Segni di civiltà – customer care

Ieri nel primo pomeriggio, prima di uno degli infiniti transiti Trento-Pisa, ricevo una telefonata da un numero fisso di Roma, il cui tenore è stato press’a poco il seguente:

  • Pronto parlo con Luciano Celi?
  • Sì sono io, dica…
  • Qui è il call center di Italotreno. Volevamo comunicarle che il bus di Italo delle 16,15 che dovrebbe prendere per raggiungere la stazione di Verona Porta Nuova è guasto e il servizio è soppresso. Le chiederemmo se può prendere un treno di Trenitalia per raggiungere Verona. Abbiamo visto che ci sono due possibilità con i treni regionali e le rimborseremmo sul suo borsellino elettronico l’importo che spenderà. Può andare?
  • Certamente! Grazie e soprattutto grazie per avermi avvisato.

Devo commentare? Questo si chiama “customer care”, prendersi cura del cliente. Sarebbe successo con Trenitalia? Non credo.

Quando si dice madre natura

Dunque, sto leggendo bellissime cose sulla sacralità di nostra madre Terra, sull’ecologia, ecc. Mi beo della visione di documentari fantastici come Planet Earth II – con l’ironica, ma sempre squisita voce di commento di quel gentleman che è David Attenborough. Tutto fantastico, finché si sta comodamente seduti sulla propria sedia e si contempla la bellezza senza faticare. Poi arriva il giorno (ieri) che tua moglie decide di volere una rosa in giardino. Una rosa bellissima, questa:

Per piantare questa rosa però bisogna toglierne una mezza secca, che non fa fiori ma solo bacche, un po’ selvatica (e così tutti i bei proponimenti di lasciare il mondo “così com’è” vanno un po’ a farsi benedire…) e qui viene il bello.
Gli si dà di vanga (in prestito dal vicino, di cui riesco a rompere il manico per aver fatto maldestramente leva…), vado da Obi a comprarne una nuova (da regalare al vicino, visto che gliel’ho rotta) e riprendiamo con zappetta, forbici, per tagliare le radici e…

… di auto!

Ora: la meccanica della mia auto è un po’ “scema”: motore (e quindi peso) davanti e trazione posteriore. Quindi “tiro alla fune” che ha funzionato fino a un certo punto. Ma, siccome “chi la dura la vince”, ripetendo l’operazione a più riprese il risultato è che a un certo punto, con uno strappo secco, la pianta è stata sradicata, ma, per l’effetto elastico della fune, è letteralmente atterrata sul parabrezza (solo un po’ di terra, ma nessun danno, per fortuna).

Tutto il resto è stato decisamente più semplice: buca per la rosa nuova che ha trovato il suo posto (nella speranza che attecchisca, dopo averci speso la mattinata…).

Questo solo per dire che ogni tanto dobbiamo ricordarci anche quanto sia dura “la lotta per la sopravvivenza” e quanto per noi cittadini (parlo soprattutto per me…) sia onerosa anche la semplice gestione di una cosa relativamente semplice come questa (di cui ho omesso un fatto: il nodo sulla parte dell’anello che si attacca all’auto per il traino era di tipo “semplice” – e non “professionale”: anche sapere fare i nodi è utile… – il che significa che più si tira e più la corda si stringe e quando, terminata l’operazione, si deve liberare l’anello per riporlo, ci sono fatiche e tempi supplementari per scioglierlo – mi sono dotato di cacciavite lungo e sottile con il quale a forza di far leva sono riuscito nell’impresa, ma mi ci è voluta un’altra mezz’ora).

Conati

Una delle maggiori libertà che uno come me si può prendere è quella di dire quello che pensa pubblicamente senza incorrere in particolari “rischi”. E’ uno dei pochi vantaggi che ho nel non essere famoso. Ieri sono andato alla presentazione di una mostra, qui a Pisa, in cui il Cnr – eterno secondo tra le istituzioni (soprattutto come visibilità) – è presente. Avrei dovuto “dare una mano” anch’io ma poi ho vinto il dottorato e questa collaborazione è sfumata. Faccio questa premessa per evitare di essere tacciato di essere quella volpe che, non arrivando all’uva, la dichiara non buona: la mostra è molto bella e non so davvero, ex post, come il mio contributo avrebbe potuto renderla migliore.
Tutti siamo utili, ma per fortuna nessuno indispensabile: lezione che ho chiara da sempre e da sempre mi è di conforto. Proprio perché parto da questi pensieri ho sempre più difficoltà a relazionarmi con tutta una serie di persone dall’ego ipertrofico, che evitano il tuo sguardo quando arrivi lì (ma tu sei esattamente quello che eri qualche mese fa, quando alla mostra ti era stato più o meno formalmente richiesto di collaborare…) o, peggio, colleghi/e che a cose normali sono pronti/e a criticare tutto e tutti, salvo il venir cooptati (a quanto pare sono stato degnamente sostituito…) e vedere il proprio nome nel colophon della mostra tra i ringraziamenti e commentare “certo la mostra è molto bella…” col mezzo sorrisetto di chi dà da intendere che adesso la mostra è bella perché lui/lei (voglio restare vago…) ci ha messo lo zampino e quindi… tutte le battaglie “di principio” da sinistrorsi radical chic possono andare tranquillamente a quel paese.
Ragazzi, mamma mia che tristezza!
Tutto questo per tacere di quell’altro mondo folle che è quello accademico dove, come si dice a Roma, “er mejo c’ha la rogna”. Qui per fortuna le esperienze sgradevoli si fanno più indirette, ma non sono meno gravi: gente ormai in pensione disposta a tutto pur di trovare una collocazione ai figli (sempre in quello stesso mondo…) e, ancora a coronare la proprio carriera con una pubblicazione (l’ennesima…) di prestigio, passando come un panzer sopra tutto il resto e lasciando – affettivamente parlando – dei morti per strada.
Che vomito, ragazzi miei!
L’Io, “il più lurido dei pronomi” come diceva Gadda, è amplificato, gonfiato, reso tronfio da queste piccole azioni senza storia che mettono tristezza perché non sono una gioia condivisa per aver fatto qualcosa di bello, ma solo l’atto solipsitico per dire a se stessi – ma soprattutto agli altri – quanto si è fighi. D’altra parte se già a cose normali le persone non fanno altro che scattarsi compulsivamente dei selfie e raccontare al mondo quante volte sono andate al cesso, non è che ci sia molta speranza. Oggi va così e mi sembra che per queste cose non ci sia redenzione: ci meritiamo di essere tutti spazzati via, nella nostra stupidità e bòria.

Il "Collasso" della sintesi (e della ragione?) – prime 70 pagine

Ho approcciato in questi giorni l’ennesimo saggio che, pur non specifico per il progetto di dottorato presentato, ho pensato potesse venire utile – anche solo per la famigerata “cultura personale”, di cui non ce n’è mai abbastanza.
Il saggio in questione è Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere. L’editore è Einaudi – come già accadde per quello che ormai è un long seller di successo: Armi, acciaio e malattie – e l’autore è il noto Jared Diamond. Prima di questo ho letto l’ultimo libro della mia coetanea Naomi Klein Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, un altro tomo ponderoso (756 pagine) e documentatissimo sulla questione ambientale – e non solo – che si focalizza su molte realtà diverse ma soprattutto su quella nordamericana (Stati Uniti, Canada).
A parte il fatto di avere in comune una prolissità che trovo a tratti snervante e fuori luogo, fatta di una quantità di dettagli che credo al lettore medio freghino poco o punto, nel caso della Klein la cosa è “perdonabile” perché (1) è un libro “giornalistico” che, pur documentatissimo, non ha alcuna velleità scientifica e (2) l’autrice prende una posizione di chiara condanna sin da subito di fronte allo stato del mondo e delle cose che vede. Diamond – che sapientemente argomentava nel pur ampio trattato (ultima edizione: 402 pagine) che lo ha reso celebre – nelle prime 70 pagine di questo (che consta di 566 comprensivo di indici…) non sta ancora di fatto dicendo nulla, a parte raccontare la storia recente del Montana (e dei suoi “amici-con-le-fattorie”) che, mi auguro, nel prosieguo siano trama necessaria a far comprendere al lettore quel che alla fine il lettore – se proprio non è completamente deficiente – già sa e ha costantemente sotto gli occhi nel proprio paese (è la globalizzazione baby e tu caro Diamond vivi nella terra di quelli che l’hanno inventata ed esportata per primi…): le piccole fattorie non ce la fanno perché o chiudono o vengono assorbite da quelle più grandi (ma va?) perché non c’è “economia di scala” e via lungo la fiera delle banalità sulle dinamiche che tutti possono vedere ovunque (l’inquinamento, il profitto dei pochi e i danni sul territorio – occupazionali, di inquinamento, ecc. – che ricadono su tutti e via discorrendo). Non capisco perché e non lo capisco da uno che sembra essere persona di grande intelligenza (non foss’altro che per il fatto di essere amico del curatore dell’edizione italiana, mio ex docente del master triestino della Sissa: Luigi Civalleri): cui prodest? Vado avanti perché i titoli dei capitoli successivi sono promettenti, ma Diamond col Montana – che sarà pure un posto bellissimo (come ce ne sono migliaia di altri nel mondo) – per ora ce l’hai fatto a fette!!!
collasso

McDrive

Ebbene sì, alla fine lo hanno fatto. Siamo a Trento, in una delle province e città tra le più sensibili – almeno sulla carta – alla questione ambientale nella quale rientra, a pieno titolo, il consumo del suolo. I dati ISPRA 2016 (esiste una bella pubblicazione “aggratis” scaricabile qui in PDF) ci dice che, nonostante ci si riempia la bocca di “tutela del territorio” i palazzinari sono sempre con la cazzuola in mano e i trend di suol consumato sono lineari verso l’alto dagli anni ’50 del secolo scorso ad oggi.
Dacché frequento questo studentato, il Nest, i lavori sono iniziati, in sordina, sbancando praticamente l’unico spazio vuoto che era rimasto, in mezzo alla lunga teoria di edifici (pardon: palazzi e anche palazzoni in qualche caso) che configurano il territorio in maniera un po’ amorfa e casuale che comunque sta tra la piccola zona industriale e il terziario (piccole fabbriche e capannoni che si alternano a uffici).
Così i lavori sono andati avanti definendo sempre più cosa sarebbe venuto fuori da quegli spazi: uffici (altri? ancora? quando in questo tratto di strada – che è poi la gloriosa statale 12 del Brennero – nella zona nord della città a ogni cantone si trovano cartelloni immobiliari a prova di ipovedente serio con le scritte “vendesi” e/o “affittasi”) che probabilmente rimarranno da affittare o vendere a lungo e… tadàn (rullo di tamburi) “l’esotico” McDrive a cui è associato un McCafè.
Da un certo punto di vista queste multinazionali suscitano un po’ di invidia: se a me avessero chiesto di investire in una zona del genere – ammesso e non concesso di avere i soldi per farlo – non ci avrei messo nemmeno un centesimo di euro, e invece… questi ci hanno costruito la loro seriale e omologante struttura, con il parcheggio in cui si entra e, in religiosa fila indiana, dentro la propria auto più o meno dotata, si ordina il cibo da un menù che altro non è che un gigantesco cartellone retroilluminato su cui scegliere con quale junk food appestare la propria auto e di quale salsa macchiarne gli interni, magari respirando i gas di scarico dell’auto che precede e che aspetta il suo turno per il ritiro del panino acquistato a motore acceso.
Considerando che ha appena aperto gli avventori non mancano e non sono mancati nelle sere in cui, inevitabilmente, passo lì davanti per andare allo studentato. Con tutto il buon cibo che abbiamo in Italia poi… bah, davvero non si capisce. O meglio: si capisce che questi avranno fatto uno studio, avranno capito che c’era comunque un potenziale bacino d’utenza e che in un posto così remoto sono di fatto senza concorrenza, perché intorno allo studentato non c’è letteralmente nulla, se non la compagnia di prostitute di colore.
E’ la multinazionale baby e tu non ci puoi fare proprio nulla.
Jpeg

We can be heroes…

… just for one day, diceva il Grande Bardo. Mi è venuta in mente questa frase per aver visto prima il film Snowden (2016) di Oliver Stone, e poi per aver recuperato sostanzialmente ciò da cui il film è tratto: il documentario di Laura Poitras “in presa diretta” Citizenfour (2014).
In particolare il documentario ha mostrato la dimensione umana di questo ragazzo di 29 anni (all’epoca degli eventi) che si è trovato in una situazione decisamente più grande di lui. Una dimensione che, forse a causa della necessità di “romanzare” la storia per esigenze narrative, sfugge quasi completamente al film, pur interessante e ben costruito (e anche fedele al documentario) che Stone ha realizzato.
Si vede la dimensione umana di chi teme per le proprie sorti, di chi, pur convinto di aver fatto bene ad aver fatto quel che ha fatto, sa che le conseguenze potranno essere molto pesanti e, per quanto ne sa, come minimo la sua vita cambierà radicalmente. Ecco forse la dimensione dell’eroismo è data proprio da questo essere così umano, nel provare paura, ma nonostante questo non desistere dal proprio proposito che si ritiene sia fondamentale. Un atteggiamento che, mutatis mutandis, mi ha riportato alla mente il Galileo di Brecht: uno scienziato formidabile, ma non per questo un “eroe” disposto a sacrificare la vita per dimostrare le proprie teorie e che quindi, per aver salva la vita, ritratta e abiura.
In fin dei conti il giudice più severo e imparziale resta la Storia e sarà quella ad assolvere o a condannare.

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Edward Snowden in un fotogramma di Citizenfour

Lemmy Kilmister batte Primo Levi 160 a 3

Tempo fa aderii a una petizione – una volta tanto non per abolire qualcosa, mostrare indignazione verso qualcos’altro, prendere posizione digitando sulla mia bella tastiera per virtualizzare la mia volontà e quindi renderla nulla nei fatti. Una petizione per titolare a Primo Levi un elemento chimico tra quelli scoperti di recente.
La IUPAC (International Union of Pure and Applied Chemistry) ha aperto delle consultazioni pubbliche e alla fine di novembre ha annunciato “i vincitori” (a questo link il comunicato) e, puntualmente, il blog della Società di Chimica Italiana ne ha dato riscontro (qui).

Al di là dei risultati l’aspetto che mostra in tutta la sua evidenza numerica quanto la scienza conti poco o nulla nella nostra società è il fatto che la commissione giudicatrice ha ricevuto una petizione per titolare uno degli elementi a tal Lemmy Kilmister, un galantuomo morto lo scorso anno che ha avuto l’indiscusso merito di fondare (e guidare) il gruppo rock heavy metal Motörhead.

Per Levi – dobbiamo ricordare chi è Primo Levi? Uno dei pochi miti della mia gioventù a resistere saldo al comando e una delle poche persone la cui lettura ancora mi commuove? – siamo arrivati a stento alle tremila firme, mentre questo signore ne ha prese 160mila, ovvero oltre 53 volte tanto.
Fortuna vuole che tra i criteri di scenta non ci sia quello “democratico” del numero di firme (il che, per altro, mette in luce anche il limite tutto intrinseco della democrazia, in senso generale…), altrimenti saremmo stati spacciati e ci saremmo tenuti – per la felicità di un ristrettissimo sottoinsieme che interseca quello dei chimici (teorici e non) e quello degli amanti dell’hard rock heavy metal [1] – un elemento che, con tutta probabilità, si sarebbe chiamato kilmisterio…
Per rievocare (e riadattare) una celebre frase: “E’ lo zeitgeist bellezza! E tu non ci puoi fare niente”.
[1] ristrettissimo ma composto da almeno una persona di mia conoscenza…

Lemmy Kilmister

Lemmy Kilmister

Da "Into the Wild" a "Captain Fantastic"

Ieri sera sono andato al cinema a vedere Captain Fantastic, un film interessante che ripropone un tema antico almeno quanto l’Uomo: quello del pendolo tra “Natura” e “Cultura” lungo cui oscilla la nostra specie, la cui eco maggiore ci arriva, in tempi moderni, con il mito del buon selvaggio di Rousseau. Il film in realtà è più complesso di così, ma avrò occasione di ritornare sulla questione.
Un altro film, ormai di qualche anno fa, che mi impressionò abbastanza – anche perché tratto da una storia realmente accaduta – fu Into the Wild, che per certi aspetti, arriva da una situazione diametralmente opposta. In quest’ultimo film il protagonista, un giovane, decide di abbandonare la civiltà e provare “a cavarsela” da solo, per altro in regioni remote e fredde, ai confini con l’Alaska. Morirà di inedia e di malattia, incapace di cacciare e – quand’anche ha successo – incapace  di trattare (macellare, conservare) la carne dell’animale che ha ucciso.
In Captain Fantastic la scena con cui la pellicola si apre è invece proprio questa: non solo il successo nella caccia che vede riproporsi la consacrazione rituale del passaggio da giovane del clan/piccola tribù (in realtà: popoloso nucleo familiare) a uomo, ma un sistema ben congeniato dal capo clan – il padre – che vede tutti gli elementi della famiglia coinvolti in un certo numero di attività giornaliere che vanno dal continuo allenamento nel “cavarsela” appunto (in quella sconfinata palestra che è la Natura intorno a loro) al farsi una cultura, rigorosamente da autodidatta. E questo è invece il secondo – e forse alla fine più importante – punto critico del film: alla base della fuga qui c’è il rifiuto della società occidentale (americana) e delle sue regole così per com’è strutturata (consumista), compresi gli aspetti culturali: il giovane che nella scena iniziale diventa uomo uccidendo l’animale è lo stesso giovane che, tentate le prove di accesso alle migliori università statunitensi, le passa in diverse di queste e non avrebbe che l’imbarazzo della scelta (e, in un sistema come quello statunitense, il quasi garantito accesso all’establishment che governa il paese) ma rinuncerà a tutto questo, in favore della libertà. Pensieri che, almeno personalmente, non mi sono estranei, avendo avuto almeno un professore alle scuole superiori che aveva un suo personale concetto del superuomo a cui l’allenamento (e l’isolamento) di questa famiglia nel film sembra tendere.
Tornando alla linea generale del film, la dinamica è dunque in realtà opposta: non la fuga dalla civiltà, ma un forzato ritorno ad essa a causa di un lutto: la morte della madre, suicida forse per l’eccesso che questa vita “senza compromessi” richiedeva. Il nodo non viene mai sciolto nel film: il padre/capo clan viene ovviamente accusato di essere l’artefice della morte della donna, da lui trascinata in questa “vita da buon selvaggio”; questi si difende dicendo che l’ha fatto in buona fede, sperando e pensando che questo “ritorno alla natura” giovasse in realtà alla sua fragile psiche. Sono quindi costretti a tornare dai parenti e il nodo focale del film è centrato su questo “scontro di civiltà”: i ragazzi sono di fatto dei disadattati se visti con gli occhi della società con cui entrano in contatto; sono invece dei piccoli übermenschen se visti con gli occhi dello spettatore: capaci di cavarsela “senza società” (quindi senza supermercati) e con una cultura di gran lunga superiore ai loro coetanei.
Dopo il trauma la via sarà “nel mezzo”. Il film si chiude con la soluzione di compromesso: l’abbandono della foresta per tornare a una vita rurale, ma integrata in un consesso civile, magari al margine, ma come passaggio obbligato a evitare le recriminazioni tipiche degli adolescenti che non vogliono essere dei disadattati ma, ambiscono a essere “come gli altri” e solo quando forse sarà tardi si accorgeranno che sarebbe stato meglio essere diversi dagli altri.
Insomma: film che tocca i temi propri – mi permetto un siparietto pubblicitario – della collana editoriale che stiamo inaugurando: Apocalottimismo.

Trailer ufficiale, Copyrighted, fonte Wikipedia


 

In vespa (elettrica). Da Pisa a Trento*

Ho immaginato di guidare una vespa elettrica, per colpa di questo articolo. Di salire a bordo di un futuro fatto di silenzio, fatto di oggetti che non vanno “accesi”.
Accendere.
Un termine che ha una contiguità di significato con bruciare. La legna, quando ancora eravamo uomini delle caverne e il fuoco era una specie di divinità; combustibili fossili oggi, per tenebre ormai ben più metafisiche che reali.
Quanto Freud c’è in questa storia! Quanta metafora sessuale, spesso anche oscena e pornografica come lo è lo zeitgeist nel quale viviamo: drill baby drill!, per usare terminologia da esperti d’oltreoceano. Perforare, trapanare la terra per i combustibili, per tunnel TAV dai quali far entrare e uscire, entrare e uscire… treni ad alta velocità senza nessun godimento. Falloforia, fallocrazia.
Se non vogliamo morire tutti soffocati dobbiamo smetterla di bruciare – o bruciare il meno possibile – combustibili fossili e smetterla di fare buchi per sbancare rocce amiantifere o contenenti uranio. I treni possono passare altrove, dove e come già fanno, senza la fretta imposta dal TAV, senza la fretta imposta dal mondo, un mondo che abbiamo costruito sulla potenza, sulla prestazione, sul “delta t”, l’intervallo di tempo. Se non serve sollevare un ponte da un sacco di tonnellate in un tempo rapido, ma ci si può mettere 10 minuti, si possono usare motori dalla potenza ridicola. La scienza – che è semplice fisica del primo anno di liceo – applicata ci suggerisce che sarebbe meglio rallentassimo. Per goderci il paesaggio dell’Appennino, magari valicando il Passo dell’Abetone su quel miracolo dimenticato di viabilità che sono le strade statali, come la numero 12 “del Brennero” che da casa mia, a Pisa, arriva a Trento (e al Brennero) appunto, passando per boschi meravigliosi. Magari su una vespa. Elettrica stavolta.
* Titolo la cui assonanza – ai più attenti non sarà sfuggito – richiama il celebre racconto di viaggio di Giorgio Bettinelli: In vespa. Da Roma a Saigon, Feltrinelli, (ultima edizione) 2014, Milano.

La vespa elettrica, a EICMA 2016

La vespa elettrica, a EICMA 2016

Cinema e cambiamento climatico

Uno degli aspetti di cui si tiene (ancora) poco conto in questa storia del cambiamento climatico che ci riguarda tutti, sono i soldi spesi per le produzioni cinematografiche.
Qualche giorno fa ho visto il film-documentario di Leonardo Di Caprio Before the flood (a questo link la versione originale su YouTube, a questo quella in italiano e a quest’altro il sito internet) sul cambiamento climatico. La regia si intreccia come tempi alla realizzazione del suo ultimo film Revenant di cui le scene finali – e quindi tutta la produzione – sono state girate dal lato opposto del continente americano proprio perché non si riusciva a trovare un posto dove nevicasse. Ora: rispetto ad altre spese sicuramente stiamo parlando di spiccioli, ma proviamo a immaginare quanto possa costare “traslocare” una intera produzione hollywoodiana da un capo all’altro di un continente per fare delle riprese. Per quanto con i computer ormai si faccia (quasi) tutto, probabilmente di certe cose ancora non si può proprio fare a meno.
Ieri sera ho poi finito una (breve) serie su Netflix, con la scusa di tenere viva almeno la parte “passiva” (ascolto) della lingua inglese (in realtà statunitense). Ho visto Stranger Things che, devo dire, mi ha catturato molto per le atmosfere – ma evidentemente non lo ha fatto solo con me. Leggendo quindi le recensioni ex post e com’è nata la storia, anche qui scopro che per le scene finali della prima stagione è stato necessario importare 20 tonnellate di ghiaccio dalla Florida (che per altro, se non ricordo troppo male la geografia, non è esattamente vicino all’Alaska), come dice alla fine questo articolo. Per il cinema e l’intrattenimento – che sono macchine da soldi – questo e altro, ma se si pensano costi analoghi per altre produzioni (e quante nel mondo?), i soldi che si spendono per questo “dettaglio” cominciano a essere molti…
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