“Io capitano” e il ruolo della responsabilità

Finalmente venerdì sera scorso sono riuscito ad andare a vedere, al cinema estivo, “Io capitano“, il film di Matteo Garrone. La storia, le storie, assurde e tormentate di questi esseri umani – che dovremmo considerare in quanto tali, nostri fratelli – le conosciamo. Le conosciamo non da ieri, ma da un bel po’, anche se le abbiamo dimenticate o meglio: lasciate collettivamente a prendere polvere nei recessi più remoti delle nostre coscienze. Qui mi fermo per evitare di sembrare (o essere) retorico – cosa nella quale è facile cadere quando si trattano questi argomenti.

Locandina del film

La locandina del film

Però il film è importante. Ed è importante perché intanto toglie un po’ di quella polvere e ci fa vedere quello che solo nella stragrande maggioranza dei casi possiamo immaginare per averne letto qualche reportage (o meglio: quelli che di noi hanno coltivato questa sensibilità magari hanno fatto). Il film è importante perché inscena le reali odissee di generazioni anche di giovanissimi (i protagonisti del film hanno 16 anni) che tentano miglior sorte, per sé e la propria famiglia. La parola “odissea” non è scelta a caso: secondo me la narrazione cinematografica si fa a tratti epica: all’anabasi interna al continente africano, in cui chi decide di intraprendere il viaggio deve resistere a prove psichiche e fisiche letteralmente infernali, segue il percorso opposto che dall’interno conduce verso nord, verso l’ultima – anzi la penultima – forca caudina: la Libia… (l’ultima, prima dell’accesso nella “Fortezza Europa”, è costituita dalle placide, ma al contempo insidiosissime, acque del Mediterraneo). Solo lì, dove il film si conclude, c’è il punto di congiunzione tra le cronache che distrattamente vediamo e ascoltiamo e la fine di quella storia che il film ha il merito di mettere in luce a partire da dove ha origine.

Il protagonista Seydou Sarr diventa – dopo le mille rocambolesche peripezie del caso e l’inquietante scorcio sui centri di detenzione (vere e proprie prigioni) libici – realmente il capitano di una di queste bagnarole. Costretto dalle contingenze (ormai “il peggio è passato”, forse, e il cugino bisognoso di cure che paradossalmente sono più vicine di là dal mare che non in Libia…), nonostante tenti di ribellarsi ai trafficanti che lo sottopongono a quel carico di responsabilità, alla fine di un corso accelerato di 10 minuti – in cui gli spiegano come usare la manetta dell’acceleratore e la leva di fianco di “avanti” e “indietro”, mantenendo il timone in direzione nord, segnato dalla bussola di bordo – queste responsabilità se le assume, per sé, per il cugino, per tutti coloro (come sempre: tanti e oltre ogni immaginabile capienza) che saliranno sull’imbarcazione. E, viene da aggiungere, il ragazzo ha spalle talmente capaci, nella sua gioventù, nella sua incoscienza, da assumersi implicitamente anche le responsabilità di tutti coloro che, a partire dalla politica, scendendo fino all’ultimo dei trafficanti, questo gioco lo permettono (e ne sono i veri responsabili).

Guardando le ultime scene del film non ho potuto non pensare che la prima telefonata di SOS, inoltrata alla guardia costiera maltese (buoni quelli!) – visto che in quelle acque territoriali si trovavano – avesse come esito, non la fine dell’odissea, ma solo la penultima tappa: i maltesi se ne fregano e quelli stanno lì a giornate ad aspettare che qualcuno gli presti soccorso. Ma il ragazzo è pronto di spirito: ha giurato a se stesso che nessuno sarebbe morto per causa sua e capisce che questi non arriveranno mai. Allora decide di continuare – la “benevola” finzione cinematografica fa sì che il carburante non finisca, cosa che invece nella realtà spesso succede – fino a quando non approda alle acque territoriali italiane. Non sappiamo quale sia il periodo in cui la pellicola è ambientata, ma non dimentichiamo che, fuori dalla finzione cinematografica, abbiamo avuto un bell’intervallo il cui titolare del nostro ministero dell’interno (le maiuscole e le minuscole in questo caso indicano la variabilità: come in ogni sottoinsieme arbitrariamente deciso, c’è chi alza la media e chi l’abbassa…) è stato Matteo Salvini. Salvini di cui leggevo, in un recente libro (La lingua della neopolitica) non sa neppure cosa significhi il termine frugale (in relazione a quei Paesi nordeuropei – Austria, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi – che sono a favore di un rigore fiscale senza deroghe):

L’aggettivo è stato anche sostantivizzato, come ha fatto Matteo Salvini in un tweet del 19 luglio: «Ma che ne sanno i “frugali”? Mozzarella e panzerotti pugliesi, olio buono, frutti di una terra stupenda che tutto il mondo ci invidia. Orgoglio italiano, sempre!» (op. cit., p. 123)

Di certo con l’orgoglione (pardon: orgoglioso) Salvini al comando, la cui demagogia va oltre il professionismo, la paradigmatica storia di Seydou Sarr e dei suoi sodali possiamo immaginare non avrebbe avuto un lieto fine.

Consolante che l’arena fosse gremita. Segno che questo è un tema da cui le persone sono (ancora) toccate. Per altro l’emigrazione africana è in qualche modo un “classico” che non esclude altre migrazioni dall’Est del mondo – afgani, pakistani, curdi, bengalesi… tutta un’umanità che fugge da condizioni sempre più proibitive.

Il ruolo sociale dei meccanici (delle motociclette)

Personalmente ho una lunga storia con i mezzi a due ruote, come molti che, a latitudini che lo permettono, hanno cominciato preso ad armeggiare con motorini, vespe, scooter, ecc. Scrivo “armeggiare” perché di solito, almeno nella zona da cui provengo, il “motorino” non era un semplice strumento di cui si disponeva, che si usava, ma un oggetto con il quale interagire, quasi, in certi casi, da “riprogettare”. Il “clima favorevole” non era solo quello atmosferico, ma anche quello sociale: a una sessantina di km da dove abitavo da ragazzino c’è Pontedera, storica sede della più importante azienda italiana produttrice di scooter di tutti i tipi, la Piaggio, primo tra tutti la osannata e universalmente nota “vespa”. Il clima favorevole era dettato anche dal “livello di accesso” di questi mezzi: poco costosi, estremamente semplici nella loro realizzazione, era quanto di meglio si potesse immaginare – anche per, chiamiamole così, le “personalizzazioni”.

Ebbene sì: sono stato tra quelli che hanno avuto il motorino (rigorosamente “Ciao”) truccato. Acquistai una “elaborazione Polini” e trasformai quell’innocente “bicicletta col motore” (o poco di più, soprattutto con gli occhi di oggi), in un oggetto piuttosto bizzarro e… rumoroso (se devo pensare a quanto sono invecchiato e a qual è la misura di questo invecchiamento, è quanto maledico i moderni scooter con marmitte che non perdono occasione per violentare i timpani altrui – perché alla fine io cosa facevo, se non quello?). Non entro nei dettagli: sarebbe inutile e sono comunque parte di una storia personale che poco interessa. Mi interessa invece l’aspetto che accompagnava questa “esigenza”: passare ore a socializzare – tra ragazzi e col meccanico, che nel mio caso si chiamava semplicemente Pino (diminutivo quasi sicuro di Giuseppe).

Pino aveva l’officina (veramente un fondo che sembrava poco più che un antro del drago: buio, quindi costantemente illuminato da luce artificiale, con il classico bancone degli attrezzi e… con un gran casino) a meno di 50 metri da casa mia. Capite che era impossibile non passare mezze giornate sane (o anche intere) da Pino, a rompergli le scatole mentre lui lavorava. Un bravo ragazzo, mi viene da dire più cosciente del suo ruolo sociale di quanto desse a vedere.

A un certo punto, forse un certo giorno – data la rapidità con cui la cosa avvenne – Pino chiuse e noi diventammo adulti. Trovò lavoro come meccanico, sempre delle motociclette, per una concessionaria – Kawasaki, se non ricordo male. Ma è come se davvero la cosa fosse accaduta di colpo. Una delle tante stagioni della vita – ed era comunque una stagione importante – si chiudeva. Il “Ciao” me lo rubarono a Marina di Massa, poco prima o poco dopo questo evento luttuoso, quasi a sancire la definitiva fine di quel periodo. Non un grande acquisto per i rapinatori che, sono convinto, devono essersi mezzi ammazzati dopo la seconda curva: le vibrazioni che avevano sollecitato il telaio non progettato per sopportarle, stavano facendo il loro lavoro e il telaio si stava crepando. Solo da un lato però, con il risultato che le curve da un lato erano “normali”, mentre dall’altro, beh, metà motorino si piegava e l’altra rimaneva dov’era. Insomma, bisognava saperlo, come bisognava sapere che il freno davanti era inesistente… Non credo se la siano passata bene, ma tant’è: il motorino a quel punto, dopo anni gloriosi di servizio, non c’era più.

Iniziò la stagione delle “vespe” sulle quali però non misi mano: era cresciuto e basta esperimenti. Il rapporto con i meccanici per anni delle due ruote si fece asettico come quello delle auto da portare a tagliandare: ormai sembra d’essere a un centro convegni anziché in un autosalone e tutta la gentilezza e la cordialità sa di estremamente finto, basato solo sulla capienza del tuo portafoglio.

Questo è coinciso con le mie parentesi piemontesi e forse nell’elenco delle cose favorevoli al ruolo sociale che i meccanici delle due ruote hanno nelle vite dei loro clienti, c’è da indicare anche la geografia, perché quando nel 2011 tornai a Pisa ed ero orfano di un meccanico che mi seguisse la vespa, un collega mi indicò un’officina che mi ha ricordato mutatis mutandis quella di Pino – come “attitudine”: piccolo paesino, grande competenza, anche se questa officina è anche visivamente molto meglio… Allora non dico che i clienti diventano amici perché non è così. Ma il rapporto si fa decisamente più personale. Ci si racconta. Perché raccontare “cosa è successo” a un mezzo, perché si è lì a ripararlo o altro, alla fine significa raccontare di se stessi. Parliamo di una piccola officinetta “autorizzata” Piaggio, ma indipendente. Ci sta che le cose vadano così. Soprattutto dopo anni di frequentazione. Ma quando poi la stessa dinamica avviene presso il concessionario ufficiale Honda di Lucca (perché i mezzi a due ruote abbondano, nonostante i trascorsi…) allora capisci che è un insieme di cose a creare questa fortunata coincidenza.

Ieri avevo appuntamento per la sostituzione dei paraoli della forca anteriore della VFR: una vecchietta in ottima forma, ma che, come tutti, ha qualche acciacco dovuto all’età da sistemare. Ieri l’abbiamo sistemato. Mi ero portato da leggere: la lavorazione avrebbe richiesto almeno un paio di ore e di andare a passeggio della pur sempre meravigliosa Lucca con 30 gradi anche alle 7 di sera non ne avevo gran voglia. Mi sarei messo in sala d’attesa al fresco e amen. Invece sono rimasto in officina. Ho chiacchierato con Fabio, mentre lo vedevo operare sugli ammortizzatori della moto con grande perizia. Quel che si dice appunto il ruolo sociale dei meccanici dei mezzi a due ruote.

Non mi arrendo, una vecchia storia

La storia di Hiroo Onoda è molto nota, anzi: notissima. Quest’anno sono i 50 anni da quando si arrese, dopo averne passati 30 nel folto della giungla di un’isola delle Filippine, Lubang, nella incrollabile convinzione che la seconda guerra mondiale non fosse ancora finita e, soprattutto, che l’Impero giapponese non si sarebbe mai arreso, anche in caso di sconfitta, preferendo la morte, il suicidio collettivo di massa.

Onoda nel 1944 (fonte: Wikipedia)

Onoda nel 1944 (fonte: Wikipedia)

Quest’anno ricorrono anche i 10 anni dalla morte di Onoda e io ho appena finito di leggere la sua autobiografia di guerrigliero dell’esercito giapponese, Non mi arrendo, pubblicata da Mondadori nel 1975, un anno dopo il suo ritorno al “mondo civilizzato”. Sgomberiamo subito il campo da equivoci: in questa autobiografia Onoda mitiga – pare: anche molto – gli episodi di cui lui e il suo “commando” si sono resi protagonisti: saccheggi, minacce, piccole (o grandi, dipende sempre dai punti di vista) estorsioni, dice lui, sempre ai fini della sopravvivenza. A lungo, per quasi tutti i 30 anni di lotta, ha considerato gli abitanti dell’isola alla stregua di nemici. I suoi compagni sono stati via via uccisi (l’ultimo, Kozuka, nel 1972, un paio d’anni prima della sua resa) ma nella stessa biografia, nelle ultime pagine, arriva a dire che se lo avessero ucciso, lo avrebbe meritato. Insomma, verso l’intera vicenda e il personaggio non si può che avere – soprattutto a distanza di così tanti anni – un sentimento ambivalente: da un lato la follia della guerra che si coniuga a codici d’onore e a comportamenti che a noi occidentali sembrano totalmente fuori misura (l’estrema fedeltà a un’idea, o a un ordine militare ricevuto decenni prima; il culto della morte e della “buona morte”, quella in battaglia, per la quale venire osannati come semidivinità e cose così, del tutto aliene al nostro codice di valori – soprattutto a quello attuale). Poi l’idea di sopportare una vita indicibile per un trentennio – di cui Onoda ci mette a parte nelle sue pagine – abituandosi, adattando e disciplinando corpo e mente a quel cammino in tondo, all’interno dell’isola, lungo 30 anni esatti. Quindi da un lato verrebbe quasi da ridere, oggi e oggi penseremmo alla follia di un invasato, ma poi arriva anche il sentimento di grande rispetto per costui che di fatto ha rinunciato alla sua vita per tener fede a quell’ordine. E ha interpretato più o meno scientemente, ma sempre con questa idea di fedeltà e lealtà, tutta la realtà circostante, immaginando come falsi e come “propaganda” tutti i volantini, i giornali, financo le trasmissioni radiofoniche che a un certo punto della storia riesce ad ascoltare grazie a una radio trafugata. Insomma: tutte le comunicazioni che lo sparuto gruppetto riceveva da queste “squadre di ricerca” (composte anche da familiari stretti che inizialmente lui scambiò per controfigure!) erano un sotterfugio per indurli alla resa, ma poiché la guerra stava continuando, inizialmente loro e poi lui solo non si sarebbe(ro) mai potuti arrendere. Se ci si pensa la cosa ha dell’incredibile, eppure è successa e molto ci dice sul “carattere nipponico” e sui motivi che indussero le forze alleate a sganciare le atomiche sul Giappone: fu, paradossalmente, un modo per salvare vite. Un modo brutale per indurre una resa che forse non sarebbe avvenuta altrimenti, data la granitica caparbietà di quel popolo, di quelle persone. E se fosse avvenuta, la si avrebbe avuta a un prezzo ancora più alto di vittime e magari ancora dopo lunghi anni di guerra guerreggiata. Il mondo intero non ne poteva più: dopo 6 anni di conflitto le stime ci dicono oggi che ci sono stati tra i 60 e i 68 milioni di morti. Ma tra questi non vi fu Onoda che, insieme ad altri (lui è forse il caso più celebre, ma non certo l’unico), tenne duro e sopravvisse fino ad arrivare a oggi. Chiudo con qualche spunto di lettura. Oltre al già citato libro (introvabile, se non in biblioteca), vale la pena vedere:

Brutti monumenti per “Monumenti brutti”

Si sa, il Natale è un momento un po’ così: si va dai parenti, ma è anche – e per fortuna sempre – un momento di vacanza e, nel senso quasi etimogico del termine, ogni tanto si “vaga” per la città. Ma il vagare di questa mattina, complice (sempre) il troppo cibo, aveva anche un preciso scopo che consiste nell’alimentare il gruppo Facebook realizzato dall’amico Pietro Cambi dal programmatico titolo “Monumenti brutti“.

Mi sono sempre ripromesso di dare il contributo non banale che la cittadina da cui provengo può offrire in tal senso. Un contributo capitalizzato in anni di bruttezza, i cui primi “sintomi” risalgono a molti anni fa (certe “vocazioni” si vedono in filigrana…) e allora mi sono fatto un tour e semplicemente mi sono limitato a scattare qualche immagine di tali trionfi.

Si parte, arbitrariamente, dalla Piazzetta del Mercato, in cui a distanza di pochi metri l’una dall’altra si trovano questi due pezzi incomparabili (in tutti i sensi):

immagine della scultura

“Anubi” di Novello Finotti

che merita anche una visione “di profilo”:

immagine della scultura

“Anubi” di Novello Finotti, vista di profilo

Credo che il nome popolare di questa statua sia “Alien” o qualcosa del genere… Però, dicevamo, a breve distanza abbiamo non una scultura, ma una fontana dedicata ad Afrodite, nella personale interpretazione dell’artista Vito Tongiani:

immagine della fontana

Il “Trionfo di Afrodite” di Vito Tongiani

Ecco, anche su questa non commento perché… non sono un critico d’arte, diciamo così. Quando ero ragazzino però era in voga il detto «impara l’arte e mettila da parte», ovviamente l’arte era quella di imparare a far qualcosa (magari di manuale – quanto ce ne sarebbe bisogno!) e “conservare” questa sapienza nel caso in cui un giorno servisse, ma ovviamente il motto cascava a fagiolo interpretando l’arte nel senso più proprio del termine (scultura, pittura ecc.) per, appunto, metterla da parte. E in effetti forse qualche amministratore cittadino deve aver pensato un po’ questa stessa cosa, se “Anubi” (per gli amici “Alien”) e “Afrodite” (per gli amici “Shiva danzante”) sono state messe in questa piazzettina defilata del centro storico… Ma non è necessario fare molti passi per arrivare all’opera antesignana di tutto ciò, “costruita” (le virgolette sono d’obbligo e guardando si capirà il perché) negli anni ’80 del secolo scorso (ah, che anni, gli ’80!), per commemorare la Resistenza, anche se più che un monumento alla Resistenza sembra un insulto:

immagine della scultura

“Bella ciao”, monumento alla Resistenza di Pietro Cascella

Il monumento è da sempre noto alla cittadinanza come “il carciofo”. Ma è bene esplicitare quello che il lettore vagamente intuisce: non si tratta solo dei singoli monumenti che, pur brutti, potrebbero essere “centellinati” sul territorio (un po’ di brutto qua, un po’ di brutto là…), ma quel che dà il maggiore sconforto è la concentrazione dei medesimi nell’arco di poche centinaia di metri quadrati. Perché adesso vicino al “carciofo” ci hanno messo anche “il culturista”…

immagine della scultura

“Il culturista” – si suppone sia un monumento al cavatore, ma non ne abbiamo la certezza e non sappiamo neppure chi ne è l’autore. Da notare che sulla sinistra compare un pezzo del “carciofo”.

Su Google Maps la statua la li può vedere anche da dietro, in modo da mettere in evidenza anche l’orribile struttura che costituisce gli uffici del Comune della città, edificata, credo, nei meravigliosi anni ’60, con questo bell’effetto fisarmonica…

panoramica statua e comune della città

Una panoramica del “culturista” visto da dietro e dell’edificio del Comune della città. L’immagine è tratta da Google Maps.

Mi fermo qui. Ma solo perché la “chicca” – nel summenzionato fazzoletto di terra del centro cittadino – che campeggiava in Piazza Bastione, in realtà è stata spostata ormai diversi anni fa nel Parco della Rinchiostra. Si tratta di una statua dello scultore (sempre locale) Gigi Guadagnucci, detta “La lavandaia”. Nella sua versione “originale” (ovvero: appena inaugurata) dai seni della procace lavandaia zampillava acqua (era in effetti una fontana) e questo lo ricordo distintamente anch’io. Evidentemente però anche per i massesi quando è troppo è troppo e il monumento/scultura/fontana tra il porno-trash, il pessimo gusto (sempre vincitore) e qualcos’altro di indefinibile, è stata a più riprese oggetto di atti vandalici (soprattutto imbrattature). Qui di seguito due articoli, ancora online (corredati di foto della suddetta “lavandaia”, così vi fate un’idea…): il primo sulla testata online «Qui News Massa Carrara» risalente al 20 agosto 2016 e il secondo comparso in tempi più recenti (22 febbraio 2022) sulla testata online «Diari toscani» in cui si narrano un po’ di vicende e retroscena di questa brutta statua (di cui compare qui una rara immagine frontale), anch’essa ormai confinata in un parco a metà strada tra la città e la marina…

 

Una mostra per i 40 anni dalla nascita dei CCCP

Avrei voluto scrivere nel titolo: «per la nascita, la dissoluzione, la trasformazione» dei CCCP. Insomma: panta rei, tutto scorre, e nulla è immutevole, nonostante la “potenza del pesante” che trasuda dagli stilemi e dalla grafica di quella (ex) Unione Sovietica di cui molti hanno subito, pur tardivamente, il fascino.

D’altra parte nel secondo dopoguerra abbiamo avuto il Partito Comunista più forte (come rappresentanza e forse anche in assoluto) dei Paesi occidentali e, ancor prima, durante la guerra di resistenza, i “rossi” erano tra gli schieramenti più nutriti. Ma questo discorso ci porterebbe lontano da quello che qui vorrei – per quanto possibile: brevemente – raccontare.

Un racconto per il quale l’altro giorno ho deciso unilateralmente di lasciare tutto (lavoro, famiglia, Lu::Ce edizioni, ASPO Italia) e prendermi il tempo per andare a vedere questa mostra annunciatami da un paio di amici, visitabile fino all’11 febbraio 2024, in una delle sedi dello splendido Palazzo Magnani (gli altrettanto notevoli Chiostri di San Pietro) in una delle gemme dell’Emilia, Reggio.

Dunque: i CCCP – Fedeli alla linea. Nascono come gruppo musicale punk-rock (Wikipedia dice nel 1982, anziché 1984 – ma alla fine poco importa, visto che «la vita umana non dura che un istante», come recita uno dei “manifesti” appesi alla mostra…). Nel 1984 avevo 14 anni e NON ascoltavo i CCCP, che però ho ascoltato un po’ dopo. Oddio: “ascoltato” è una parola grossa, visto che erano sostanzialmente inascoltabili (o almeno: lo erano per me all’epoca e hanno poi continuato a esserlo). Sonorità fatte per scrollare dal torpore, soliloqui/sproloqui borderline del frontman Giovanni Lindo Ferretti, ma forse non capivo o non capivo abbastanza. Perché alla fine, un po’ come per i libri che si leggono, le canzoni e lo stile musicale è “figlio” del suo tempo – “stile” che entra in consonanza con il tuo sentire di quel momento, con quello che provi. Cose belle, sembrano brutte dopo pochi anni e viceversa. Insomma: di nuovo panta rei, tutto scorre. Una canzone è una foto sonora di un “momento” e di un momento all’interno di uno “stile” e noi possiamo trovare interessante quel momento e quello stile (in quel momento o in altri successivi), anche se noi scorriamo sostanzialmente sempre. Sia come sia: le cose si (ri)valutano (anche) a posteriori e questa era una di quelle da rivalutare. La valutazione di un percorso alternativo, dell’affrontare la vita con un altro cipiglio, quello dell’irriverenza, con il rischio di essere condannati all’irrilevanza.

Così non è stato. I CCCP – certo erano altri tempi – qualche comparsata l’hanno fatta anche sulle TV nazionali e, oltre che sulla RAI, anche su Canale 5, con un Ferretti ancora giovane e capelluto, con una cresta che sfidava il cielo… fino a toccare “l’apoteosi” della “celebrità mainstream” con Amanda Lear – il tutto ben documentato nella mostra. Ma così non è stato per la qualità di almeno due delle colonne portanti del gruppo: lo stesso Ferretti e, per la chitarra, Massimo Zamboni. Se il “vino è buono” poi si sente e alla fine il giudizio, spesso severo, di ciò che resta e ciò che semplicemente cade nell’oblio, spetta al tempo.

volantino della mostra

Volantino della mostra

Così il tempo passa e dissoltosi ciò che sembrava indissolubile nei primissimi anni ’90 (l’Unione Sovietica diviene “ex” e dà luogo alla Comunità degli Stati Indipendenti – CSI) i CCCP, che continuano a essere fedeli alla linea, diventano CSI, Consorzio Suonatori Indipendenti. E, per quel poco che mi riguarda (ma io conto per me), “il bruco diventa farfalla”: le sonorità, che pure sempre da quel mondo rock-punk arrivano, si smussano, lasciano spazio al virtuosismo degli strumenti e della voce di Ferretti, che smette i ritmi concitati e sincopati del punk più intransigente in favore di testi e musiche di grandissima poesia (sempre opinione personale). Allora ciò che fino al giorno prima era simbolo di una realtà – o dell’immagine di quella realtà proiettata di qua dalla Cortina di Ferro – con tutto il suo portato di retorica e di “stile sovietico”, diventa, il giorno dopo, poco più che nostalgica paccottiglia. Paccottiglia centellinata negli spazi piuttosto grandi, quelli del Chiostro di San Pietro, con grande parsimonia – chissà, forse certe cimeli con le scritte CCCP adesso potrebbero avere anche un valore. In mezzo al chiostro: un pezzo originale del muro di Berlino, dei cavalli di Frisia e un simbolo, o forse “il” simbolo dell’ex DDR (o Repubblica Democratica Tedesca), di quel “sovietismo” così vicino a (e così lontano da) noi, appena oltre il confine: la Trabant (un esemplare per altro in ottima forma, station wagon…).

C’è poi, sotto traccia, tutta l’evoluzione hegeliana di Ferretti, che si spreca in tesi (il comunismo, la “fedeltà alla linea” come “antidoto” – come dargli torto, in quei tempi? – alla “balena bianca” della DC imperante in un’Italietta con cittadini al di sopra di ogni sospetto, con le logge massoniche, che faticava a uscire dal bozzolo – ma ci è mai veramente uscita? – sempre in bilico, tra “cattolico decoro / a modo e per bene”, moti rivoluzionari e molto molto molto altro), antitesi (il cattolicesimo osservante e piuttosto ortodosso) e una sintesi – che francamente non mi è chiara, ma che si riassume nella giustapposizione tra contenuto (la mostra stessa) e contenitore (i chiostri di San Pietro che, in quanto santo, lascia supporre l’origine ecclesiastica di tutto il complesso…). Il tutto in una ancora più grande, se possibile, contraddizione, che però è del tutto radicata e connaturata al nostro tempo: Reggio Emilia.

Una città bella (ma dell’Emilia Romagna io sono segretamente innamorato, forse perché proprio da quelle parti ho avuto i miei primi amori ragazzini…), in gran spolvero (poi sotto Natale, quale città non lo è?), dove, a giudicare dal tasso di automobili di lusso e dalle gioiellerie, si immagina una grande, se non grandissima, ricchezza (economica), al punto che si fatica a immaginarla “popolare”, sebbene uno dei cartelli, sempre della mostra, la citi come la città più “filosovietica” della già “filosovietica” Emilia. Non mi stupisco in Occidente quanto mi sono stupito in Oriente: l’unica volta in cui passai da Mosca, nella lontana estate del 2005, una gigantesca gigantografia (quindi una sorta di “gigantesco al quadrato”) della Rolex – simbolo per antonomasia del lusso occidentale, tutto sommato abbastanza inutile (stiamo parlando comunque di un orologio, per altro nemmeno tra i più precisi, che alla fine ci dice che ore sono…) – campeggiava sulla Piazza Rossa a dirci, se mai ce ne fosse il bisogno, che il comunismo era finito anche lì da un po’. Insomma: è un po’ la vecchia storia della Volkswagen, letteralmente “l’auto per il popolo”. Magari una volta: adesso, se vuoi comprarti non una Passat, ma anche solo una Golf o una Polo vediamo subito a che fetta di popolo ci stiamo riferendo.

Chiudo: i CCCP sono (stati) certamente importanti, per quel che mi riguarda per l’irriverenza e anche, perché no, una certa goliardia nel prendere per i fondelli il nostro modo di vivere, quello di tutti noi “borghesi” (fatti, finiti o aspiranti tali), con tutte le nostre convenzioni, con i nostri convincimenti, con le nostre, alla fine, “piccole vite”, poco coraggiosi non solo a provarne delle altre – mentre almeno un po’ questi musicisti e altri ancora, come “Dome La Muerte” che ho avuto il piacere di conoscere, questa prova almeno l’hanno fatta – ma anche solo a immaginarle (parlo sempre per me).

Almeno mio padre, che ha fatto l’operaio tutta la vita, ma metà di quella stessa vita l’ha giocata a pallone, quando “era ora” giocò con le maglie che si fecero fare apposta: rosso (che più non posso), falce e martello sul cuore e la scritta CCCP. Una foto li ritrae in formazione (devo cercarla accidenti a me, sono sicuro che è conservarta in qualche cassetto di casa dei miei). Abitavamo a Pinerolo e la scritta erano le iniziali dello sponsor calcistico: Caffè Club Centrale Pinerolo, CCCP. Tra il serio e il faceto almeno ci si provava e mio padre portava dei baffi alla Frank Zappa.

Ma i CCCP per me sono stati importanti proprio perché sono diventati CSI e poi, in una certa misura, quando ancora si sono trasformati in PGR. L’importanza è la misura di quanto ci si riconosce in quei testi e quelle musiche o, ancora, in quanto si è “distanti” nel proprio modo di vivere da tutto ciò. Non mi si fraintenda: non voglio vedere nel gruppo in generale e in Ferretti in particolare un “guru” (la tentazione in molti è forte…), ma senz’altro hanno detto e hanno continuato a dire per molti anni cose interessanti, a proporre testi e visioni della realtà che mi sono sentito, in molti casi, di sottoscrivere.

Chiudo (davvero stavolta) con un esempio: stiamo terminando un 2023 all’insegna di un paio di guerre che hanno affollato le nostre “notizie di cronaca”. Proprio Ultime notizie di cronaca si intitolava un album dei PGR del 2009, quindi ormai quasi un quindicennio fa. In quell’album una canzone, tra le altre, che mette insieme un po’ dei “temi” delle nostre vite e del nostro modo di vivere. Si può ascoltare su YouTube a questo link, (ancora una volta trovo le sonorità molto “azzeccate”…) mentre il testo lo riporto qui di seguito:

Boom economici risorse energetiche
guai finanziari spot pubblicitari
high-tech bio-tech igiene genetica
bolle fondi sovrani

nel sol dell’Avvenire che avviene
nel sol dell’Avvenire che è

l’uomo s’assottiglia dimensione catodica
immagine dislocabile monodimensionale

porno-maniacale reality e virtuale

già consumatore l’uomo si vuole clone
una merce qualsiasi lo era da schiavo
lo sarà da padrone
armate schierate ambo i lati del fronte
così che il fuoco amico è tanto il primo che l’ultimo

tecnologie obsolete congegni scaduti scorie rifiuti
a tessere l’ordito d’un sudario calvario

novantanove guerre nel sol dell’Avvenire novantanove
novantanove e una come nessuna

mai dire mai col senno di poi

la carne s’è fatta vendetta il corpo è la bomba perfetta
pacco esplosivo sigillato in provetta
bomba intelligente sporca asettica
il corpo è la bomba perfetta la carne s’è fatta vendetta

 

Cortellesi: bene, ma non benissimo

*** ATTENZIONE QUEL CHE SEGUE CONTIENE “SPOILER” SUL FILM IN QUESTIONE: NON LEGGA CHI NON VUOL SAPERE COME FINISCE! ***

Siamo reduci (io, mia moglie, insieme a una coppia di amici) dalla visione del film di Paola Cortellesi C’è ancora domani. La sinossi/trama del film può essere letta più o meno ovunque sul web, a partire dalla pagina Wikipedia linkata.

Siamo rimasti un po’… perplessi. Il film ripercorre (anche molto drammaticamente) il florilegio delle vessazioni a cui storicamente le donne sono state sottoposte in questo paese (dalle botte, alle umiliazioni psicologiche di ogni tipo, ai rapporti sessuali non desiderati/voluti col partner, passando per le differenze di salario a parità di mansione e chi più ne ha più ne metta), in un contesto dove, regola pressoché invariabile, a una povertà economica corrisponde(va) una povertà culturale.

Insomma: una roba da “magone” (che scopro essere un regionalismo, quindi: seconda definizione del dizionario…) per quasi tutto il tempo del film. Un film che alla fine si basa sul gigantesco equivoco legato alla partenza di un potenziale “pretendente” (o comunque: una vecchia fiamma della protagonista Delia/Paola Cortellesi) a cui tutti, a un certo punto, quando gli eventi precipitano, sembra ella si debba/voglia ricongiungere, per fuggire dalla ingrata vita che fino a quel momento le è toccata.

E invece? Invece “c’è ancora domani”, appunto, perché siamo a ridosso del primo suffragio universale del dopoguerra, e i giorni per andare a votare erano la domenica (momento che artatamente coincide, nella narrazione della vicenda, con la partenza “per il nord” della “vecchia fiamma”, il meccanico Nino/Vinicio Marchioni) ma anche il lunedì. Insomma, di colpo, ex abrupto, quasi che il drammatico destino individuale su cui le quasi due ore di film si erano concentrate “scomparisse” di fronte alla importanza del voto, pur notevole, ci ha lasciato tutti un po’ così, con un finale che sinceramente, in tutta franchezza, avremmo preferito diverso.

Che misoginia e maschilismo fossero all’ordine del giorno anche nella vita pubblica della nazione è dato acclarato, ma che la “rivoluzione” (autenticamente democratica) del voto fosse in qualche modo la via per uscire dal “sistema” della vessazione, sembra a tutta prima, alquanto improbabile. Un po’ perché ex post, a quasi 80 anni di distanza, vediamo i risultati sia di partecipazione (*) sia di “capacità di modificare lo status quo” della democrazia, un po’ perché l’effetto straniante del film è dato da una intensa focalizzazione che concentra l’attenzione dello spettatore sui dettagli del quotidiano della povera Delia che d’un tratto diventano il macrocosmo di una nazione: si fatica a capire il passaggio e a capire perché correre tutto quel rischio per andare a votare. Soprattutto perché, sempre artatamente, di questa opzione non si fa mai riferimento o menzione per tutto il film, se non implicitamente (Delia più volte passa di fronte a un muro di cinta in cui campeggia una scritta tipo “abbasso [con la “W” rovesciata] i Savoia, W la Repubblica”). Riferimento che si coglie solo quando ormai si accendono le luci in sala e stiamo tornando a casa. Insomma, sembra una costruzione un po’ fragile, un po’ pretestuosa su temi che, presi separatamente, sono così importanti (il voto alle donne, quindi i loro diritti da un lato e la declinazione di quegli stessi diritti nella quotidianità dall’altro).

Avremmo insomma immaginato una soluzione diversa e abbiamo provato a fare delle ipotesi con mia moglie che sostiene Delia avrebbe dovuto fuggire con la figlia e mollare marito stronzo e bifolco (impersonato da un ottimo Valerio Mastrandrea) insieme ai due figli maschi tal quali al padre. Cosa che probabilmente avrebbe salvato la vita a Delia (ricordiamo, giusto per dovere di cronaca, che nel bananifero paese che abitiamo la legge sul divorzio è del 1970, mentre il delitto d’onore è stato abolito definitivamente solo nel 1981!) ma che risultava ugualmente improbabile per lo zeitgeist dell’epoca: quasi nessuna donna, soprattutto se appartenente alle classi sociali inferiori, avrebbe saputo “vedersi” da sola con una figlia, in fuga da un marito manesco. A un certo punto, come dice la protagonista alla figlia, se ti scegli un marito “è per sempre” e quindi devi fare attenzione a come scegli. A me più plausibile sarebbe sembrata la fuga, magari a rischio di venire accoppata, visto che il marito a quel punto sacrosantamente abbandonato e cornificato, se fosse riuscito nell’impresa di uccidere la (ex) moglie sarebbe rimasto comunque impunito. Ma tra queste due soluzioni, nessuna delle due è stata scelta. Ci dobbiamo quindi immaginare che la povera Delia, compiuto il suo diritto/dovere di elettrice, sarebbe tornata a casa dal marito, pronta di nuovo a subire e a prender botte, in quell’inferno quotidiano che una volta era stato illusoriamente il paradiso di quando si è stati innamorati. Ma l’amore, lo sappiamo, rende ciechi.

Il tutto, per altro, alla luce dell’ultimo – in ordine di tempo – di una lunga, inifinita, sequela di femminicidi che denunciano il grave stato di analfabetismo sentimentale (soprattutto maschile!) di cui il nostro paese sembra essere campione: la morte di Giulia Cecchettin per mano di Filippo Turetta.

(*) Entusiaste, nel generale entusiasmo della neonata democrazia, il film, nei titoli di coda, mostrava come a quelle prime elezioni del 1946 l’89% delle donne aventi diritto si fossero recate alle urne. Questo grafico mostra come le cose sono evolute nel tempo, con una sempre più sostanziale sfiducia nel “modo di cambiare le cose” (per renderle migliori): l’astensionismo, in nero, avanza sempre di più…

Qualche considerazione sulla (mia) mobilità

Lo confesso: ho speso un sacco di tempo in riflessioni – personali e collettive – sulla questione della mobilità (alcune di quelle collettive sono raccolte qui). E’ un’esigenza imprescindibile, bisogna però conciliare esigenza e portafoglio, il tutto in uno scenario che sembra mutare rapidamente ma non si capisce in realtà quanto rapidamente muti (almeno nel nostro paese).

Spinte e reali esigenze poi confliggono con i “desiderata”, ma… ci arriveremo. Un po’ di storia (personale). Ho guidato dal 2010 al 2021 una BMW 320d coupè, acquistata usata (l’auto era/è – perché ancora esiste – del 2007) con circa 40mila km e rivenduta con 235mila. Ottimo acquisto, delle tedesche non si può dire nulla, specie di quelle di fascia medio-alta, tranne che… somigliano alle “italiane” di cui tutti abbiamo un po’ in mente lo stereotipo, ovvero: auto valide, motori indistruttibili (e anche veloci), ma per le quali ci si perde poi sui dettagli. Dettagli che però fanno la qualità quotidiana dello stare in auto: plastiche che si vulcanizzano e diventano appiccicose – e non in posti a caso, ma proprio sul bracciolo dove metti la mano per aprire e chiudere lo sportello (sembra fatta apposta, no?); spie che si accendono dando falsi allarmi – per anni ho avuto quella dell’airbag lato passeggero che faceva un falso contatto o quella del FAP (filtro anti particolato dell’auto che però, controllato, risultava in ordine). Insomma: cose che alla lunga esasperano e che per essere riparate richiedono esborsi ingiustificati e ingiustificabili. Per il bracciolo praticamente mi si chiedeva di cambiare mezza portiera dell’auto. Per la spia addirittura c’era da intervenire sulla centralina. Siamo quindi in piena crisi da “obsolescenza programmata”: siccome l’oggetto non invecchierebbe così tanto “naturalmente” si fa in modo di farlo invecchiare artificialmente.

Sindrome che affligge praticamente tutto ciò che ci circonda e alla fine pure io, stanco di avere la mano appiccicosa (e di farla avere ai passeggeri!), stanco della spia rossa, a tratti “gigante” sul cruscotto e ben in vista a lungo, ho deciso di sbarazzarmi dell’auto. Venduta. Bene e con soddisfazione, sia chiaro, a un ragazzo dell’Est Europa, appassionato, che vive a Lucca e una volta per caso ho rivisto: l’auto è tornata a nuovo splendore. A volte, semplicemente, serve qualcuno che abbia più passione e motivazione di noi (e magari qualche conoscente tra carrozzieri e meccanici).

Ho indugiato qualche mese prima di riacquistare un’auto. Mi sono deciso con i primi freddi per una Golf VII, TDI, il classico 2000 turbo con 150 cavalli e il cambio automatico – giustamente decantato – DSG a doppia frizione. Auto spettacolare che, nonostante di fascia inferiore alla BMW, risultava superiore per qualità delle finiture e soprattutto dei materiali (nessuna plastica appicosa o vulcanizzata). Certo, tra le due auto c’erano anche diversi anni di progettazione di distanza. Anni che, nel settore automotive, fanno tendenzialmente fare salti in avanti. Troppo in avanti, mi verrebbe da dire. E qui arrivo un po’ al nocciolo della questione e della riflessione che voglio esporre. L’auto, di nuovo, era usata (per principio non acquisto auto nuove…), un 2020, quindi recentissima. “Aziendale”, come si dice, neppure 20mila km, insomma: praticamente nuova. Essendo di “questa generazione” (ricordo che la BMW era un 2007…) aveva, oltre a tutte le “sicurezze” previste dai modelli precedenti (ABS, airbag dappertutto, ecc.) anche quelle che vanno verso la guida autonoma: radar anteriore anticollisione; cruise control adattivo (ACC) che “legge” la distanza dall’auto davanti e, in funzione della velocità a cui si procede (forse anche dal fondo se asciutto o bagnato – o comunque c’è anche qualche altro parametro), mantiene la distanza; sensori ovunque; frenata di emergenza se ci si avvicina troppo (mentre si parcheggia) e altre meraviglie della moderna tecnologia. Meraviglie che – per chi come me ha 53 anni e guida dall’età di 18, ha fatto forse un milione di km, con tutti i tipi di auto dal 1988 in poi, con tutti i tempi, ecc. – presto, molto presto, si trasformano in un incubo.

Perché le meraviglie hanno senso in un mondo perfetto, ma nell’impefettissimo mondo (soprattutto quello nazionale) in cui ci muoviamo, è una follia pensare di NON poter stare “sotto” l’auto che abbiamo davanti per poterla sorpassare, perché il radar “legge” che siamo troppo vicini e quindi frena automaticamente l’auto! Così come l’ACC che ci tiene a una distanza tale dall’auto che precede tanto da… farci stare un’altra auto che magari al volo si “butta” in mezzo, così che quella su cui viaggiamo vede un altro ostacolo e frena ancora di più, col rischio di venire tamponati! Una follia assoluta, almeno per me. Quindi c’è da decidere “chi guida”! Mi sono divertito a fare una specie di grafico qualitativo “livello di tecnologia vs. tempo” per dare un’idea di quello che intendo dire:

grafico sicurezza-tempo

Ecco, mentre la vecchia BMW stava sotto la prima riga rossa, la “nuova” Golf stava già tra le due linee rosse. Capisco quindi benissimo di essere “a metà di un processo”, il cui punto di arrivo, ammesso e non concesso che la mobilità privata continui ad assomigliare a quella attuale, è un mondo in cui l’auto sarà una specie di taxi personale al quale vocalmente diciamo dove vogliamo andare e il mezzo ci porterà in tutta sicurezza, schivando pedoni, gatti, biciclette, monopattini (altre auto no, perché saranno “sicure” come quella su cui viaggiamo…), mentre noi leggiamo beatamente il giornale: siamo sopra la seconda linea rossa. Sapete cosa è successo? Ho venduto anche la Golf, sempre per disperazione. Una disperazione di diversa natura, ma pur sempre disperazione. La sicurezza “attiva” (quella in cui l’auto decide in autonomia cosa fare al posto mio) non fa decisamente per me, anche perché non è disinseribile: finché sono io a guidare, guido io e me ne prendo le responsabilità. Perché questa tecnologia, per altro, induce alla deresponsabilizzazione del conducente: “tanto ci pensa l’auto a frenare!”.

Di recente ho letto un interessante libro che consiglio a tutti: Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti, di Raffaele Alberto Ventura. Tra le interessanti storie che l’autore racconta c’è anche una bella analisi dell’incendio alla cattedrale di Notre-Dame, avvenuto nel 2019 in cui si raccontano le cause che hanno permesso si realizzasse. In un (altro) ipotetico diagramma, sempre secondo l’autore, da una parte ci sta la competenza (del singolo, di una squadra) a cui è associata un grado elevato di “libertà” (di azione, in caso di pericolo); dall’altra c’è l’automazione, l’automatizzazione del “sistema” (in questo caso antincendio) grazie al quale, almeno in teoria, poter fare a meno della competenza e professionalità (l’umano si trasforma in “operatore”) a cui però è associato un grado basso o quasi nullo di libertà (il “sistema” è codificato e può assumere solo determinate “configurazioni” – magari molte, ma sempre in numero ristretto). Come dice l’autore: «L’altenativa è secca: o il sistema lascia meno autonomia all’umano, trasformandolo in puro operatore, o l’umano, per essere più autonomo, deve anche essere competente, quindi professionalizzato» (op. cit., p. 111) e poco dopo aggiunge: «Nessuna di queste due opzioni – piena automazione contro piena professionalizzazione – è economicamente sostenibile su larga scala. Ed è per questo che la regola della gestione della sicurezza consiste in una soluzione intermedia: tecnologie di sicurezza fallibili che lasciano margini di manovra a esseri umani fallibili» (p. 112).

Mutatis mutandis il ragionamento è applicabile all’auto: non mi sono sentito mai così “insicuro” come sull’auto più sicura che ho posseduto: l’ultima Golf. Non mi considero certo un asso del volante, ma diciamo che me la sono sempre cavata egregiamente, in certi casi anche in condizioni che molti considererebbero proibitive. Basta un po’ di “manico” e capire cosa fa e come reagisce l’auto che abbiamo sotto il sedere (perché ci sono differenze che sono anche sostanziali) se facciamo una mossa anziché un’altra. Ma non lasciamo ancora Ventura, che ancora ci dice (sempre in riferimento all’incendiodi Notre-Dame): «la presenza del sistema di sicurezza stesso, che tende a deresponsabilizzare l’essere umano tanto più quanto viene considerato infallibile» (ibid.). Sono cose ovvie, ma proprio perché tali, tendiamo a non considerarle. Possiedo una Fiat 500 del 1974. Auto “resiliente” – il prossimo anno fa 50 anni! – che ovviamente NON guido come se fosse un’auto moderna per motivi ovvi legati alla sicurezza, alle prestazioni, ecc.: «circondati da macchine e procedure, tendiamo a convincerci che tutto andrà liscio perché progettato in maniera impeccabile, sottovalutando sia l’incertezza strutturale, sia le trasformazioni che potrebbero rendere obsolete le nostre previsioni» (p. 113): se pensi di sorpassare ma l’auto frena nel momento in cui dovresti accelerare è un problema. E potrebbe diventare un problema grave.

Arrivo presto alla conclusione di questo lungo post, nel quale avrei voluto infilare qualche considerazione a margine anche sulla mobilità elettrica (mia moglie ha un’auto elettrica), ma diventerebbe eccessivo. La conclusione è che mi ritrovo nella condizione di due anni fa: in primavera vendo l’auto e con l’arrivo del freddo e del cattivo tempo, capisco che con un mezzo elettrico da città, pur con tutte le necessarie cautele, in due, in questo paese, non ci si fa: serve comunque un mezzo che ci permetta di arrivare un po’ ovunque senza gli assilli delle ricariche (e il plurale è necessario quando hai al massimo 200-250 km di autonomia andando “a passeggio”, ovvero non superando praticamente mai i 100 km/h): se vogliamo andare a trovare amici un po’ distanti o i suoceri o si ricorre ai mezzi pubblici (treni, aerei…) – per carità: opzione sempre possibile – oppure bisogna attrezzarsi diversamente, nonostante tutto, nel 2023, in Italia. Dicevo: la condizione è la stessa di due anni fa, ma l’esperienza diversa: se non altro ho capito cosa NON voglio.

Quindi ho deciso di acquistare una “nuova auto” vecchia. Quindi usata, ma usata da almeno una decina d’anni. Che abbia quindi tutte le sicurezze passive (ABS, airbag, ecc.); che abbia il cruise control, ma NON adattivo – sono io che guido e che capisco QUANDO va disinserito. Insomma: che stia nuovamente sotto la prima linea rossa (partendo dal basso) del grafico qui sopra. Sono “vecchio”? Sì. Ma non ancora così rincoglionito da non saper guidare un’auto!

L’antropocentrismo, le farfalle azzurre, i Pink Floyd

Le volte in cui mi accade di parlare in pubblico di questioni legate all’ecologia, cito un episodio che ho letto in un libro, questo. Tra le interessanti narrazioni che il libro elargisce c’è senz’altro quella secondo cui un bel giorno, alla fine degli anni Settanta, gli amministratori delle verdi campagne del sud dell’Inghilterra si trovarono a fronteggiare una piccola catastrofe ecologica: centinaia di conigli stavano devastando i raccolti. Decisi a non fare una «caccia al coniglio», gli amministratori decisero per una specie di «lotta biologica integrata»: diffondere nella popolazione il virus della mixomatosi che più di un atto di pietà (come poteva essere cacciarli: un colpo secco e magari te lo fai in salmì), a leggere quel che il virus fa ai conigli, sembra un atto di crudeltà, ma tant’è: decisero per quella via e così fecero. Contestualmente a quell’episodio (eradicazione della «piaga» del coniglio selvatico), ciò che nelle verdi campagne inglesi contribuì a rendere l’erba altissima (a breve spiego perché è importante questa faccenda dell’erba) fu la vendita, quasi in massa, del bestiame che gli allevatori non avevano più convenienza a tenere. Così in tutta la zona l’erba – mantenuta «bassa» da conigli e mucche (che ne mangiano circa 70 kg. al giorno) – crebbe senza controllo. Beh, direte voi, ma a noi che ce ne importa? Nella zona (soprav)viveva, con qualche difficoltà, una specie in via d’estinzione: una bella farfalla azzurra, la Maculinea Arion – annoverata tra le specie estinte in Europa (secondo un elenco su Wikipedia), ma forse, secondo altre fonti (il sito dell’Unione eropea e un progetto europeo «Life+»), attualmente presente, sempre in modo un po’ precario in varie parti, compresa l’Italia.

Insomma: la Arion scompare in concomitanza con i conigli selvatici. Naturale chiedersi (come in effetti si sono chiesti): c’è una relazione? La risposta è stata: sì c’è una relazione. La Maculinea Arion infatti, a dispetto della sua bellezza, ha un rapporto di parassitoidismo nei confronti delle formiche (Myrmicae) delle specie scabrinodis e sabuleti: lascia che le sue larve vengano covate dalle formiche, che però prediligono – e hanno di fatto come habitat – terreni con erba bassa. Che però, abbiamo visto, con la scomparsa dei conigli e delle mucche, non c’è più stata.

Uso questo esempio per mostrare quando, anche in «buona fede» si cerca di porre rimedio a una situazione, a volte si fanno danni. Per carità: danni che in questo caso sono stati riparati dalla tutela della specie, da una «attenzione» rivolta all’ecologia, ma dove il movente iniziale è stato «antropocentrico»: rimuovere il flagello dei conigli.

L’esempio mi ha fatto tornare alla mente un episodio raccontatomi da un conoscente, legato a un concerto dei Pink Floyd che si tenne a Venezia, uno degli «ecosistemi umani» (e urbani) più fragili al mondo, i 15 luglio 1989. Le due cose non sono così connesse in realtà, se non per l’impatto dirompente che l’essere umano ha, in ogni sua forma, quando arriva in zone fragili (Venezia) nella più completa disorganizzazione. L’intento era in sé buono (ascoltare buona musica) e bello (farlo a Venezia), ma la sua realizzazione, come mostra questa (1, 2, 3 e 4) rassegna stampa recuperata sul web, fu un vero e proprio flagello.

Il conoscente poi – che, ancora ragazzino, al concerto andò col padre – ricorda «i pesci morti in laguna», ma di questa notizia non ne ho trovato traccia (ancora una volta: antropocentrismo – e… chi se ne frega dei pesci morti? – Oppure un «falso ricordo» dove ai pesci forse bisogna sostituire le bottiglie di palstica e la spazzatura che è rimasta lì per due giorni?), se non qui, ma riferita a tutt’altro contesto e a tutt’altro concerto.

Il Pink Floyd pig

Il «Pink Floyd pig», da Wikipedia

Una piccola-grande felicità (professionale)

Il blog è personale e quindi ogni tanto scrivo anche cose che mi riguardano da vicino. Magari con un po’ di discrezione, senza “sbandierare”, ma al solito solo per chi vuole leggere. E’ passata una settimana, ma l’ho saputo solo questo lunedì e in certi momenti ancora mi sembra irreale. E’ successo quello che ho ardentemente sperato da due anni a questa parte e, con particolare intensità, dall’ultimo “scorrimento in graduatoria” che fecero, con la persona davanti a me, alla fine di gennaio del 2022.

Un po’ di storia personale e di “retroterra”: chi mi conosce sa quanto io sia testardo e quanto tenda a non demordere dai miei propositi. Per molte cose ho avuto una discreta volontà – per carità: come molte altre persone, intendiamoci – a partire dall’essere lavoratore-studente, a laurearmi con discreto sacrificio, in ritardo, dopo aver cambiato facoltà, ma con l’obiettivo di portare a termine il percorso. Poi ho fatto un master (2002-2004, alla Sissa a Trieste in “comunicazione della scienza”), poi un secondo master (nell’anno accademico 2011/2012 all’Università di Pisa, dove mi ero laureato, in “tecnologie internet”), infine un dottorato all’Università di Trento nel triennio (accademico) 2015-2018.

Al Consiglio Nazionale delle Ricerche, dove sono entrato come tecnico “semplice” (con la sibillina dizione CTER, Collaboratore Tecnico Enti di Ricerca), al VI livello (ma già con una laurea e un master), nel 2011, ho fatto davvero un po’ di tutto, nel limite di quanto mi è stato possibile: il tecnico (appunto), il divulgatore scientifico per l’intera Area della Ricerca di Pisa e persino un po’ di ricerca, dopo il dottorato.

Concorsi non ne sono usciti per anni e, in piena pandemia, una collega mi segnala quello da “1° tecnologo per la comunicazione”. Invio i materiali – il concorso era per titoli e colloquio – e vengo selezionato per l’orale. Bravura? Fortuna? Sono portato a pensare decisamente più alla seconda. Non so quante domande ci siano state, ma certamente moltissime, e a fare l’orale siamo arrivati in 11. Non ho fatto un buon orale – ero troppo teso, troppo “su di giri” e alla fine, nel tentativo di impressionare la commissione, ho sbagliato tutto, quindi: 11esimo su 11. Ultimo. Fine della storia.

Invece, a un certo punto, hanno cominciato a prendere il secondo, poi il terzo, ecc. Lo scorrimento è stato rocambolescamente agevolato dallo scorrimento di un’altra graduatoria in cui erano alcune persone del “mio” concorso. Questo ha fatto sì che rinunciassero alla posizione nel concorso in cui ero, per prendere il posto nell’altra graduatoria (che dava almeno un anno di anzianità in più). Ultimo scorrimento: fine gennaio 2022. Da oltre un anno non sapevo se sarebbero mai arrivati in fondo e dopo aver non dormito, essermi incolpato per aver fatto un pessimo orale ed essere arrivato ultimo, aver chiesto a tutti i sindacati, aver scritto a destra e a manca, essermi rassegnato, ecco che finalmente lunedì una collega, anche lei in attesa dello scorrimento per un altro concorso da 1a ricercatrice, mi dice: «ma guarda che non ti arriva nessuna comunicazione, devi andare tu a vedere nella documentazione del concorso!» – beh, rientro in ufficio e la prima cosa che faccio è andare a vedere: in effetti c’è una riga in più. Apro il PDF allegato e si dice che, sì, con me arrivano ad esaurire la guarduatoria così da chiudere definitivamente quel bando. Anche io sono “dentro”.

Adesso, a una settimana di distanza da quel documento caricato sul portale del CNR, son qui che ne scrivo e in certi momenti ancora non ci credo. E’ difficile dire quanto impegno, speranze, competenze si sono “puntate” su una cosa (una legittima progressione di carriera?), per accorgersi che quasi niente di quella “cosa” dipende da te e i tuoi meriti possono valere poco o niente o tutto. Se questo da un lato dovrebbe rasserenare (alla fine non dipende da te!), dall’altro non può non indurre uno stato depressivo: il sistema funziona così e tu hai vinto il concorso 12 anni fa, hai accettato il posto di lavoro, accettando implicitamente le regole che lo governano. Quindi devi accettare anche il fatto che per 12 anni sei stato CTER VI livello senza fare un passetto avanti, nonostante tutto il lavoro fatto, riassumibile in una decina di pagine di curriculum. E accettando il fatto che, siccome il concorso l’hai vinto a 41 anni, “da vecchio”, adesso che ne hai 53 non hai praticamente più nessun margine per cambiare lavoro e “morirai” (lavorativamente parlando) CTER VI livello. O forse V. Non proprio una bella prospettiva, insomma.

E invece, per quanto ormai rassegnato e pronto ad accettare la situazione, la situazione è cambiata. E ancora, ripeto, stento a crederci.

Plastica! – E un po’ di “cultura materiale”

L’evento che scatena queste riflessioni è accaduto ieri mattina, ma se ne sono, nel frattempo, concatenati altri. Si tratta di una tazza. Una normalissima tazza da colazione che mi accompagna, anzi: ci accompagna – con mia moglie – da minimo una decina d’anni. Non sappiamo come e non ricordiamo neppure le circostanze, ma un giorno – di una decina d’anni fa, o forse più – ci accorgemmo che dietro l’intenso blu della tazza si era formata una impercettibile crepa, quella che sembrava essere più che altro una cavillatura, ma che a un attento esame, si capiva proseguire come minacciosa incrinatura che sembrava dover sentenziare una vita breve per questo oggetto (per altro, proprio in corrispondenza di questa linea sottile, a un certo punto il bordo si è sbeccato, rendendo evidente il fenomeno di deterioramento).

Ho/abbiamo continuato a usarla, senza pensarci, per tutti questi anni, immaginando che prima o poi, lavaggio dopo lavaggio (a mano, in lavastoviglie…) si sarebbe rotta e amen. Invece è stato molto poi che prima, visto che la tazza mi si è rotta ieri mattina dopo (almeno) un trasloco da una casa all’altra. Sono “morte” prima stoviglie molto più “sane” rispetto a questa che, appunto, solo ieri mattina, scivolatami di mano a un centimentro dall’appoggio sul cestello della lavastoviglie ha “toccato” un’altra stoviglia e si è definitivamente infranta…

Perché raccontare questa storia, con tale dovizia di dettagli? Perché nell’era dell’usa e getta in cui (ancora) viviamo, questa è, come tante altre, una storia paradigmatica di quanto gli oggetti possono durare e come molti di questi possono sopravvivere anche alla nostra stessa esistenza (pensiamo banalmente agli orologi del nonno…).

Gli altri eventi che si sono concatenati per dar seguito a questa riflessione sono vari. Il primo e più banale, è contenuto in quel film – ormai un cult – in cui a un giovanissimo Dustin Hoffman veniva detta una sola parola, la parola dell’avvenire: plastica! (La godibilissima clip video si trova come sempre su YouTube) – La direzione che ha preso il mondo è stata quella e mai parole furono più profetiche…

Della plastica sappiamo tutto e oggi, soprattutto, sappiamo quanti danni fa, a partire da questo recente incidente avvenuto negli Stati Uniti, su cui Ugo Bardi riporta nel suo blog su Il fatto quotidiano. E della plastica, e della sua degradazione “naturale”, parla proprio uno speranzoso post di Claudio Della Volpe sul blog della Società di Chimica Italiana.

Ultimo riscontro “pop” che mi ha fatto pensare a questa storia è un vecchio “rimedio” – tanto vecchio quanto dimenticato – del vuoto a rendere. L’aspetto “pop” deriva dalla notizia legata all’uscita di una nuova versione di una vecchia canzone(tta) di Gianni Morandi, Fatti mandare dalla mamma. La nuova versione – rivista e corretta secondo i canoni estetici di oggi – è di fatto molto simile all’originale, ma soprattutto, similmente all’originale, la coreografia mette in mano ai ballerini e ballerine una bottiglia che nell’originale verosimilmente sarà stata di vetro, mentre oggi sarà di un vetro simulato (quindi ancora una volta plastica). Il rimedio, lo avete capito, sarebbe quello di tornare a usare il vetro o materiali infrangibili – magari la stessa plastica, ma in una formulazione fatta per durare – che diano uno stop all’usa e getta e rallentino il processo di consumo indiscriminato. Molti oggetti ci sopravvivono, ma non dovremmo soccombere a causa degli effetti inquinanti che questi oggetti producono.