Buon compleanno Galileo!

Domani è il compleanno di Galileo Galilei. 450 anni ben portati direi, visto che ancora siamo qui a parlarne e anzi, lo fa “Le Scienze” con questo articolo che lo mette di mezzo: http://www.lescienze.it/news/2014/02/12/news/illusione_irradiazione_galileo_neuroni_on_off-2008508/?ref=nl-Le-Scienze_14-02-2014
Il suo nome, dopo le osservazioni della Luna e la pubblicazione del Sidereus Nuncius arrivò fino in Cina. Ma il web aveva ancora da venire e questa storia per me ha sempre avuto del miracoloso. Ma non si fatica a crederlo se, pur con piglio agiografico, Vincenzo Viviani, suo fedele discepolo, scriveva:

[…] alle pubbliche sue lezzioni di matematica interveniva così gran numero d’uditori […] che egli fu necessitato […] d’uscire dalla scuola destinata alla sua lettura et andare a leggere nella scuola grande delli artisti, capace di mille persone, e non bastando questa, andare nella scuola grande de’ legisti, maggiore il doppio, e che spesse volte questa ancora era pienissima. […] Accrescevasi questo grido dal talento sopranaturale ch’egl’ebbe nell’esaltar le facultà matematiche sopra tutte le scienze, dimostrando con assai ricca et maestosa maniera le più belle e curiose conclusioni che trar si possino dalla geometria, esplicandole con maravigliosa facilità, con utile e diletto insieme delli ascoltanti.

Da domani fino a non ricordo bene quando (ma il sito della programmazione è questo: http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-6bcce816-c2db-4033-80fa-030e7ed0ddd9.html?section=Main#), Radio 3 (Scienza) dedica, con “Io dico l’Universo”, letture e interventi autirevoli al celebre scienziato.
Buon compleanno, Galileo!

Galileo Galilei

Galileo Galilei

Come rovesciare una dittatura (possibilmente ridendo)

Venerdì sera scorso, al Circolo dei lettori di Torino, ho assistito a una conferenza di Srdja Popović che aveva per titolo proprio questo: come rovesciare una dittatura. Ora: a questo argomento interessantissimo – e a questa conferenza in particolare – ci sono arrivato perché in realtà avevo un abboccamento con il suo moderatore/presentatore Luca Rastello. L’evento, finché lasciano questo palinsesto online è a questo indirizzo: http://www.circololettori.it/come-rovesciare-una-dittatura/
Con una buona dose di pregiudizio ho sempre pensato – sbagliando – che sarebbe stato (assai) difficile trovare dei sistemi alternativi alla violenza per combattere la violenza. Questo, in linea teorica e di principio, perché mi è sempre sembrato che fosse necessario l’uso “dello stesso linguaggio”: se si vogliono dividere due litiganti che si stanno picchiando, andare lì alzando il dito indice e chiedendo se per piacere possono smettere mi è sempre sembrato un atto più votato al suicidio che un modo concreto per mettere fine a una violenta contesa.
Ma l’esempio è fuorviante. E lo è perché spesso quando le forze in gioco sono estremamente sbilanciate – come nel caso delle dittature appunto, ma anche in casi specifici come quello di cittadini riuniti in movimenti che si oppongono (pacificamente) a un’opera “di interesse comune” (?!?) – giocare sullo stesso terreno (quello dello scontro violento) significa condannarsi a perdere (se si è cittadini ovviamente e non la forza di polizia o militare che sta dall’altra parte): ci possono essere azioni di logoramento, di boicottaggio (anche estremo) nella vita e nelle attività di queste persone che sono lì, pagate per sorvegliare, presidiare, reprimere, ma essere violenti è il loro mestiere, fa parte della loro “professionalità”, soprattutto in un paese come questo, nel quale – rispetto alla Serbia – ancora siamo indietro, per esempio, sull’identificazione dei poliziotti.
Sì perché in Serbia, raccontava Popović, nella Serbia di Milošević, i poliziotti avevano comunque un numero di matricola che li identificava, ben visibile sui giubbotti o sulle divise. Qui in Italia questo ancora non accade. Come non accade che dopo aver accertato dei fatti e delle precise responsabilità, come avvenne a Genova nel 2001, i responsabili in galera non ci vadano (ma in Italia davvero sembrano andarci, in galera, solo i poveri disgraziati).
Allora altre devono essere le tecniche. La prima ha a che fare col coinvolgimento: scendere in piazza – soprattutto se si ha una certa età – può essere pericoloso. Allora all’inizio di questa protesta che lui e il suo gruppo condussero nel proprio paese, ci fu l’idea di far affacciare tutti alle finestre e ai terrazzi e, in momenti convenuti, cominciare a battere casseruole. Idea che ai serbi forse arriva dall’America Latina e le cacerolas, le casseruole, regolarmente usate in Argentina per protestare pubblicamente. Pratica tanto diffusa da avere un suo preciso nome: cacerolazo la cui rispettiva voce wikipedia recita:

Il cacerolazo è un termine colloquiale della lingua spagnola con il quale si indica una forma di manifestazione pacifica e rumorosa, in spazi privati o pubblici, in cui l’espressione pubblica di protesta, o dissenso, si realizza attraverso il rumore ottenuto percuotendo coralmente degli oggetti adatti allo scopo, come casseruole (da cui il nome), tegami, pentole, coperchi, mestoli, e altri utensili simili.
È conosciuto anche come cacerolada (argentino), caceroleada, caceroleo o casserole.
L’obiettivo di un cacerolazo è generalmente una manifestazione di contrarietà al governo o a sue determinate iniziative politico-economiche.
Tuttavia, anche se più di rado, avviene che un cacerolazo sia indetto a sostegno di una determinata istanza (politica, sociale, economica,…) o in favore di una determinata causa politica.

Srdja però racconta anche che un bel giorno, nella via più centrale di Belgrado, quella dello shopping, hanno piazzato un fusto d’olio precedentemente ripulito. Su un lato ci hanno messo la foto di Milošević e sopra hanno praticato una fessura per le monetine: chi, passando, voleva sfogare la propria rabbia e manifestare il proprio dissenso contro il governo, poteva inserire una monetina, afferrare la mazza da baseball appositamente fornita e tirare una mazzata contro il bidone in corrispondenza della foto del dittatore.
Una sorta di self service dell’incazzatura insomma, per il quale fu ovviamente allertata la polizia che però ne fu molto disorientata: chi arrestare? Le persone in coda per dare una mazzata a un bidone? Gli (irrintracciabili, a quel punto, e ben mimetizzati) autori dello scherzo? Alla fine l’unico ad essere arrestato fu i pesante bidone, tra lo scherno e l’ilarità dei passanti…
La serata è stata ricca di questi aneddoti, accompagnati da un powerpoint nel quale comparivano le foto più rappresentative di questi (tutto sommato) esilaranti momenti. Un altro che cito furono le non proprio trasparenti elezioni in Russia nel 2012. Questa volta la protesta contro questa mancata trasparenza fu inscenata da pupazzetti delle Kinder sorpresa (ebbene sì, è la globalizzazione baby!) e l’idea partì da una regione remota (Barnaul, Siberia). Si chiamò la stampa e la notizia, che (anche) questa volta passò attraverso una “risata”, arrivò in tutto il mondo (il «Guardian» la dà a questo indirizzo: http://www.theguardian.com/world/2012/feb/15/toys-protest-not-citizens-russia), anche se zar Putin rimane comunque solidamente in sella…

Toy protest in Barnaul

Protesta dei giocattoli a Barnaul, Siberia. La foto è tratta dal sito del giornale «The Guardian» che ne diede notizia il 15 febbraio 2012.


La prima domanda dopo la ricca presentazione di questi case history fu di un ragazzo che volle sapere se, secondo Srdja, in Italia era in atto una dittatura  e quali fossero secondo lui, nel caso, i metodi per contrastarla. Srdja ci ha pensato un attimo e poi ha diplomaticamente risposto nel suo ottimo inglese che non sa esattamente quale sia il livello di democrazia in Italia. Avrei voluto dirgli di consolarsi: neppure noi lo sappiamo.

Due modi per mettere in evidenza i pericoli

Nel mondo anglosassone, tipicamente, l’idea di scongiurare cause lunghe e costose da parte delle Company che producono il tal o tal altro aggeggio, gadget, elettrodomestico o quel che vi viene in mente, ha indotto i produttori stessi a evidenziare con tutta una serie di disclaimer quel che con l’oggetto acquistato NON si può fare (celebre fu il caso della lavatrice dove, nelle istruzioni per l’uso c’era scritto che non si poteva lavare il proprio gatto).
Ora: spesso in queste faccende si varca abbondantemente la soglia del buon senso e questi disclaimer diventano ridicoli o demenziali. O forse, se ribaltiamo la prospettiva, il fatto è che la gente è diventata (tendenzialmente) meno furba di quanto non lo fosse un tempo (non saprei bene a cosa imputare questa regressione verso il dummy, ma sono bene accette proposte…). Questa tendenza a mettere in evidenza l’ovvio, ha avuto tutta una sua storia anche nel nostro Paese: da amministrazioni pubbliche che, sempre per il timore di una causa civil-penale (e non per la reale salvaguardia dell’icolumità altrui…), scrivono cartelli di “Pericolo caduta: non sporgersi” in cui, appunto si recita l’ovvio, al sacchetto delle noci che avevo per le mani ieri sera a cena di cui riproduco foto con indicazioni qui di seguito:

noci in guscio

noci in guscio


I commenti, pur ovvi, sono doverosi: forse per leggere dovete ingrandire l’immagine, ma alla voce ingredienti c’è scritto: noci (ma va’? pensavamo fossero cavolfiori…). Poi: può contenere tracce di arachidi ed altra frutta a guscio (e questo ci sta bene per tutti quelli che hanno intolleranze di qualche tipo, anche se forse è intuibile che le noci possano essere state a contatto con altra frutta secca come “arachidi e altra frutta a guscio”). A seguire: confezionato in atmosfera protettiva (e ti vengono in mente – per l’errore, che assumiamo sia di traduzione, tra “protetta” e “protettiva”… – le noci nella bambagia: “povere noci… non abbiate paura: ora vi mettiamo in un bel sacchetto…”, ecc.). Insomma: che contenuto informativo ha questa confezione? Quale soprattutto dovrebbe averne? Voglio dire: le noci son noci, da che mondo è mondo.
Tutto questo però per arrivare a dire che, sempre nel pazzo pazzo mondo (di lingua) anglosassone (entrambi gli esempi arrivano però dall’Australia) ci sono modi pesantissimi o leggerissimi di mettere a parte di pericoli o di offrire moniti alla popolazione (anche e soprattutto giovane) sui “pericoli del mondo”. Qui ve ne propongo un paio. Il primo talmente traumatico e splatter – in salsa (primo) Tarantino – da lasciare davvero senza parole (per il cattivo gusto), per altro su un pericolo fondamentale come quello di marinare la scuola (ma bisogna avere il coraggio di arrivare in fondo al video per capire qual è il messaggio): http://youtu.be/STHpMUYeznQ. Il secondo, molto più leggero, pare sia (stato) costantemente proiettato sui mezzi pubblici (bus urbani, metro) delle principali città australiane (Sidney, Melbourne): http://youtu.be/yAVe4o-X85M.
Ecco come si possono dire cose analoghe in modi completamente differenti! O forse neppure troppo analoghe: perché un conto è morire in modo stupido perché si è fatta una cosa stupida, altra cosa è morire perché si è marinata la scuola: in questa seconda opzione c’è un giudizio morale che nemmeno il peggiore scenario di guerra è in grado di esplicitare così pesantemente (“se marini la scuola salti per aria e farai una fine orribile”…).
PS (del 10 febbraio): mi hanno segnalato, e non lo sapevo, il sito del Darwin Awards (http://www.darwinawards.com/) che offre simbolici premi post-mortem a coloro che sono riusciti a morire nel modo più stupido. Certo la morte è un argomento serissimo, ma dalle nostre vite – nelle quali la morte viene sistematicamente rimossa – talvolta sembra venir rimosso anche il più basilare istinto di sopravvivenza…

Re-posted: i kilokaga, nuova unità di misura politica

Ci sono delle volte in cui qualcuno scrive i tuoi pensieri. E lo fa in un modo che forse neppure tu li avevi così chiari in testa.
E’ il caso di questo post che, nella sua brevità, riassume lucidamente quel che è accaduto e accade in questo paese…
http://danielebarbieri.wordpress.com/2014/01/31/i-kilokaga-nuova-unita-di-misura-politica/
Buona (?!?) lettura.

E l'Arno fece bella (e minacciosa) mostra di sé…

Oggi – o ieri: dipende da quando riuscirò a mettere su questo post, data l’incertezza della connessione alla rete – 31 gennaio non sono andato a lavorare. Il telefono ha squillato appena acceso: un sms di una collega, con la quale avevo appuntamento non appena avessi varcato i cancelli del Cnr, diceva che non sarebbe andata al lavoro per l’emergenza Arno.
Guardo il web (stamattina funzionava…) e le notizie erano quelle del caldo invito a rimanersene a casa a meno che l’uscita non fosse indispensabile o urgente. L’ufficializzazione della notizia è poi arrivata da altre mail inviate dal direttore dell’Area di Ricerca in continuo contatto con la prefettura.
In effetti ieri, rientrando poco prima di cena a casa dal centro città, l’idea era del preludio a una possibile apocalisse: strade allagate ben più di una normale pioggia, acqua che riusciva a evadere per i suoi percorsi dal manto stradale con estrema difficoltà.
Una sorta di normalità dell’eccezione alla quale dovremmo essere abituati. Tra falsi allarmi (mediatici) catastrofisti e tragedie reali, ormai non sappiamo neppure più distinguere bene.
Così ho lavorato da casa un po’, almeno su alcune cose che avevo in sospeso e che, riportate a lunedì, sarebbero state di peso. Nel dopo pranzo ho fatto due passi e mi sono avventurato con la macchina fotografica sul ponte di Caprona, poco distante da dove vivo, passando dall’argine di quel fiume che tanto preoccupa tutti. In effetti la mia casa non è molto distante dal corso d’acqua più importante della Toscana, ma le alluvioni del passato qualcosa hanno insegnato: lo scolmatore è stato aperto per tempo a Pontedera (a monte di questa zona) e sebbene l’allerta sia proseguita in queste ore, la situazione sembra sotto controllo: a Pisa sono state montate le paratie e alacremente gli uomini della Protezione Civile, l’Esercito, le forze dell’ordine tutte hanno avuto l’agio di fare le cose, di preparare la città, la popolazione, loro stessi al peggio. Si arriva, insomma, pronti.
Ma, tornato indietro dopo aver scattato qualche foto dell’evento eccezionale (ne ricordo uno simile esattamente 20 anni fa, quando in una licenza militare, tornando a trovare la fidanzata pisana dell’epoca, trovai tutto sbarrato, sacchi di sabbia ovunque, il ponte di mezzo che tremava e a cui era impedito l’accesso…) come se alla fine si fosse stati in gita, il pensiero corre a quelle occasioni in cui l’acqua è arrivata senza preavviso e ha distrutto, disintegrato luoghi, cose, persone.
Penso al disastro del Vajont – da poco sono trascorsi 50 anni – o all’Arno, a Firenze, nel 1966. O ancora alle alluvioni che hanno battezzato il millennio: in Piemonte nel 2000, ma ancora prima nel 1994, poi quelle recentissime in Sardegna e a Modena. Forse, per farsi un’idea, può essere utile consultare questa pagina Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_alluvioni_e_inondazioni_in_Italia.
Ancora una volta, come si dice, possiamo raccontarla e tutto appunto, si risolve in un “esercizio di forza” del fiume, qualche disagio alla viabilità. Fors’anche qualche cantina allagata, ma sono “andato in gita” a vedere il fiume. E questo è il dato consolatorio. Consolatorio quanto lo è il metro cubo che abbiamo appena evitato. Quanto pesa un metro cubo? Era la domanda che il Marco Paolini, faceva al pubblico in quell’orazione civile che lo ha reso famoso. In molti non sanno rispondere e non si ricordano. Rimangono disorientati ascoltando la risposta – una tonnellata, mille chilogrammi – perché sembra esserci una intuitiva sproporzione tra il modesto volume che dominiamo con lo sguardo, che se fosse una scatola vuota riusciremmo a trasportare senza difficoltà, e il peso. Sarà che l’acqua è un elemento amico: siamo fatti di acqua e l’acqua è vita…
Meno consolatoria sembra essere la precarietà cui sottostiamo consultando quell’elenco nella pagina Wikipedia. Ma quand’è così bisogna buttarla sul “filosofico”: di certo nella vita sembra esserci solo la morte… Le cause però sappiamo quali sono, anche se costantemente facciamo finta di nulla e immaginiamo che siano cose che non ci riguardano.
PS(#1): ieri sera, durante il nubifragio, rientravo da Pisa perché ho iniziato un corso di fotografia: è ora di cominciare a usare seriamente la Canon G9 che, grazie ai terribili telefoni con i quali è diventato tropo facile fare foto (tendenzialmente di pessima qualità), è rimasta troppo a lungo nel cassetto. Così ho ricominciato a usarla per far le foto al fiume e, con l’occasione, mi sono aperto un account flickr dove – connessione ballerina permettendo – spero di riuscire a caricarle: http://www.flickr.com/photos/114340088@N08/ (ce l’ho fatta!) 🙂
PS(#2): discutendo di queste cose mi torna sempre alla mente il bel quadro di René Magritte: Le vacanze di Hegel. Un titolo impegnativo per un quadro che però ha il pregio di evidenziare l’indissolubile dualità di uno dei tanti elementi naturali – l’acqua appunto – cui sono soggette la nostre piccole vite.

Le vacanze di Hegel

Le vacanze di Hegel

Sarò breve e circonciso…

Ieri sera siamo andati a vedere lo spettacolo “Personaggi” di Antonio Albanese, al teatro Verdi di Montecatini. Albanese è noto e non ha bisogno di alcuna presentazione: può piacere o non piacere, ma dal suo spettacolo – il cui titolo generico era necessario per portare in scena i tanti personaggi interpretati in questi anni, da Epifanio in poi… – sono rimasto favorevolmente colpito da un paio di cose:

  1. gli “intervalli” in cui, di colpo e senza preavviso, usciva dai personaggi per dialogare direttamente con il pubblico. Un dialogo mai banale, che spesso ha avuto il sapore della confessione sui sentimenti provati proprio nell’interpretare l’uno o l’altro, oppure narrandone la genesi. Per esempio ha detto che di Cetto La Qualunque, uno dei suoi cavalli di battaglia che negli ultimi anni lo hanno reso celebre, anche al cinema, se ne vergogna. Dice che di politica in realtà lui non se n’è mai occupato (anzi, per essere precisi ha detto: “io sto alla politica come Polifemo sta allo strabismo… oppure come Formigoni sta al Kamasutra”) ma l’idea ha preso forma andando ad ascoltare comizi elettorali di politici di piccolo cabotaggio, così come di levatura medio alta. E la frase, titolo di questo post, per inciso, è stata pronunciata realmente da un politico che adesso è senatore della Repubblica. Insomma: Albanese dice che il personaggio Cetto è in realtà un moderato rispetto ai politici veri e che i comizi elettorali sono esperienze che ti fanno passare la voglia di vivere. E poi, dice, m tocca questo “pilu” sintetico in testa (riferendosi alla parrucca che indossa) che mi mette veramente a disagio. Certo: poi se ne ride. Il compito suo, del comico, è quello, ma bisogna saper ridere come antidoto a una verità che altrimenti fa veramente male. Lo spettacolo si è chiuso con il personaggio del sommelier, uno degli ultimi che ha interpretato anche in tv. Anche qui un po’ di backstage: dice di aver partecipato al “Vinitaly” la grande kermesse del vino che si tiene ogni anno a Verona. I vini, racconta, bisogna metterli in bocca, assaporarli e poi sputarli. Il problema è che lui non ci riusciva e così dopo un’ora che stava lì alla convention e aveva assaggiato 20 tipi di vino era già bello che ubriaco. Ma pure da ubriaco la lampadina si è accesa su uno di questi strani personaggi che vengono osannati come delle divinità: un sommelier che si muoveva, circondato da una moltitudine adorante, come “un Roberto Bolle in cassa integrazione”, ovvero: movimenti strani e del tutto avulsi dallo scopo della manifestazione e, nello specifico, dall’assaggiar vino. Così nasce il personaggio del sommelier con il quale si è congedato da noi, “perché il nostro è davvero un paese strano”;
  2. anche per le caratterizzazioni apparentemente più sbracate ha saputo tracciare una storia, la cui fine è spesso, quasi sempre, molto amara. Una su tutte, quella dell’Alex Drastico – disoccupato e con “tre figli secchi secchi perché non hanno da mangiare” – che viene spedito a nord a curare gli affari di un capo di Cosa Nostra e la sua vita cambia e lui quasi non si rende conto di essere pedina di quel grande ingranaggio nel quale è stato coinvolto per fame, con il “miraggio” di un miglioramento della propria condizione. E ancora una volta interrompe l’Alex de la poesia uccide per tornare l’Albanese che dice, al massimo di quella serietà che solo un comico sa avere, al pubblico del “grande progetto” e del fatto che questo progetto nella sua grandezza è anche semplice: fare in modo che ci sia sempre una riserva di disgraziati e disperati a cui poter attingere.

Insomma si esce dallo spettacolo avendo riso di gusto, ma con la consapevolezza che si tratta di una risata nella quale sono impacchettate anche le tante tragedie del nostro paese.
 

E' internet bellezza, e tu non ci puoi far niente

La frase originale, lo sappiamo, è pronunciata da Humphrey Bogart nel film «L’ultima minaccia» del 1952 girato da Richard Brooks (per chi volesse rinfrescare la memoria con la scena rimasta celebre: http://youtu.be/COsEP2bFuTA). Tra le cose però più stupefacenti del millennio però non c’è tanto questa idea della stampa che – la storia, anzi: la Storia ce lo insegna – può essere controllata, irregimentata, asservita, quanto piuttosto l’idea che io scrivo questo post e una volta pubblicato davvero l’intero mondo può leggerlo.
Allora, al netto di quel Corrado Guzzanti che provocatoriamente – nel noto sketch sull’ “abboriggeno” (anche qui, per dovere di cronaca, cito la fonte: http://youtu.be/l-qD_3o_obg) – mette in discussione l’utilizzo che di uno strumento così potente si fa, vorrei raccontare brevemente due episodi per i quali questa “naturale potenza” di internet mi ha lasciato di stucco. Cose ovvie, ma quando queste passano sulla propria pelle, sembrano sempre un po’ meno ovvie. Perché sembra strano, perché non lo diresti, perché alla fine facciamo una vita tracciata in confini anche molto ristretti e (relativamente) poche persone hanno davvero per casa il mondo intero.
Il primo episodio ha a che fare con un viaggio che feci nel 2005 per diporto in Mongolia. Regione remota che conserva intatto il suo fascino di paese “nomade” e selvaggio. Con la nostra guida locale, Mugi, avevo legato un po’, banalmente perché ero il più giovane del gruppo (e lei era giovanissima) e perché ero l’unico del gruppo che si esprimeva (pur maldestramente) in una lingua che non fosse l’italiano. Dopo i saluti al treno che stavamo prendendo per tornare in Europa passando da Mosca (ebbene sì, il viaggio era alquanto originale e prevedeva il ritorno in Transiberiana: il celebre treno che percorreva originariamente gran parte del continente asiatico con i due estremi Vladivostok-Mosca ma, quando lo presi io, la tratta era “ridotta” e il treno partiva “solo” da Pechino…) ci fu il silenzio lungo e naturale di chi torna alla propria vita. Mugi per altro aveva appena dato la maturità in Italia (e per questo, tornata nel suo paese, faceva da guida a un gruppo di italiani in gita), a Trieste (Duino), sede di uno dei «collegi del mondo unito», una bellissima e meritoria iniziativa nata durante la guerra fredda. Un momento di transizione che l’ha vista negli anni successivi trasferirsi letteralmente dall’altra parte del mondo per conquistarsi una laurea in Economia. Tutte cose che ho saputo perché, un bel giorno, anni dopo, tra i vari social cui sono iscritto, compare un avviso su chi potrei conoscere. Ora: spesso gli algoritmi che aggregano i dati hanno funzionamenti abbastanza semplici e trasparenti (hai fatto la stessa scuola, hai frequentato la stessa università o hai fatto il servizio militare nello stesso posto…) ma perché lei mi venisse proposta come candidata per una conoscenza rimane, almeno parzialmente, oscuro (parzialmente perché, seppure alla lontana, Trieste rimane un punto di contatto…). Insomma: le scrivo, mi risponde, le mando il link alle foto di quel viaggio che avevo lasciato in una pagina web seminascosta e le dico quel che faccio e ho fatto in questi anni. Lei, a sua volta, mi racconta di sé. Così un bel giorno, per vedere come funziona, attivo google analytics e vado a vedere chi è andato, anche solo per curiosità, a curiosare sul sito della casa editrice. Ecco quel che trovo:

statistiche sito

statistiche sito


C’è almeno una visita che arriva dalla Mongolia. So che Mugi, da casa, è andata a vedere quel che combino. E ne sorrido in cuor mio, pensando che una persona, “sul 45° parallelo” (http://www.rossofuocofilm.it/davide_film_45.htm – questo il motivo per cui mi sono spinto fino là), nel tal giorno, alla tal ora, ha visitato e condiviso con me, per qualche minuto, quel che io ho fatto.
Il secondo episodio riguarda invece sempre (il grande) fratello google e una delle sue applicazioni: Scholar. Cito dal sito:

Google Scholar offre un modo semplice per effettuare un’ampia ricerca sulla letteratura accademica. Con un unico servizio, puoi effettuare ricerche tra molte discipline e fonti: documenti approvati per la pubblicazione, tesi, libri, abstract e articoli di case editrici accademiche, ordini professionali, database di studi non ancora pubblicati, università e altre organizzazioni accademiche. Google Scholar ti consente di identificare gli studi più rilevanti nel campo della ricerca accademica mondiale.

Ora: io non sono un accademico e, qui come altrove, provare a inserire qualcosa che si è fatto ha come unico scopo vedere qual è il meccanismo di funzionamento di uno strumento – quello dei citation index – che professionalmente è usato dalla quasi totalità di accademici e ricercatori, soprattutto in ambito scientifico. Così, dopo aver inserito le modestissime cose prodotte in questi anni, scopro che una professoressa dell’Università del Kansas di nome Crystal Hall (http://www.frenchitalian.ku.edu/crystal-j-hall), dall’altra parte del mondo, cita il mio lavoro su Galileo (che ho creduto a lungo di aver dato alle stampe solo per me e per i tre che possono essere interessati a un argomento simile) in un suo libro: Galileo’s Reading, pubblicato con la Cambridge University Press lo scorso anno.

schermata scholar

schermata scholar


Cose “ovvie”, mi rendo conto, per chi di mestiere fa questo. Ma molto meno ovvie per chi di mestiere fa e ha fatto altro.

L'involontaria ironia di facebook

Forse sarebbe meglio dire: l’involontaria ironia di chi usa facebook. Certo: sappiamo da tempo che i “like” sono riduttivi e – sul lavoro – vivo in un posto in cui si fa ricerca accademica (o giù di lì) su come interpretare e analizzare i “like” (o meglio: l’infinita quantità di dati che sui social network vengono prodotti ogni istante). Una disciplina che si chiama sentiment analysis e sulla quale abbiamo organizzato una conferenza non più tardi di qualche mese fa: http://www.area.pi.cnr.it/areaperta/?q=node/1789
Fatto sta che accadono cose di questo tipo:

schermata facebook

schermata facebook


Ora: non so se si riesce a leggere. In ogni caso, per questioni di privacy ho eliminato il cognome e l’account della persona che ha postato questa notizia. Già un commentatore della stessa le dice quel che anche a me è balzato subito all’occhio: la foto del profilo della persona è sorridente – com’è anche giusto che sia: è carino presentarsi al mondo con un sorriso. Peccato che la notizia sia una tragedia. Ma non solo: la persona, evidentemente dotata di scarso sensibilità, non solo ha postato, ma ha anche dato – alla sua stessa notizia – il “mi piace”. Beh, se “ti piace” che una ragazzina di 16 anni sia stata travolta e uccisa da un treno in corsa, puoi sempre candidarti come partner in qualche prossimo film splatter di Tarantino! Bah, veramente incredibile!
 

La signora Chinnici: un appunto editoriale

Chi mi conosce sa che tra le tante passioni nutro quella per l’editoria: di quella “passiva” (l’acquisto di libri, ahimè, molto più della lettura) non parlo, ma voglio dire solo due parole sulla parte “attiva”, per la quale mi sento minimamente titolato per  aver fondato una casa editrice e, per passione, ancora pubblicare libri per una seconda, fondata, questa volta, come associazione culturale senza fini di lucro.
E’ una questione di sensibilità personale forse. Ma, a certi livelli, anche di profonda coerenza. Mi spiego meglio: Fazio Fabio fa televisione pubblica (e pubblicamente ribadiva, non più tardi di ieri sera, questo suo ruolo che dura da trent’anni…) con un programma il cui format è però prodotto dalla Endemol. Cito testualmente dalla voce «Endemol» di Wikipedia:

Fino all’aprile del 2012 – lo confermano fra gli altri il Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore – Mediaset controllava poco più del 33% di Endemol (l’11% direttamente, il resto attraverso controllata spagnola tramite scatole cinesi).
Un comunicato dell’ottobre del 2013, diffuso dalla stessa società, ha ribadito il cambiamento dell’assetto societario avvenuto oltre un anno e mezzo fa.
Il nuovo investimento del gruppo Mediaset è da interpretare come spostamento dell’attenzione su chi produce i contenuti rispetto a chi li trasmette. Ma in Italia tale operazione ha suscitato non poche polemiche anche a causa della peculiare situazione tv, dove 3 soggetti condividono le maggiori risorse e solo 2 lottano per gli ascolti e raccolgono pubblicità consistente; in particolare, molti si sono subito chiesti che fine faranno i numerosi format prodotti da Endemol e trasmessi dalla RAI (tra cui Affari Tuoi), e se l’ente pubblico risentirà dell’affare, anche a causa del duopolio; e anche i giornali hanno dato ampio spazio all’affare concluso. Pochi commenti invece in Spagna: pur se Telecinco fa parte della cordata, Marco Bassetti (importante uomo Endemol) ha spiegato a “La Storia Siamo Noi” che le rivali, TVE in testa, vogliono comunque mantenere e comprare format dell’azienda, in particolare l’ente pubblico spagnolo ha trasmesso per un po’ di tempo “Identity” (l’equivalente di Soliti ignoti – Identità nascoste) e I migliori anni.
Riprendendo indiscrezioni pubblicate sul sito americano The Daily Beast, il 20 agosto 2010 il quotidiano economico Il Sole 24 ORE segnala che Endemol avrebbe raggiunto un livello di indebitamento pari a 3 miliardi di euro, pari a circa 10 volte il margine operativo lordo (ebitda). Da parte sua, Endemol ha dichiarato di non avere problemi finanziari e di essere semmai pronta a nuove acquisizioni. Secondo quanto scrive Il Sole 24 ORE nell’articolo Allarme debiti per Endemol, la situazione rappresenta invece un campanello d’allarme che imporrebbe un gigantesco piano di ristrutturazione finanziaria.

Al netto di questioni finanziarie di cui non ci occuperemo (sebbene poi i soldi spieghino molte cose – compresa questa), Fazio Fabio, che immaginiamo democratico centrista o di centro-sinistra, ha un programma che i cui share, se la mia analisi non è sbagliata, sono sostanzialmente un punto di vanto (e magari soldi) per Mediaset. Dobbiamo dire a chi appartiene Mediaset? No, non dobbiamo. Così siccome il Fazio Fabio show è diventato quello che prima di lui fu il Maurizio Costanzo show – hai scritto un libro (non importa se bello, brutto, degno o non degno) e sei abbastanza famoso? Vieni da noi a presentarlo, così ti facciamo da trampolino di lancio editoriale – succede che, non sempre ma abbastanza spesso, i libri sono pubblicati, indovinate da chi? Mondadori (spessissimo) ed Einaudi (che comunque fa sempre capo al signor Berlusconi, visto che appartiene al gruppo Mondadori).
Roberto Saviano, amico di Fazio Fabio, pubblica il suo bestseller «Gomorra» con chi? Mondadori. Ricordiamo che a Saviano Gomorra “costa” una vita impossibile e sotto scorta da anni. Eppure pubblica con chi questo paese l’ha governato pubblicamente negli ultimi vent’anni. Non più tardi di ieri sera – sempre dal pulpito di Che tempo che fa – l’Onorevole Stefano Rodotà criticava l’operazione “resurrezione” che Renzi ha implicitamente realizzato incontrando, ancora una volta, Berlusconi. Il Berlusconi decaduto da senatore e condannato. Il Berlusconi che però ha le mani in pasta con Endemol e ha come cosa sua la Mondadori. Quella stessa Mondadori con cui è comparso il titolo di quello che dovrebbe essere anche un libro commovente, scritto dalla figlia del giudice assassinato dalla mafia Rocco Chinnici: E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte: Storia di mio padre Rocco, giudice ucciso dalla mafia.
Bah, sarò io che son troppo rigido, in questo mondo fluido dove tutto si mescola con tutto, ma dico: uno non campa perché se i Casalesi possono lo fanno a fette; l’altra ha avuto il suo affetto forse più grande, il padre, saltato in aria e con tutti gli editori che ci sono in Italia (ne ricordo, banalmente uno di Palermo, che fa cose bellissime: Sellerio), proprio con Mondadori dovevano pubblicare? Saviano forse questa cosa l’ha capita (Vieni via con me e ZeroZeroZero sono Feltrinelli…), ma quanti che si dicono “contro”, che hanno vissuto sulla propria pelle delle storie pazzesche pubblicano come nulla fosse con la casa editrice in mano a uno dei personaggi più dubbi che la storia repubblicana abbia avuto! Per molti è un dettaglio. Ma i dettagli rivelano. Rivelano una semplificazione (i “buoni” da una parte, i “cattivi” dall’altra) che nasconde una realtà complessa. Molto complessa.

Golden Globe: la coppia Sorrentino Servillo

Lo dichiaro subito: sono di parte.
Voglio dire: nella classifica “assoluta” dei miei film preferiti, due svettano sopra tutti. Il primo è tedesco, del regista Wim Wenders e ha per titolo Il cielo sopra Berlino. Quando uscì si era a pochi mesi prima di uno degli eventi epocali per l’Occidente: la caduta del muro. Il film poi affonda le proprie radici nei dialoghi di Peter Handke, in quella bella poesia iniziale Lied vom Kindsein:

Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande.
Perché io sono io, e perché non sei tu?
Perché sono qui, e perché non sono lì?
Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
La vita sotto il sole è forse solo un sogno?
Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
C’è veramente il male e gente veramente cattiva?

e risente degli afflati poetici di Rainer Maria Rilke. Il film è denso di metafore: il mondo “cristallizzato” e senza tempo degli angeli che vivono ma non vivono mai veramente come è sembrata a lungo, all’occhio occidentale, la vita al di là della cortina di ferro; Damiel – interpretato da un altro attore che amo moltissimo: Bruno Ganz – che diventa uomo e rinuncia alla sua immortalità per amore di una donna, sembra essere – mutatis mutandis – la metafora cristiana per eccellenza con Gesù che si fa uomo per amore dell’umanità intera. Il sapiente gioco di pellicola a colori e in bianco e nero, le ambientazioni in una Berlino malinconica e introversa il cui centro di gravità sembra essere l’oro di Siegessäule, la colonna della vittoria. E’ il mio film perché è il film che ho visto nel periodo della bildung, il periodo della formazione, quello delle domande capitali e senza risposta. Ma se le domande non hanno risposta non le fa essere meno importanti, anzi.
Il secondo è un film italiano. Un film che per molti aspetti potremmo definire d’esordio. Me lo segnalò un amico di Massa che non sento da tempo, Stefano. Ero nel periodo del management farmaceutico e ne avvertivo – per parafrasare un giallo di Vázquez Montalbán – tutta la solitudine. L’essere imbrigliato dalle invisibili e solidissime catene della responsabilità per la quale si perde il conto di quanto si lavora, di qual è il tempo dedicato all’azienda e di quante briciole di giornata tocchino per se stessi. Non un bel periodo, insomma. E proprio in quei rari momenti in cui capitavo a Massa, Stefano mi disse: «perché non affitti in videoteca Le conseguenze dell’amore? E’ un film bellissimo».
Aveva ragione: il titolo – all’apparenza melenso – nascondeva in realtà una storia durissima e, manco a dirlo, di solitudine. La sinossi è raccontata qui, ma l’aspetto geniale del film sta nella sua costruzione: solo alla fine si capisce l’intera storia di Titta Di Girolamo, interpretato, ancora una volta, da un ottimo Toni Servillo. Uomo che arriva dal teatro e che sa usare bene i muscoli della faccia e che adesso – dopo intensa attività teatrale e cinematografica (per quest’ultima quasi sempre in coppia con Sorrentino) – si trova, insieme al “suo” regista, alla ribalta internazionale con Golden Globe, anticamera auspicata di qualche Oscar.
La cosa, in tutta franchezza, non mi stupisce: loro sono bravi e se lo meritano.
PS (del 6 fabbraio): sono andato a vedere il film, ieri sera. E’ un film “strano”, che non capisco ancora se e quanto mi sia piaciuto in realtà. E, nel frattempo ho anche scoperto che qualcuno – senz’altro più autorevole e con più cultura cinematografica di me – l’ha stroncato. Esattamente qui: http://www.linkiesta.it/la-grande-bellezza. Buona lettura…