio lei, la neonata Ikea, salvatrice di tante case italiane da arredare, per la quale gli stradini, impossibilitati a una forzata mobilitazione dalle amministrazioni locali per sistemare in via definitiva i cavalcavia di cui sopra, hanno asfaltato in tempo record gli accessi al grande supermercato del mobile e sempre a tempo record, lavorando a cottimo quest’ultima domenica, hanno realizzato l’ultima rotonda. Domani si parte.
E’ un mondo in crisi, il nostro. In una crisi tale e tanta che alla multinazionale benedetta si fanno ponti d’oro e nella grande, metafisica provincia che è l’Italia intera, la pagina del redazionale del Comune di Pisa, Pisa Informa Flash, compare praticamente solo la (non) notizia della imminentissima apertura Ikea (qui il PDF della home page).
Good night & good luck
PS: e mentre l’Ikea apre, qualche chilometro più giù Città della Scienza resta chiusa per un mancato accordo. Qui la notizia.

E brava Silvia (e Chiara)!

«Non c’è niente di più rumoroso di una manifestazione di sordi». Così esordisce Silvia Bencivelli, ex collega del master triestino alla Sissa e anche un po’ amica, frequentata meno di quel che vorrei per il semplice motivo che ognuno a quest’età, ma soprattutto i free lance, hanno come principale occupazione rincorrere i propri guai, con l’aggravante che non abbiamo nemmeno un Roxy bar al quale incontrarci…
Così esordisce quando – alla fine delle proiezione del documentario sulla Lingua Italiana dei Segni (Lis), ieri sera al cinema Arsenale di Pisa, da lei realizzato e da Chiara Tarfano – le viene chiesta la genesi di quest’idea. L’idea arriva appunto quando, attraversando piazza Venezia a Roma, in piena mattina (avete presente che specie di girone infernale è quel posto vero, soprattutto la mattina?), in bicicletta (ma Silvia ama la vita spericolata peggio di Vasco…), sente un rumore di fondo ancora maggiore di quello già elevatissimo del traffico stradale impazzito, la cui grammatica è scandita dal clacson.
Chi è che fa così casino? Sono loro, i sordi che si battono per il riconoscimento della Lis, la lingua italiana dei segni (non ne sapete proprio nulla? La solita “pillola” Wikipedia può venire in soccorso: http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_dei_segni), come lingua ufficiale da accostare all’italiano. E’ una storia lunga questa, che meriterebbe ben più di un post. Mi fu raccontata a suo tempo da una fidanzata che nella vita faceva la logopedista e professionalmente aveva a che fare, quasi quotidianamente con questo tipo di problematiche.
Una storia che – tutta italiana nelle sue scelte miopi – racconta di come a un certo punto (cito ancora la voce Wikipedia):

Anche in Italia esiste e viene usata una lingua dei segni tra i sordi: esistono testimonianze al riguardo di educatori sordi della prima metà dell’Ottocento. Ma il Congresso di Milano del 1880 e la svolta rigidamente oralista che ad esso si accompagna impedisce che questa forma di comunicazione abbia un’ampia diffusione soprattutto in ambito educativo: proibita nelle classi si diffonde nei corridoi con un conseguente impoverimento linguistico e una conseguente mancanza di consapevolezza che la lingua dei segni italiana costituisca la lingua madre dei sordi, non inferiore alla lingua degli udenti.

Così ci siamo giocati questa possibilità di inclusione e di essere primi, ancora una volta. Infatti la questione passò sotto silenzio per quasi un secolo, fino a quando negli Stati Uniti uno studioso, William Stokoe, riscoprì quell’acqua calda che nessuno aveva considerato e grazie al suo lavoro, alle sue capacità e alla sensibilità di un governo capace di recepire certe istanze. Adesso i sordi statunitensi possono laurearsi, per esempio, presso un’università “dedicata” (la Gallaudet: https://www.gallaudet.edu/), mentre i sordi italiani devono scendere in piazza per vedersi riconoscere i diritti di cittadinanza e di inclusione basilari.
Silvia e Chiara hanno iniziato questo lavoro tre anni fa. Un lavoro del quale “mi vanto” di essere annoverato tra i produttori perché si tratta di fatto di una autoproduzione (una di quelle cose che passa sotto il nome di crowdfunding e che ha come riferimento questo sito qua: http://www.produzionidalbasso.com/), un’altra idea in qualche modo encomiabile che funziona più o meno così: voglio realizzare un progetto ma non ho i soldi per farlo. Ho bisogno di Xmila euro. Divido gli Xmila euro che mi servono in quote. Spiego via social network, mail ecc., alle persone il progetto e che per questo avrei bisogno di essere finanziato. Chiedo quindi di “prenotare” quote. Prenotare non significa che uno dà i soldi, ma che si impegna, solo nel caso il numero delle prenotazioni raggiunga la cifra stabilita, a darli. Quindi: certezza per chi realizza, certezza di vedere il “prodotto finito” – in questo caso un dvd che spero prima o dopo di avere 😉 – per chi finanzia. Così, anche per questo: brava Silvia e brava Chiara!
Ah, dimenticavo! Il sito del progetto è: http://www.segnaconme.it/ e per applaudire in Lis si fa così (si alzano le mani e si ruotano):

applausi in Lis

applausi in Lis

Fischia il vento

Il vento fischiava di sicuro sabato scorso 22 febbraio in Val di Susa. Mobilitazione nazionale per la (triste) vicenda dei quattro arrestati nientepopò di meno che per terrorismo. La storia è nota, ma per chi non ne avesse memoria, può trovarne una descrizione sommaria sul sito della Polizia di Stato che per molti aspetti pare molto meno enfatica della notizia che si può leggere invece nell’archivio di «Repubblica».
Sabato mattina al presidio di Borgone, siamo stati raggiunti e intervistati da Gad Lerner per la nuova trasmissione che andrà in onda su «Repubblica TV» e «Laeffe» domani sera alle 21,30. La trasmissione si chiama appunto «Fischia il vento». L’incipit del promo (che potete vedere a questo link) è:

C’è un paese pieno di storie, di fatti di cronaca, di persone pro e di persone contro. E’ lì che bisogna andare per scoprire dove fischia il vento.

Immagino provocatoriamente Gad Lerner ha spesso usato, con noi, in un incontro che è stato molto informale, la parola «rivoluzionari». Insomma un’accezione della parola abbastanza bizzarra, se rivoluzionario è identificato con tutto ciò che si discosta dal mainstream, da quel che sembra essere ri(con)ducibile a un vecchio motto sessantottino: «produci, consuma, crepa». Mi sono permesso di puntualizzare questo curioso uso della parola, visto che a me questa sembra la rivoluzione del buon senso. Chissà come verrà montato il video e chissà se le mie parole avranno sortito qualche effetto (dubito, ma la speranza è pur sempre l’ultima a morire): lo sapremo solo domani sera.
A onor del vero, nella puntata di «Che tempo che fa» di domenica sera, Gad Lerner, ha ovviamente annunciato il programma e anche il fatto di essere stato in Val di Susa. Ci ha fatto piacere un’affermazione che non si sentiva da tempo (ne faccio una parafrasi perché non ricordo le parole esatte): «attenti a non far di tutta l’erba un fascio e a dire che le persone che protestano siano tutti terroristi…». Ci voleva che Lerner venisse in Val di Susa per arrivare a tanto?

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Zerocalcare per i No Tav arrestati (riproduco SENZA esplicita autorizzazione)

Ricordati degli amici

Questa mattina scrivevo a un’amica. Un’amica perplessa almeno quanto me (ma credo si sia in buona compagnia) della folgorante ascesa del signor Matteo Renzi, letteralmente fino a ieri sindaco di Firenze. Certo: non sindaco di Trino vercellese (non me ne vogliano gli amici di Trino), ma pur sempre il sindaco di una città che diventa, “senza voto”, il nuovo premier. Il puntuale Crozza non più tardi di ieri sera, nella sua copertina di “Ballarò”, faceva notare proprio questo: si tratta del terzo premier consecutivo che il parlamento propone agli italiani, senza che gli italiani siano stati di fatto interpellati. Bah, dev’essere l’effetto della “democrazia matura”…

Dacché si instaurò a suo tempo il governo Monti, per tema della debacle europea, abbiamo poi avuto Letta e adesso Renzi. Quel Renzi che mi ha fatto tornare alla mente – visto che un po’ di memoria storica ormai si è consolidata – la sempre geniale piece di Corrado Guzzanti quando interpretava Rutelli. La ricordate? Se volete spendere 5 minuti e rinverdire il ricordo, questo il link su Youtube: http://youtu.be/ZAuMv77UlDk

“Ah Berluscò, ricordati degli amici!”, questo la chiusa del Rutelli-Guzzanti che denuncia il servilismo di una sinistra che già anni fa era del tutto irriconoscibile. Un effetto straniante che si accentua se si pensa alle consultazioni del giovane Matteo Renzi che, prima della giornata odierna, sembra quasi, in quelle consultazioni, aver ricevuto la laica e potentissima benedizione proprio da quello stesso Berlusconi, del quale si continua a tacere il fatto di essere un pregiudicato.

Sic transit gloria mundi e forse, ancora una volta, Corrado Guzzanti che davvero ha un che di geniale, sembra aver ragione quando dice che alla fin fine si tratta solo di spartizioni di potere: le idee, le ideologie, sono tramontate e conta solo il potere, contano solo i soldi. Ancora una volta pesco da quella meravigliosa miniera che è Youtube: http://youtu.be/PiGjWodYTBA

L’Italia, raccontavo stamattina all’amica, ha la metafisica di un feudo: gli amici sono quelli che contano per le entrature, per un lavoro, per una carriera. Ognuno sembra avere il suo feudo: l’università, un ospedale, un reparto, un comune, una provincia. Influenza politica ed economica. Un feudo – piccolo o grande che sia – e su di esso si esercita un potere, in primo luogo valutando attentamente chi fare entrare. Questo è il gioco. E lo è a tutti i livelli mi pare: politico (di medio-alto livello: regionale/nazionale), economico, occupazionale, di semplice progressione di carriera. Una sfera piccola o grande d’interesse nel quale gli altri sono ammessi previo consenso.

Lo è, per esempio, quello del conduttore televisivo credo attualmente tra i più pagati: Fabio Fazio. Fazio ha degli amici, che – per carità – sono pure buoni amici: c’è il Saviano che ci racconta le sue indagini vicino ai poliziotti che gli fanno la scorta e “gioca” (metto le virgolette perché non vorrei venir frainteso) a fare l’intellettuale segregato; adesso c’è quel Pif, Pierfrancesco Diliberto, mio coetaneo, che ha fatto un film. Un bel film e quindi viene premiato con inviti come ospite nelle varie occasioni, sempre da Fazio, a partire da Che tempo che fa. E adesso, almeno una sera, pare sia anche a Sanremo. Così come a Sanremo va anche quel cantautore italiano, quello ahimè mio omonimo di nome: Luciano Ligabue.

Uno che, per carità, non ha mai dato prova di essere particolarmente trasgressivo. Ma i testi delle sue canzoni hanno avuto un loro perché. Penso banalmente a Non è tempo per noi:

Ci han concesso solo una vita 
Soddisfatti o no qua non rimborsano mai 
E calendari a chiederci se 
stiamo prendendo abbastanza abbastanza 
Se per ogni sbaglio avessi mille lire 
Che vecchiaia che passerei 
Strade troppo strette e diritte 
Per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po’ 
Che andare va bene pero’ 
A volte serve un motivo, un motivo 
Certi giorni ci chiediamo e’ tutto qui? 
E la risposta e’ sempre si’ 
Non e’ tempo per noi che non ci svegliamo mai 
Abbiam sogni pero’ troppo grandi e belli sai 
Belli o brutti abbiam facce che pero’ non cambian mai 
Non e’ tempo per noi e forse non lo sara’ mai 
Se un bel giorno passi di qua 
lasciati amare e poi scordati svelta di me 
che quel giorno e’ gia’ buono per amare qualche d’un’altro 
qualche altro 
dicono che noi ci stiamo buttando via 
ma siam bravi a raccoglierci. 
Non e’ tempo per noi che non ci adeguiamo mai 
Fuori moda, fuori posto, insomma sempre fuori dai 
Abbiam donne pazienti rassegnate ai nostri guai 
Non e’ tempo per noi e forse non lo sara’ mai 
Non e’ tempo per noi che non vestiamo come voi 
Non ridiamo, non piangiamo, non amiamo come voi 
Troppo ingenui o testardi 
Poco furbi casomai 
Non e’ tempo per noi e forse non lo sara’ mai

Stiamo parlando di un signore che, siccome è amico di Fazio Fabio, va al festival. Uno che cantava questa roba qui e che un po’ ci viene comunque il vomito, no? Perché voglio dire: va bene la retorica, va bene cambiare idea, ma il “tradimento” avviene proprio da persone le cui canzoni sono state per molti quelle della formazione. E’ vero: son passati 25 anni da quella canzone, ma proprio a Sanremo, per altro a commemorare il povero Fabrizio De Andrè che secondo me  si rigira nella tomba. A Sanremo. Potenza di Fazio. Potenza degli amici. Tutti gli altri, in primis i fans, che si attacchino.

Ecco, forse un buon proponimento per il futuro è: diventare amico di Fabio Fazio. Magari è la volta buona che riesco a far carriera! Sì perché puoi avere anche curriculum chilometrico – e tra i miei amici e le mie amiche non mancano le persone che potrebbero vantarne di brillanti- eppure… eppure nessuno di noi ha fatto realmente carriera. Chessò io: è diventato professore universitario, oppure general manager di una qualche azienda. Il più brillante di noi, ingegnere informatico, gestisce progetti di ricerca in realtà virtuale alla Scuola Sant’Anna di Pisa, ma credo che abbia un contratto a progetto o giù di lì. C’è qualcosa che non va in noi: con tutta evidenza non abbiamo le amicizie giuste.