Pensieri sulla fine del tempo

Per tempo intendo quello individuale. Insomma: la morte. Quasi sempre un tabù di cui non parlare. Ricordo il funerale di un conoscente (il fratello di un mio carissimo amico) qualche anno fa, morto suicida. Tra l’incrudilità, il dolore, la costernazione generale lo accompagnammo in una funzione scarna, e se non ricordo troppo male, laica, a una sorta di luogo di raccoglimento – mi verrebbe da dire “cappella”, ma il rimando a una funzione religiosa che mi pare non ci fu – in cui stemmo, in silenzio, a fronteggiare la bara che da lì sarebbe partita direttamente verso il forno crematorio.
C’era della musica di sottofondo. Forse un po’ insulsa, di sicuro non scelta da nessuno. Di circostanza.
Colui che scandiva i tempi di questo saluto (chi era? Quello delle pompe funebri? Non ricordo…), interrompendo musica e silenzio degli astanti, chiese se qualcuno volesse dire qualcosa, un’ultima cosa per il defunto. Un ultimo messaggio.
Ma forse alla musica – a una musica scelta – dovrebbe essere affidato un ultimo messaggio, pensavo stasera mentre ascoltavo un vecchio lavoro (2000, 16 anni fa) di un gruppo sconosciuto ai più, statunitense, che fa rock misto a quel curioso genere definito “indie”, che nella mia personale – e forse un po’ grezza, credo – tassonomia non ho mai capito bene cosa volesse dire.
Me li fece scoprire un amico (eccola lì la potenza della musica!) che andai a trovare nell’agosto del 2007 a Berlino. Una pazza corsa agostana, dalla Toscana del nord fino a lì, con le soste minime per cercare di non essere raggiunto da quel me stesso da cui volevo fuggire, gli ultimi 400 km a oltre 200 all’ora di media, in scia a un’indigeno che guidava benissimo su autobahn a 4, a tratti a 5 corsie. Sogno di libertà solipsistica, individuale e fuga, appunto. Frutto di ingannevole pubblicità a cui si viene sottoposti fin dalle più tenere età, per intere generazioni, le nostre, quelle che mi hanno preceduto e quelle che mi stanno seguendo.
Atti finali di una prima vita che da lì a poco si sarebbe conclusa. E riascoltando in un attimo di pausa, sdraiato al buio sul letto, ripensavo a quel frangente così strano della mia vita, in cui sono stato così in balìa di altri, dei miei sentimenti, del mondo, di avversità che non ho saputo fronteggiare e che portarono a una catastrofe. Eppure loro sono ancora lì, rivitalizzati grazie a Spotify (quando si dice la tecnologia!), che suonano per me ogni volta che voglio, in cambio di qualche bit di connessione ceduto alla compagnia telefonica – ma acquistato con largo anticipo e sempre abbondante – connessione permettendo.
Allora forse mi piacerebbe, in un testamento ideale mai stilato (chi lo ha fatto?), una cerimonia dello stesso tenore: scarna, laica, con gli astanti che ascoltino un paio di cose e pensino che quella è la musica che ho scelto per l’ultimo saluto:

  • Protest, in Philip Glass “Songs from the trilogy”
  • Evening Song, in Philip Glass “Songs from the trilogy” (queste due in questa sequenza e di seguito)
  • This day next year, in Karate “Unsolved” (anche solo la lunga parte finale di chitarra e batteria).

Volevo metterci anche qualche pezzo dei brandeburghesi di Bach, ma viene una cosa troppo lunga. Alla fine si tratta di un saluto. Vorrei che ci lasciassimo così.
Così che i presenti, se lo vogliono, si possano portare a casa – e forse nel cuore – quei pezzi e che quelle note possano essere il messaggio da ascoltare, magari una sera che si è stanchi, che si ha bisogno di staccare una mezz’ora, al buio, sdraiati sul letto o su un divano, con le cuffie o anche senza. Sì, quando accadrà, lasciamoci così. Sarebbe un bel regalo.
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Veloce come il vento

Parto da una confessione: ho (anche) passioni banali. Per quanti io speri che questo non faccia di me una persona banale, confesso che ho sempre avuto un debole per le auto e per la velocità (ma chi mi conosce lo sa). Mi si dirà: beh, sei in buona compagnia (anche di tanti coglioni, che si incontrano quotidianamente sulle strade, a dire il vero…). Da bambino disegnavo auto e passavo ore a svuotare un pesante fustino del “Dixan” pieno di modellini di auto – modellini che ai miei tempi erano di metallo – che disponevo diligentemente sul tavolino del soggiorno, sui cui, di volta in volta, immaginavo intere città fatte di auto: esattamente come lo sono le nostre adesso.
Ho regolarmente frequentato il salone dell’auto di Torino per anni come un appuntamento atteso. Conservo ancora da qualche parte i cataloghi pubblicitari dei modelli che mi piacevano. Arriva un momento in cui è necessario prendere atto di tutta questa sedimentazione poco importante per il resto del mondo, ma forse utile a capire, per me, come mai un film come Veloce come il vento mi abbia preso così tanto.
Già a suo tempo mi prese Rush, film poco distribuito e forse “di cassetta”, il cui protagonista è Niki Lauda, altro mito dei tempi in cui ero un ragazzino. Ma era una storia più “standard”, la vicenda umana di un campione che campione lo è stato davvero, in un tempo in cui la sicurezza sui circuiti era un optional e talvolta uscire di pista significava morire. Insomma, in quel film gli ingredienti del pilota che è un temerario che è anche un moderno gladiatore c’erano tutti e quindi il frame narrativo era dei più consolidati, con tutto il rispetto per la storia, pur interessante, che di Lauda – campione antipatico quasi come l’altro “crucco”, Schumacher – si racconta.
Qui invece è diverso. La storia è quella di persone di talento, ma comuni, impegnate, come direbbe Vasco Rossi con una felice espressione “a rincorrere i propri guai”. La sinossi della storia, pur semplice, rivela una famiglia disgregata e dai complessi rapporti umani, dove Loris De Martino (Stefano Accorsi) è un ex pilota di rally che ha dimostrato di sapere il fatto suo in passato, con un’auto che è entrata nel mito: la Peugeot 205 turbo 16 Evo. Auto costruita in un tempo in cui per sperimentare valeva tutto e non c’erano regole, così che da pilota ti trovavi a guidare (SENZA controlli elettronici) oggetti dal peso di 900-1000 kg e una potenza di 500-700 cavalli.
Loris però si è, nel frattempo, perso tra i fumi delle droghe e vive qua e là con una compagna tossica come lui, dentro una roulotte. E Accorsi – che purtroppo associo ai film tutto sommato piatti degli anni appena posteriori al 2000 (Le fate ignoranti, L’ultimo bacio, La stanza del figlio), e se non “piatti” comunque “ombelicali” – spicca in questo ruolo di Loris, dimostrando il talento che altrove aveva già mostrato, guarda caso, in un altro ruolo in cui la droga, ancora sconosciuta nella provincia italiana, avrà su di lui un esito fatale: Radiofreccia.
Incredibile invece la protagonista femminile, la sorella giovane di Loris, Giulia De Martino (Matilda De Angelis), una ventenne nella vita – e diciassettenne nel film – che mostra un carattere formidabile nel film e… fuori, quando candidamente in una intervista , dice di aver preso la patente da due mesi e quindi le “veniva difficile” anche entrare in un ruolo come quello: Giulia è una ragazzina che la guida ce l’ha da sempre nel sangue. Dico: ma se ti veniva facile vincevi l’Oscar direttamente!
Insomma è stata (secondo me) bravissima, perché credo non sia facile capire una passione come quella per i motori per chi quella passione non ce l’ha. E scopro che è anche la cantante di una delle canzoni che ha fatto da colonna sonora al film, questa. Quindi: brava due volte.
Last but not least, il regista, Matteo Rovere, un altro giovanissimo, praticamente all’esordio, che ha saputo creare, come dice Accorsi in una intervista, quell’alchimia necessaria al “buon funzionamento” del film, senza tralasciare camei di “correttezza filologica”, come quando Tonino, il fedele meccanico che, pur nell’ombra, fa un po’ da padre a questi ragazzi, dice a Loris che la Turbo 16 “tira” un po’ a destra (e lo fa per un motivo ben preciso, spiegato nel terzo paragrafo qui).
Insomma: bravi tutti, per un film che mi ha emozionato, come da tempo non accadeva.
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Perché voterò sì al referendum del 17 aprile (17 motivi, ma ce ne sarebbero altri…)

    1. Perché andare a votare è un diritto/dovere sacrosanto, necessario a esercitare una sovranità che nei fatti ci è stata tolta (e questo, come il punto successivo, prescinde dal sì e dal no);
    2. perché è necessario tornare a impossessarsi di questo prezioso strumento di decisione che è stato delegittimato nel corso del tempo (ricordate il referendum sull’acqua pubblica?);
    3. perché queste cose le sto studiando per il mio dottorato e la voce è concorde e unanime: così non si va da nessuna parte;
    4. perché l’impianto che vogliono mettere in piedi sfrutta un giacimento che copre una fetta minima del fabbisogno energetico nazionale (stimata intorno all’1-2% su un arco di una decina d’anni, ne ho scritto qui);
    5. perché siamo sul lato discendente del picco del petrolio e quello che ci rimane sarebbe bene che lo usassimo per creare le infrastrutture che muoveranno il mondo domani – qualunque esse siano e, per quel che ho capito fino ad ora, la soluzione sarà “ibrida” e sarà la somma di tutte quelle ad oggi disponibili (solare, eolico, geotermico e l’idroelettrico già esistente). Un mondo che, ci piaccia o meno, sarà abbastanza diverso da quello attuale;
    6. perché siamo sempre di più e per questo dovremmo consumare sempre meno (e rinunciare a quell’1-2% offerto dai nuovi impianti sarebbe una bella “prova generale” di questa inversione di tendenza);
    7. perché il vero petrolio dell’Italia è il turismo. E di Ombrina mare, dove non sono mai stato, ho visto foto bellissime e magari un giorno ci vorrò andare in vacanza (e forse potrebbe essere una meta di vacanza per molti di noi);
    8. perché comincio ad avere una discreta esperienza e conoscenza dei “no” italiani (a partire dallo storico movimento No Tav valsusino), costituiti pressoché invariabilmente da persone per bene, che conoscono e amano il proprio territorio;
    9. perché il bene comune è ora che cominci davvero a essere il bene di tutti e non solo di qualcuno che ha intenzione di specularci sopra;
    10. perché è ora di finirla con la sindome Nimby non solo per ciò che riguarda lo spazio (“my backyard”, appunto), ma anche per quel che riguarda il tempo. Un tempo in cui ci si limita al presente a partire dagli investimenti, e dove “progettare il futuro” è diventato poco più di uno slogan legato o alla propaganda o alla tecnologia (spesso a entrambe). Ciò che riguarda i beni comuni riguarda tutti noi, in un modo o nell’altro, e tutti dovremmo avere interesse a difenderli, ovunque essi siano. E’ uno mondo tutto attaccato e tutto si ripercuote su tutto;
    11. perché nelle mie peregrinazioni di ricerca mi è capitato sottomano un articolo – che io non conoscevo perché sono un ignorante, ma tra gli ecologi è molto famoso – di Garrett Hardin, The Tragedy of the Commons, pubblicato sulla rivista “Science”, liberamente scaricabile a questo link, con un inquadramento sommario in italiano a questo link. Leggetelo e pensate che è stato scritto nel 1968;
    12. perché l’altra sera a Trento ho assistito a una conferenza a due voci in Comune su questo tema: da un lato Claudio Della Volpe (mio tutor di dottorato) e dall’altro Roberta Radich, membro del coordinamento a favore del referendum (e del sì). Da un lato i motivi ambientali spiegati molto chiaramente da Claudio e dall’altro l’aspetto più politico-istituzionale, mi sono sembrati inoppugnabili;
    13. perché quand’ero ragazzo facevo pensieri strani e immaginavo che se avessi avuto il potere di comandare il mondo, in certe giornate, magari un po’ rare (e ahimè sempre più rare…) quando il cielo è così blu che ti viene voglia di piangere dalla gioia, avrei imposto che tutti i motori del mondo tacessero, in ossequio al blu del cielo (nella mia testa si chiamava “legge del blu” che istituiva “la giornata del blu”…);
    14. perché ho letto quest’ultimo post sul blog di Ugo Bardi, sono andato a pescare i dati della Nasa lì (e qui) indicati e mi sono “divertito” a farne un grafico in mathlab, questo (che mi pare “parli” da solo, senza bisogno di commentare):
      andamento temperature 1880-2016 (dati NASA)

      andamento temperature 1880-2016 (dati NASA)

    15. perché non è vero che si perdono posti di lavoro: tra i promotori del referendum c’è la Fiom che, data l’aria che tira nel mondo delle politiche del lavoro, personalmente la considero una specie di garanzia;
    16. perché ieri sono entrato in negozio che vende giocattoli per bambini e ho sfogliando il catalogo di una marca lì esposta ci ho trovato scritte queste cose:
      natura
    17. perché dopo il davvero un po’ triviale “trivella tua sorella”, lo slogan giusto è finalmente arrivato:
      no_alla_trivella-sì_alla_frisella

Il tesserino (da giornalista)

Quest’anno non ho rinnovato l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti del Piemonte, cui afferisco. Nonostante la “fatica” fatta per iscrivermi e l’illusorietà che questo potesse offrire una pur minima chance per trovare lavoro – in un tempo in cui il lavoro era precario e mi barcamenavo sbarcando il lunario alla meglio – constatato che non solo così non è e che nella mia esperienza trattasi in sostanza di un inutile ammennicolo (conosco almeno un paio di fior di giornalisti che non sono iscritti né lì né altrove) per cui si paga tassa, ho deciso che in tempi di spending review era ora di chiudere il cordone di quella borsa.
Ma l’ho chiuso per la vergogna. Per la vergogna di condividere quel tesserino con persone di infimo valore morale, prezzolate e prive di ogni scrupolo e qualsivoglia senso di responsabilità. La decisione scaturì da questa notizia (poiché nel grande fiume di internet tutto scorre, allego a più imperitura memoria, a questo link il PDF della stessa notizia) che sembrò arrivare giusto nel momento di rinnovo della quota annuale, ma di esempi di pessimo giornalismo e di pessimo servizio pubblico in Italia ne abbiamo avuti molti e continuiamo ad averne.
L’ultimo, in ordine di tempo, è questo (qui il PDF) ed è quello della peggior specie e quindi quello più diffuso.
Questo “signorone” (voglio essere urbano… ma il suffisso fa rima con “coglione”), privo di una qualsiasi argomentazione di carattere scientifico, probabilmente incapace di distinguere il clima dal meteo, non trova di meglio che attaccare il conduttore sul piano “personale”, bollandolo come sadico a partire dal titolo.
Il futuro non è roseo e la magnifiche sorti non sono più tanto progressive ma questo non è quel che ci si vuol sentire raccontare in nome di una economia che pensa solo alla crescita, al PIL che deve crescere, anche se ormai dello zero zero e qualcosa. In nome dei sacri dogmi del mercato e del compra compra compra, getta getta getta. Vogliamo ancora essere liberi di stare col SUV acceso con l’aria condizionata a spippolare sui nostri cazzo di cellulari, questo il messaggio caro Luca Mercalli, “did you understand?”
In un paese serio questo signorone dovrebbe essere sospeso dal servizio per grave danno alla nazione. Perché il problema esiste e, si dà il caso che sia anche il “problema dei problemi”: quali energie per il futuro? Quali modelli di sviluppo (e NON di crescita, sono due cose ben differenti) per lasciare che nell’antropocene la Terra – che pure se l’è sempre cavata con o senza di noi (senza forse meglio, almeno per le altre specie diverse dai sapiens) – continui a essere la nostra casa? Domande troppo difficili per il signorone, a cui viene dato spazio non dal giornalino della parrocchia (che merita tutto il nostro rispetto), ma sulle colonne del «Corriere della Sera» che ho creduto ancora uno dei pochi giornali seri.
Ma mi sbagliavo.

il signorone

il signorone

We can be heroes: not only for one day

Mi rifaccio, in questo titolo, a una citazione tolkeniana (modificata), ma è un pensiero che mi è balenato alla mente questa mattina quando ho ascoltato la rassegna stampa culturale di Pagina 3, su Radio 3. Si parlava di Rosi, della Berlinale, dell’Orso d’Oro, del riconoscimento ai lampedusani e alla Sicilia, matrigna che attrae e respinge senza mezze misure coloro che hanno (anche solo in parte, come il sottoscritto) il suo sangue nelle vene.
Avevo già seguito a spizzichi e bocconi, sempre su Radio 3, un’intervista a Rosi prima della vittoria tedesca, e raccontava, aneddotico, il suo essere piombato lì, a documentario commissionato, con un po’ di frustrazione e un po’ di senso del surreale e del paradossale: nessun migrante, una procedura istituzionalizzata, l’isola in una apparente normalità, insomma: nulla da filmare. Fino a quando, sentitosi male, non si reca nell’ambulatorio dell’unico medico, il dottor  Pietro Bartolo che sarà l’uomo della svolta.
Ma non è della genesi di Fuocoammare che volevo parlare, quanto piuttosto della virtuosa storia che in esso si narra, in contrapposizione ai tanti poco virtuosi altri e variegati modi dell’essere umano che vanno dalla semplice indifferenza alla critica, al proclama politico di un’Europa che sembra non essere capace di far altro che chiudersi e chiudere le frontiere. Bartolo, e con lui la sua gente, hanno operato in silenzio. In 10 anni di attività sull’isola, si raccontava stamattina in radio (assolutamente da recuperare il podcast per chi non l’avesse ascoltato questa mattina, a questo indirizzo), dicono di lui che abbia visitato e si sia preso cura di almeno 250mila migranti. Lui non lo sa, non ha tenuto il conto. Si ricorda solo qua e là qualche episodio che gli è rimasto più impresso di altri, come quello della donna salvata in condizioni disperate e di travaglio e lui che in silenzio allestisce al volo nel suo ambulatorio una piccola sala parto e senza dire niente a nessuno, nel casino dei momenti concitati dello sbarco, la porta dentro e ne esce sfinito dopo qualche ora ma felice per essere riuscito a salvare la vita a madre e figlia. Nel frattempo si era sparsa la voce e fuori dall’ambulatorio, alla sua uscita, trova almeno una cinquantina di madri che avevano portato con sé vestitini per la neonata e la madre. O ancora tra i tanti allineati morti composti per essere messi nelle bare, trovare una ragazza che ha ancora un flebilissimo polso, correre contro la morte e salvare anche a lei l vita. Questo ricorda Bartolo di cui tutti noi, prima di questa (sovra)esposizione mediatica, non conoscevamo l’esistenza. E non ci sono discorsi, non c’è autocompiacimento, non c’è ideologia, non c’è senso di fastidio, non c’è razzismo (tutte cose che sembrano arrivare dopo, da Lampedusa in su), lì c’è solo il sorriso di chi ti dice che sta solo facendo il suo mestiere, e il rammarico e il fastidio degli isolani che si disperano solo per le vite che non sono riusciti a salvare. C’è sempre chi alza e chi abbassa la media. Queste persone l’alzano di sicuro. E sono davvero eroici, di quell’eroismo che è tale perché arriva come semplice dovere da compiere nei confronti di un prossimo disperato e in difficoltà.

Gianfranco Rosi e Pietro Bartolo a Berlino

Gianfranco Rosi e Pietro Bartolo a Berlino


 

Addio Umberto!

Difficile non essere retorici o banali di fronte alla grandezza di certi individui. Loro se ne stanno là, nell’empireo rarefatto di chi ha avuto un peso specifico forte nella cultura contemporanea, e noi quaggiù non possiamo che guardarli dall’altezza di formica a cui ci troviamo. Forse conoscendoli questa distanza si colmerebbe di colpo: in fondo Umberto Eco era un essere umano (pare che proprio questo atto ultimo che ci congiunge tutti, ne sia la più ampia dimostrazione) e avrà avuto i suoi alti e bassi, i suoi vizi e le sue virtù. Ma a me non è stata data la fortuna di incontrarlo e quindi, come la stragrande maggioranza di noi, mi sono dovuto accontentare del suo lato pubblico. E questa pur scarsa conoscenza è stata sufficiente a comprendere, come in sempre più rari casi accade, che si volta pagina, che c’è un mondo con Umberto Eco e il mondo che segue – certamente molto più povero – senza.
Manca un punto d’appoggio ed è un punto che non sta nelle “grandi cose” che Eco ha fatto/detto (dal fin troppo nominato Il nome della rosa – l’unica cosa che i giornalisti radio televisivi sembra siano stati in grado di citare nei loro “coccodrilli” di questi giorni…) ma in quelle piccole: ricordo la polemica con Oriana Fallaci sulle colonne del Corriere della Sera (mi pare lei scrivesse lì e lui rispondesse su Repubblica…) e, ancora relativamente giovane, la curiosa sensazione di percepire che è come se Eco avesse scritto la risposta alla fallace Fallaci (nomen omen?) leggendomi nel pensiero e che quelle cose avrei voluto risponderle io, ma l’avrei fatto molto peggio e di certo in modo più confuso. Per questo mi manca Eco, per la “sicurezza” e il “conforto” della condivisione di un ragionamento con uno che di sicuro ne sa più di te. Quella che, in una parola sola, si chiama autorevolezza.
E anche per lo “sdoganamento” – come, con un brutto termine, dicono sempre i giornalisti in questi giorni – del fumetto come forma d’arte, come cultura forse pop, ma di sicuro peso e rilevanza. Celebre (e anche qui già citata – ma vale la pena citarla ancora) l’introduzione ad Arriva Charlie Brown che risale al 1963, quindi in tempi veramente non sospetti. Un’introduzione che comincia impegnativa: «Charles M. Schultz è un poeta […] se ‘poesia’ vuol dire capacità di portare tenerezza, pietà, cattiveria e momenti di estrema trasparenza, come se vi passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta sian fatte le cose, allora Schultz è un poeta», e prosegue con un elogio al papà dei Peanuts.
Per questo soprattutto – oltre che per tutto il resto che pure conosco poco – mi mancherà Umberto Eco.
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San Andreas: gli States e il senso del ridicolo

Cercavo un articolo che lessi su un vecchio numero di “Internazionale”, relativo alla cronica siccità che affligge la California da qualche anno. Mi serviva per fare un discorso sugli eco-migranti e sul fatto che i problemi climatici non solo colpiscono il Terzo Mondo (e quindi a chi già migra per scappare dalle guerre si aggiunge chi migra per scappare da zone in cui la vita non è più possibile perché, per esempio, la terra si è inaridita…) ma anche il Primo. Anzi il cuore del Primo Mondo: gli States.
Confidavo nel fatto che il sito mi desse qualche riferimento e invece a un certo punto mi imbatto su una specie di (video)recensione (questa) che parla del film San Andreas. Genere del film: catastrofico. Per curiosità, pur temendo il peggio, ho deciso di spendere il mio tempo per guardarlo. E ho fatto male. O bene, dipende sempre dal punto di vista. Insomma si è trattato, al netto di effetti speciali sempre più sofisticati, di un polpettone in salsa hollywoodiana veramente difficile da masticare e digerire. Le solite cose… le devo ripetere? Il protagonista, una montagna di muscoli tesi a compensare un solo motoneurone che deve sovraintendere a tutto, che sprizza testosterone da tutti i pori e che con tutti quei muscoli riesce a “sconfiggere” il terremoto mettendo in salvo la (ex) moglie (con la quale ovviamente si ricongiunge) e l figlia. Sullo sfondo la ricerca del sacro Graal scientifico dei geologi: la possibilità di prevedere i terremoti. Terremoti – nel film ci sono sempre e solo quelli e gli effetti speciali compensano la recitazione di serie Z dei protagonisti – la cui magnitudo, in sequenza, è la più devastante della storia e viene prevista, seppure al fotofinish, da un professore del (celebre) CalTech (California Institute of Technology).
Insomma una follia i cui spezzoni possono essere degni dei migliori blob di Ghezzi, come la scena finale in cui, tutti sani e salvi, dopo l’arrivo dell’esercito della salvezza, la guardia nazionale e chi più ne ha più ne metta, la moglie guardando il paesaggio devastato dalla collinetta in cui si trovano, pronuncia la memorabile frase: “E adesso cosa faremo?” e il testosteronico marito repica altrettanto memorabilmente: “Ricostruiremo tutto…”, mentre la camera lascia loro due allarga sul paesaggio e inquadra una malconcia bandiera nazionale che si srotola per rifulgere.
Non so chi siano i destinatari, nel paese d’origine, di queste autentiche porcherie, ma veramente c’è da scompisciarsi dal ridere per la totale assenza del senso del ridicolo!

Un fotogramma del film

Un fotogramma del film

blacklist: un piccolo aneddoto editoriale

logo-lcMolte delle persone che mi conoscono sanno che “per divertimento” ho una piccola attività editoriale. Poche copie, pochi titoli, qualche soddisfazione – in certi casi anche molta, come nel fortunato “best seller” (di nicchia) che è stato e ancora è Il paese degli elefanti.
Ma non scrivo per incensare né me stesso né la mia attività: faccio quello che posso come tutti e con i limiti ben chiari e sempre presenti di non voler lucrare con questa attività a cui dedico sostanzialmente dei ritagli di tempo. Ma accadono cose curiose in questo mondo editoriale. Gli editori (soprattutto i piccoli) fanno la fame e dovrebbero essere tutti insigniti all’istante quanto meno del cavalierato del lavoro (visto che – bene o male – comunque fanno girare un’economia, spesso rimanendo con qualche spicciolo in tasca…), dal momento che, fatto 100 il prezzo di un libro, il 65% se ne va serenamente in distribuzione e sconto alle librerie (pressoché unico settore al mondo, quello delle librerie, che può farti dei resi a distanza di anni…). Rimane quindi un 35% con cui si dovrebbe pagare un minimo diritto d’autore (6-7%: quindi scendiamo al 28%) e lo stampatore (e quindi si arriva al 2-3% di “guadagno”, quando va bene).
Ma non solo. Al netto di questi fatti, solitamente noti agli addetti ai lavori, accadono altre cose curiose, come la richiesta di volumi da parte di librerie (magari anche molto grandi) “concessionarie”. Un po’ le antesignane delle librerie online come IBS, Amazon, Libreria Universitaria, La Feltrinelli (online), ecc. Una di queste la “Li.Co.Sa” di Firenze – e mi sembra giusto fare anche nomi e cognomi e mettere alla pubblica gogna chi se lo merita – è, nei miei confronti, insolvente per un serie di libri che lungo tutto il 2015 ho regolarmente fornito, evadendo i loro ordini, ma per i quali NON mi è MAI stato corrisposto nulla.
A nulla sono servite mail o telefonate di protesta, anzi: questi un bel giorno, nella schizofrenia più completa, mi hanno pure mandato un sollecito per l’evasione dell’ultimo ordine che ovviamente mi son guardato bene dall’evadere almeno fino a quando non verranno messi a posto gli arretrati. Stiamo parlando di “spiccioli”, forse 50 o 100 euro al massimo. Ma spiccioli su cui faccio andare avanti questa attività. Allora il problema qual è? Il problema è che l’ignaro lettore (o anche la libreria) che in buona fede va alla Li.Co.Sa. (dove “Sa” finale sta per “Sansoni”, non proprio l’ultimo editore del mondo…)  questa storia non la sa e quando la Li.Co.Sa. gli dirà che quel libro non è riuscito a recuperarlo per indisponibilità da parte dell’editore, la colpa ricadrà… sull’editore.
Quindi (1): non solo non pagato, ma anche reo di non aver soddisfatto le richieste del cliente. Questo giusto perché stavo mettendo un po’ d’ordine nella contabilità e nelle mail delle richiese dello scorso anno. Nel client di posta elettronica ho creato una bella cartella dal titolo significativo: blacklist.
Quindi (2): caro lettore, se proprio vuoi avere il libro che cerchi e riesci a non essere tanto pigro da fermarti a far la richiesta a Li.Co.Sa. (o a qualunque altro distributore o libreria concessionaria insolvente) e navighi un minimo il web, magari quella casa editrice la trovi su internet e se riesci a fare una richiesta diretta forse prendi anche un po’ di sconto in più. Perché magari il libro c’è, ma non venendo pagato non viene neppure distribuito (almeno non da me di sicuro: lavorare gratis si chiama volontariato e ne decido io i modi e i tempi).
Buon 2016 a tutti!

Analisi del 2015

Ho abbandonato il blog e quasi me ne rendo conto solo adesso. Ma a tutto tutto non si può davvero star dietro. Così grande fratello wordpress mi manda il resoconto di fine anno. Una fine d’anno anticipata che in questo caso coincide con l’ultimo post, datato 3 ottobre… Buon anno a tutti/e! 🙂
I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 1.000 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 17 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Tecnobarocco: si stava meglio quando si stava peggio… ovvero: se la coerenza è un valore

Ho completato ieri sera la lettura di Tecnobarocco. Tecnologie inutili e altri disastri del collega Cnr Mario Tozzi. Un libro che nonostante lo sforzo – che pure però mi pare modesto – non lascerà il segno. E non lo lascerà per diversi motivi che sono quelli tipici, per usare lo stesso linguaggio che l’autore usa nel libro, della “turbo modernità”: una contraddizione intrinseca al libro che espliciterò al termine di questa breve analisi. E dire che non mi reputo un “tecnofan”…
Ma entriamo per un momento nel dettaglio. Il libro di Tozzi, redatto con linguaggio informale e altamente discorsivo, captatio benevolentiae utile a portare dalla sua parte il lettore ancor prima che questi possa valutarne i contenuti, è una lunga lista del “com’era bello una volta” vs. “com’è inutile e dannosa la tecnologia moderna”.
Attorno ad argomentazioni di buon senso (per le quali forse non serviva scrivere un libro…), anche molto condivisibili – come il discorso sulle plastiche e sul fatto che queste negli oceani stanno distruggendo letteralmente la vita, così come la condannabilissima pasca a strascico e le reti di nylon che permangono nelle acque praticamente per sempre, ecc. – l’ago della bilancia oscilla tra banalità (data la nostra vita sedentaria prendere le scale fa meglio che prendere l’ascensore… ma va?) e patente superficialità nell’affrontare le varie dicotomie che di volta in volta, in questo lungo elenco che è il libro stesso, vengono (arbitrariamente) proposte: ne elenco due su tutte.

  1. rifacendosi a un vecchio libro scritto dall’ex collega di master Sissa Nicola Nosengo (L’estinzione dei tecnosauri) l’autore, ricalcando Nosengo, mostra qua e là (il caso della tastiera “qwerty” e la questione dei supporti di memorizzazione che sono passati in pochi anni dall’incisione su nastro al dvd e ora alla completa virtualizzazione mediante cloud o dispositivi come penne usb e, in generale hard disk) come l’evoluzione tecnologica non necessariamente faccia vincere i prodotti tecnologicamente e tecnicamente migliori sul mercato (tesi principale dei tecnosauri) ma, per ragioni soprattutto economiche (che comprendono senz’altro anche l’obsolescenza programmata), fanno vincere ciò che ottimo non è. Tutto questo tacitamente viene confrontato con l’evoluzione darwiniana tout court, sostenendo come la tecnologia si discosti da quest’ultima proprio perché arbitraria e non “ottima”. Insomma: sembra che Tozzi dimentichi però, mi pare, che il darwinismo – che si differenziava dal lamarckismo proprio per la sua componente NON teleologica – teorizzi la vittoria del NON ottimo e del fatto che la Natura proceda per tentativi ed errori e che essa non proceda secondo un rigido finalismo;
  2. l’annosa questione Ogm che, ancora una volta, non viene affrontata secondo quello che, sempre secondo me, dovrebbe essere un corretto uso dell’argomentazione. I “corni del dilemma” in questo caso sono sempre stati 2: il primo è la questione scientifica: gli Ogm sono il frutto “accelerato” di quel che sono di fatto processi naturali (almeno in linea teorica) ed è stato ampiamente dimostrato che non sono dannosi per la salute, checché ne dicano tutti gli oppositori. Dannoso all’economia è invece il monopolio sulle sementi che le multinazionali (sempre le solite: Monsanto, Syngenta & co.) operano su questa faccenda: ti vendo il grano transgenico che resiste a tutti gli agenti patogeni tranne che ad uno e per quell’uno ho qui il mio prodottino che ti vendo insieme alle semente senza il quale non raccoglierai nulla. Questo si che è condannabile e completamente non etico e su questo non si può non essere d’accordo con Vandana Shiva, con la questione della biodiversità, con tutto quel che è importante nelle colture non intensive. Invece Tozzi in un paragrafetto sostanzialmente liquida la questione, non divide i corni del dilemma con il risultato di un minestrone in cui si mescolano questioni etiche e di politica economica e questioni scientifiche. Un minestrone che contribuisce a confondere anziché a far chiarezza.

Un vecchio professore sosteneva che se tre amici al bar parlano di una questione e nessuno dei tre è realmente competente sulla questione che si discute, allora quelle sono e rimangono chiacchiere da bar. Il retrogusto che rimane dopo aver letto il libro è un po’ questo: la chiacchiera da bar.
Ma ancora tutto questo, a mio modestissimo avviso, non è la pecca peggiore del libro. Il suo difetto principale sta non solo nel non offrire soluzioni – se si tratta di porsi i problema, forse in molte di queste dicotomie il problema ce lo siamo posto in molti… – ma nel pensare in filigrana che le soluzioni possano arrivare bottom up, dalla gente che dovrebbe poter cambiare i propri comportamenti. Atteggiamento, pure questo, completamente avulso dalla realtà. La maggior parte delle persone se pure ha consapevolezza di questi problemi, non è che non voglia risolverli, è che forse non ha gli strumenti materiali per scegliere (banalmente perché la società non li offre) in modo più consapevole.
Molte mattine della mia vita – non è un pensiero originale: forse sarà capitato a ognuno di noi – vedendo un cielo terso, blu cobalto, senza neanche una nuvola, ho pensato che per onorare degnamente la giornata neppure un motore si sarebbe dovuto accendere. Poi, guardato l’orologio, vedendo che si faceva tardi al lavoro, ho messo in moto la mia vespa e sono andato, accendendo il motore. E sono fortunato perché posso scegliere la vespa al posto dell’auto: un mezzo di modesta cilindrata, che consuma poco, dal peso contenuto per portare in giro il mio peso contenuto, di modeste dimensioni utili a svicolare nel traffico. Chi è meno fortunato magari il “lusso” di un mezzo a due ruote non può permetterselo, oppure teme per la propria incolumità fisica e quindi “preferisce” stare delle mezz’ore in coda dentro la propria auto. Chi è insensibile a questo problema invece va in Suv, ma questa è un’altra storia. Soluzioni? Nel libro non se ne leggono. Né bottom uptop down – e personalmente, per altro, penso che quelle top down siano le uniche perseguibili.
Le contraddizioni intrinseche al libro quindi, per concludere, sono almeno due: l’essere stato scritto in fretta e furia (alla faccia di quel che in esso si denuncia… la velocità della “turbo tecnologia”) e l’aspetto della sostenibilità, che sembra un tema molto caro a Tozzi in tutto il libro, pubblicato con Einaudi, una delle prime case editrici “costrette” dal collettivo di scrittori Wu Ming a usare carta riciclata (qui la notizia). Carta riciclata su cui questo libro non è stampato.
La copertina di "Tecnobarocco"