Falcone, Borsellino e la Germania

Vorrei spendere due parole su una questione di attualità venuta fuori in questi giorni e legata alla pizzeria aperta a Francoforte sul Meno intitolata a Falcone e Borsellino – la notizia è qui ma ho scelto il primo link che mi è capitato sotto tiro e la si trova su tutte le maggiori testate nazionali.

Se fosse solo intitolata a questi due eroi (e lo scrivo senza retorica) e veri “servitori dello Stato”, non ci sarebbe nulla di male, ma il problema è che è fatto “alla tedesca”, ovvero con quell’atteggiamento tipicamente poco rispettoso che ogni tanto salta fuori in questo popolo che (1) ha il libro dell’umorismo più corto del mondo – e se l’umorismo è questo non è neppure umorismo – e (2) dovrebbe tacere e vergognarsi per l’eternità per il suo passato nazista. Basti ricordare le ricorrenti (io ne ricordo almeno due…) foto “scandalo” dello Spiegel con la pistola appoggiata su un piatto di spaghetti fumante e una qualche altra immagine di copertina che devo aver rimosso.

Fatto questo “cappello” non si può dire che antropo- / sociologicamente non ci sia sempre stato un reciproco amore/odio con e per il popolo tedesco. Parlo per me: la filosofia, dopo aver parlato greco, ha parlato tedesco e così per tanta parte della scienza dei primi anni del XX secolo (Ettore Majorana ha scritto i suoi pochi e genialissimi lavori in tedesco perché la fisica di quegli anni parlava quella lingua). Possiedo un’auto tedesca (il cui mito va sfatato, visto che per un difetto di fabbricazione a 220mila km la catena di distribuzione si è schiantata e mi è toccato rifare il motore – quindi anche marchi come BMW hanno assunto un che di cialtronesco nel modo di costruire i propri mezzi e nella scelta dei materiali…). I designer di quelle auto però sono stati a lungo italiani, perché marchi come Volkswagen, Audi e BMW nonostante mostrassero negli anni ’80 e ’90 una affidabilità degna di nota, avevano delle carrozzerie e dei “vestiti” di una bruttezza rara (l’ultimo stilista decente lo hanno avuto in Ferdinand Porsche che disegnò il “Maggiolino” e, allungandone le forme, quella che poi divenne la Porsche 911) e di una lentezza altrettanto rara e in Italia hanno sempre rischiato di non battere chiodo (poi noi siamo esterofili – e se penso all’imperatore Agnelli anche giustamente – e quindi il gioco è presto fatto). Ricordi di gioventù: una Golf 1600 di cilindrata a benzina letteralmente stracciata da un’Alfa 33 (che pure aveva una carrozzeria quasi da 3 volumi) 1300…

Insomma: l’elenco sarebbe lungo e una punta di inevitabile nazionalismo sia di qui che di là, per primeggiare non finirebbe penso mai. Quindi atteniamoci al fatto spiacevole – che però non arriva isolato appunto – perché accanto al ritratto di Falcone e Borsellino ci sono i capimafia storici e quindi si lascia volutamente spazio a una certa confusione, lasciando l’effetto, una volta entrati nel locale, che il tutto sia una specie di “bega” italiana, lontana e “d’effetto” per attirare una clientela evidentemente dal dubbio gusto. Per altro, pure gli amici tedeschi – come a suo tempo l’on.Roberto Maroni* – devono avere la memoria corta se non ricordano la sparatoria di Duisburg che, certo, riguardava, solo italiani, ma guardacaso italiani affiliati alle cosche calabresi e che, immagino, non erano in Germania esattamente per fare gli onesti cittadini…

Di fronte alla richiesta ufficiale di impedire questa “dedica” della pizzeria ai due magistrati italiani il tribunale di Francoforte ha respinto la richiesta – così come, sempre la Germania, ha sempre respinto l’estradizione dei gerarchi nazisti responsabili delle stragi lungo tutta la penisola durante il periodo 1943-1945. Questo all’indomani di una “docufiction” realizzata anche bene mi pare, andata in onda sui canali RAI ma recuperabile sul sito di Rai Play qui, in cui si narra la storia misconosciuta del gruppo di cittadine e cittadini italiani che, con estremo coraggio (a quei tempi Cosa Nostra non esitava a sparare per le strade e a commettere omicidi efferati ed eclatanti che andavano dallo sciogliere in acido le persone al piazzare bombe sotto le auto di magistrati, procuratori, prefetti, scorte…), andarono a formare la giuria popolare durante il maxiprocesso che – anche qui è bene ricordarlo – fu una delle più grandi vittorie della democrazia in questo Paese, se solo si guardano i numeri:

  • Documentazione: 750.000 pagine
  • Processo: 21 mesi, 638 giorni
  • Camera di consiglio: 35 giorni (387 ore)
  • Lettura della sentenza: 1 ora e mezza
  • 475 imputati (scesi a 460 durante il dibattimento)
  • 207 detenuti
  • 349 udienze
  • 346 condanne (74 in contumacia)
  • 114 assoluzioni
  • 19 ergastoli
  • 2665 anni di carcere
  • 900 testimoni e parti lese
  • 200 avvocati difensori
  • 16 giudici popolari (tra effettivi e supplenti)
  • 3000 agenti delle forze dell’ordine
  • 600 giornalisti da tutto il mondo

Poi, per carità, la mafia, come il nazismo, è una questione di atteggiamenti, ma cari amici tedeschi – e qualche amico tedesco pure ce l’ho! – forse prima di “sputare sentenze” ad minchiam pensate se voi avete mai fatto una cosa del genere nella storia della vostra pur gloriosa repubblica. Certo, c’è stata Norimberga, ma Eichmann se lo sono andati a cercare gli ebrei e lo hanno processato in Israele.

Cominciate a pensate a voi, cari amici tedeschi, a “mettere a posto” le vostre di cose visto che, notizia di oggi su “Repubblica” (qui di seguito l’articolo) solo oggi avete epurato dal vostro alfabeto fonetico le ultime incrostazioni di antisemitismo e solo oggi discutete di come togliere la parola “razza” dalla vostra costituzione (e come non ricordare il memorabilissimo witz di un Albert Einstein che, in fuga da quell’abominio che fu la Germania nazista, alla frontiera, di fronte alla richiesta del soldato che gli stava controllanda i ducumenti e che, immaginiamo, con fare indagatorio, di fronte alla secca domanda «Razza?», rispose «Umana, direi…» – magari questo episodio non è vero ma è troppo bello per non esserlo…).

articolo di Repubblica

* Ricordo una puntata di diversi anni fa di “Che tempo che fa”, in cui l’on. Maroni (che fa rima con Berlusconi e con qualcosa di un poco più scurrile che lascio a voi immaginare), invitato dall’inossidabile e immarcescibile Fazio Fabio, sostenne, in polemica con un Roberto Saviano ancora sotto scorta, che “in Lombardia non ci sono infiltrazioni mafiose”. Già! Peccato che dopo questa affermazione c’è stata una lunga lista di notizie comparse su tutti i media, sulle considerevoli collusioni tra la politica lombarda (non ultimo il partito politico a cui lui stesso era affiliato) e un certo numero di organizzazioni mafiose originarie del Sud. Insomma Ipse dixit e venne sbugiardato e smentito dai fatti dopo pochissimo…

El Pibe de Oro

maradona

Diego Armando Maradona

Sarà che i figli devono “uccidere” i padri, sarà che mio padre ha sempre giocato (come amatore) a calcio – come mio zio, che “rischiò”, a suo tempo, di fare carriera, perché era un buon centravanti, ma in un tackle gli entrarono malamente una volta distruggendogli un malleolo e la carriera sfumò… – sarà che a casa il giornale “istituzionale” era la Gazzetta dello Sport, sarà che proprio non ce n’era, ma insomma a me e a mio fratello del calcio proprio non ce n’è mai fregato nulla. La mia cultura calcistica si interrompe alle figurine Panini del campionato di calcio 1977-1978, poi gli interessi, gli sport, le amicizie e tutto il resto è stato altro, con un sempre più marcato distacco da quel mondo, vieppiù incomprensibile.

Una premessa doverosa, questa, per dire quel che di ovvio (e forse scomodo per la maggioranza) c’è da dire, ovvero: che forse sto delirio per la morte del giocatore di calcio Diego Armando Maradona ce lo potevamo risparmiare. Certo: è stato un grande campione. Certo: ha fatto molto parlare di sé e anche molto discutibilmente, viste le dipendenze da droghe, le collusioni malavitose e quant’altro. Capisco anche che questa notizia sia anche una perfetta “arma di distrazione di massa”, la distrazione dalla monocorde e monotematica questione covid, ma… i TG nazionali non hanno proprio null’altro da dire?

Già siamo preda di una sorta di anestesia e ipnosi di massa legata alle molte ore di computer che ogni giorno ognuno di noi trascorre – per chi è lavoratore del cosiddetto “terziario” – tra riunioni su meet, zoom, skype call, messaggi whatsapp, e-mail, proposte di webinar e chi più ne ha più ne metta… viviamo già in una specie di bolla a cose normali, se poi la bolla diventa surreale fino a questi punti forse lo spettacolo migliore da vedere per tornare alla realtà è il fuoco del camino accesso (pure lui un po’ ipnotico in verità, ma almeno non sta su uno schermo e scalda per davvero…).

(Tornare a) vedere "Alien" in tempo di pandemia

Alien

Ieri ho voluto provare a rivedere Alien, uno dei capolavori di Ridley Scott. L’“introduzione” alla questione fantascientifica è sempre un po’ quella che sappiamo (o almeno: quella che a me piace vedere in essa), ovvero: le paure – perché tipicamente sono quelle ad essere l’oggetto della storia nella stragrande maggioranza dei casi che leggiamo in un romanzo o vediamo in un film – che si originano dall’immaginare un futuro dell’umanità, condannato quasi invariabilmente, in vario grado, a una distopia. Se questo mio punto di vista (che credo per altro sia ampiamente condiviso) ha un suo senso, allora vedere “vecchia fantascienza” è anche un modo per capire quale fosse l’immaginario del tempo in cui il film veniva girato e quali le sue paure.

Il genere fantascientifico ha poi tutta una sua articolazione – anche molto dettagliata – in quelli che potremmo definire sottogeneri. Su questo confesso di non saperne molto, ma una prima distinzione sommaria può essere vista nel legame, più o meno stretto, tra questo genere e la scienza. L’esempio classico che si fa in questi casi è quello di Arthur C. Clarke, famosissimo autore di fantascienza, ma anche noto per aver ipotizzato per primo l’orbita geostazionaria – ovvero quella fascia di spazio in cui un oggetto (un satellite, naturale o artificiale o altro) è in equilibrio tra la forza di attrazione gravitazionale (in questo caso terrestre, ma ovviamente, trattandosi di “legge di gravitazione universale”, questo discorso tende a valere abbastanza dappertutto nell’universo) e la forza centrifuga che è data dal suo orbitare attorno alla Terra, appunto. Oppure dell’altro genio assoluto che Isaac Asimov: uomo di scienza, a sua volta, oltre che romanziere.

Ecco: il grado di aderenza alla realtà scientifica e quindi alla plausibilità della storia, quando è “alto” si chiama Hard Science Fiction (HSF), ovvero una fantascienza che, pur ipotizzando scenari più o meno apocalittici, vuole essere il più vicino possibile alla realtà. In tempi recenti un esempio di questa HSF è Interstellar di cui, non dimentichiamolo, il consulente scientifico di punta è stato Kip Thorne, che successivamente ha vinto, insieme ad altri, il Nobel per la Fisica. In tempi meno recenti potremmo senz’altro citare il “filosofico” Matrix, alla cui base c’è la distopia totale dell’essere in una matrice, ovvero in un mondo virtuale creato apposta per noi che però fisicamente siamo dentro a dei “baccelli” (qui si aprirebbe un capitolo anche sui “crediti” che la nuova fantascienza ha nei confronti della vecchia: i baccelli di Matrix a me hanno ricordato immediatamente L’invasione degli ultracorpi…).

Per tornare alla questione tassonomica: ovviamente si tratta di un continuum, dal momento che sono ormai tali e tante le opere di fantascienza che idealmente potremmo tracciare una linea (o forse un piano cartesiano…) in cui collocarle e dove appunto la gradazione potrebbe essere data da quanto siano aderenti o meno alla scienza. Scienza nel senso più ampio del termine: Gattaca è, per me, HSF e in un certo senso lo è anche più “pericolosamente” di altre storie forse proprio perché non riguarda la minaccia che viene dallo spazio, ma quella minaccia ben più concreta che siamo noi.

Quindi Alien dove si colloca in questa specie di tassonomia appena descritta? Direi, dopo averlo riguardato di fresco ieri sera, senz’altro non nella HSF! Insomma: ammesso di essere proiettati in un futuro – probabilmente ancora “plausibile” nel 1979: la stagione degli Shuttle NASA prende avvio, tra successi e tragedie, nel 1981 – in cui andare in giro per lo spazio sia da considerarsi una routine, magari anche noiosa (l’equipaggio è ridotto all’osso, l’astronave Nostromo è confrontabile mutatis mutandis con uno dei tanti cargo che solcano i nostri oceani…), appare abbastanza poco plausibile che, sentito un segnale proveniente dallo spazio che possa rivelare forme di vita aliene, i componenti della nave si espongano in modo tanto ingenuo al pericolo. Non sappiamo ovviamente nulla della Terra, ma sappiamo per certo che la compagnia per cui il manipolo dei nostri protagonisti lavora è interessata al business e magari ad avere un indiscutibile vantaggio verso altri concorrenti al punto da cercare forme di vita extraterrestri da usare come arma contro quelli che potremmo immaginare come dei rivali in affari. Perché sottotraccia il motivo dell’esposizione a tale e tanto pericolo è quella. Poco plausibile, mi pare. Al punto che la vera protagonista, una giovanissima Sigourney Weaver che interpreta Ellen Ripley, uno degli ufficiali al comando, è l’unica ad opporsi al rientro sulla nave di uno dei membri dell’equipaggio colpiti dall’alieno che, a metà tra il simbionte e il virus, tiene invita il suo ospite fino a quando non è cresciuto abbastanza. È l’unica ad opporsi perché poi scopriamo che l’altro ufficiale medico è in realtà un sofisticatissimo robot, mandato dalla cinica compagnia proprio con l’obiettivo di catturare l’organismo alieno e farlo arrivare alla Terra. E il pensiero immediato è: ma se la compagnia è in grado di costruire robot tanto sofisticati da sembrare uomini a tutti gli effetti – l’equipaggio (e noi spettatori con loro) si accorge abbastanza tardi di questo infiltrato – perché non ha mandato a catturare l’alieno una squadra di questi robot? Se continuiamo a percorrere la china del cinismo verrebbe da rispondersi: perché gli uomini “costano meno” e quindi sono sacrificabili. Ma davvero sembra tutto un po’ poco plausibile.

Vedendo poi il film oggi, dove “l’alieno” reale che stiamo combattendo non è grande, grosso, mostruoso e truculento ma del tutto invisibile anche se non meno letale, viene davvero da chiedersi quanto il 1979 sia distante e quanto quel mondo sia lontano da noi per un immaginario (e una realtà) totalmente cambiate.

‘sti coreani!

«Cercare ostinatamente la verità e marciare verso ciò che è giusto è un processo infinito. Fermarsi, anche solo per un attimo, significa fallire. Marciare verso il cambiamento è come avere due aghi ai piedi con un filo invisibile che ti segue e non si ferma mai mentre continui a marciare. Con la convinzione che un po’ di speranza sia migliore di un’immensa disperazione, andiamo avanti con costante determinazione ancora una volta.»

Questi “i titoli di coda” di una serie coreana – dal titolo un po’ anonimo, Stranger, e per altro confondibile molto facilmente con un’altra serie sempre presente sulla piattaforma Netflix, The Stranger, che però è un’altra cosa… – che ho finito di vedere qualche sera fa. Perché in un momento come questo, e forse anche nei momenti che seguiranno a questo, in cui sarà oggettivamente più difficile spostarsi in giro per il mondo, uno dei modi “virtuali” per vedere altri mondi e modi di vivere è quello, forse un po’ banale, di guardare delle serie televisive che da quei mondi lontani vengono. Per carità: la Corea (quella del Sud) è “Occidente”, a volte più occidente dell’Occidente come stile di vita metropolitano, e fin qui nulla di nuovo sotto il sole.

Ciò che a me però interessa sono le storie ed essendomi abbondantemente stufato di quelle statunitensi et similia – in cui, come ai bambini, si racconta che da una parte ci sono i buoni e dall’altra i cattivi; che i buoni, nonostante tutto, vincono anche se non hanno tante armi (perché quasi sempre di pistole e di ammazzamenti si parla) come i cattivi ma sono più intelligenti e buoni appunto, ecc. ecc. – vado spesso in cerca di storie diverse o, se non è possibile averle diverse, declinate in altre salse. E in effetti la storia di Stranger alla fine è una storia abbastanza normale: il protagonista è un procuratore che a causa di una malattia (tumore? non lo sappiamo) da ragazzino subisce una operazione al cervello, mantiene integre le proprie facoltà (anzi: quella della memoria diventa prodigiosa) al prezzo di una alessitimia che lo rende, appunto, un po’ strano o “estraneo” soprattutto nei momenti di convivialità.

Il suo alto senso della giustizia lo rendono inattaccabile e il potere – anche quello di chi è sopra di lui – in sostanza gli fa un baffo. Sembra sempre non aver nulla da perdere e questo, nella sua mitezza, ce lo rende simpatico perché è un “puro”, completamente fuori dai giochi di potere. Forse anche qui non c’è nulla di nuovo: che la corruzione sia connaturata al potere e non conosca latitudine non ci sorprende. Sorprende invece, soprattutto a noi italiani, il fatto che di fronte a una accusa – e nel caso del telefilm, praticamente sempre fondata – l’accusato, per prima cosa, vada in sala stampa, si scusi per il suo operato e per aver tradito la fiducia dei cittadini e, dopo profondo inchino, esca di scena. Sicuramente siamo sempre nell’ambito della finzione, ma per quanto io non sappia dire quale sia il grado di verosimiglianza con altre serie tv a noi più vicine (ho visto polizieschi finlandesi, inglesi e francesi la cui verosimiglianza c’era…), è pensabile e credibile che, nonostante tutto, nel Sud Est Asiatico questo senso della dignità esista. Come italiano rimango stupito perché dacché sono al mondo non ho mai visto in nessuna occasione fare una cosa simile (magari anche meno plateale) a un politico o a un alto funzionario. Di certo me lo avrebbe reso più simpatico e più vicino a quel mondo ideale che tutti vorremmo e spesso cerchiamo nella finzione televisiva.

Il poster di Stranger, tratto dall’omonima pagina Wikipedia inglese.

Maometto e la Francia

Dunque, sto leggendo un libriccino scritto non proprio benissimo (ma l’autore, non me ne voglia la categoria, è un informatico e il valore aggiunto sono le informazioni che il libro dà), ma interessante, questo. Il titolo può sembrare, soprattutto in prima battuta, un po’ drastico, ma le ragioni per cui si dovrebbe fare un atto tanto radicale vengono spiegate molto bene. In particolare c’è un capitoletto che parla dell'”effetto tribù” che i social media generano e di come gli asettici (e folli) algoritmi che ci profilano e ci fanno vedere alla fine solo ciò che ci interessa, accentuino questo fenomeno. Proprio in questo capitoletto è citato un altro libro che entra nel dettaglio di questa faccenda ed estende la questione a internet e non solo ai social media: un motore di ricerca come Google digitando le stesse identiche parole sulla sua oracolare bocca, è molto probabile mostri risultati diversi a seconda di chi sta digitando. Una cosa che mi sembrò curiosa all’inizio, ma che in effetti, ripensandoci, è in sé abbastanza inquietante. E’ come se, dice l’autore, facendo una ricerca su Wikipedia su Donald Trump venissero fuori schede diverse a seconda se si stia dalla parte dei democratici o dei repubblicani. Il libro citato è questo, ma siccome i libri sono diventati oggetti “usa e getta”, nonostante non siano passati moltissimi anni dalla sua pubblicazione (è del 2012), risulta introvabile anche su siti di libri usati come Libraccio o su e-bay. Vabbè, pazienza.

Uno dei messaggi importanti di questa lettura (e della lettura della sinossi di quello introvabile) è che – proprio perché siamo di fronte a una “profilazione tribale” in cui l’autorinforzo di come la pensiamo è a sistema – è necessario, per quanto possibile, sforzarsi sempre di allargare l’orizzonte e, a volte, questo accade senza che lo vogliamo.

La mia piccola attività editoriale fa capo a una associazione culturale, il cui nome sono le prime due lettere del mio nome (Lu) e le prime due del cognome (Ce). Ho quindi, banalmente da anni un indirizzo di posta elettronica su gmail che è: associazione-punto-nome dell’associazione-chiocciola-gmail.com. Si dà il caso che è (molto) probabile che esista un’altra associazione che abbia un indirizzo simile al mio ma senza il punto tra “associazione” e il nome dell’associazione. Curiosamente le mail a loro indirizzate arrivano, a volte, anche a me. Un po’ allarmato ho contattato Google: se tanto mi dà tanto significa che anche alcune mail che dovrebbero arrivare a me allora arrivano a loro! Mi hanno risposto – ma forse a rispondere era un’intelligenza artificiale… – rassicurandomi (?!?): tutto sotto controllo, le mail con le varianti (senza “.” tra nome e cognome, come nel caso mio) arrivano sicuramente a me che ho registrato quel nome col punto – anche se in linea di principio dovrebbe trattarsi di due indirizzi diversi. Insomma: non ne sono venuto a capo, ma sapete meglio di me che creare un altro e account e dire a tutto il mondo che fino a quel momento ti ha contattato lì (per carità: un mondo molto piccolo) è comunque oneroso (in termini di tempo) oltre che spiacevole. Quindi: speriamo bene. Questa digressione però mi serve per dire che mi sono arrivate, ancorché sporadicamente, mail dell’U.CO.I.I., l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia. Vi riporto l’ultima, una specie di comunicato stampa e una presa di posizione ufficiale nei confronti della Francia, di Macron e della polemica che è seguita alla decapitazione dell’insegnante Samuel Paty che ha mostrato le vignette del profeta Maometto realizzate dal giornale satirico Charlie Hebdo.

Il comunicato dell’UCOII

Ora: su questa faccenda si può dire tutto e il contrario di tutto. Noi, in quanto Occidentali, abbiamo degli imprinting e dei bias da cui, con difficoltà riusciamo a liberarci. Forse Macron sbaglia e rischia di strumentalizzare una questione molto più delicata di quel che sembra, ma quando vedo scrivere “Assumere gli alti valori della libertà di espressione per giustificare la bestemmia non va certo nella buona direzione” se da un lato mi sembra un pensiero condivisibilissimo, dall’altro mi fa pensare a quanti di questi “alti valori della libertà di espressione” ci siano in paesi in cui l’islamismo è radicato e radicale. Il ginepraio dei “se” e dei “ma” è molto vicino e finirci dentro significa dare inizio a discussioni infinite, quindi: mi fermo qui.

Di sicuro molte questioni andrebbero riviste e molta storia dovrebbe essere riscritta: molti dei miei concittadini occidentali – ed essere tali significa essere imbevuti di una cultura e di un entertainment (si pensi solo ai film di cassetta degli ultimi che fanno vedere l’islamico come fanatico e l’occidentale come portatore di valori come la democrazia…) va in un’unica direzione e fa sempre e solo vedere un lato della medaglia – si fermano alla superficie delle cose senza riflettere sui perché. Perché le torri gemelle? Perché da lì in poi ci fu un’escalation di attentati che hanno colpito un po’ di qua e un po’ di là dall’oceano? Si sono scritti interi libri e versati fiumi di inchiostro su queste faccende, ma per documentarsi – e per farlo bene e cercare di essere liberi nel farsi un’opinione – servono tempo ed energie. Spesso, quasi sempre, è molto più facile cedere ai richiami della tribù (complice il funzionamento della “macchina” internet…) fare di tutta l’erba un fascio (musulmano in linea di principio è diverso da arabo, come ebreo lo è da israeliano…) e pensare che questi siano dei fanatici.

Lo avrete capito: non sono qui per parteggiare su “chi ha ragione”, ma solo per mettere sull’avviso del fatto che siamo dentro a una bolla e in particolare dentro la bolla di chi la pensa come noi. Questo non unisce ma divide e impedisce di capire e comunicare con chi ha una storia, una tradizione diversa dalla nostra. E allora la mente torna a quella specie di seconda patria che per me è la Sicilia (mia madre è siciliana e mia moglie lo è – forse Freud avrebbe da dire molto su questo, ma soprassediamo…): visitando la magnificente Palermo non si può non imbattersi nell’itinerario arabo-normanno: ciò che rende magnificente questi edifici è proprio la contaminazione: nello stesso edificio (il duomo di Monreale) troviamo l’effige bizantina del Cristo pantocratore (una di quelle cose che di per sé ci lasciano già a bocca aperta) e, non lontano, in una delle colonne dell’elegante portico in stile gotico-catalano l’incisione di un passo del Corano in caratteri arabi. Un dettaglio dei mille che sono l’indice di quella contaminazione arrivata fino a noi. Certo ancora una volta si possono fare obiezioni (la prima che mi viene in mente è la riconvesione in moschea della (ex) Basilica di Santa Sofia da parte di Recep Tayyip Erdoğan – la cui biografia politica però si avvicina pericolosamente a quella di un dittatore…), ma credo sia necessario dare il buon esempio, laddove si può. Un esempio di inclusione che arriva da quasi mille anni fa.

Carta, amianto e olio: oneri e onori dei cittadini

Vorrei raccontare tre piccoli episodi distinti, ma tutti con un denominatore comune: l’onere del cittadino nei confronti dei rifiuti che produce. Già, perché in molti casi non è sufficiente pagare la TARI, bisogna (ulteriormente) mettere mano al portafoglio o trovarsi, come nel caso più “semplice”, quello della carta, nell’imbarazzo di non sapere fino in fondo se quello che si sta facendo è “giusto” – perché la sacrosanta educazione a differenziare i rifiuti finisce dove inizia la giungla delle regole e regolette di dove vivi. Partiamo dunque dal primo, la carta

Carta: non so se vi è mai accaduto di riflettere, durante la colazione, con il pacco di biscotti aperto, tra voi e voi o, come nel caso mio, tra me e mia moglie, su dove vada il confezionamento dei biscotti – quella cosa che fuori sembra innocentissima carta e dentro ha un velo argenteo che immediatamente vi fa sobbalzare e pensare (e dire): “no, non è carta! Come può essere?”. Allora cercate nelle indicazioni di smaltimento (per fortuna sempre più frequenti negli imballaggi), ma… spesso trovate questo disclaimer:

(scusate c’è scritto Coop, ma NON vole essere pubblicità occulta: immaginate qualunque produttore vi venga in mente…)

La frase incriminata – che è quella che non vi toglie dall’impaccio, ma solleva il produttore da quale responsabilità – è: “verifica il sistema di raccolta dei rifiuti da parte del tuo Comune”. Ovvero: loro producono, dicono che l’imballo dovrebbe andare nella carta, MA per essere sicuri bisognerebbe sentire il comune che dice. Il produttore del sacchetto di innocenti biscotti che in milioni di case italiane tutte le mattine campeggiano per la colazione sul tavolino, fronteggia la questione dicendo: “ascolta, dovrebbe essere riciclato nella carta, ma siccome siamo in Italia che è il paese dei campanili o ogni cantone fa come gli pare – compresa la zona in cui vivono i miei che credo sia una delle ultime in Italia dove NON si differenzia! – è bene che ti informi”. Ora, per carità, uno lo può anche fare, oppure fregarsene e, a cuor leggero, buttare nella carta o in un’altra tassonomia, meno stringente (e per questo più consolatoria per il differenziatore seriale che siamo diventati) che, almeno qui in Toscana, ha questo nome rassicurante: “multimateriale”. Multimateriale vuol dire, in potenza, tutto e questo è assolutamente fantastico perché quando hai un dubbio, per non sbagliare lo butti nel “multimateriale” che, per definizione, è la composizione multipla di materiali (diversi). Il tono vuole essere scherzoso perché abbiamo problemi più seri, ma se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, questo dettaglio è il segno – l’ennesimo? – di un paese che nemmeno per cose come queste (con regole che dovrebbero essere NAZIONALI e non “verifica con il tuo Comune”, o magari con la tua parrocchia…) riesce a trovare un denominatore comune.

Amianto: il cantiere “casa nuova” – dove ci siamo provvidenzialmente trasferiti lo scorso anno prima dell’arrivo del lockdown – non è ancora finito: abbiamo “ristrutturato”un vecchio camino aperto per farlo diventare chiuso (e quindi più efficiente e sicuro). Nella ristrutturazione il muratore, dandoci giù di mazza, scopre che la canna fumaria è in eternit, di cui credo molti sappiano la storia (giusto per un “ripassino” sarebbe utile a tutte le generazioni, presenti e future, la visione obbligatoria di questo documentario). La rimuove – per fortuna abbiamo a portata di mano le mascherine FFP2! – facendo la massima attenzione a non rompere le fibre più del necessario, poi lo aiuto e lo impacchettiamo in due sacconi (è una specie di parallelepipedo 159 x 24 x 36 cm) e poi cerco di capire come smaltirlo (mentre di fronte a me, nella proprietà accanto, c’è un vecchio ricovero attrezzi con il tetto in eternit; dove vivevamo prima idem e ho ricordi di ragazzino – si parla di metà anni ’80 -, di quando ho aiutato mio padre a fare una copertura sul terrazzo di casa con… l’eternit). L’eternit è ovunque insomma ed è poco consolatorio che, se non “toccato”, è un materiale che rimane “inerte” (anche se alla lunga, esposto agli agenti atmosferici, pure lui degraderà piano piano, diffondendo quei bei filamenti responsabili del mesotelioma pleurico…), come non è consolatorio che il processo a quella specie di filibustiere di Schmidheyni – patron dell’azienda svizzera produttrice dell’amianto, la cui nocività era acclarata se non ricordo male fin dagli anni ’50 del secolo scorso – non abbia sortito nulla e la sua messa al bando sia vecchia di decenni. Quindi, da onesto cittadino, telefono al servizio preposto del mio comune e il solerte impiegato semplicemente mi consiglia di rivolgermi a “ditte autorizzate”… Cerco su internet, mi faccio fare un paio di preventivi e questo che vedete qui sotto, è quello che ho pagato meno:

(ho tolto ovviamente un po’ di “dati sensibili”…)

Ora: io sono nella fortunatissima condizione di potermi permettere di pagare questa somma e di essere onesto, ma se una persona non potesse permetterselo? Oppure, se anche potendoselo permettere, decidesse di “risparmiare” 427 € (ragazzi non stiamo parlando di qualche decina di euro…) e nottetempo si caricasse in auto la canna fumaria di cui sopra (o la copertura – dopo averla fatta a pezzi magari senza troppi scrupoli) per “smaltirla” illegalmente nel primo campo che trova? Da subito lo Stato avrebbe dovuto incentivare l’immediata eliminazione e lo smaltimento di tutto il materiale presente sul territorio nazionale, con vantaggi tangibili per la salute pubblica (e, di conseguenza, per i conti della Sanità); invece ci si è limitati a stabilire regole (giustamente) severissime scaricando i costi sui privati, con i ringraziamenti delle ditte accreditate.

Olio: e, a proposito di “ditte accreditate”, un amico, per risparmiare qualche soldino ed essendone capace, ha deciso di cambiarsi l’olio dell’auto da solo. Mi racconta che esiste un consorzio per lo smaltimento dell’olio esausto, l’operatore di zona si trova a circa 20 km da dove vive. Telefona e chiede: lo smaltimento è gratuito, ma il trasporto (di 2 taniche) lo devono fare loro, con il suo “contributo” di 80 euro.

Ce la faremo? Mi pare di no…

Bianco, rosso e verdone

Ieri sera, stanco della proposta dei “soliti canali” – tra i quali comincio purtroppo ad annoverare anche Netflix – ho tirato fuori dalla cineteca, ormai tutta virtuale, un vecchio film: Bianco, rosso e verdone.

Confesso di non amare particolarmente la comicità di Carlo Verdone, né quella della “prima ora” (come in questo film) né quella successiva, ma debbo riconoscergli delle grandi qualità di attore e soprattutto, in questo film, la capacità di aver colto nel segno alcuni degli stereotipi nostrani.

La storia – anzi: le storie, visto che sono tre – le sappiamo e sono tutte accomunate dalla questione di esercitare quel diritto-dovere che è il voto elettorale. Una cosa che, almeno una volta, non moltissimi anni fa per altro, era presa con grande serietà dalla grande maggioranza delle persone, come dimostra l’infografica qui di seguito (che si ferma al 2013).

Questo film mi è particolarmente caro perché, mutatis mutandis, mi sono trovato, in momenti diversi della vita, in alcune delle situazioni descritte. Questa dell’importanza del voto, per esempio – con l’epico viaggio dell’emigrato Pasquale Amitrano che da Monaco di Baviera arriva a Matera con la sua Alfasud per andare a votare – mi ricorda l’occasione di molti anni fa (facevo ancora l’università ed era una di quelle domeniche dedicate allo studio…) in cui, assente un anziano amico, feci da “cavaliere”, andandola ad accompagnare al seggio, alla ancor più anziana madre che davvero sarebbe potuta essere, sicuramente per lo spirito anche se non per il fisico, la Nonna Teresa (Elena Fabrizi, una delle sorelle del mitico Aldo) del giovane Mimmo. Ebbene, trovai ad aspettarmi sulla porta questa novantenne minuta e coriacea vestita di tutto punto, come se dovesse recarsi a una cerimonia, a un evento importante. E aveva ragione, perché quello del voto, pur così bistrattato nella nostra modernità e nelle nostre “democrazie mature”, “democrature”, “democrazie-dittature”, sembra aver davvero perso ogni forza, dovuta alla delusione che spesso c’è tra la promessa di cambiamenti e i cambiamenti che non arrivano. Ma non voglio prendere questa china…

Il povero Amitrano poi – l’emigrante “express” che scende in Italia in un climax poco gradevole, al punto di vedersi sottrarre letteralmente sotto il naso, pezzo dopo pezzo, la preziosa Alfa Romeo (status symbol tutto italico e sinonimo “dell’avercela fatta” all’estero, magari male, ma di avercela fatta…) – mi ricorda da vicino uno zio ormai non più tra noi, il marito della sorella più anziana di mia madre. Pure loro costretti dalle vicende della vita ad emigrare dalla Sicilia a Mons, in Belgio, lui era solito “spararsi” senza soste Mons-Messina con un’auto “da pazzi” (almeno pari a quanto lo era lui…): una Renault 5 turbo, un oggetto sì “di serie”, ma che aveva le caratteristiche di una specie di proiettile su quattro ruote, di cui, io ragazzino, ero ovviamente ammaliato sebbene i ricordi siano piuttosto vaghi. Un altro dettaglio che avevo dimenticato vedendo il film è proprio la “doppia colazione” che Amitrano fa: la prima a casa con la moglie mangiando quei wurstel pallidi che ci fanno ancora oggi un po’ inorridire. La seconda al bar (con un caffè), dove, per un attimo sembra di essere in Italia (ma siamo sempre a Monaco) perché le scritte sono in italiano e si parla italiano – e se possibile dialettale. Ecco: questa ricostruzione non è frutto di fantasia. Accompagnai in più di un’occasione lo zio trasferito in Belgio, quando fummo suoi ospiti e mia zia si stava aggravando per una malattia che poi la portò alla morte: passare la porta del bar era come varcare una soglia spazio-temporale, dove le persone parla(va)no un dialetto che, nel caso specifico, riconoscevo come un generico siciliano (ma nella stessa Sicilia ci sono molte, moltissime inflessioni) per altro “cristallizzato” e stratificato secondo le regole di una lingua che lì non è più viva, se non “in serra”, in quell’ambiente artificiale e un po’ strano che era l’interno di quella piccola enclave di pochi metri quadri; gli arredi e le scritte italiane erano quelle di anni prima, ma tutto si era un po’ fermato e rallentato (parlo degli anni ’80, dove le comunicazioni erano più difficili, l’Europa aveva da venire così come la globalizzazione e internet non esisteva se non come “settore di ricerca”).

Infine c’è Furio. Beh, potete pure non crederci, ma pure io ho avuto, a mio modo, il “mio” Furio. Nella mia rocambolesca vita lavorativa, sono stato manager, responsabile macroregionale per l’ufficio stampa della più grande azienda farmaceutica del mondo. La macroregione comprende Val d’Aosta, Piemonte, Liguria e Sardegna. Avevo casa a Torino e non lontano da me stava il manager che coordinava il nostro gruppo sul territorio. Un “bravo ragazzo” torinese, ma con accenni alle caratteristiche esasperate che caratterizzano il personaggio del film – ed esasperanti al punto che, sempre nel film, si esplicitano con la necessaria “fuga per la sopravvivenza” della povera Magda. Ebbene, un giorno – per citare l’episodio più innocuo (ma posso assicurare che ce ne furono di non innocui e anche piuttosto antipatici) – in una delle pause durante le “riunioni strategiche” che tenevamo, il buon Francesco (nome di fantasia) aprì un foglio excel del suo portatile per mostrarci (con orgoglio ovviamente) dove avrebbe portato in vacanza la sua famiglia (composta da moglie e due figli, esattamente come quella di Furio) per i prossimi 10 anni. Ricordo che sorridemmo… preoccupati.

Perché alla fine Verdone, descrivendo e volutamente esagerando i tre archetipi delle sue storie, ci ha visto giusto: esistono i Mimmo, esistono i poveri Pasquale Amitrano che non dicono una parola in tutto il film (arrivando da un luogo in cui non parlano la lingua) e sproloquiano solo alla fine in un grammelot degno di Dario Fo, ma soprattutto esistono i Furio Zoccano da cui è necessario, come ci insegna l’attore-regista, diffidare e stare alla larga.

Amazon e “il manifesto”: il mistero di un e-book

Ieri mi è stato segnalato, in una chat su whatsapp, questo ebook: https://leggi.amazon.it/litb/B08JCMG8WL?f=1&l=it_IT&r=c744d6fb&ref_=look_inside
Le piccole-grandi contraddizioni sono sempre dietro l’angolo e, in primis, questa sta in coloro che hanno pubblicato l’instant e-book segnalato al link (Attenti ai dinosauri, curato da Luciana Castellina). Ho letto la premessa (della Castellina) al libriccino, in cui parla di “fede ambientalista” – e mi vien subito da pensare al fatto che tutto sia diventato “religioso”, nel senso deteriore del termine, se anche per l’ambientalismo si deve parlare di fede.
Ma, a parte questo, al solito ciò che mi sconcerta è il “mezzo”: la pubblicazione sembra essere su Amazon e DA NESSUNA ALTRA PARTE sul web (il link indicato infatti rimanda al sito Amazon). Quindi se si vuole acquistare e comprare questo e-book è necessario passare dall’azienda gestita da uno dei più grandi filibustieri e disintegratori del pianeta che troviamo nella modernità: Jeff Besoz.
A qualcuno di coloro che mi conoscono più da vicino credo di aver accennato il contenzioso avuto con Amazon per la mia piccola attività editoriale che avevo messo sul loro marketplace dopo regolare registrazione: dopo 3 mesi che mandavo libri, (1) con ordini di UNA COPIA alla volta (quindi corrieri che impazzano a destra e sinistra per 300 g. di libro); (2) con una specie di accordo capestro in cui si hanno 24 ore per mandare il libro stesso (o dire che non è disponibile) e (3) un pagamento “a babbo morto” del 49% sul prezzo di copertina (loro si tengono il 51%, non negoziabile! – così si fa presto a fare i soldi…), ebbene dopo 3 mesi così hanno sostenuto che non mi potevano pagare perché non emettevo fattura. Ma io non posso emettere fattura (nel form di iscrizione avevo messo il codice fiscale) perché il marchio editoriale fa capo a una associazione culturale che non può avere partita iva (quindi posso emettere ricevute ma non fatture). Sono andato alla Codacons e dopo un paio di mesi e qualche botta e risposta tra avvocati ho avuto quel che mi spettava (spiccioli per loro, eh, intendiamoci) e ho chiuso definitivamente il marketplace di Lu::Ce edizioni (anche se i miei libri lì si trovano ancora e la prossima mossa sarà fargli causa perché a chi cerca di acquistare lì sicuramente dicono che il libro non è più disponibile – l’accordo commerciale con me è saltato – mentre invece lo è, e in questo modo mi danneggiano…) e a livello personale su Amazon non compro più neanche uno spillo da anni.
Questo solo per dire che si parla di ecologismo, di buone pratiche, buoni propositi ecc. e poi si cade sulla “buccia di banana” della “comodità”: essere su Amazon dà visibilità, è comodo, tutti comprano lì – facile no? Ragazzi la vedo davvero in salita se vogliamo cambiare realmente le cose!!!
PS: cercando meglio scopro che l’e-book si trova in effetti anche sul sito del “manifesto” (per altro a un prezzo decisamente inferiore di quello a cui è venduto su Amazon – te pareva? – a questo indirizzo: ), ma (1) il fatto che abbia dovuto impiegare 10 minuti buoni a trovarlo e a impegnarmi perché non compare nei primi risultati di Google, ma ci sono arrivato attraverso le immagini, la dice lunga… e (2) il libro viene indicato come “novità” anche se è già “non disponibile” (vedi immagine qui di seguito…)! Potenza di Amazon? Siamo veramente al paradosso.
Passo e chiudo, buona domenica!

Acqua Pozzillo, l’acqua taumaturgica

etichetta acqua pozzilloCi sono cose che, avvolte nelle nebbie di tempi anche brevi, acquisiscono un’aura che sta a cavallo tra il folklore e la mitologia. Una di queste è l’acqua “Pozzillo”, marchio scognito ai più e conosciuto invece soprattutto in chi ha vissuto o anche solo frequentato soprattutto la Sicilia orientale, tra Catania e Messina, per intenderci, in quel bellissimo pezzo di costa ionica in cui si trova incastonata la gemma di Taormina, giusto per dire.
Mia moglie, acitana di nascita, mi ha raccontato la storia di questa acqua, ricordo della sua giovinezza, eccessivamente addizionata di anidride carbonica. L’acqua Pozzillo (il nome è quello della località in cui si trova la sorgente, come accade per molte acque) era frizzante, che più frizzante non si può: le bottiglie rischiavano di esplodere e andavano maneggiate con cura; gli effetti intestinali erano… assicurati. Scrivo al passato perché quell’acqua non esiste più: «La società Acquapozzillo poteva vantarsi di aver fornito il re Ferdinando I di Bulgaria, che conobbe l’acqua durante un suo soggiorno in Sicilia. L’attività, che era passata alla Regione Siciliana, è cessata negli anni 2000», racconta laconicamente Wikipedia, alla voce “Pozzillo”.
Fin qui il folklore e adesso passo alla mitologia: i più vecchi tra coloro che leggeranno queste righe ricorderanno (io in modo sbiadito, confesso), l’attore (siciliano) Lando Buzzanca, professionista con sicure qualità, ma spesso protagonista di quelli che forse nella modernità definiremmo B movies. In uno di questi La prima notte del dottor Danieli, industriale, col complesso del… giocattolo il protagonista ha, di fronte alla moglie che scopre essere vergine, problemi di “timidezza”, per dir così. E uno dei tentativi del “rinvigorimento” sessuale del Buzzanca-Danieli è proprio lei, l’acqua Pozzillo!
Poi esiste la realtà: in questo post si narrano brevemente gli episodi salienti di questa vicenda che qualche tristezza ce l’ha, ma, con una punta di orgoglio, parlando proprio di questo, mio suocero mi confessava che in anni neppure troppo remoti, quando il calcio non era ancora così inondato di fiumi di soldi e sponsor, alle squadre – dalle massime divisioni in giù – veniva fatto divieto di portare sulle maglie segni distintivi e sponsor appunto: la casacca era quella con i colori sociali e solo eccezionalmente poteva essere cambiata, per le esigenze legate alle riprese televisive in bianco e nero: se i colori, magari con due maglie a righe, erano troppo vicini il telespettatore che seguiva la cronaca, rischiava di confondersi.
In questa epoca, che ho vissuto da bambino – mio padre ha giocato attivamente in squadrette locali e molte delle foto che lo ritraggono sono su un campo di calcio, in quelle foto “ufficiali” che si facevano a squadra schierata (un paio di queste me le ha fatte vedere di recente elencandomi chi, in quelle foto di mezzo secolo fa o forse più, nel frattempo era passato a miglior vita…) – e che definirei “sana”, collezionavo ancora, come moltissimi miei coetanei, le “figurine Panini” e l’album dei calciatori su cui quelle figurine andavano appiccicate. Lì, al campionato 1977-78, si ferma la mia cultura calcistica, poi ho cominciato a disinteressarmene completamente (non che fossi mai stato un “fan”, ma le figurine erano un gioco che forse mi ha stufato presto), ma al “dettaglio” degli sponsor non avevo pensato. Così mio suocero mi disse che le uniche eccezioni di quegli anni erano, appunto, una squadra che all’epoca giocava nelle massime divisioni (il Vicenza) che si chiamava appunto “Lanerossi Vicenza” e, appunto, l’Acireale, club che dal 1960 al 1972 fu chiamato semplicemente Acqua Pozzillo, come si può leggere sul sito del Comune di Acireale.
Anche questa è “storia”…

Treni senza freni

immagine del treno deragliato

Il treno fatto deragliare a Carnate


Dunque vorrei spendere due parole sull’“incidente” occorso un paio di giorni fa (19 agosto) a macchinista e capotreno del regionale “Trenord”, da Paderno a Carnate (la notizia, per chi se la fosse persa, è questa).
Parto esprimendo tutta la solidarietà agli ex colleghi: “incidenti” di questo genere, che conquistano le pagine delle cronache nazionali, sono per fortuna pochi, ma frutto di quella che è la “coazione a ripetere” molte volte (quante? Migliaia? Decine di migliaia in una vita lavorativa?) gli stessi gesti che diventano automatismi, fino a quando l’automatismo non scatta, il treno resta dov’è – sfrenato – un quarto d’ora e poi magari parte perché in equilibrio precario sul binario (basta un treno in transito sul binario accanto, l’equilibrio va a farsi benedire e il treno si mette in moto).
Fortuna ha voluto che il treno fosse praticamente vuoto, a parte lo sventurato che c’era sopra addormentato (e che, ancora fortuna, pare se la sia cavata con poco) – ma anche se non lo fosse stato, si sarebbe reso conto che c’era qualcosa di sospetto? Difficile dirlo, anche se un treno che parte fuori orario, “in silenzio”, senza il classico fischio del capotreno che chiude le porte, qualche sospetto dovrebbe farlo venire, ma difficile che venga, sotto il sole agostano… se fosse successo, cioè se l’unico occupante si fosse reso conto dell’anomalia, avrebbe potuto azionare il freno di emergenza. Al netto dei danni materiali, dunque, la cosa si è risolta tutto sommato in modo indolore – certamente non per i due che saranno sottoposti a qualche rigido provvedimento disciplinare (e probabilmente al pubblico ludibrio dei colleghi per il resto della loro vita lavorativa).
Come diceva qualcuno però, se non fosse tragico (e lo è), sarebbe ridicolo. Forse effetto di come è stato montato il servizio televisivo sulle reti Rai, non ho potuto fare a meno di notare una certa vena “ironica”: immaginate una cosa alla Stanlio e Ollio – che in gergo, quand’ero bambino, mia nonna chiamava “ridolini”: questi che prendono il caffè al bar della stazione, al primo binario e magari il convoglio, alle loro, spalle, silenzioso e all’inizio a velocità minima, ma in inesorabile accelerazione, comincia a muoversi. A parte sentirsi ghiacciare la schiena, la reazione sarà stata quella di rincorrere, ma, per quel che la cronaca narra, senza successo. Quindi scatta il piano di deragliamento perché alle leggi elementari e ineludibili della fisica non si sfugge e l’energia cinetica (ricordo: E = 1/2 * m * V2) di “quell’oggetto” chiamato treno, ha dalla sua non tanto la velocità (che, pur modesta, varia con il quadrato) ma la massa. I treni, è noto, pesano. E fermarli in spazi ragionevoli è sempre stato un problema.
Sul convoglio c’è una persona ma non c’è modo di avvertirla: un po’ perché forse nessuno lo sa e soprattutto perché lui legittimamente dorme (quale posto più tranquillo di un treno agostano deserto, “abbandonato” su un binario, per schiacciare un pisolino?) – e questo di nuovo, nella sua tragicità, perdonerete l’irriverenza, fa ridere.
Così come mi ha fatto ridere la testimonianza raccolta dal giornalista (ah, i giornalisti, che cialtroni a volte!) che, intervistando uno che abita nei pressi di dove il treno è stato fatto deragliare ha fatto un commento del tipo: «Eh, sì, ho sentito un gran botto… come di un treno che deragliava!» – caspita, un genio! Anche perché il “rumore tipico” di “treno che deraglia” in effetti lo si può sentire a giorni alterni e quindi alla fine diventa facile riconoscerlo… (ma la gente ci è o ci fa?)
Un amico camionista mi chiede: ma com’è che sui treni non scatta nessun “cicalino” se uno lascia incustodito il convoglio? Beh, non c’è nessun sistema perché (1) non è previsto che il convoglio venga lasciato incustodito e (2) ci sono spiegazioni anche tecniche con le quali non voglio annoiare chi leggerà questo post. Fatto sta che io – dacché ho lasciato “il pazzo pazzo mondo ferroviario” – mi stupisco quasi sempre del contrario: vale a dire di come ne succedano in realtà poche rispetto al livello generale di sicurezza che, dal 1995 (anno della mia assunzione) al 2005 (anno delle mie dimissioni), ho visto calare sensibilmente.