“Cacciare” miele in Nepal e graianotossine

Questo periodo strano della vita, di autoconfinamento, può risultare prezioso per scoprire, riscoprire, vedere e leggere cose nuove. Almeno: lo è per me.

Mi era stata segnalata questa rassegna su documentari e film di montagna, spesso anche cortometraggi, spesso di grande intensità emotiva e altrettanto spesso di grande fotografia (qui il link). Tra questi ieri sera ho visto The Last Honey Hunter, la cui sinossi recita: «Pellicola a cura del regista Ben Knight (35′, 2017). Nelle montagne avvolte dalla nebbia della valle del fiume Hongu, in Nepal, i Kulung praticano un’antica forma di animismo strutturata attorno alla figura del dio Rongkemi. Un uomo magro e senza pretese di nome Maule Dhan Rai si ritiene sia stato scelto dagli dei per il pericoloso rito della raccolta del miele».

Una sinossi che – forse per esigenze di spazio – non rende il dramma di questa manciata di individui che sopravvivono inventandosi col terrazzamento una pianura che non c’è: il protagonista e il suo aiutante mostrano l’entità del “lavoro nei campi”, dissodando sostanzialmente un singolo solco con un aratro manuale aggiogato a due giovani bestie, mentre il racconto si dipana evidenziando come questa pratica della “caccia al miele” (i termini usati in inglese sono proprio hunt e talvolta, verso la fine harvest, raccolta) sia l’unico “valore aggiunto” di una esistenza altrimenti condotta nella rigida durezza che la vita di montagna impone. Il protagonista, Maule Dhan Rai, intervistato, sostiene di essere stato visitato in sogno, da bambino, dal dio Rongkemi. Un sogno articolato, in cui due giovani e bellissime donne lo salvano spingendolo fuori dal pericolo, che si profila all’improvviso, imponendogli di afferrare la coda della scimmia (personificazione del dio) che sta davanti a lui e che, in effetti, lo conduce a salvezza. Il bambino racconta il sogno al padre. Il padre gli dice che questo è un segno del destino perché il dio ha scelto lui per l’ingrato e difficile compito della “caccia” al miele.

Che il compito sia ingrato e difficile lo si vede in primo luogo dalla faccia dello stesso Maule, per niente felice, ormai adulto, di essere stato il designato. In secondo luogo lo si vede sul campo: qui la regia fa miracoli documentando cose che con difficoltà si crederebbero vere. Il gruppetto – Maule e una manciata di sodali, ognuno con un compito preciso – compie questa vera e propria anabasi verso una costa di roccia verticale infinita (siamo pur sempre in Nepal, dove ci sono le montagne più alte del mondo) e, lungo questa costa, accessibile appunto solo a chi è dotato di ali, dall’alto viene calata una scala di corda, poco più che una fune, che scende e sembra non toccare terra mai. Da sotto il nostro eroe l’afferra e lentamente comincia a salire con una specie di secchio per raggiungere questi alveari enormi e selvatici. La corda a un certo punto sembra letteralmente appesa al cielo perché scompare dietro una formazione di nebbia e nuvole. Talvolta Maule si cala dall’alto: dipende da dove si trovano gli alveari. Ma sono davvero grandi e con davvero un numero impressionante di api, a loro volta abbastanza grandi. Il gruppetto si copre come può, ma qualche puntura – che sembra essere “benefica”, secondo quanto dice uno di loro (esiste un filone di “apeterapia”…) – arriva e forse anche più di qualcuna. Maule è gonfio in viso, ma la spedizione è finita. Ha detto prima e dice, anche dopo aver finito questa ennesima spedizione, che non vorrebbe più fare quel lavoro. Che ha avuto ben tre mogli e tutte sono morte prima di lui e due di queste sono morte dopo che lui ha iniziato questa pratica. Sente di essere, in realtà, maledetto.

Arrivano i titoli di coda e (traduco all’impronta):

Le proprietà “pazze” del miele probabilmente provengono dalle graianotossine trovate nel polline dei rododendri, il fiore nazionale velenoso del Nepal. Il prezzo del miele è diminuito negli ultimi anni a causa di voci su una serie di morti di overdose in Corea [il termine usato e proprio overdose, forse legato alle proprietà di queste tossine]. Dopo essersi tolto la vita [nel 2018, l’anno dopo il documentario], Maule fu adagiato sulle rive del fiume Hungu, un rituale che si addiceva a una morte infausta. I Kulung credono che lo spirito inquieto di Maule ora vaga nelle foreste intorno a Saardi. Asdhan ha continuato il raccolto senza il sogno.

Insomma, prosaicamente, al nostro sguardo occidentale, la morale della storia è che questi, che vivono di stenti e di patimenti, ricorrono all’animismo perché non hanno altro cui appellarsi e qualche disgraziato – magari un mite come Maule – deve essere “prescelto” per cercare di vivere un po’ meglio. La divinità, qui come altrove, è funzione regolatrice sociale, in assenza di polizia. Maule, nella sua semplicità, però avverte tutto l’aspetto coercitivo della vicenda – magari non del tutto razionalmente, ma lo avverte – e quel lavoro non lo vorrebbe più fare. Ma nessuno lo fa, nessun altro dopo di lui viene visitato in sogno (e magari se qualcuno davvero lo fosse, a questo punto si guarderebbe bene dal dirlo…) e così è costretto a continuare. Ma è stanco e non sa come tirarsi fuori da questa storia, se non ponendo fine alla sua vita. Chissà mentre Maule moriva in silenzio, da solo, dov’era quel dio che lo visitò in sogno. Ma dopo Maule pare che la divinità diventi superflua, visto che il suo aiutante, pur non essendo stati “visitato”, prosegue la sua opera, come dice la frase finale dei titoli di coda.

Però potremmo essere meno prosaici di così e pensare che se esiste una metafisica della religione che vuole in alto, nell’alto dei cieli, il divino (qualunque esso sia), potremmo pensare, in punta di logica, che tutti gli umani che vivono in alto stanno letteralmente più vicini a dio (qualunque esso sia). La natura così poco gentile e generosa in questi luoghi è compensata forse, dalla meraviglia che comunque essere lì induce: l’antropologia, le abitudini, l’adattamento fanno il resto (forse). Allora il nostro eroe prescelto, mite, lercio e divino, è lì per cercare di rendere migliore la sua vita e quella delle persone che gli stanno attorno e dopo la sua morte il dio Rongkemi, forse misericordioso, decide di usare i cambiamenti climatici per far “abbeverare” di più di pollini di rododendro le api che, a insaputa di tutti, produrranno, di conseguenza un miele più tossico perché contenente più graianotossine (che arrivano anche sulle notizie di cronaca nostrana). Il miele sarà quindi meno venduto (o non venduto del tutto), i Kulung continueranno a campare di stenti e patimenti anche senza il miele, ma la pratica che ha condotto al suicidio l’ultimo dei cacciatori di miele, sarà definitivamente abbandonata.

Maule Dhan Rai

Maule Dhan Rai in un fotogramma del documentario

Coronavirus e responsabilità

Come tutti (o quasi) sono a casa. E voglio parlare proprio di questo.
Come tanti vedo il tg una se non due volte al giorno per capire l’evoluzione di questa triste vicenda che ci dovevamo aspettare (perché? Leggetevi Spillover, un libro formato bibbia che un po’ bibbia su questa faccenda lo è. Scritto per altro “in tempi non sospetti”, come si dice in questi casi. Il che va benissimo, visto che, almeno in teoria, per molti di noi è aumentato il tempo libero, se non altro per non dover andare e tornare dal lavoro tutti i santi giorni).
I ripetuti appelli che sento in tv – il cui “acme” è stato il video virale girato su YouTube e Facebook del sindaco del paese di Delia, in Sicilia, che ben riassume l’assenza di disciplina di un certo numero di nostri connazionali (il video lo trovate qui e merita di essere visto fino in fondo) – mi riportano alla mente parole che studiai niente meno che per un esame universitario e che scomodano niente meno che uno dei mostri sacri della filosofia, Immanuel Kant, che scrisse un lungo articolo nel 1783 dal titolo Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?
Anche questo invito a leggerlo – sempre per passare un po’ di tempo in maniera edificante – perché, soprattutto nella parte iniziale, sembra scritto oggi: «L’illuminismo è l’uscita dell’essere umano dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo».
Forse in questo specifico frangente servirebbe un adattamento, anzi una sostituzione, della parola “intelligenza” con “(senso di) responsabilità”. Certe persone si comportano come dei “minori”, appunto (non vorrei esagerare e sembrare offensivo ma il termine che ho in mente, assonante con questo, è “minorati”): passi per gli inizi (ma i contagi hanno sempre un inizio… magari legato alla scarsa consapevolezza di chi fa da vettore per il virus) in cui abbiamo sentito di persone che sono andate a sciare (o erano già a sciare) e hanno scambiato l’emergenza per un’improvvisa scampagnata; passi per la coppia di anziani che si sono presentati alle Molinette di Torino tacendo di aver un figlio che era appena arrivato da Lodi, primo focolaio d’Italia; passi per tizio, passi per caio, ma mo’ davvero anche basta!
Bene, adesso mi ricompongo metto da parte il senso di scontento per gli indisciplinati (perché è sempre un po’ un paese diviso in due questo: da una parte ci sono invariabilmente i “cretini” che se ne stanno a casa e rispettano le regole con grande senso civico; dall’altra i “furbi” – trasversali: giovani, anziani… – che fanno come nulla fosse e come se l’intera vicenda non li riguardasse e fosse poco più di un curioso “fuori programma” rispetto alla routine) e la butto sullo scientifico.
La curva che vedete qui sotto si chiama logistica e potete rintracciarne alcune utili informazioni qui. Questa semplice curva spiega in realtà un sacco di fenomeni naturali ed è applicata in molti campi che vanno dall’ecologia (la dinamica delle popolazioni naturali di quasi tutte le specie segue questo andamento – almeno in linea teorica) all’elettronica (in questo andamento, per esempio, trovate il motivo per cui il vostro cellulare si carica velocemente fino a un certo livello e poi per arrivare al 100% sembra metterci molto più tempo).

Curva logistica (in blu) e la sua derivata prima, che indica il picco.


Adesso, qui sotto, riporto il grafico degli andamenti delle grandezze, a livello nazionale, i cui aggiornamenti giornalieri sono forniti dalla protezione civile (qui).
andamento nazionale COVID19 aggiornato al 18 marzo

Andamento nazionale COVID19 aggiornato al 18 marzo.


Come vedete sostanzialmente queste curve (logistiche) hanno tutte lo stesso andamento tranne quella (che fa ben sperare) dei nuovi contagi giornalieri (quella azzurrina in basso che sembra un po’ scendere). Notate nessuna somiglianza tra i due grafici? Quello che vediamo in questo secondo grafico (come andamento generale) non è che la prima parte (in basso a sinistra) del primo. Per farla vedere meglio mi sono “divertito” (ognuno si diverte come può…) a vedere “a che punto è la notte”. Forse così è più chiara:
Logistica e picco per COVID19 prendendo come grandezza il "totale casi".

Logistica e picco per COVID19 prendendo come grandezza il “totale casi”.


Ora, se cercate di sovrapporre questo ultimo grafico con quello teorico (il primo) immaginando di sovrapporlo alla prima parte della curva in basso a sinistra, beh potete avere un’idea visiva di quanto siamo lontani dalla fine della storia. I casi di contagio devono smettere di crescere per fare in modo che la “sigmoide” diventi effettivamente tale e arrivi al plateau (il plateau si ottiene nel tempo quanto tutte le grandezze non crescono più e il loro incremento giornaliero è zero, chiaro?).
Più la gente ha comportamenti incoscienti più questa sigmoide (e il relativo picco) si allunga. E’ semplice, è matematico e l’unica cosa che possiamo fare è stare a casa. Se non altro per rispetto a chi si fa il mazzo 24/7 negli ospedali o nei posti nevralgici.
Leggevo che solo ieri ci sono state ottomila sanzioni alle persone che sono state trovate in giro senza motivo. Vale a dire più del doppio dei morti. Facciamola finita, please!
PS: riporto un brevissimo brano di Spillover (p. 26):

Secondo il grande specialista Stephen S. Morse: “i virus non hanno organi locomotori, ma molti di loro hanno viaggiato in tutto il mondo”. Non corrono, non camminano, non nuotano, non strisciano. Si fanno dare un passaggio.

Ecco: evitiamo di dare passaggi agli sconosciuti…

Greta, il clima, Madrid – guardare al dito e non alla Luna

Un’immagine della COP25 a Madrid


Un paio di ottimi recenti articoli (anzi: un articolo e un post, per essere precisi) e qualche “comportamento di massa” mi spingono a scrivere queste righe. Parto dai comportamenti, rilevati, per altro, anche altrove (per fortuna). Uno proprio oggi, al programma televisivo nazional-popolare “Quelli che il calcio” – non guardo la TV MAI, ma, al desco parentale della domenica, si è costretti a subire il tubo catodico, trasformatosi in griglia led, ma ci siamo capiti – dove nel duo Luca e Paolo, quest’ultimo interpreta il leader del movimento (o come lo si vuol definire) delle “sardine”, Mattia Santori, con una caricatura che m’è parsa francamente del tutto gratuita, a dimostrazione che qualsiasi cosa esca ormai dagli schemi prefissati e preordinati – soprattutto quando pacifico e (ancora) difficilmente etichettabile – fa paura allo status quo, sembra essere una minaccia e, non potendo attaccare frontalmente il nuovo che avanza, per cautelarsi, nel frattempo, lo si sbeffeggia. Questa l’impressione generale.
Impressione che si trasforma in certezza nel caso Thunberg: non solo i professionisti della “macchina del fango” nel nostro misero (culturalmente) Paesello continuano ad accanirsi contro la ragazzina svedese, ma anche alcuni “insospettabili”, come i conduttori de “La barcaccia”, il programma di Radio 3 che si occupa di musica lirica, che ha la caratteristica della stroncatura (i conduttori sembrano Statler e Waldorf dei Muppet Show).
La madre di Greta, Malena Ernman, è infatti un mezzosoprano e i due conduttori, Enrico Stinchelli e Michele Suozzo, non hanno perso occasione, in una delle puntate andate in onda nei giorni scorsi, non solo di trattare con la solita “sufficienza” la madre ma anche, con questo pretesto, di parlare con evidente tono canzonatorio della figlia.
Il proverbio (che si vuole cinese, ma qualunque ne sia la nazionalità è ormai patrimonio del mondo – o dovrebbe esserlo) dice che «quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito». Un modo come un altro per continuare a non vedere il problema che tutti abbiamo e che causerà molte indicibi sofferenze, mentre la conferenza sul clima di Madrid si sta trasformando in un clamoroso fallimento (francamente mi sarei stupito del contrario, ma questa mia convizione richiederebbe almeno un altro post…) e l’amico e professore di Geologia all’Università di Padova, commenta così uno scambio su una delle liste cui sono iscritto:

cari amici
le cose stanno peggio di quello che ha scritto Giovanni, perché nello Special Report IPCC su 1,5°C uscito circa un anno fa, si legge che avevamo circa 10 anni per tentare di rimanere entro quel volore di aumento, diminuendo da allora al 2030 le emissioni di CO2 di circa il 6% annuo. In realtà c’é anche scritto che le probabilità di riuscirci
sarebbero state del 66%. Chiaramento ormai è andata, dobbiamo preoccuparci dei +2°C, ma anche questo valore sembra impossibile da raggiungere, se le emissioni aumentano anziché dimunuire. Quindi siamo sulla traiettoria dei +4 °C entro fine secolo, sempre che la faccenda non acceleri per via del rilascio incontrollabile del metano dalla tundra artica.
Il fallimento della conferenza di Madrid non lascia speranze.
Riguardo alle emissioni vulcaniche, bisogna considerare che a breve termine (2 anni) prevale l’effetto Pinatubo (eruzione del 1991), cioé il raffreddamento, a causa dell’emissione di ceneri che schermano la radiazione solare. Non a caso il processo di geoingegneria che prevede di diffondere particelle solfatiche nella stratosfera con missili o aerei si chiama appunto effetto Pinatubo.
Perché la CO2 vulcanica conti ci vorrebbero supereruzioni continue della durata di migliaia di anni tipo LIP (large igneous province) avvenute in passato e che han prodotto estinzioni di massa.

E con questo “passo e chiudo”.

Quei terribili anni ’80

Mi è accaduto, del tutto casualmente, di vedere una puntata, tempo addietro, di “Techetechetè”, trasmissione “cuscinetto” dove la Radio Televisione Italiana celebra se stessa e i suoi antichi fasti di avanspettacolo. Normalmente poco incline a seguire gli “amarcord”, soprattutto quando non mi appartengono, stavo per spegnere quando… beh, quando ho ascoltato alcuni dei tormentoni che mi sono stati familiari in gioventù.

Sarebbe fin troppo facile commentare la ridda di sensazioni che sono emerse nel guardare in prospettiva (in una prospettiva ex post, appunto, quando “tutto è passato”) le immagini, i vestiti, le pose, le capigliature e ancora ascoltare gli accordi, la demenzialità dei testi ecc. Insomma: furono davvero anni bui – o forse, chissà, lo sono sempre (stati) quelli del pop – ma anni nei quali siamo, nonostante questi “tamarri” che son durati una sola stagione (mi vien da dire, per fortuna), cresciuti (forse male, a causa loro). E tutto questo, sempre ex post, mi pare abbia del miracoloso.

Qui di seguito provo a fare un’operazione semplice semplice: siccome per molti motivi – a partire dagli ovvi copyright – non posso caricare una intera trasmissione televisiva sul blog, mi avvalgo della scaletta lì proposta (tratta soprattutto dalla celebre trasmissione “Discoring”) e attingo, dove possibile mettendo un link, da quel gigantesco juke-box che è youtube. A voi i commenti (se ne avete):

* E qui ci sarebbe da aggiungere al titolo “con un bastone, ma con le mani sì”. Il testo, terrificante, a un certo punto dice:

È sempre un’avventura rimettersi con te
Ma io non ho paura, del porno sono il re
Un re senza corona
Quante nevrosi ho
Un re che te le suona se mi dirai di no

Questo si cantava negli anni ’80!

Marcello Martini

Marcello a Mauthausen nel 2013 depone corona in memoria dell’amico Guido Focacci (dal sito web marcellomartini.it)


Siamo fuggiti dalla calura nel ponte ferragostano che, “visto all’ultimo” (perché ancora preda delle ultime questioni legate al trasloco), mi ha portato a prenotare verso “luoghi noti”: il confine sud (quello sul versante piemontese) del Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Per arrivare in valle Orco si passa da una cittadina celebre – almeno localmente – per le ceramiche: Castellamonte. Marcello, che conobbi molti anni fa, si divideva tra questa cittadina e la sua “residenza estiva” a Montignoso, in provincia di Massa-Carrara.
Avevo visitato il campo di concentramento (e annientamento) di Mauthausen prima di conoscere Marcello, nel 2010 (se la memoria non mi tradisce). Quando lo conobbi avevo realizzato la prima edizione di un libriccino nel quale raccontavo questa esperienza ad uso (e beneficio) delle nuove generazioni, immaginando Marta, la figlia di un caro amico, come interlocutrice ideale a cui comunicare, nella maniera più piana possibile, questa esperienza. L’incontro con Marcello mi indusse ad ampliarlo con una intervista a lui, che a Mauthausen aveva trascorso i mesi infernali dal giugno 1944 lo avrebbero portato alla Liberazione, quando ancora era quattordicenne.
Incontrare Marcello ovviamente non fu solo “fare l’intervista” ma confrontarsi a 360 gradi con una persona che, nonostante la precoce esperienza del terrore e dell’indicibile orrore che il KL (Konzentrationslager) gli aveva riservato, aveva saputo mantenere intatto il senso dell’ironia, dell’ospitalità sincera, della franchezza, del gusto della condivisione e della risata e, in ultimo, quando nelle ultime visite – che purtroppo risalgono a un paio di anni fa – le sue condizioni di salute non erano più molto buone, all’autoironia, segno della sua grande intelligenza e consapevolezza.
Marcello è morto il giorno in cui, transitando da Castellamonte in fuga dal caldo della città, procedevamo verso la montagna, mi chiedevo – e chiedevo a mia moglie – come stesse Marcello e che sarebbe stato presto il caso di fargli una telefonata. Ignaro dell’evento, in partenza dalla montagna per tornare alla piana infernale, sabato, sono venuto a saperlo dallo “strillo” di un’edicola di fronte all’albergo: quella mattina stessa ci sarebbero stati i funerali. Non abbiamo fatto in tempo ad arrivare, ma almeno siamo riusciti a porgere le nostre condoglianze alla moglie e alla figlia.
Un altro testimone se n’è andato. Un altro amico, posso dirlo, se n’è andato. Qui di seguito il breve elenco della eco mediatica che la notizia della sua morte ha prodotto. A futura memoria, per non perdere, ancora una volta, la battaglia della memoria.

Dante reloaded

Caronte in una illustrazione di Gustave Doré (da Wikipedia, alla voce “Divina Commedia”)


Ho fatto una scuola tecnica. L’Istituto Tecnico Industriale Statale, specializzazione: Elettronica Industriale. Una lezione appresa presto è che la vita (almeno nel caso mio) è sempre più ricca, diversa, sfaccettata di quanto, immaginando se stessi nel futuro, si sia disposti a credere. Forse è “fisiologico” che sia così: soprattutto in “tenera età” (quando si è ragazzi, poi adolescenti, poi maturi) si è portati a pensare – forse per economia cognitiva – che la nostra vita seguirà un percorso tutto sommato lineare e questo a partire dalla vita scolastica: si fa una certa scuola, si pensa che quella scuola ci “spalanchi” (???) le porte di un (buon) lavoro, magari interessante, non noioso e ben retribuito o, in alternativa, le porte dell’università, per arrivare a un altro lavoro sempre buono, interessante, non noioso e ben retribuito (meglio del precedente, visto il supplemento di anni di studio che ci abbiamo messo per laurearci e poi magari ulteriormente specializzarci).
Non voglio entrare nella acrimoniosa polemica che vede molti di noi (un noi plurale che identifica tutti coloro con i quali condivido questa sorte) sostanzialmente frustrati per essere “sottoinquadrati” dopo averne fatte mille e una (almeno nel mio caso). Voglio mettere da parte, per maggiore serenità mia e degli eventuali lettori, questa triste faccenda – che mi pare, ancora una volta, sia molto molto italica – per parlare di Dante Alighieri. Proprio lui. Ci arriverò.
Dicevo: e invece… invece già al terzo anno delle scuole superiori le carte in tavola cambiano perché ho la ventura di incrociare un professore di Italiano e Storia che, nonostante le sue due materie avessere la ben misera quota di 5 ore la settimana (contro le 18 – cumulate – di Elettronica Generale ed Elettronica Industriale), aveva dedicato parte del suo tempo con noi alla Lectura Dantis e al commento della Comedia.
Non voglio parlare di questo professore: un miserrimo post in un blog semiabbandonato non gli renderebbe giustizia. Qualcosa ho scritto sul libro che ho deciso (come editore) di pubblicare sulla sua storia, raccontata magistralmente da Luca Soldati, il genero, qui.
L’incontro fu decisivo per le scelte che compii in futuro (nella mia formazione, nella vita), collocandomi sempre un po’ nel mezzo a (e oscillando tra) i due poli: quello scientifico e quello umanistico. Se il paragone non suonasse blasfemo mi definirei un “centauro”, così come fu definito Primo Levi (non ricordo più da chi): un essere che sta a metà tra le due culture, eternamente indeciso se debba prevalere l’una o l’altra o se, più semplicemente, esse si debbano compendiare. Ma, tornando a Dante, a scuola, in una scuola tecnica che sta tra Carrara e la sua marina, a metà degli anni ’80 del secolo scorso, un professore con alterni successi, tentava di comunicarci non tanto i contenuti, ma la passione verso l’Alighieri e il suo poema allegorico-didascalico (come viene definito).
Bene, ancora una volta il semino era stato gettato e dimenticato: la vita – nel suo turbinìo di impegni, di “cose da fare” (più o meno belle e interessanti), di cose idiote e inutili, della cui inutilità e idiozia sappiamo sempre dopo –  è continuata fino a farmi arrivare qui.
Delle letture dantesche conoscevo quelle arci note (perché televisive e mediaticamente appariscenti) di Roberto Benigni, pur sapendo che Vittorio Sermonti “in tempi non sospetti” ne aveva fatte di molto più puntuali e complete per la RAI. Non mi ero posto il problema, fino a quando il collega Luca Pardi non mi disse di stare ascoltandole – quelle di Sermonti – nei pendolareschi viaggi in treno (poi si dice il treno… basta sapere sfruttare adeguatamente anche quello e il gioco è fatto) che da casa lo portano quasi quotidianamente qui a Pisa (e ritorno).
Sollecitato in tal senso ho acquistato gli audiolibri con le sue letture per (ri)scoprire un mondo. L’aria professorale (in senso buono) di Sermonti, il suo aver trovato il “taglio giusto” per un utente di cultura media, quale io o molti di noi possono essere, che ha avuto sentore o cognizione di queste cose in gioventù ma che il tempo ha cancellato o reso dormienti, beh sono state armi vincenti. L’affabulazione è efficace – con uno schema che prevede una registrazione preparatoria al canto che verrà letto e poi una seconda registrazione che di fatto è lettura del canto – e il “livello” di attestazione idem: sulla Comedia, nei 700 anni che ci separano da quando fu scritta, si sono compilati tali e tanti volumi che intere biblioteche non basterebbero, quindi l’impresa di rendere – nel tempo limitato del commento e della lettura – ciò che è necessario a una sua esegesi pur minima è davvero ben misurato (e a sua volta capace di incuriosire e ancora approfondire per chi ne avesse la voglia e il tempo).
Altro pregio è rivedere in Sermonti quella “guida” (alla lettura, per noi uomini del XXI secolo) che Virgilio fu per lo stesso Dante: il professore è (stato) capace di attualizzare, in più di una occasione, i temi, le situazioni, le categorie, le allegorie che, nello svolgersi ideale di quel viaggio ultraterreno, connotano – almeno all’Inferno – le nostre stesse vite. Da qui, anche solo per accenni, l’intuizione di un’opera che mostra la sua eternità (un conto è dire – magari sterilmente e con frase fatta – che un’opera è immortale, altro conto è mostrarlo con esempi che ci riportano al presente).
Le scene infernali (ancora lì mi trovo) sono degne di un immaginario che, pure nei miei modesti riferimenti artistici, trova (per me) un corrispettivo nelle opere di Hieronymus Bosch che pure, però, arriverà a dipingere le sue tele solo oltre un secolo e mezzo dopo. L’Inferno è, per la sua “puntigliosa giustizia divina”, veterotestamentario; il contrappasso, nelle sue diverse tassonomie, implacabile.
Insomma, bravissimo Dante e bravo il suo moderno commentatore!

M49

Di questi giorni la notizia dell’orso in fuga. Si chiama M49, forse come Primo Levi si chiamava 174517. Ne I sommersi e i salvati lo stesso Levi racconta:

L’ operazione era poco dolorosa e non durava più di un minuto ma era traumatica. Il suo significato simbolico era chiaro a tutti: questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome; questo è il vostro nuovo nome. La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa: non bastavano i tre numeri di tela cuciti ai pantaloni, alla giacca ed al mantello invernale? No, non bastavano: occorreva un di più, un messaggio non verbale, affinché l’ innocente sentisse scritta sulla carne la sua condanna.

Può sembrare blasfemo accostare la sorte di un deportato di Auschwitz a quella di un orso che cerca solo la propria libertà, ma uno dei percorsi che dovremmo cominciare a fare – se vogliamo far “pace” con questo pianeta che ci ospita – sarebbe quello di pensarci animali tra gli animali.
Appena ho letto la notizia ho pensato che a quest’orso sarebbe toccata una brutta fine, perché se, come dicevano i latini, nomen omen, nel nome è contenuto un presagio (o forse il destino), beh, allora avere per nome una sigla non porterà molto bene al fuggitivo.
Homo sapiens sapiens (due volte, manco una!), padrone incontrastato, sta disintegrando il pianeta che lo ospita – su questo non v’è più ormai alcuna ombra di dubbio. La questione climatica – che è quella più evidente e quindi quella con cui i media ci bombardano – non è che la punta dell’iceberg e curiosamente ne esistono molte altre che “non si vedono”, ben più importanti e capaci di farci fracassare contro l’iceberg stesso ben prima che il clima renda insopportabile la vita umana sul pianeta. Tra queste: la questione energetica e la biodiversità.
Tra chi si occupa professionalmente o anche solo per sensibilità e curiosità personali di queste faccende, sa che uno studio* di Vaclav Smil, pubblicato qualche anno fa, faceva una stima della biomassa (cioè del peso totale degli esseri viventi, vertebrati, terrestri – quindi senza contare i pesci) i cui risultati sono espressi in questa immagine qui sotto.

Come si vede, il “selvatico” è quasi del tutto scomparso dalla faccia della terra e, con lui, quella parte di biodiversità utile a far funzionare i meccanismi prodigiosi e per la maggior parte ancora ignoti propri dei sistemi ambientali, degli habitat che l’Ecologia studia, che qualcuno faticosamente tenta di modellare, ma di cui continuiamo ad avere una vaghissima idea, nonostante si sia andati sulla Luna 50 anni fa.
In viaggio di nozze siamo andati in Sri Lanka, l’antica Ceylon, all’inizio del 2017. Tra le tappe previste anche una visita al Parco Nazionale di Yala, dove abbiamo dormito, in un bungalow all’interno del Parco. Detta così, sembra cosa di nulla, ma a ogni angolo qualche cartello ci ricordava gentilmente che noi eravamo ospiti e che i “padroni di casa” erano gli animali (dai lemuri ai cinghiali, dai coccodrilli agli elefanti, ai serpenti, ai camaleonti). Per uscire e andare nella struttura centrale (per i pasti) dovevamo chiamare e farci venire a prendere da una guida.
Queste precauzioni non perché gli animali potessero attaccarci, quanto per il fatto che la media degli umani che si affaccia in queste zone non ha idea di come ci si debba comportare e tende ad andare a rompere le scatole così… da venire attaccati! Abbiamo convissuto con gli ipnotici coccodrilli che se ne stanno a bocca aperta a mezz’ore intere, ma se non ti avvicini troppo loro si fanno i fatti loro – come tu dovresti farti i tuoi…

Ci hanno raccontato (e speriamo sia vero…) che il Parco è per i 4/5 (mi sembra di ricordare) “riserva integrale” (ovvero: neppure i guardiaparco ci mettono il naso, se non sporadicamente) e ha la più alta concentrazione di leopardi al mondo. Forse, per fare “pace” con il pianeta e soprattutto con le creature che lo abitano bisognerebbe seguire l’idea espressa in Metà della Terra da Edward O. Wilson.
* Smil, V. 2011. Harvesting the biosphere: The human impact. Population and Development Review 37(4) : 613–636 (il PDF dell’articolo è qui)

Coccodrilli

Andrea CamilleriCoccodrilli. Così si chiamano, in termini giornalistici, gli articoli (e per estensione i servizi televisivi) che vengono preparati in redazione quando… beh quando uno sta per passare all’altro mondo.
Può sembrare cinico, ma l’esigenza di flusso dell’informazione impone anche questo, soprattutto quando l’agonizzante ha un trapasso che lascia il tempo per poter immaginare l’istante successivo all’ultimo respiro. Così mi sono immaginato in quanti, dalle redazioni delle grandi testate in giù (o in su… dipende dai punti di vista) fino al “giornalino di parrocchia”, sul web, nelle patrie redazioni televisive (anche qui: dalle nazionali alle locali) stiano scrivendo di quel “grande vecchio” che ancora è Andrea Camilleri (infatti il tempo verbale al presente indica che questo NON è un coccodrillo su Camilleri…).
Quando è arrivata la notizia al TG oggi, è come se mi avessero detto che hanno appena ricoverato un anziano zio, che da tempo non vedo, ma al quale sono molto affezionato. Ho letto pochissimo di lui e ancor meno, forse, ho visto: sono da questo punto di vista forse la persona meno indicata a tracciare un ricordo, foss’anche personale, della sua figura, di ciò che ha realizzato, di quanto ci ha regalato, del modo garbato, così “fuori moda”, di (de)scrivere storie e personaggi, trasposti, conservando lo stesso garbo, sul piccolo schermo. Quel piccolo schermo che è sempre e solo stata la punta d’iceberg di una vita intellettuale intensa, di cui poco sappiamo (ma di cui, ahimè, probabilmente presto sapremo, dai coccodrilli…).
Le sue brevi introduzioni a ciò che Montalbano avrebbe fatto nella puntata che il telespettatore si stava accingendo a vedere, ricordano davvero una televisione d’altri tempi e, a me, in particolare, ricordano – pur trattandosi d’altro genere (fantascienza e non gialli) – ciò che Rod Serling raccontava, fumando una sigaretta davanti alla cinepresa in bianco e nero, introducendo appunto gli episodi della prima fortunata serie di Ai confini della realtà.
Da ultimo il suo Conversazione su Tiresia, perché alla fine lì, alla cultura classica che già contiene tutte le storie, bisogna tornare…
Ciao maestro: questo non è un coccodrillo e se tornerai, quella parte d’Italia che trepida per la tua salute, sarà lì ad aspettarti e acclamarti.

Favorire il lavoro nero

E’ il momento della dichiarazione dei redditi. Lo scorso anno ho fatto realizzare una “messa a norma” di impianto elettrico e del gas per un appartamentino di modeste dimensioni che acquistai quando abitavo a Torino. Ricordavo che, per queste spese, si poteva avere una detrazione fiscale e non mi sono preoccupato del fatto che potessero essere intervenute norme per le quali questo sarebbe stato addirittura impossibile richiedere alcunché.
Pare che per ottenere l’ambita detrazione su queste spese – pari al 50% dell’importo in 10 anni – sia necessario far precedere i lavori (che comunque dovrebbero essere di carattere straordinario e non una banale ristrutturazione del bagno e la messa a norma di cui sopra, opere che rientrano nell’ordinario – infatti tutti noi ad anni alterni rifacciamo i bagni di casa…) da una SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività – edilizia).
E neppure, a questo punto, valgono i bonifici fatti in detrazione per l’acquisto dei materiali: con la somma del tutto (tra manodopera e materiali) avrei potuto acquistare un’utilitaria (tanto per dare un valore di riferimento). Amaramente, commentavo con chi si è occupato della mia dichiarazione dei redditi, ci sarebbe stato da far fare i lavori in nero (che con i professionisti, per quanto sia triste ammetterlo, è sempre un’opzione possibile): risparmiavo l’iva e favorivo in tal modo il lavoro nero, non facendo pagare loro le tasse. Strategia “win-win” in cui io vinco e faccio l’italiano furbo, i professionisti, furbi quanto me, vincono perché non pagano le tasse e l’unico che perde è lo Stato e quindi, di nuovo, tutti noi. D’altra parte è il ragionamento che fanno in molti no?
Però forse anche non permettere di avere detrazioni su queste spese (leggetevi la guida sul sito dell’Agenzia delle Entrate e scoprirete che ci sono cose incomprensibili a un essere umano…) diventa però un modo per favorire questo tipo di comportamenti che mi pare siano già abbastanza diffusi…
Non mi si fraintenda: era solo lo sfogo del momento e di chi si sente in qualche modo fregato sempre un po’ dal “balzello” e dalla “buccia di banana” che sta dietro l’angolo. Non si può essere esperti di tutto anche se, accidenti a me, mi sarei dovuto informare prima di dare inizio ai lavori su questa faccenda. Sono contento di pagare le tasse (e quindi i pochi che leggeranno queste righe si divideranno immediatamente pensando o che io sia un cretino o che sia il campione degli onesti) e lo sono perché sono fermamente convinto che queste vadano a pagare quello che con una parola esotica chiamiamo welfare e tuteli chi è meno abbiente. Io stesso fruisco di questi servizi legati, per esempio, alla sanità pubblica che in questo Paese funziona più di quel che siamo disposti a credere. No tasse, no servizi. E questo mi consola, anche se nel “mondo al contrario” nel quale ogni tanto ci sembra di vivere tutto torna: le scie di solito seguono, in edilizia bisogna ricordarci che vanno fatte prima.

Integrazione

Il fine settimana appena trascorso siamo andati a Venezia a trovare degli amici. Questi amici sono di origine dalmata, sono esuli, da tempo ormai a Venezia. Il padre della signora che ci ha ospitato è venuto a mancare pochi mesi fa alla invidiabile età di 99 anni. Possiamo presumere, senza sapere molto della sua vita, che abbia visto e vissuto molte cose, anche molto strazianti, per le sorti che finanche la Storia recente del nostro Paese (e di quelli contigui) ci ha consegnato.
La casa, confortevole e silenziosa, ci ha accolto e siamo entrati in punta di piedi, con il rispetto che si deve all’ospite e alla persona che non è più, ma il cui riverbero nei semplici oggetti (libri, mobilio) ne rivela molto bene la  presenza. A Venezia, da sempre inclusivo crocevia d’Oriente, me l’avevano detto (ma me lo sono ricordato in questa occasione) non si dice “straniero”, ma “foresto” che sta per forestiero, colui che viene da fuori, ma non è estraneo come lo “straniero”. Sembra poco, ma è molto.
Approfittando del fine settimana FAI, siamo andati a visitare la Scuola Dalmata. Ancora una volta val la pena fare un breve excursus etimologico e, per questo, mi avvalgo della Treccani:

scuòla (pop. o poet. scòla) s. f. [lat. schŏla, dal gr. σχολ, che in origine significava (come otium per i Latini) libero e piacevole uso delle proprie forze, soprattutto spirituali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico, e più tardi luogo dove si attende allo studio].

Ma l’accezione usata a Venezia è ancora un’altra e ha valore di «antica istituzione [e indica] le prime confraternite laiche, presenti a Venezia dal IX secolo» (cito dal documento che il FAI dava durante la visita guidata). I veneziani conquistavano e integravano. E ancora:

La Scuola Dalmata è più conosciuta come Scuola di San Giorgio degli Schiavoni; fa parte delle scuole “piccole” cioè quelle che riunivano coloro che esercitavano la stessa attività (scuole di arti e mestieri), quelle che riunivano le varie “nazioni” presenti a Venezia (cioè cittadini di paesi stranieri o provenienti da altri stati italiani (tedeschi, albanesi, greci, armeni, dalmati, fiorentini, milanesi, lucchesi, ecc.) o che professavano religioni diverse. Per “Schiavoni” si intendono gli abitanti della Dalmazia, spesso soldati e marinai al servizio della Serenissima fino alla sua caduta, o più semplicemente presenti a Venezia con attività commerciali da quando nel 1409 il Regno d’Ungheria cedette a Venezia i diritti su Zara e la Dalmazia.

Servono commenti? Mi pare di no. Come se non bastasse, in treno leggevo il bel saggio di Nicola Gardini, Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile. E, arrivato a pagina 111, vi si legge, a proposito di alcuni esilii eccellenti:

[Seneca] costretto da Claudio a vivere nell’aspra Corsica (l’esilio, durato dal 41 al 49 d.C., servì a strappare Seneca all’opposizione), scrive alla madre Elvia alcune delle pagine più profonde della latinità (Consolatio ad Helviam). Mentre Ovidio non fa che compiangersi ed esagerare i disagi della lontananza e la bruttezza del luogo in cui gli tocca vivere, Seneca, con il dichiarato intento di consolare la destinataria, nega addirittura che ci sia esilio al mondo, poiché lo spostarsi è condizione stessa della vita. Tutto nell’universo (“mundus”) muta collocazione inarrestabilmente, tutto si muove; la mente stessa dell’uomo non smette di esplorare e di spingersi lontano, perché è fatta della stessa sostanza delle stelle e dei corpi celesti, perennemente mossi. Ecco, quando si leggono riflessioni del genere, si capisce in che cosa la letteratura latina è unica e necessaria: nella sua capacità di collegare il caso minimo, la vicenda personale o il fatterello di cronaca, a un ordine cosmico, che tutto trascende ma a tutto, anche, conferisce dignità e profondità più che terrena. Perfino Roma è nata da un profugo, Enea. E poi i Romani hanno fondato colonie ovunque. E prima di loro i Greci si sono diffusi per il Mediterraneo. Popoli interi cambiano sedi. Se l’emigrazione (“populorum transportationes”, Consolatio ad Helviam, VII, 5) è esilio (e qui Seneca, mentre si riferisce a una realtà antichissima già ai suoi tempi, sembra che descriva i nostri anni), si deve parlare di esilio collettivo (“publica exilia”, ibidem). Perché, dunque, dolersi di non essere più a Roma? Perché una madre dovrebbe piangere di nostalgia come se figlio fosse morto? E perché, poi, credere che l’esilio sia una perdita di credito pubblico? I templi distrutti (“aedium sacrarum ruinae”) non vengono onorati come se ancora fossero in piedi (XIII, 8)? Seneca usa anche un altro argomento — grazie al quale tocca davvero vertici altissimi — per togliere alla sua condizione qualsivoglia stranezza negativa: l’uomo ovunque è a casa, perché quello che veramente conta, ovvero la sublimità della creazione, si misura allo stesso modo da qualunque punto della terra. E allora non c’è più Corsica aspra e inospitale, non c’è più suolo, ma solo la volta celeste, dove corpi di varia luminosità sorgono e tramontano e seguono la loro orbita e abbagliano e tracciano scie sfavillanti come se cadessero, ispirando senza posa l’ingegno dell’osservatore (VIII).