Chiamalo, se vuoi, effetto pandemia. Note di un viaggio in nord Italia

Ho deciso di prendermi un po’ più di spazio per raccontare questo primo viaggio con l’Honda Forza 750 che ho acquistato a inizio anno. Un viaggio che è stata anche l’occasione per fare test del mezzo, di me stesso sul mezzo e della soddisfazione di “essere in giro” e di andare a trovare degli amici dopo quasi un anno e mezzo di segregazione pandemica. In un post su Facebook avevo descritto sommariamente le tappe del giro, ma qui approfitto per darne più diffusamente notizia.

16.06 – 1a tappa: Pisa-Valle Lomellina. Sono state tutte giornate connotate da grande calore, nonostante non si sia ancora entrati nella piena estate. Dopo aver montato le borse laterali (e NON aver preso le misure degli ingombri complessivi: le persone del gruppo Facebook mi scuseranno per questo…) mi sono messo sull’Aurelia. Proprio per prendere dimestichezza con gli ingombri posteriori ho deciso di “fare il bravo” e risalire le code solo in condizione di sicurezza, sorpassando “quasi” come se fossi un’automobile. Dopo aver fatto il primo pieno a Carrara mi sono messo sull’autostrada per evitare La Spezia e sono uscito di nuovo a Borghetto Brugnato, uno dei punti in cui più facilmente si può riprendere l’Aurelia che da lì, verso Genova, porta al Passo del Bracco. Notoriamente sovraffollato di motociclisti, passandoci in una giornata infrasettimanale di mattina, non ho trovato nessuno. Come si è comportato il Forza in questa prima parte? Benissimo, come sempre (ce l’ho da inizio anno e qualche km l’avevo già fatto in extraurbano) e, ovviamente, il test “vero” sono state le curve, bellissime, che conducono al passo: per me (ma è una preferenza personale – preferenza legata anche al fatto, che molti riterranno blasfemo, di NON aver ancora deciso come settare la modalità user…) in standard, con l’accortezza di scalare manualmente le marce prima delle curve (solitamente ne basta una) per non entrare (in curva, appunto) troppo giù di giri, è perfetto. Ho provato per brevi tratti anche la modalità sport, ma mi pare che il motore giri inutilmente alto e “imballato”, con la conseguenza di dargli spesso una marcia in più anziché scalarla. Insomma, se mai mi deciderò a fare il setting della modalità user sarà senz’altro una via intermedia tra la standard e la sport.

La cosa che però più mi ha fatto impressione dell’arrivo al Bracco è l’aver grattato a terra abbastanza velocemente il cavalletto sia a destra che a sinistra e neppure di poco! Un amico motociclista dice che in sostanza è da regolare il precarico: forse con le borse, riempite anche solo con pochi kg, anche se ero solo, ho un settaggio troppo “morbido”: devo verificare (soprattutto devo trovare il tempo per farlo). A parte questo – che però suggerisce anche l’estrema “confidenza” che il mezzo offre fin da subito – mi sembra la prova sia andata egregiamente nonostante… il traffico. Sì perché a parte il primo pezzo che porta al Bracco, scendendo verso Sestri Levante e Chiavari ho sempre trovato traffico – e anche pesante quando ho deciso di lasciare l’Aurelia in favore della 225 verso Cicagna e il Passo della Scoffera (mi hanno poi spiegato che sull’autostrada stanno sistemando alcuni viadotti e quindi i camion li hanno deviati sulle statali). In queste situazioni, checché ne dicano i puristi, ho apprezzato infinitamente il DCT che fa tutto il lavoro per noi! Basta pensare a regolare il gas e godersi il mondo intorno (per quanto possibile)!

Arrivato a Bobbio volevo fare il passo del Penice ma ho trovato una deviazione che me lo ha impedito e mi ha… spedito sul Brallo: molto più da X-adv che da Forza: strada abbastanza strettina, ma soprattutto con un fondo sporco e irregolare il giusto per farti mollare il gas e farti godere molto meno l’escursione. Comunque: sono arrivato a Varzi e ho fatto pranzo. La prima giornata è di fatto finita così perché poi ho incontrato l’amico – che era andato al lavoro in moto, giust’appunto – e insieme siamo andati a cena ad Alessandria con i suoi figli. Al rientro, sul fare del tramonto, la magia delle sconfinate pianure della Lomellina e… la molto meno magica pioggia (ed era letteralmente come se piovesse…) di insetti (soprattutto zanzare) che si spiaccicano sul frontale…

itinerario 1

itinerario 2

itinerario 3

17.06 – 2a tappa: Valle Lomellina-Trento. Complici gli orari poco ortodossi con cui l’amico che mi ha ospitato va via di casa per lavorare, alle 7 ero in sella. Gli ho chiesto la strada migliore per evitare il traffico dell’hinterland milanese e quindi ho fatto, su statale, Valle-Mortara-Vigevano-Abbiate Grasso e da lì verso Milano fino a incrociare la tangenziale ovest e andare in direzione della Milano-Laghi verso Como. Non bellissimo ovviamente, ma era l’unico modo un po’ rapido per metter su un po’ di km e andare dove mi ero prefissato di passare: dal lago di Como. Anche qui – che lo dico a fare? – traffico pazzesco in certi punti e sostenuto in altri. Il lungolago inoltre, che non avevo mai percorso, è una strada di nuovo piuttosto strettina in cui non viene tanta voglia di “correre” (per altro si è in vacanza e non ce n’è bisogno…). Arrivato a Nesso ho tagliato su verso Sormano per poi ridiscendere su Bellagio: qui devo dire mi sono incartato un attimo perché mi ero un po’ imposto di andare a memoria e non usare il navigatore, ma… ho fatto due volte il giro nello stesso punto (per altro con la spia della riserva che cominciava a smettere di lampeggiare per cominciare a urlare “metti benzina!!”…). Arrivo dunque a Bellagio, faccio il pieno e vado agli imbarchi per traghettare me e la moto a Varenna. Tempo grigio e caldo, ma senza pioggia. Sceso a Varenna seguo per Bellano, verso nord, sempre sul lungo lago e mi metto su una “statalona” (la 38) a scorrimento veloce che mi fa imboccare la fornace della Valtellina. Qui traffico meno intenso e giù di gas, sul tapis roulant d’asfalto fino alla località di Tresenda, dove ho preso per il Passo Aprica e dove, finalmente al fresco, mi sono fermato per una pausa pranzo-panino. Il tempo è migliorato e le strade pure. I paesaggi montani rincuorano e rinfrancano lo spirito, mentre il bicilindrico sotto gira bene sempre. Arrivo al Tonale, mi fermo, nuvole in quota minacciano pioggia e non ho voglia di prenderne: il tempo di un paio di foto col cellulare e sono di nuovo in sella verso la Val di Sole, dove c’è… di nuovo il sole e di nuovo un caldo fuori misura che mi accompagnerà fino a Trento, per paesaggi e strade che conosco perché ci feci vacanza qualche anno fa.

Arrivo a Trento cotto soprattutto dal gran caldo. Prendo la stanza d’albergo che trovo piacevolmente raffrescata e, lo ammetto, faccio un pisolino. Il primo appuntamento è per la sera, in pizzeria, con l’amico Marco, davanti al lago di Caldonazzo, proprio all’inizio della Valsugana. Quando è vacanza è vacanza!

alla sera finalmente davanti al lago di Caldonazzo, al fresco

Alla sera finalmente davanti al lago di Caldonazzo, al fresco

itinerario 4

itinerario 5

itinerario 6

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itinerario 8

itinerario 9

sul traghetto Bellagio-Varenna

Sul traghetto Bellagio-Varenna

19.06 – 3a tappa: Trento-Ciconicco (Udine). Ieri la giornata è stata di riposo e di “lavoro” per accordi che dovevo prendere col mio ex tutor di dottorato all’Università ma, fatta colazione e preparati i bagagli, eccomi di nuovo in sella alla volta della penultima tappa. Riprendo la strada della Valsugana in direzione Bassano del Grappa e, all’altezza di Primolano, devio per la statale 50 bis verso Feltre-Belluno: i posti sono molto belli (anche questi li vidi in occasione di un viaggio passato) e ben curati. La sosta per il pranzo è a San Daniele, luogo notissimo per il prosciutto – che infatti non mi faccio mancare (una delle valigie laterali ha esattamente la funzione di contenerne un po’ da portare a casa…) e del Forza mi sembra davvero di non dover dire nulla: regge i km, le temperature (non ha quasi scaldato neppure nei momenti di temperature sopra i 30), il traffico, le “sparate” in allungo (dove è stato possibile) e… tenendo fissa la media di 3,8 l/100 km! Solo a un certo punto proprio quella indicazione sembra impazzire, come potete vedere in questa foto:

l'indicatore "impazzito" del consumo medio

L’indicatore “impazzito” del consumo medio

Ma, a parte questo, non ho davvero nulla da eccepire: il Forza è un mezzo pratico, “facile” (e non è un difetto il fatto che lo sia: a 30 anni si cercano i mezzi impegnativi – e li ho avuti; a 50 si cercano i mezzi facili ma non meno divertenti). Prima di arrivare “dall’alto” su San Daniele, faccio Longarone e il Vajont. Mi fermo sul luogo della tragedia. Ci trovo turisti, pellegrini, motociclisti come me. Sulla splendida strada (la statale 251) che passa da Cimolais, ne vedo a frotte in direzione contraria: talvolta mi salutano talaltra no. Anche nella mia direzione li vedo negli specchietti, e presto sento i loro motori dietro al mio. Facciamo qualche piega insieme (non lesino sulle pieghe e prima di sorpassarmi credo studino che andatura tengo non capendo bene che mezzo ho sotto il sedere), poi, al primo rettifilo, alcuni mi passano e salutano col piede, altri non ce la fanno e mi “staccano” accanto, buttandosi in piega e rischiando di finirmi addosso (e soprattutto: non calcolando che io ho due “carichi eccezionali” che sono le borse…). Con la coda dell’occhio ne vedo uno che per evitare l’impatto (deve aver fatto male i conti…) finisce quasi oltre la mezzeria della strada. Non voglio che si faccia male nessuno: abbiamo obiettivi diversi e mollo senza problemi il gas lasciandoli andare. Il resto della giornata fila via liscia sotto un caldo abominevole, mitigato solo da una doccia che faccio al pomeriggio quando arrivo al B&B a 300 m. dalla casa di Gianni, dove sono già precettato per cena. Mangiamo nel suo orto-giardino e arriva da Cervignano anche un altro amico, Francesco. In un attimo tra chiacchiere, risate, buoni vini (plurali…) e buon cibo, si fa mezzanotte.

20.06 – 4a e ultima tappa: Ciconicco-Pisa. Arriva il momento di apprezzare il Forza nei trasferimenti: ho appuntamento per pranzo sulle colline fuori Verona (zona di Fumane-Molina-Gorgusello-Breonio, dove saremo a pranzo, appunto). Contravvenendo alla mia idea di avere la “geografia in testa” metto il navigatore, che dimostra di funzionare egregiamente (qui l’anello debole in realtà è il telefono, che comincia a essere un po’ datato e con la batteria insufficiente per un uso del genere…): alle 12 sono da Roberto e la moglie Paola – siamo tutti in un bagno di sudore, ma felici di rivederci finalmente di persona. Lascio il Forza sulla strada principale: trovato uno spiazzo in pendenza non mi faccio problemi e scopro l’ulteriore comodità del freno a mano. Anche qui tutto passa troppo veloce e sono fuori rispetto alla mia tabella di marcia di almeno un’ora. L’unica cosa che mi consola sono le giornate lunghe (anche se ho già apprezzato qualche pezzo in notturna, di ritorno dalle cene in Valsugana, su Trento…).

Saluto, faticando ad andarmene, alle 16. Strada fantastica a scender da Breonio e giù verso la statale 12 che mi riporterà a casa. Qui lo dico: quando ho potuto ho “sparato” per macinare km (spero di non aver beccato dei velox nascosti…). Passo Modena e mi sento “a casa”; mi fermo a far benzina (non ho contato quante volte l’ho fatta ma posso assicurare che sono poche e l’indicazione – pur “impazzita” a un certo punto – sul consumo medio è abbastanza fedele alla realtà…): finalmente mi rimetto sull’Appennino in direzione Abetone e arrivò lì – da una “allungatoia” (devo aver sbagliato qualche bivio) – alle 19,30, al fresco dei 1.400 m. sul livello del mare (il termometro della strumentazione di bordo segna 18 gradi, un sogno – mi verrebbe da dire a mia moglie: vieni su tu anziché giù io…). Le ultime curve le faccio davvero da “assatanato” con pieghe e contropieghe “orecchie a terra”, ma il Forza non molla e anzi: più pieghi più sembra rispondere meglio. Soddisfazione. Scendo. Mia moglie che sento al telefono per dirle che farò un pochino più tardi, mi dice di non correre e così faccio, godendomi questo scampolo di gita, con un’ultima immagine che mi si stampa nella mente: alla luce del tramonto, ormai alle porte di Lucca, le acque del Serchio immobili, a far da specchio al “ponte del Diavolo” o della Maddalena (questo, per chi non lo conoscesse). Uno spettacolo assoluto per quella immagine speculare perfetta nelle acque ferme. Alle 21 sono a casa, stanco della galoppata, ma felice per quello che sempre più mi sembra un acquisto azzeccato.

Ritorno al nomadismo

Frances McDormand

Frances McDormand interpreta Fern in “Nomadland”

Avevo riflettuto diversi anni fa sulla contrapposizione tra “nodo” e “chiodo” durante un viaggio in Mongolia (qualche stralcio del mio “diario di viaggio”, con mia sorpresa, si trova ancora qui): il primo, il nodo, è segno di un nomadismo, di un fermarsi il tempo necessario. Il nodo poi si scioglie senza lasciare tracce. Il chiodo invece è la sedentarietà, la permanenza in un luogo, il costruire casa, il lasciare un segno (sull’ambiente) il più delle volte indelebile. I mongoli sono (stati) per lo più nomadi, e anche in tempi recenti, nonostante alcune oggettive difficoltà (come quella, per esempio, di offrire una istruzione continua ai propri figli), sui due milioni e mezzo di persone presenti (gli abitanti complessivi di una metropoli italiana) su un territorio che per estensione è 5 volte il nostro Paese, solo 6-700mila potevano definirsi “residenti” nella capitale (salvo cambiare idea e ricominciare a viaggiare con le proprie yurte…).

Tutto questo per dire che sono arrivato a festeggiare ieri sera il 1° maggio guardando il pluripremiato Nomadland che unisce il tema di un inedito nomadismo in salsa USA al tema – non marginale – del lavoro. Inutile raccontare la trama, visibile ovunque sul web, esile traccia per raccontare questa storia interpretata dalla sempre notevolissima Frances McDormand (che ricordavo benissimo in un’altra splendida interpretazione: Tre manifesti a Ebbing, Missouri) che troviamo sul punto di andarsene con un furgone, portando con sé poche cose accuratamente scelte – ah il nomadismo, che bell’esercizio! – da un posto, come ce ne sono tanti nel mondo, che normalmente viene definito “in mezzo al nulla” (in the middle of nowhere, le dice proprio la sorella a un certo punto), in Nevada.

La trama, come nella migliore tradizione cinematografica, viene svelata in media res e quindi scopriamo che Fern, la protagonista, ha abbandonato questo avamposto di frontiera (il paesino si chiama Empire – nome decisamente altisonante! – a cui, dopo la chiusura della locale miniera nella quale il marito lavorava, hanno addirittura tolto il codice di avviamento postale…) perché la crisi ha colpito duro e di lavoro non ce n’è. Il marito nel frattempo è morto di tumore ed è il suo unico legame con quel posto nel quale tenta di resistere per un po’ adattandosi, ultracinquantenne, a quei lavori che rientrano appieno nella gig economy (la vediamo all’interno di un hub Amazon in un paio di occasioni… a proposito di diritti dei lavoratori).

Resiste perché lì il marito era ben voluto, aveva trovato una sua dimensione e, non avendo parenti, era solo al mondo. Se è vero – come forse è vero – che viviamo oltre la nostra vita solo grazie al ricordo che qualcuno conserva di noi dopo che siamo passati a miglior vita, Fern a un certo punto confessa di essere rimasta lì, di aver tentato di resistere proprio perché, se se ne fosse andata, è come se il marito non fosse mai esistito.

Non c’è bisogno di dirlo: parliamo di un mondo di cui quasi mai ci arriva notizia, e sono questi Stati Uniti “interni”, marginali, rarefatti – di persone, di parole (l’ambientazione per certi versi mi ha ricordato Nebraska) e di cose che accadono. Un mondo in cui il meccanismo impietoso del capitalismo e del denaro, per cui l’unica misura del tuo benessere complessivo è proporzionale a quanto possiedi, trita tutto e tutti, lasciando ai margini persone ormai avanti con gli anni, che magari hanno lavorato una vita, ma che non sono riuscite a mettere da parte abbastanza per garantirsi un fine vita dignitoso e decidono quindi questa strada alternativa, che fuor di metafora, è la strada vera e propria, quella del nomadismo stagionale: si va dove c’è bisogno di lavoro, magari anche per paghe minime.

Così Fern inizia questa vita e scopre di non essere sola in questi “transiti” e in questo subisce una specie di trasformazione: già – come le dice la sorella – era una persona eccentrica in gioventù, ma adesso questa specie di nomadismo le entra nel sangue e, anche quando avrebbe l’occasione per fermarsi, non ci riesce più. Il film si chiude così, “leggero” ma “pesante” (questa la bravura della regista…), con Fern alla guida del suo furgone, riadattato a vera e propria casa, su una strada deserta degli States perché il motto è See you down the street, in nome di una vita sicuramente con meno agi, ma di ritrovata libertà e solidarietà.

Bello. Brave – perché il film è tutto al femminile e prende spunto da un libro-inchiesta che è stato pubblicato lo scorso anno anche in italiano (questo qui).

Infine c’è la bellezza di questi luoghi naturali che gli States offrono, ancora così apparentemente incontaminati: un ritorno alla Natura che è sempre sinonimo di libertà.

(Ri)leggere Alexander Langer

Alexander LangerLo confesso: i suicidi mi hanno sempre fatto una certa impressione e devono fare molta paura anche alla cristianità, che lascia fuori dalla porta del proprio regno dei cieli queste persone.

Chi non ha mai, neppure per un attimo, pensato di porre fine alla propria esistenza, alzi la mano. Bene: da un lato mi viene da dire “beati voi” che forse avete (avuto) una vita senza amarezze e senza rimpianti e (avete saputo /) sapete dare – volenti o nolenti – senso a ogni vostra azione. Ma credo di essere in buona compagnia tra coloro che la mano non l’hanno alzata. È un pensiero tipico della gioventù forse, di quando ancora non si sa bene chi si è e qual è il proprio posto nel mondo, ma è un pensiero che, carsico, scava e può riemergere a qualunque età. Ho avuto amici e conoscenti suicidi. Forse tendiamo a rimuoverne il ricordo per la paura che questa azione così eclatante ci incute, nel profondo. Persone “normali” e di certo non meno attaccate alla vita di quanto lo si possa essere noi stessi. Anzi: forse di più. Un attaccamento all’esistenza di tale forza che riesce a ribaltarsi – per una alchimia che non ci è dato sapere, ma, talvolta, solo intuire – nel suo contrario.

Quindi ho iniziato la lettura di questo libro di Langer ben consapevole di questo dato biografico (così come, allo stesso modo, mi accostai alla lettura dello straniante Dissipatio Humani Generis di Guido Morselli). Conoscevo solo di nome questo fondamentale esponente politico (ma definirlo politico sarebbe riduttivo, forse un addirittura un insulto se pensiamo da chi è animata la scena politica italiana di oggi…) la cui attività avevo nelle orecchie perché, giovane, ero un “attivista ambientale”. Così, tra i 500 libri (il numero è reale e ahimè approssimato per difetto) che ho acquistato e non ancora letto, qualche giorno fa ho pescato la bella edizione di Sellerio de Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995.

Così scopro di avere pensato pensieri già pensati da altri (da lui in particolare e certamente in forma più organica) quando, nel paragrafo Un catalogo di virtù verdi (p. 189 e sgg.), racconta della necessaria consapevolezza del limite (delle risorse e di ciò che possiamo fare) e, in questo pezzo del 1987 (avevo 17 anni…) racconta come la nostra società sia a tal punto intossicata di consumismo che neppure la consapevolezza di questo limite – che ormai in molti avevano e hanno – è sufficiente a fare invertire la rotta “dal basso”. Langer in queste pagine paragona questo comportamento a quello di un tossicodipendente, di un tabagista o di un alcolista: queste persone, consapevoli che il loro vizio molto probabilmente li condurrà ben prima alla tomba, perseverano nella loro pratica.

Le analisi di Langer, spesso condotte nell’arco di qualche pagina, toccano gli argomenti di cui sappiamo, ma di cui fa sempre bene rinfrescare la memoria: la differenza tra costo e prezzo di una merce, dove i costi (ambientali, umani…) spesso sono celati e non corrispondono per nulla al prezzo, infinitamente più basso, di quella merce; l’idea – potremmo dire molto teorica, col senno di poi – di privilegiare il valore d’uso al valore di scambio, determinato quest’ultimo praticamente sempre da una mediazione in denaro, e via lungo la china che porta a interrogarsi, qualche pagina più avanti (gli scritti sono “sparsi” e non seguono necessariamente un ordine cronologico), sulla necessità di un governo mondiale per quel che riguarda le questioni ecologiche (il problema climatico in quegli anni non era ancora così sentito), fino ad arrivare alla possibile istituzione di un TIA, un Tribunale Internazionale per l’Ambiente – cui ha dato seguito, per un certo periodo, Amedeo Postiglione (qui, qui e qui qualche notizia).

Insomma: se da un lato è consolante sapere che qualcuno queste cose le aveva pensate, dette, scritte, magari raccontate in quella sede che ancora, all’epoca, si chiamava solo Comunità Europea e aveva 12 stati membri, dall’altro è deprimente che tutto questo sia, ancora una volta, rimasto lettera morta e che lui, Langer, abbia deciso di zittire la sua stessa voce in modo così drammatico.

Alla fine del libro c’è un ricordo toccante di Adriano Sofri: ne tratteggia lo spirito e ne scrive quasi che lui sia ancora presente. Dice di Langer che era uno che prendeva gli indirizzi di tutti, accoglieva, per quanto poteva, le richieste di tutti e Sofri lo immagina oggi, nell’era di internet, dove la tecnologia ha moltiplicato all’infinito questa possibilità comunicativa, sommerso e quotidianamente impegnato nel farsi carico di quel pezzo di mondo che lo cercava.

Lui, che “parte” cattolico e “arriva” verde passando per il rosso del comunismo ha, sulla copertina del libro che non ha scelto di scrivere, San Cristoforo di cui tutti conosciamo la parabola: traghettatore di stazza e forza erculea di un fiume della Licia, un giorno gli si presentò un bambino che chiedeva di essere trasportato dall’altra parte del fiume. Accettato l’incarico, in apparenza semplice, si sarebbe piegato sotto il peso di quell’esile creatura, che sembrava pesare sempre di più ad ogni passo. In alcune versioni della storia sarebbe cresciuta anche la corrente del fiume, che si faceva sempre più vorticosa. Il gigante sembrava essere sopraffatto, ma alla fine, stremato, riuscì a raggiungere l’altra riva. Al meravigliato traghettatore il bambino avrebbe rivelato di essere il Cristo, confessandogli inoltre che aveva portato sulle sue spalle non solo il peso del corpicino del bambino, ma il peso del mondo intero.

Langer si è fatto carico di una parte di quel peso e, nel breve messaggio di commiato dal mondo che fa da incipit di apertura al libro, redatto il 3 luglio 1995 dove si tolse la vita a Pian di Giullari, nelle colline che circondano Firenze, esordisce dicendo: «I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più» e chiude il messaggio con un «Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto».

Monito che dovremmo cercare tutti di tenere a mente.

L’istruttiva (?) visione del TG della sera

vignetta vaccini

Come spesso accade, e con una sostanziale inerzia, assisto al TG della sera, non avendo, come molti, il tempo di capire cos’è successo nel mondo durante il giorno. Così ieri, 25 febbraio 2021, a oltre un anno dall’inizio della pandemia, registro le seguenti esternazioni:

1. Uno dei primi servizi afferma che i contagi sono in aumento in maniera preoccupante, ma il servizio immediatamente successivo racconta che la neoministra – per gli Affari Regionali e le Autonomie – Gelmini «farà partire la settimana da lunedì», in modo da “salvare” gli introiti dei commercianti nel fine settimana. Ovviamente la domanda sorge spontanea: ma se un “colore” (ammettiamo il permissivo giallo) parte da lunedì e arriva a domenica, i commercianti godono di quella domenica gialla, ma se poi dal lunedì appena successivo quella zona diventa rossa, comunque sarà di quel colore anche nel fine settimana successivo (visto che la settimana inizia da lunedì…) o no? Quindi qual è il vantaggio? Non lo capisco. Si sposta il problema alla settimana successiva, ma la sostanza non cambia. Un modo per avere il consenso politico dai più distratti? Forse…

2. Servizio ancora successivo: Draghi “super” Mario dice che bisogna “mettere il turbo” – iperbolica espressione giornalistica: non credo che Draghi si sia espresso in questi termini – alla campagna vaccini. Noi italiani siamo “affezionati” a quello di Astra Zeneca, forse perché il nostro paese ha una joint venture con la ditta inglese tramite IRBM Science Park di Pomezia (qui la notizia del maggio 2020, ma abbiamo tutti una memoria piuttosto corta…). Il vaccino pare abbia una efficacia risibile, secondo quel che qui (andare fino al paragrafo “Efficacia”) scrive l’Istituto Superiore di Sanità e che, per comodità del lettore riporto qui di seguito, per altro con tempi biblici tra prima e seconda somministrazione:

Sono stati analizzati i dati relativi ai partecipanti di età ≥18 anni che hanno ricevuto due dosi di vaccino (N=6.106) o di controllo (vaccino meningococcico o soluzione salina) (N=6.090). L’intervallo tra le due dosi varia da 3 a 23 settimane ma l’86,1% dei partecipanti ha ricevuto le due dosi entro un intervallo da 4 a 12 settimane. Al momento dell’analisi, il tempo mediano di follow-up post-dose 2 era di 78 giorni.

Tra i partecipanti che hanno ricevuto il vaccino AstraZeneca con un intervallo tra le dosi compreso tra 4 e 12 settimane, l’efficacia è stata del 59,5%. In totale 218 partecipanti hanno sviluppato la malattia COVID-19 sintomatica confermata virologicamente, almeno 15 giorni dopo la seconda dose, di cui 154 nel gruppo di controllo e 64 nel gruppo dei vaccinati. L’87,0% dei partecipanti aveva un’età compresa tra 18 e 64 anni, il 13,0% era di età pari o superiore a 65 anni e il 2,8% era di età pari o superiore a 75 anni. Un totale di 2.068 partecipanti (39,3%) presentava almeno una malattia concomitante preesistente (obesità, definita come indice di massa corporea ≥30 kg/m², disturbi cardiovascolari, malattie respiratorie o diabete).

Tra i partecipanti che hanno ricevuto e due dosi raccomandate con un intervallo compreso tra 3 e 23 settimane, l’efficacia è stata del 62,6.

L’evidenza mostra che la protezione inizia circa 3 settimane dopo la prima dose di vaccino.

Nonostante questo, quelli che per adesso sono riusciti a vaccinarsi pare abbiano avuto solo la somministrazione Astra Zeneca e pare per altro non si possa neppure scegliere, magari pagando una quota, di vaccinarsi con quello Pfizer, che ha tempi di somministrazione meno geologici (21 giorni contro le 10 settimane (= 2 mesi e mezzo) – minimo – di Astra Zeneca) e una efficacia di gran lunga superiore. Ma noi italiani, quasi sempre abituati a essere sempre l’ultima ruota del carro, accettiamo supinamente e magari ancora ringraziamo.

3. Terzo e ultimo rilievo è il mantra salviniano dei ristoranti aperti a pranzo e a cena. Mantra ripetuto infinte volte e, proprio nell’edizione di ieri sera, reiterato anche da uno dei neoministri leghisti. Insomma, anche qui la cosa sembra essere semplice e non serve una laurea (che per altro il sig. Salvini non ha) in Sociologia per capire che se a pranzo la gente mediamente lavora (chi ancora un lavoro ce l’ha…)  e magari, se proprio non può stare a casa in smart working, ha senso che trovi un punto di ristoro nella pausa pranzo, a cena si tratta invece di un momento conviviale e di festa e quindi TUTTI vogliono andare a mangiarsi una pizza. Chi non lo vuol fare alzi la mano… Quindi la differenza tra pranzo e cena che dovrebbe essere ovvia, nella testa del signor Salvini & co. non sembra essere tale. Forse perché le premesse non sono chiare: siamo in piena pandemia; di fronte a una terza ondata che sembra – se possibile – peggiore delle prime due; la gente, per quel poco che mi è dato vedere quando metto fuori il naso, già se ne frega abbastanza come se questo “evento” non li riguardasse e figuriamoci se gli si dà l’occasione di andare a cena fuori! Non mi sembra difficile da capire, ma anche questa è forse strategia – per altro sempre la stessa: parlare alla pancia della gente e fare demagogia.

Zone rosse per te, ho dichiarato stasera…

Già, bella la canzone di Massimo Ranieri. Ma qui sembra che non se ne esca da questa storia. Il virus mostra di essere più pernicioso di quanto avremmo immaginato, ma noi – e parlo dell’Italia, sempre alle prime posizioni quanto a morti – ci mettiamo del nostro per non arrestarlo, tra tentennamenti politici, concittadini che se ne fregano bellamente, come se la pandemia fosse cosa che non li riguarda (solo ieri in piazza Santa Caterina a Pisa, dove vivo, alle 18 circa c’erano persone a fare “aperitivi” improvvisati sulle panchine della piazza senza tracce di mascherine e anzi: ostentando grandi birre in bicchieri di plastica, come se ci fosse da festeggiare qualcosa… forse di essere ancora vivi, nello sprezzo del pericolo), mentre l’aggiornamento periodico del grafico (qui di seguito) che “curo” da ormai un anno suggerirebbe atteggiamenti diversi.

grafico decessi covid

Grafico decessi Covid dall’inizio del 2020 ad oggi.

Anyway: ho appena acquistato – ma non ancora letto – La notte delle ninfee. Come si malgoverna un’epidemia del sociologo Luca Ricolfi. Non so ma ho l’impressione che le cose che ha da dire non siano proprio un elogio alla politica sanitaria nazionale dell’ultimo anno.

Adesso, dopo l’impasse del Conte ter, accade che (1) il covid porterà una valanga di soldi, perché non tutte le sciagure vengono per nuocere, e (2) abbiamo dovuto mettere “l’uomo solo al comando”, l’osannato (ancora una volta in maniera imbarazzante) Mario Draghi, per poterli vedere arrivare (forse). Il “timore reverenziale” che Draghi incute – non mi interessa stabilire qui se legittimo o meno – è, secondo me, frutto anche di ciò che è sullo sfondo del panorama politico e del grado di preparazione e di formazione delle persone che lo compongono.

Le cose sono senz’altro migliorate con l’arrivo di Conte che, nel suo ultimo governo, ha annoverato tra i suoi 8 ministri “senza portafoglio”* 6 laureati – con qualche accademico – e 2 diplomati mentre, tra quelli “con portafoglio” (quindi a capo di un dicastero), c’erano 10 laureati, 3 diplomati e una ministra con la terza media (Teresa Bellanova). Fuori dal governo invece tra coloro che hanno una esposizione mediatica enorme troviamo tre diplomati che non hanno mai conseguito una laurea: Matteo Renzi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Non mi si fraintenda: non è che aver studiato debba conferire un lasciapassare per accedere a determinate cariche, ma diciamo che dovrebbe essere fortemente consigliato perché, come affermava un vecchio motto di Derek Bok “Se pensi che l’istruzione sia costosa, prova l’ignoranza”, soprattutto quando si rivestono ruoli e cariche di così elevata importanza.

Avere “l’uomo solo al comando” non sarà una passeggiata e ci farà pagare i suoi scotti: al netto delle dichiarazioni che ci vengono inflitte ogni giorno, tutti i giorni, dagli altrettanto stucchevoli telegiornali nazionali, in pochi giorni abbiamo già assistito alle giravolte funamboliche delle dichiarazioni salviniane, ai meriti autocelebrati dell’altro Matteo, che si vanta (per il momento) di essere artefice di questa situazione imbarazzante (occhio amico perché certe vanterie rischiano di tornare indietro come dei boomerang…), per tacere del rumore di fondo dei portavoce (Gasparri & co. – ma questo vale per ogni schieramento politico, si intende) a cui sembra abbiano messo una voce registrata in bocca per ripetere a macchinetta sempre le stesse cose, fedeli a una versione quasi macchiettistica (in questo paese il confine tra tragedia e commedia è sempre molto labile…) dei dettami propagandistici di hitleriana memoria. Citare il libro più importante del nazionalsocialismo aiuta a comprendere di cosa stiamo parlando:

«La propaganda non deve indagare la verità oggettiva e, nella misura in cui essa sia favorevole verso l’altro lato presentarla secondo le regole teoriche di giustizia, ma deve presentare solo un aspetto della verità, che è favorevole al proprio scopo. (…) il potere ricettivo delle masse è molto limitato e la loro comprensione è debole. D’altra parte, se ne dimenticano in fretta. Stando così le cose, ogni propaganda efficace deve limitarsi a poche cose essenziali e quelle devono essere espresse per quanto possibile in formule stereotipate. Questi slogan devono essere ripetuti con insistenza fino a che anche l’ultimo individuo venga a cogliere l’idea che gli è stata messa davanti. (…) Ogni modifica apportata nel soggetto di un messaggio propagandistico deve sottolineare sempre la stessa conclusione. lo slogan principale deve naturalmente essere illustrato in molti modi e da diverse angolazioni, ma alla fine bisogna sempre ritornare all’affermazione della stessa formula.»

(questa citazione è stata tratta dalla voce Wikipedia “Propaganda nella Germania nazista”)

La storia, nota, secondo cui una qualsiasi affermazione, non importa se vera o meno, se ripetuta un numero sufficiente di volte, lo diventa.

Ci aspettano tempi duri insomma, sotto diversi punti di vista, perché niente viene gratis…

* Questa definizione indica «un ministro del governo della Repubblica Italiana non preposto ad alcun dicastero» e che «nell’ordinamento italiano i ministri senza portafoglio non trovano alcun riconoscimento nella Costituzione, che menziona espressamente solo i Ministri a capo di un dicastero» (voce Wikipedia “Ministro senza portafoglio della Repubblica Italiana”).

Sui vaccini, anzi sulla vaccinazione di massa

Dunque, sul finire di questo anno tra i peggiori che si siano avuti a memoria d’uomo – al netto di quelle memorie d’uomo che arrivano fino agli anni della Seconda guerra mondiale – vorrei spendere due parole su questa faccenda dei vaccini (il plurale è d’obbligo, non trattandosi di una sola scelta, ma di diverse formulazioni proposte dalle case farmaceutiche che si sono applicate con grande impegno su questo fronte). Lo voglio fare perché sento sempre più spesso dei rumors legati a gente che, pure con un certo orgoglio (il famoso “orgoglione”, ovvero l’orgoglio del coglione) sostiene pubblicamente di non volersi vaccinare. E questo avviene trasversalmente: dall’insospettabile ricercatore del Cnr* che assumiamo sia uomo di scienza e abbia anche una certa cultura, per arrivare al complottista, di cui non fatichiamo a comprendere perché faccia certe affermazioni…

immagine vaccino

Parto dall’ovvio che forse, in quanto ovvio, sfugge ai più e lo faccio per punti:

  1. i vaccini tipicamente vengono sviluppati dalle case farmaceutiche perché le sanità (più o meno) pubbliche dei singoli Paesi non sarebbero in grado di mobilitare tali e tanti finanziamenti. E’ una stortura del sistema, ma è così da tempo immemore e bisogna farsene una ragione. L’espressione “case farmaceutiche” può suonare troppo neutra e non rendere conto delle dimensioni del problema e del sistema, allora usiamo le parole giuste: multinazionali farmaceutiche. Multinazionale, accanto alla parola “farmaceutico”, suona ai più come una insita minaccia e ci sono anche i motivi per cui, in certi casi, la reputazione di quest’industria (perché è un’industria a tutti gli effetti e vive dei profitti che fa…) è stata compromessa. Però c’è anche il rovescio (positivo) della medaglia: più grande è l’industria e più ha risorse (economiche e quindi di cervelli che possono essere applicati intensivamente alla ricerca). Su questo tornerò dopo. Non è quindi un caso né stupisce il fatto che a brevettare e a commercializzare il primo vaccino sia stata Pfizer, ditta per la quale, nella mia rocambolesca vita lavorativa, sono stato responsabile per l’Ufficio Stampa macroregionale (Italia del nordovest) nel biennio 2005-2007. Di Pfizer – che all’epoca era la più grande tra le big pharma – potrei raccontare molte vicende sul piano umano ma, standoci dentro, ho sempre avuto l’impressione di essere non solo nella più grande, ma anche nella “migliore” azienda, in quella più accreditata, intendo dire, da un punto di vista strettamente scientifico. Si possono discutere tante cose, comprese quelle “scomode” legate all’etica di far soldi sulla salute della gente, ma dipende sempre da che prospettiva si guardano le cose: senza queste aziende le persone avrebbero enormi difficoltà a curare certe patologie o, più semplicemente, a rimanere in vita (immaginate per esempio, tutti i farmaci “antirigetto” legati al mondo dei trapianti…). Questo è un dato incontrovertibile di cui bisogna tener conto.
  2. Tra i dati incontrovertibili si dovrebbero segnalare le storie più o meno recenti delle vaccinazioni di massa, che hanno permesso di debellare malattie come la poliomielite. Non bisogna essere scienziati: basta andare a vedere Wikipedia (e magari non Facebook), come per esempio a questo link. E non voglio far qui la storia di queste vaccinazioni di massa: chi è interessato può chiedere al proprio medico, cercare su Wikipedia, o qualunque altra cosa, basta CHE SI DOCUMENTI BENE, e che non venga fuori per l’ennesima volta con le cazzate della relazione tra autismo e vaccini, sbugiardata miliardi di volte e in tutte le salse da fonti più che autorevoli – ultima tra le quali, che fa cenno a questa storia, il bel libriccino di Giovanni Boniolo Conoscere per vivere. Istruzioni per sopravvivere all’ignoranza. O anche, ancora sullo stesso tema del “debito cognitivo”, un altro testo di agile lettura: Prevenire.

I benefici di una vaccinazione di massa dovrebbero essere noti a tutti: più persone si vaccinano minori possibilità di contagio ci sono; minori possibilità di contagio ci sono, minori possibilità ha il virus di mutare durante le sue rapide replicazioni; minori possibilità di mutare significano una maggiore efficacia del vaccino stesso perché il vaccino resta capace di coprire lo spettro delle mutazioni possibili. Non mi sembra un ragionamento difficile da capire se lo capisco e lo faccio io che non sono né epidemiologo né virologo.

Torno per un attimo alla questione – anche questa sollevata da più parti – sulla necessità di avere in fretta un vaccino e sui potenziali rischi legati alla sua sicurezza (per la fretta di cui sopra). Sulla fretta mi pare non ci sia nulla da dire: il mondo si è fermato e, per quanto questo dovrebbe indurre una riflessione seria sul nostro modus vivendi, la fretta di farlo ripartire è condivisa da tutti: tutti vogliamo alla fine tornare a una normalità, magari diversa dalla precedente (se abbiamo imparato collettivamente qualcosa da questa storia, ma ne dubito), ma necessaria. Sulla sicurezza vale il discorso di cui sopra: le aziende continuano a essere sotto lo stretto controllo della rigida FDA (Food and Drug Administration) americana, dell’EMA (European Medicines Agency) europea e dell’AIFA (Agenzia Italiana del FArmaco) italiana. Se un parallelo storico mi viene in mente su questa faccenda è quello del Progetto Manhattan che vide un’accelerazione senza precedenti e una concentrazione di cervelli di elevatissima caratura per cercare di mettere a punto l’ordigno nucleare, temendo che Hitler e il Terzo Reich potessero stare lavorando sulla stessa cosa: avere la tecnologia per costruire la bomba atomica significava essere vincitori della Seconda guerra mondiale e gli statunitensi, intuendo questo, si adoperarono con ogni mezzo (economico e di cervelli appunto) per realizzare il progetto. Mutatis mutandis questa ricerca del vaccino ha la stessa “fretta”: per fortuna non per combattere una guerra contro altri esseri umani, ma contro un virus (vorrei far notare incidentalmente che la metafora della guerra è stata per altro sulla bocca di tanta parte del personale sanitario degli ospedali nei momenti più duri), ma se la fretta fa baluginare ancora qualche residuo sospetto in qualcuno, beh, i precedenti li abbiamo e spesso, se le teste le si motiva e le si foraggia adeguatamente, i risultati arrivano.

Mi trovo “costretto” a scrivere queste cose perché mi pare che all’orizzonte si addensino le nuvole di questa nuova frangia no-vax e spero che la maggior parte delle persone inizi a ragionare con la propria testa, documentandosi senza dar seguito ad assurde teorie del complotto. Spero anche che, se proprio non si potrà rendere obbligatorio il vaccino, il governo prenda opportune precauzioni: non ti vuoi vaccinare? Benissimo, allora non vai a mangiare la pizza, non vai al cinema e rimani in un lockdown perché sei “pericoloso”. Serve mettere in piedi il “patentino” di vaccinazione: allora ben venga anche quello se serve.

Ogni tanto, quando a mia volta periodicamente mi sottopongo a esami medici, il personale tra le domande di rito mi chiede: “E’ allergico a qualcosa?”. Sempre più spesso mi trovo a rispondere: “No. Anzi, sì: sono allergico all’ignoranza”.

Buon 2021.

* Ho la mail di un collega che lo testimonia e che, alla fine della sua mail di auguri per un buon 2021, scrive: «P.S. – ..infine per farla completa (…a prescindere dalla caratura di ..Camici e contro-Camici …più o meno esperti..) IO NON FARO’ IL VACCINO ANTI-COVID (… ne prima, e ne dopo». No comment.

Costruttori di sogni

Ne avevo sentito parlare anni fa. Poi, delle migliaia di stimoli che abbiamo quotidianamente, qualcosa rimane, qualcosa dimentichiamo per sempre, qualcosa resta nei recessi della memoria.

Così di questa storia vera scopro che è stato fatto un film proprio in questo anno pandemico da cui tutti sembriamo avere necessità di evadere, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, che ho visto ieri sera sulla piattaforma streaming Netflix (che, invasa dal violento imprinting americano dove il più tranquillo dei telefilm ha almeno una decina di morti ammazzati, ogni tanto si “redime” e propone anche cose più interessanti). E’ la storia, in effetti un po’ incredibile – ma per molti aspetti quelli erano davvero anni in cui tutto sembrava possibile – di un ingegnere italiano, Giorgio Rosa nella finzione cinematografica intrepretato da un sempre bravo Elio Germano, che decide di costruire un’isola che è in realtà la rivisitazione in salsa civile di una piattaforma petrolifera, appena fuori dalle acque territoriali italiane, e lì proclamarsi indipendente e fondare quindi uno stato a se stante.

francobollo Isola delle Rose

Il francobollo emesso dall’Isola delle Rose

Ovviamente la cosa sembra partire come uno scherzo e una goliardata e, sempre nella finzione cinematografica, l’idea – non so dire quanto vera – nasce quasi per la battuta, durante un litigio con la ex fidanzata, che gli dice qualcosa del tipo “perché tu vivi in un mondo tutto tuo, ma il mondo non è solo tuo, è di tutti”. Giorgio, da buon ingegnere, anche evidentemente poco propenso a una interpretazione metaforica delle parole della donna, agisce “logicamente” e decide quindi di costruirsi un mondo tutto suo, dove “fare quel cazzo gli pare” (da pronunciarsi con calata bolognese). Così parte l’avventura che ovviamente finisce nel modo che sappiamo: lo stato dell’Isola delle Rose, che arriva a emettere passaporti, a dotarsi di una lingua internazionale (a quei tempi, per antonomasia, l’esperanto) e un francobollo, ha vita effimera e le sue fondazioni vengono fatte esplodere il 25 febbraio del 1969 (la dichiarazione come stato indipendente risale al 1° maggio 1968, una data più che simbolica). Nel mezzo la vicenda e il tentativo di farsi riconoscere dall’ONU e dal Consiglio di Europa, mentre l’Italia che ha le sue gatte da pelare – ed è un paese che deve ancora vedere “il meglio” degli anni del terrorismo di destra, di sinistra, degli attentati di mafia – “rema” e con difficoltà gestisce la situazione non potendo far altro che usare la forza per non dover creare un precedente.

l'Isola delle Rose

L’Isola delle Rose

Questo punto merita una considerazione: sempre nella finzione cinematografica a un certo punto c’è una telefonata tra Giorgio Rosa, in quel momento al Consiglio d’Europa, dove la questione è stata presa molto seriamente ed è stata istituita una commissione, e l’allora ministro degli interni Franco Restivo. I due si minacciano e si insultano il giusto, ma nel frattempo Restivo racconta un episodio significativo sul fatto di essere uno dei “552 fessi” che furono chiamati a scrivere la Costituzione Italiana, “meccanismo perfetto”, dice Restivo, dove bisognava considerare tutti i casi possibili anche in relazione a eventi “secessionisti” come quello proposto da Rosa – che continua a essere cittadino italiano e, come ancora una volta dice il ministro, “non si può chiedere la revoca della cittadinanza alla stregua della disdetta di un abbonamento a Famiglia Cristiana”.

Se facciamo un passo indietro e si va al “folle” ed eroico biennio resistenziale italiano prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, non è che mancassero episodi in tal senso. La Repubblica di Salò ha avuto, nella sua pur breve vita, all’interno dei propri territori gli “antidoti” a ciò che essa stessa era (la colonia estiva del III Reich, come qualcuno amaramente la definiva…): mi basta qui ricordare l’incipit di un uno dei più bei romanzi resistenziali che io abbia letto, I 23 giorni della Città di Alba: «Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944».

Ma questo è solo uno dei diversi esempi che si potrebbero fare. Tra i padri costituenti, tra i quali lo stesso Restivo sedeva, molti – ma confesso di non sapere dire quanti, anche perché un conto sono i 552 coinvolti nell’Assemblea Costituente e un altro conto sono i 75 chiamati a scrivere la Costituzione, tra i quali, per altro, Restivo non compare – sono stati partigiani o “a stretto contatto” con le forze partigiane, quelle stesso forze che durante l’oppressione nazi-fascista, avevano dato vita a “enclave di libertà”, magari della durata di poco tempo o in spazi delimitati da singole cittadine o borgate. Insomma: si nega a Giorgio Rosa ciò che è stato il germe della fondazione di uno stato sovrano, dove però la libertà – strutturata e imbrigliata da un ordinamento giuridico – si sclerotizza e diventa “nemica” di libertà simili: un precedente così non si può tollerare, come viene più volte espresso da Giovanni Leone (interpretato da un ottimamente camuffato Zingaretti-Montalbano) e dallo stesso Restivo. E non lo si è potuto tollerare ovviamente neppure in altri contesti, laddove, in tempi recenti, le ragioni locali di un territorio si sono scontrate con quelle nazionali: il caso è quello del Tav in Val di Susa e della libera Repubblica della Maddalena di Chiomonte, poco più di un campeggio “strutturato” e a ridosso del tunnel di prospezione, che venne spazzato via dalle forze dell’ordine con le solite prove di forza della polizia (qui un cenno alla vicenda, per chi non la conoscesse, e in questo libro la storia di quel periodo).

Una storia che si è ripetuta, si ripete e si ripeterà come sembra raccontare questo libro (che non ho letto).

Falcone, Borsellino e la Germania

Vorrei spendere due parole su una questione di attualità venuta fuori in questi giorni e legata alla pizzeria aperta a Francoforte sul Meno intitolata a Falcone e Borsellino – la notizia è qui ma ho scelto il primo link che mi è capitato sotto tiro e la si trova su tutte le maggiori testate nazionali.

Se fosse solo intitolata a questi due eroi (e lo scrivo senza retorica) e veri “servitori dello Stato”, non ci sarebbe nulla di male, ma il problema è che è fatto “alla tedesca”, ovvero con quell’atteggiamento tipicamente poco rispettoso che ogni tanto salta fuori in questo popolo che (1) ha il libro dell’umorismo più corto del mondo – e se l’umorismo è questo non è neppure umorismo – e (2) dovrebbe tacere e vergognarsi per l’eternità per il suo passato nazista. Basti ricordare le ricorrenti (io ne ricordo almeno due…) foto “scandalo” dello Spiegel con la pistola appoggiata su un piatto di spaghetti fumante e una qualche altra immagine di copertina che devo aver rimosso.

Fatto questo “cappello” non si può dire che antropo- / sociologicamente non ci sia sempre stato un reciproco amore/odio con e per il popolo tedesco. Parlo per me: la filosofia, dopo aver parlato greco, ha parlato tedesco e così per tanta parte della scienza dei primi anni del XX secolo (Ettore Majorana ha scritto i suoi pochi e genialissimi lavori in tedesco perché la fisica di quegli anni parlava quella lingua). Possiedo un’auto tedesca (il cui mito va sfatato, visto che per un difetto di fabbricazione a 220mila km la catena di distribuzione si è schiantata e mi è toccato rifare il motore – quindi anche marchi come BMW hanno assunto un che di cialtronesco nel modo di costruire i propri mezzi e nella scelta dei materiali…). I designer di quelle auto però sono stati a lungo italiani, perché marchi come Volkswagen, Audi e BMW nonostante mostrassero negli anni ’80 e ’90 una affidabilità degna di nota, avevano delle carrozzerie e dei “vestiti” di una bruttezza rara (l’ultimo stilista decente lo hanno avuto in Ferdinand Porsche che disegnò il “Maggiolino” e, allungandone le forme, quella che poi divenne la Porsche 911) e di una lentezza altrettanto rara e in Italia hanno sempre rischiato di non battere chiodo (poi noi siamo esterofili – e se penso all’imperatore Agnelli anche giustamente – e quindi il gioco è presto fatto). Ricordi di gioventù: una Golf 1600 di cilindrata a benzina letteralmente stracciata da un’Alfa 33 (che pure aveva una carrozzeria quasi da 3 volumi) 1300…

Insomma: l’elenco sarebbe lungo e una punta di inevitabile nazionalismo sia di qui che di là, per primeggiare non finirebbe penso mai. Quindi atteniamoci al fatto spiacevole – che però non arriva isolato appunto – perché accanto al ritratto di Falcone e Borsellino ci sono i capimafia storici e quindi si lascia volutamente spazio a una certa confusione, lasciando l’effetto, una volta entrati nel locale, che il tutto sia una specie di “bega” italiana, lontana e “d’effetto” per attirare una clientela evidentemente dal dubbio gusto. Per altro, pure gli amici tedeschi – come a suo tempo l’on.Roberto Maroni* – devono avere la memoria corta se non ricordano la sparatoria di Duisburg che, certo, riguardava, solo italiani, ma guardacaso italiani affiliati alle cosche calabresi e che, immagino, non erano in Germania esattamente per fare gli onesti cittadini…

Di fronte alla richiesta ufficiale di impedire questa “dedica” della pizzeria ai due magistrati italiani il tribunale di Francoforte ha respinto la richiesta – così come, sempre la Germania, ha sempre respinto l’estradizione dei gerarchi nazisti responsabili delle stragi lungo tutta la penisola durante il periodo 1943-1945. Questo all’indomani di una “docufiction” realizzata anche bene mi pare, andata in onda sui canali RAI ma recuperabile sul sito di Rai Play qui, in cui si narra la storia misconosciuta del gruppo di cittadine e cittadini italiani che, con estremo coraggio (a quei tempi Cosa Nostra non esitava a sparare per le strade e a commettere omicidi efferati ed eclatanti che andavano dallo sciogliere in acido le persone al piazzare bombe sotto le auto di magistrati, procuratori, prefetti, scorte…), andarono a formare la giuria popolare durante il maxiprocesso che – anche qui è bene ricordarlo – fu una delle più grandi vittorie della democrazia in questo Paese, se solo si guardano i numeri:

  • Documentazione: 750.000 pagine
  • Processo: 21 mesi, 638 giorni
  • Camera di consiglio: 35 giorni (387 ore)
  • Lettura della sentenza: 1 ora e mezza
  • 475 imputati (scesi a 460 durante il dibattimento)
  • 207 detenuti
  • 349 udienze
  • 346 condanne (74 in contumacia)
  • 114 assoluzioni
  • 19 ergastoli
  • 2665 anni di carcere
  • 900 testimoni e parti lese
  • 200 avvocati difensori
  • 16 giudici popolari (tra effettivi e supplenti)
  • 3000 agenti delle forze dell’ordine
  • 600 giornalisti da tutto il mondo

Poi, per carità, la mafia, come il nazismo, è una questione di atteggiamenti, ma cari amici tedeschi – e qualche amico tedesco pure ce l’ho! – forse prima di “sputare sentenze” ad minchiam pensate se voi avete mai fatto una cosa del genere nella storia della vostra pur gloriosa repubblica. Certo, c’è stata Norimberga, ma Eichmann se lo sono andati a cercare gli ebrei e lo hanno processato in Israele.

Cominciate a pensate a voi, cari amici tedeschi, a “mettere a posto” le vostre di cose visto che, notizia di oggi su “Repubblica” (qui di seguito l’articolo) solo oggi avete epurato dal vostro alfabeto fonetico le ultime incrostazioni di antisemitismo e solo oggi discutete di come togliere la parola “razza” dalla vostra costituzione (e come non ricordare il memorabilissimo witz di un Albert Einstein che, in fuga da quell’abominio che fu la Germania nazista, alla frontiera, di fronte alla richiesta del soldato che gli stava controllanda i ducumenti e che, immaginiamo, con fare indagatorio, di fronte alla secca domanda «Razza?», rispose «Umana, direi…» – magari questo episodio non è vero ma è troppo bello per non esserlo…).

articolo di Repubblica

* Ricordo una puntata di diversi anni fa di “Che tempo che fa”, in cui l’on. Maroni (che fa rima con Berlusconi e con qualcosa di un poco più scurrile che lascio a voi immaginare), invitato dall’inossidabile e immarcescibile Fazio Fabio, sostenne, in polemica con un Roberto Saviano ancora sotto scorta, che “in Lombardia non ci sono infiltrazioni mafiose”. Già! Peccato che dopo questa affermazione c’è stata una lunga lista di notizie comparse su tutti i media, sulle considerevoli collusioni tra la politica lombarda (non ultimo il partito politico a cui lui stesso era affiliato) e un certo numero di organizzazioni mafiose originarie del Sud. Insomma Ipse dixit e venne sbugiardato e smentito dai fatti dopo pochissimo…

El Pibe de Oro

maradona

Diego Armando Maradona

Sarà che i figli devono “uccidere” i padri, sarà che mio padre ha sempre giocato (come amatore) a calcio – come mio zio, che “rischiò”, a suo tempo, di fare carriera, perché era un buon centravanti, ma in un tackle gli entrarono malamente una volta distruggendogli un malleolo e la carriera sfumò… – sarà che a casa il giornale “istituzionale” era la Gazzetta dello Sport, sarà che proprio non ce n’era, ma insomma a me e a mio fratello del calcio proprio non ce n’è mai fregato nulla. La mia cultura calcistica si interrompe alle figurine Panini del campionato di calcio 1977-1978, poi gli interessi, gli sport, le amicizie e tutto il resto è stato altro, con un sempre più marcato distacco da quel mondo, vieppiù incomprensibile.

Una premessa doverosa, questa, per dire quel che di ovvio (e forse scomodo per la maggioranza) c’è da dire, ovvero: che forse sto delirio per la morte del giocatore di calcio Diego Armando Maradona ce lo potevamo risparmiare. Certo: è stato un grande campione. Certo: ha fatto molto parlare di sé e anche molto discutibilmente, viste le dipendenze da droghe, le collusioni malavitose e quant’altro. Capisco anche che questa notizia sia anche una perfetta “arma di distrazione di massa”, la distrazione dalla monocorde e monotematica questione covid, ma… i TG nazionali non hanno proprio null’altro da dire?

Già siamo preda di una sorta di anestesia e ipnosi di massa legata alle molte ore di computer che ogni giorno ognuno di noi trascorre – per chi è lavoratore del cosiddetto “terziario” – tra riunioni su meet, zoom, skype call, messaggi whatsapp, e-mail, proposte di webinar e chi più ne ha più ne metta… viviamo già in una specie di bolla a cose normali, se poi la bolla diventa surreale fino a questi punti forse lo spettacolo migliore da vedere per tornare alla realtà è il fuoco del camino accesso (pure lui un po’ ipnotico in verità, ma almeno non sta su uno schermo e scalda per davvero…).

(Tornare a) vedere "Alien" in tempo di pandemia

Alien

Ieri ho voluto provare a rivedere Alien, uno dei capolavori di Ridley Scott. L’“introduzione” alla questione fantascientifica è sempre un po’ quella che sappiamo (o almeno: quella che a me piace vedere in essa), ovvero: le paure – perché tipicamente sono quelle ad essere l’oggetto della storia nella stragrande maggioranza dei casi che leggiamo in un romanzo o vediamo in un film – che si originano dall’immaginare un futuro dell’umanità, condannato quasi invariabilmente, in vario grado, a una distopia. Se questo mio punto di vista (che credo per altro sia ampiamente condiviso) ha un suo senso, allora vedere “vecchia fantascienza” è anche un modo per capire quale fosse l’immaginario del tempo in cui il film veniva girato e quali le sue paure.

Il genere fantascientifico ha poi tutta una sua articolazione – anche molto dettagliata – in quelli che potremmo definire sottogeneri. Su questo confesso di non saperne molto, ma una prima distinzione sommaria può essere vista nel legame, più o meno stretto, tra questo genere e la scienza. L’esempio classico che si fa in questi casi è quello di Arthur C. Clarke, famosissimo autore di fantascienza, ma anche noto per aver ipotizzato per primo l’orbita geostazionaria – ovvero quella fascia di spazio in cui un oggetto (un satellite, naturale o artificiale o altro) è in equilibrio tra la forza di attrazione gravitazionale (in questo caso terrestre, ma ovviamente, trattandosi di “legge di gravitazione universale”, questo discorso tende a valere abbastanza dappertutto nell’universo) e la forza centrifuga che è data dal suo orbitare attorno alla Terra, appunto. Oppure dell’altro genio assoluto che Isaac Asimov: uomo di scienza, a sua volta, oltre che romanziere.

Ecco: il grado di aderenza alla realtà scientifica e quindi alla plausibilità della storia, quando è “alto” si chiama Hard Science Fiction (HSF), ovvero una fantascienza che, pur ipotizzando scenari più o meno apocalittici, vuole essere il più vicino possibile alla realtà. In tempi recenti un esempio di questa HSF è Interstellar di cui, non dimentichiamolo, il consulente scientifico di punta è stato Kip Thorne, che successivamente ha vinto, insieme ad altri, il Nobel per la Fisica. In tempi meno recenti potremmo senz’altro citare il “filosofico” Matrix, alla cui base c’è la distopia totale dell’essere in una matrice, ovvero in un mondo virtuale creato apposta per noi che però fisicamente siamo dentro a dei “baccelli” (qui si aprirebbe un capitolo anche sui “crediti” che la nuova fantascienza ha nei confronti della vecchia: i baccelli di Matrix a me hanno ricordato immediatamente L’invasione degli ultracorpi…).

Per tornare alla questione tassonomica: ovviamente si tratta di un continuum, dal momento che sono ormai tali e tante le opere di fantascienza che idealmente potremmo tracciare una linea (o forse un piano cartesiano…) in cui collocarle e dove appunto la gradazione potrebbe essere data da quanto siano aderenti o meno alla scienza. Scienza nel senso più ampio del termine: Gattaca è, per me, HSF e in un certo senso lo è anche più “pericolosamente” di altre storie forse proprio perché non riguarda la minaccia che viene dallo spazio, ma quella minaccia ben più concreta che siamo noi.

Quindi Alien dove si colloca in questa specie di tassonomia appena descritta? Direi, dopo averlo riguardato di fresco ieri sera, senz’altro non nella HSF! Insomma: ammesso di essere proiettati in un futuro – probabilmente ancora “plausibile” nel 1979: la stagione degli Shuttle NASA prende avvio, tra successi e tragedie, nel 1981 – in cui andare in giro per lo spazio sia da considerarsi una routine, magari anche noiosa (l’equipaggio è ridotto all’osso, l’astronave Nostromo è confrontabile mutatis mutandis con uno dei tanti cargo che solcano i nostri oceani…), appare abbastanza poco plausibile che, sentito un segnale proveniente dallo spazio che possa rivelare forme di vita aliene, i componenti della nave si espongano in modo tanto ingenuo al pericolo. Non sappiamo ovviamente nulla della Terra, ma sappiamo per certo che la compagnia per cui il manipolo dei nostri protagonisti lavora è interessata al business e magari ad avere un indiscutibile vantaggio verso altri concorrenti al punto da cercare forme di vita extraterrestri da usare come arma contro quelli che potremmo immaginare come dei rivali in affari. Perché sottotraccia il motivo dell’esposizione a tale e tanto pericolo è quella. Poco plausibile, mi pare. Al punto che la vera protagonista, una giovanissima Sigourney Weaver che interpreta Ellen Ripley, uno degli ufficiali al comando, è l’unica ad opporsi al rientro sulla nave di uno dei membri dell’equipaggio colpiti dall’alieno che, a metà tra il simbionte e il virus, tiene invita il suo ospite fino a quando non è cresciuto abbastanza. È l’unica ad opporsi perché poi scopriamo che l’altro ufficiale medico è in realtà un sofisticatissimo robot, mandato dalla cinica compagnia proprio con l’obiettivo di catturare l’organismo alieno e farlo arrivare alla Terra. E il pensiero immediato è: ma se la compagnia è in grado di costruire robot tanto sofisticati da sembrare uomini a tutti gli effetti – l’equipaggio (e noi spettatori con loro) si accorge abbastanza tardi di questo infiltrato – perché non ha mandato a catturare l’alieno una squadra di questi robot? Se continuiamo a percorrere la china del cinismo verrebbe da rispondersi: perché gli uomini “costano meno” e quindi sono sacrificabili. Ma davvero sembra tutto un po’ poco plausibile.

Vedendo poi il film oggi, dove “l’alieno” reale che stiamo combattendo non è grande, grosso, mostruoso e truculento ma del tutto invisibile anche se non meno letale, viene davvero da chiedersi quanto il 1979 sia distante e quanto quel mondo sia lontano da noi per un immaginario (e una realtà) totalmente cambiate.